L’escalation bellica provocata da Israele e dagli alleati in Medio Oriente va fermata: “Non accettiamo forme di complicità”. Il rapimento degli attivisti, le violazioni del diritto internazionale: “Che il Governo Italiano agisca contro i crimini sionisti in corso a tutela dei cittadini e per il rilascio dei due attivisti, a cui è prolungato il fermo di ulteriori 6 giorni”.
La delegazione italiana di Global Sumud Flotilla rilancia l’appello lanciato dai lavoratori per la costruzione di uno sciopero generale unitario contro la guerra, il riarmo, e in solidarietà al popolo palestinese.
La chiamata allo sciopero nasce in un momento di estrema gravità: dopo l’intercettazione, il rapimento e il trasferimento nel carcere di Ashkelon per Thiago Àvila e Saif Abukeshek il tribunale israeliano ha prolungato di altri 6 giorni il fermo: i due attivisti si trovano intanto ancora in sciopero della fame, maltrattati e trattenuti senza la formalizzazione di accuse di reato, ma sulla base di sospetti volti a criminalizzare l’attività umanitaria e pacifica della missione della flottiglia civile, screditata anche dal Governo Italiano e dai suoi esponenti.
Malgrado il sequestro della Flotillla sia avvenuto in acque internazionali e Avila e Abukeshek si trovassero su una imbarcazione italiana, il nostro governo non ha avviato alcuna iniziativa diplomatica chiara volta a sanzionare la gravissima violazione sionista del diritto internazionale né ha risposto alle numerose richieste di interventi a tutela dei due attivisti. Questi eventi non sono isolati, ma si inseriscono pienamente nella politica
coloniale, imperialista e genocidiaria portata avanti dell’entità sionista e sostenuta dalla complicità attiva e passiva degli Stati alleati, inclusi i governi europei e quello italiano.
Nelle stesse ore è continuata l’aggressione statunitense-sionista nel sud del Libano, l’espansione coloniale in Cisgiordania e la più recente forzatura contro l’Iran a seguito dei negoziati, con le azioni a sostegno del “Project Freedom” e le forze militari a stelle e strisce che continuano ad applicare il blocco navale sui porti iraniani: “Le dinamiche preoccupano per una rinnovata escalation bellica strettamente connessa alla trasformazione delle nostre società: mentre si moltiplicano le risorse destinate all’industria militare, si smantella lo stato sociale – affermano i portuali – L’assedio imposto alla Palestina è lo stesso che incatena i lavoratori ovunque. È parte della la stessa logica di un’economia di guerra che produce morte tanto nei territori occupati quanto nei luoghi di lavoro”.
Di fronte all’estendersi dei conflitti globali, all’aumento del costo della vita, al peggioramento delle condizioni salariali e alla repressione crescente del diritto di sciopero, non possiamo permetterci divisioni, quanto piuttosto ricostruire un fronte unitario delle lavoratrici e dei lavoratori, capace di opporsi alla guerra, al riarmo e alla repressione, dentro e fuori i luoghi di lavoro, ricalcando la coesione delle mobilitazioni dell’autunno scorso, e dare seguito agli impegni assunti in solidarietà ai popoli oppressi, anche in vista della commemorazione della Nakba del 15-16 maggio, per la liberazione di tutti i prigionieri politici palestinesi, in Italia e nei territori palestinesi occupati.
E’ necessaria una mobilitazione collettiva che esiga dai governi italiano ed europei:
- il rispetto del diritto internazionale e che condanni l’escalation delle violazioni messe in atto da “Israele”;
- il rilascio immediato degli attivisti sequestrati illegalmente;
- l’attivazione di misure reali quali sanzioni ed embargo e l’interruzione di tutti gli accordi con Israele;
- la messa in atto di azioni a garanzia della sicurezza degli attivisti e di tutti i cittadini nell’avanzata bellica in corso.
Come è già accaduto il 3 ottobre scorso, dobbiamo rinnovare l’impegno a combattere l’economia di guerra, cardine imprescindibile dell’ideologia sionista coloniale, con l’urgenza di mobilitarzione determinata e unitaria, tra movimenti sociali e organizzazioni sindacali, sugli obiettivi di lotta al riarmo e di solidarietà con la Palestina, per tutti i popoli oppressi. Chiediamo all’intera compagine sindacale di intraprendere un dialogo intersindacale e di convocare uno sciopero generale unitario, per la Palestina, per la liberazione di Saif e Thiago e di tutti i prigionieri politici palestinesi, assecondando la richiesta di mobilitazione urgente a livello internazionale.
PER LA LOTTA AL RIARMO E L’INTERRUZIONE DEI RAPPORTI EU-ISRAELE!
PER IL RILASCIO DI THIAGO E SAIF!
PER LA LIBERAZIONE DI TUTTI I PRIGIONIERI POLITICI PALESTINESI!
FERMIAMO I CRIMINI E LE VIOLAZIONI SIONISTE!
Petizione per lo sciopero generale:
La chiamata allo sciopero generale parte ancora una volta con l’appello dei portuali di Livorno e di Genova: la flottiglia è di nuovo stata bloccata con un atto di pirateria del governo genocida di Israele. Questa è una chiamata per convergere subito su una mobilitazione unitaria, come quella del 3 ottobre.
Le organizzazioni sindacali devono promuovere la lotta e l’unità per dare continuità agli impegni che pubblicamente hanno preso, contro il riarmo e in solidarietà alla Palestina e ai popoli oppressi, perché la determinazione dei lavoratori e degli studenti non arretra: non farlo significherebbe fare un passo indietro rispetto a quello che abbiamo faticosamente costruito dopo il 3 ottobre.
La determinazione dei lavoratori non si arresta, né contro l’ondata di repressione, né contro la repressione che subiamo sui posti di lavoro. L’assedio posto alla Palestina è lo stesso che ci incatena ovunque, anche nelle aziende, perché vuol dire alimentare un’economia di guerra, che per noi si traduce in precarietà delle nostre vite: troppe aziende lucrano sulle nostre morti, sia le morti sul lavoro che quelle tra le vittime civili palestinesi e libanesi, che sono figlie della stessa logica dell’odioso sistema capitalista che governa e impone al mondo violenza e odio.
Questa stessa economia di guerra vuol dire soprattutto chiudere ospedali qui e distruggerne a Gaza, vuol dire ricatto tra lavorare per la guerra o fare la fame.
La Palestina è in ognuno di noi lavoratori, perché la nostra determinazione non è devota all’immobilismo, né ai tempi diplomatici.
Per lo sciopero generale.











