Che fare? Una proposta per la Pace e la Nonviolenza in America Latina

19.12.2009 - Quito - Tomás Hirsch

Il Movimento Umanista fu fondato alla fine degli anni ’60 da Silo, che ammonì sul pericolo della violenza crescente in tutti gli ambiti dell’attività umana e propose la necessità di un rinnovamento spirituale e morale per avanzare verso l’umanizzazione del Mondo. Umanizzare la Terra, spiegò Silo, è il progetto su cui possono convergere le differenti culture mentre si avanza verso la conformazione di una civiltà planetaria nella storia dell’umanità. Il Movimento Umanista si fece carico di questa direzione proposta da Silo, costituendo a questo scopo organismi di azione sociale, politica e culturale, interconnessi a livello mondiale. Durante l’anno 2009 questo Movimento si è dedicato a promuovere la Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, per creare coscienza sulla necessità del disarmo nucleare mondiale e su un nuovo modo di affrontare i conflitti attraverso il dialogo, la tolleranza e la nonviolenza attiva.

1. **Regionalizzazione in America Latina**
L’America Latina avanza con difficoltà verso la propria regionalizzazione, mentre tutto il pianeta si delinea in regioni che tentano di competere tra di loro. Le trasformazioni mondiali obbligano gli stati nazionali a cedere parte della propria sovranità per regionalizzarsi. La questione fondamentale è la direzione che prenderà questo processo mondiale e continentale.
Nel credo capitalista della competizione generale nella quale solo il più forte sopravvive, la tendenza meccanica di ogni nazione è regionalizzarsi per trasformarsi in una superpotenza, status che le permetta di difendersi e dominare le altre potenze regionali. In questo contesto, le élite valutano di quale forza e capacità di controllo potranno disporre.
Nel governo del Brasile alcuni sono preoccupati di difendere le proprie risorse strategiche (acqua e petrolio) mirando a trasformarsi in una potenza nucleare. Gli Stati Uniti stanno osservando che quello che era il suo “giardino di casa” acquisisce forza economica, politica e militare. Quindi installa basi militari in Colombia predisposte non per contrastare il narcotraffico, bensì per mantenere il controllo sulla regione. Il Cile aumenta la spesa in armamenti, con la giustificazione di dover far fronte alla crescente distanza economica con i paesi vicini. Il Perù, con un discorso di riduzione di armamenti, cerca di creare un’immagine pacifista internazionale che contrasta con la sua spesa in armamenti. Il governo del Venezuela si arma, argomentando che è costantemente minacciato dall’imperialismo e il governo Colombiano quando può lo aizza, armandosi anch’esso.
Una situazione in controtendenza di buon auspicio è rappresentata dall’Ecuador, che con la chiusura della base militare di Manta dà un forte segnale verso l’integrazione latinoamericana. Se a ciò si aggiungono i recenti cambiamenti costituzionali che favoriscono il rafforzamento della nonviolenza, siamo in presenza di un esempio da seguire nella regione. Merita anche di essere ricordato il caso del popolo boliviano, che ha inserito come norma della costituzione il rifiuto della guerra come modo di risoluzione di conflitti.
Il punto centrale è che una corsa agli armamenti non fa presagire un buon futuro per nessuno. È un passo indietro sociale e morale che ci vorranno dei decenni per recuperare.

Con preoccupazione constatiamo le forti pressioni alle quali è sottoposto il presidente degli Stati Uniti Obama. Sia l’invio di nuove truppe in Afghanistan, che il ritardo nel ritiro dall’Iraq, che l’installazione delle basi militari in Colombia ed il discorso di Obama durante la cerimonia della consegna del Premio Nobel per la Pace, in cui spiegava il concetto di “guerra giusta”, e relativizzava il valore della pace e della nonviolenza, ci segnala che la tensione mondiale continuerà ad aumentare con conseguenze imprevedibili.

