Leggo e mi rallegro per la palestra popolare e il San Basilio, visto che dagli uffici comunali arriva un’apertura per quanti in questi anni lo hanno occupato con iniziative e idee che hanno messo in pratica una differente prospettiva sui beni comuni.
La notizia rassicura quanti giustamente si attendevano il rischio di uno sfratto dopo che il progetto esecutivo per il recupero e la rifunzionalizzazione dell’immobile è stato approvato e che i lavori sono stati assegnati.
Trovo anche ragionevoli ed equilibrate le parole dell’assessore (a cui non ho mai risparmiato le critiche) che riporto: “si passa da una fase di occupazione, nata anche in risposta al sottoutilizzo dell’immobile, a una fase in cui queste realtà diventano corresponsabili del luogo.
L’aspetto più rilevante è il riconoscimento del valore della funzione che svolgono, non solo per le attività in sé, ma anche per le modalità con cui vengono realizzate: in una logica di sussidiarietà, in cui pubblico e privato collaborano, anche quando si tratta di privato sociale e solidale”.
Ora io non ripeterò il luogo comune dell’antagonista che rifiuta la mediazione con le istituzioni denunciando lo snaturamento di un centro di lotta in una sorta di “fondazione culturale” o impresa commerciale. E non lo ripeterò proprio perché so che non c’è contraddizione nella pratica quando il bene comune non è una foglia di fico ma un pezzo di aggregazione e soddisfazione di bisogni reali della collettività. E il San Basilio lo è stato.
Quello che resta però è il problema più generale, perché quell’ex convento (nei miei ricordi di adolescente era la palestra della mia scuola media in via Bandiera) oggi è in una zona cruciale, dove il costo delle abitazioni raggiunge e supera i 3.000 € a metro quadro e di affitti neanche a parlarne. Tutti i flussi di finanza per la valorizzazione eil recupero di quell’area sono andati a privati, con lo spopolamento e la fine delle attività che prima vi si svolgevano. Quella mia scuola media oggi da sovraffollata e popolare che era oggi è sottodimensionata e in un contesto di B &b e ristorazione diffusa, a lato di edifici oggetto di speculazione immobiliare.
Insomma, quello che mi chiedo è se sia possibile dire “San Basilio resiste” senza che si possa dire qualcosa di simile per S.Agostino, via Bara o qualunque altra corsia di quel percorso che appare segnato in modo non reversibile. Allego a queste note il report sul finanziamento e la realizzazione di progetti analoghi al San Basilio e insinuo un dubbio: la loro realizzazione si è armonizzata con quella del De Seta o via dei Candelai? C’è un piano, e non mi riferisco ovviamente solo al PUMS, con la sua “cura del ferro” e la mobilità dolce, che si sta realizzando e sono sicuro che, a dispetto della buona fede e giusta causa, non è quello dei ragazzi di via S. Basilio.