Non è interessante la corsa agli armamenti, né l’escalation economica, né l’esercizio della violenza razziale o etnica per vedere quale nazione dominerà sulle altre. Questo tipo di regionalizzazione aumenterà la conflittualità sociale, acutizzando la destrutturazione e producendo una forza centrifuga tale che l’America Latina si frammenterà e non riuscirà ad entrare adeguatamente nel processo di mondializzazione. Per questo, la difesa delle risorse naturali, strategiche ed energetiche è la chiave per far sì che gli stati non continuino a perdere sovranità e la regione non entri in relazioni di dipendenza economica, perdendo ogni identità e potere di negoziazione.
È necessario dare direzione alla regionalizzazione sudamericana, comprendendo ed accettando che il mondo avanza verso la conformazione di una civiltà planetaria e che la regionalizzazione è solo un passo di questo processo in cui la diversità delle culture e civiltà dovranno cooperare e convergere per evitare il caos umano ed ambientale generale. I paesi dell’America devono fare leva sulla loro necessità di pace e di cooperazione, sulla loro propensione al dialogo, sulla necessità di raggiungere uno schema di progresso che sia di tutti e per tutti, sulla comprensione che questa regione può dare il suo contributo a un modello che eviti le guerre, che superi le diverse forme di violenza esistenti, economica, politica, religiosa, sessuale, etnica e razziale, ed eviti gli enormi costi umani ed economici sostenuti per la regionalizzazione europea. Una cura particolare dev’essere riservata alla relazione con i popoli originari. Non solo perché è una delle nostre radici più profonde, ma anche perché sono parte della diversità che dà identità, ricchezza umana e futuro alla nostra regione. C’è qui un debito sociale e storico da saldare.

2. **Le Forze Armate.**
Nell’epoca attuale abbiamo bisogno di eserciti capaci di svolgere un ruolo diverso e decisivo. Dovranno creare fiducia tra i popoli, essere protagonisti del disarmo regionale e contribuire alla sicurezza e al benessere della popolazione. Si stanno cancellando le frontiere e la sovranità ormai non si trova unicamente negli Stati-nazione. Ma questo non dovrebbe ridurre la sovranità dei popoli. C’è bisogno di un funzionamento democratico reale dalla base fino al vertice, dalla località, alla regione interna, passando per lo stato nazionale ed arrivando alla regione.
Le Forze Armate, nonostante le loro diverse crisi, alcuni vertici corrotti e la perdita di credibilità nel periodo delle dittature militari, hanno mantenuto comunque un’autonomia significativa rispetto al potere formale e concreto. Sebbene il potere economico controlli il potere politico, non è così chiaro che controlli anche il potere militare. La vecchia tesi che dice “se vuoi la pace prepara la guerra”, poteva essere sostenuta da un centro imperiale come fu l’Impero Romano, ma non risulta per niente utile alla costruzione della Pace nell’era del mondo globale altamente tecnologico. La stessa cosa succede con la tesi dell’acquisizione di armamenti dissuasivi per evitare tentazioni di attacco da parte dei paesi vicini. Oggi questa politica conduce alla distruzione totale e all’autodistruzione dell’esercito stesso. Gli eserciti sanno quale sia l’armamento oggi, quanto costi comprarlo, mantenerlo e rinnovarlo. Sanno cosa sono le armi di distruzione di massa e sanno che sono alla portata di qualunque gruppo terroristico o narcotrafficante che voglia aumentare il suo potere di fuoco.
Non possiamo confondere la corsa agli armamenti con le Forze Armate. La corsa agli armamenti corrisponde a una struttura in cui il potere economico cerca il controllo delle Forze Armate attraverso la corruzione dei suoi comandi e per il proprio profitto. Gli interessi del complesso militare-industriale avanzano grazie alla sfiducia, alla zizzania, alla degradazione e alla discriminazione. Stiamo parlando dell’antiumanesimo nella sua espressione più bassa.
Poiché il potere economico continua a concentrarsi nelle mani delle banche, lo scenario dei prossimi anni non può essere tanto roseo come loro stessi oggi lo dipingono attraverso i mezzi di diffusione che sono anch’essi sotto il loro controllo. È molto probabile che quella stessa concentrazione produca uno scenario sociale che già si sta insinuando dappertutto: un’esplosione sociale all’interno dei popoli. Quest’esplosione è caratterizzata da lotte etniche, migrazioni massicce, terrorismo, sommosse delle popolazioni toccate nei bisogni fondamentali, violenza comune generalizzata.
In questo scenario caotico le Forze Armate dovranno difendere la legalità vigente e prendere sempre di più posizione a beneficio di una democrazia reale e diretta, che canalizzi la volontà di cambiamento nonviolento dei paesi.
Nelle epoche di crisi che si avvicinano, i Diritti Umani diventano nel riferimento fondamentale per decidere le strade da prendere. Nessuna legalità può stare al di sopra dei Diritti umani. E se un potere si mette al di sopra di essi, le Forze Armate dovranno intervenire per assicurarne il rispetto. Ma se loro stesse li violano, allora nessuna parte della società può reclamare “obbedienza dovuta” di fronte all’assassinio, la tortura o qualunque altrà atrocità simile. Se mettiamo i Diritti Umani come principio cardine, le Forze Armate sapranno sottomettersi al potere civile, o ristabilire il sistema democratico quando il potere civile diventa illegittimo. Altrimenti, quest’istituzione scadrebbe nella categoria di banda armata senza nessun tipo di relazione coi poteri civili.
Le Forze Armate dei nuovi tempi saranno quelle che lottano per il disarmo proporzionale ed il benessere sociale, nel segno e nel riconoscimento dei Diritti umani di ogni nazione del Sudamerica. Non saranno più eserciti imperialisti, colonialisti, sciovinisti, golpisti, repressivi o genocidi. Non saranno neanche guardiani del grande capitale. Piuttosto, svilupperanno un atteggiamento umano a garanzia della volontà popolare, già indebolita dalla dittatura del denaro sotto forma di lobby, terrorismo e narcotraffico.

3. **I politici.**
Venezuelani, colombiani, ecuadoriani, argentini, peruviani, cileni…, nessun popolo è superiore a un altro e tutti hanno lo stesso diritto di soddisfare adeguatamente le loro necessità. L’unità dei paesi nella regione esige la forza del sentimento morale, la valorizzazione della vita umana ed il riconoscimento dei diritti umani di tutti. Ciò che è stato detto sarà possibile nella misura in cui si trovino statisti di statura, spirituali, intelligenti e con una visione a lungo termine. Quelli che sono in grado di sperimentare che nell’animo umano ci sono cose molto più importanti del denaro, della fama e del potere.
Il momento di regionalizzazione implica la perdita di sovranità dello stato nazionale. Lo stato nazionale è in una profonda crisi, poiché da un lato il potere economico gli toglie sovranità privatizzando tutte le sue ricchezze e le sue funzioni e dall’altro il processo stesso della regionalizzazione gli sottrae sovranità a beneficio del potere regionale che si sta costituendo. Anche la crescente richiesta di decentralizzazione riduce progressivamente il potere centrale dello Stato.
Se i politici non comprendono questo processo, non avranno molto da proporre in questo nuovo momento. Se invece comprendono che il nemico non è il paese vicino, non è il popolo che emigra, ma è il potere economico-finanziario multinazionale che si è concentrato; se comprendono la necessità di maggior democrazia; se comprendono la necessità di dare spazio a cambiamenti rivoluzionari nonviolenti, per trasformare l’ordine costituito che è causa dell’esplosione sociale che si avvicina, allora saremo in presenza di nuovi politici che contribuiscono a una Regionalizzazione che si dirige verso una nazione umana e universale.
Anche per i politici vale l’accordo sociale che mette i Diritti umani al di sopra di qualunque legge vigente. La lotta per il diritto alla salute e all’educazione di qualità, oggi incrinato dalla privatizzazione discriminatrice, sarà alla base di cambiamenti sostanziali, rivoluzionari. È l’ora di aprire la strada alla possibilità di cambiamenti con la metodologia nonviolenta, per evitare sconvolgimenti che non faciliteranno per niente il progresso che tutti vogliamo e di cui abbiamo bisogno.

4. **Considerazioni per una regionalizzazione in pace e senza violenza.**
Oggi la sovranità si trova divisa tra i poteri regionali, gli Stati Nazionali ed il potere economico-finanziario che, in ultima istanza, comanda. Così è – ancora una volta – dimostrato in questa ultima crisi economica, nella quale gli Stati hanno dovuto soccombere di fronte alle esigenze delle banche, perché era l’unico modo di salvare il sistema. Interessante dimostrazione per comprendere che l’unico potere reale attuale è quello del denaro.
È necessario correggere la rotta economicistica e armamentista della regionalizzazione. Ma da che punto è possibile farlo, se la paura e la sfiducia regnano nei nostri paesi. Da che punto, se l’accumulazione di potere e denaro ha inquinato tutte le relazioni umane. È possibile a partire da un atto umano, da un gesto umano, dall’incontro, dal dialogo e da una convinzione personale, sociale e politica basata nel principio morale “tratta gli altri come vuoi che ti trattino”. Questo nuovo spirito dei popoli dovrà rispecchiarsi in un Nuovo Accordo Sociale Sudamericano che contempli principalmente una nuova relazione tra il Capitale ed il Lavoro, in condizioni eque per entrambi i fattori della produzione.

5. **Proposte finali.**
È la corsa agli armamenti il nemico e non le Forze armate. È la concentrazione del denaro il nemico e non quelli che emigrano alla ricerca di una vita migliore. Il Senso di costruire una Regione è poter dare un contributo all’umanità, facendo sì che il Sudamerica sia avanguardia della futura Nazione Umana Universale.

La nostra proposta è precisa:

a) Ratifichiamo il Trattato di Tlatelolco, nel quale ogni paese di questa regione si impegna a non utilizzare l’energia nucleare per la costruzione di armi di distruzione di massa ed ampliamolo nella direzione della creazione di una zona libera da guerre nella nostra regione.

b) Riduciamo il budget bellico a breve termine, nella direzione di un disarmo progressivo e proporzionale di tutta la regione.

c) Costruiamo un trattato di sovranità regionale, per garantire l’applicazione giusta ed universale dei diritti umani e il recupero e protezione delle risorse ambientali, senza lasciare da parte la sovranità alimentare. Questo nuovo trattato deve contemplare anche un nuovo accordo tra il Capitale ed il Lavoro, che stabilisce condizioni eque per entrambi i fattori della produzione.

d) Chiudiamo tutte le basi straniere della regione, com’è già stato fatto in Ecuador

Questi passi inaugureranno un cambiamento di rotta e cambieranno le condizioni del dialogo e la politica regionale attuale.

6. **Creare coscienza: la Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza.**

Il grande cambiamento non nascerà dai discorsi in televisione, o dalle dichiarazioni formali, bensì dalla preoccupazione sincera che in ognuno dei nostri Paesi siano superate le diverse forme di violenza. Niente più sfruttamento del lavoratore, né discriminazione della donna, né disprezzo e genocidio aperto o dissimulato contro i popoli originari. Niente più etnocidio, né ecocidio. Niente più fanatismo, né indifferenza di fronte alle terribili condizioni di ignoranza, di malattia e di povertà.
È per questo che invitiamo tutti alla chiusura della Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza nel Parco di Studio e Riflessione Punta de Vacas, il 2 Gennaio 2010. Questa grande Marcia che è cominciata il 2 Ottobre a Wellington, Nuova Zelanda, e sta percorrendo più di 100 paesi, cerca di creare coscienza di fronte alla pericolosa situazione mondiale che attraversiamo, segnata dall’elevata probabilità di conflitto nucleare, dalla corsa agli armamenti e dalla violenta occupazione militare di territori.
Questo progetto che percorre i cuori del mondo, facendo rivivere la convinzione che un mondo senza violenza è necessario e possibile, chiede:

• Il disarmo nucleare a livello mondiale,
• Il ritiro immediato delle truppe di invasione dai territori occupati,
• La riduzione progressiva e proporzionale delle armi convenzionali,
• La firma di trattati di non aggressione tra paesi, e
• La rinuncia dei governi a utilizzare le guerre come metodo di risoluzione dei conflitti.

La Marcia Mondiale è una chiamata a tutte le persone a partecipare con il proprio impegno e a prendere nelle proprie mani la responsabilità di cambiare il nostro mondo, superando la propria violenza personale, dando aiuto verso l’ambito più prossimo e fin dove arriva la propria influenza.

Il 2 Gennaio saremo in migliaia, riuniti sull’alta cordigliera delle Ande. Forse lì, in mezzo alle montagne, alle rocce e al vento, un nuovo dialogo con sé stessi e quindi anche con gli altri è possibile. Invitiamo tutti a partecipare e a ispirarsi per iniziare questo cambiamento umano.

Tradotto dallo spagnolo da Valerio Marinai

Categorie: Internazionale, Opinioni, Politica, Sud America

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