Il documento preliminare del PUG (Piano Urbanistico Generale), una sorta di progetto di massima del nuovo strumento urbanistico della città, sembra in dirittura d’arrivo, la sua presentazione è prevista nel mese di giugno. Sarà un momento importante per la città, a cui bisogna prepararsi. La legge affida, infatti, al documento preliminare alcuni compiti importanti, fra i quali la perimetrazione delle aree in cui si sospendono le possibilità di edificazione fino all’approvazione definitiva del PUG, e l’individuazione di limiti e condizioni per lo sviluppo sostenibile del territorio.

Le anticipazioni che vengono dall’atto di indirizzo e dalle recenti dichiarazioni del direttore dell’Urbanistica, Biagio Bisignani, sulla rinuncia alla programmazione, non sono incoraggianti rispetto ai reali bisogni della città, aggravati dagli effetti dei cambiamenti climatici, di cui abbiamo avuto un assaggio con il ciclone Harry, e dal permanere del rischio sismico, che il recente terremoto ci ha ricordato.

Nel frattempo, alle vecchie questioni cittadine irrisolte, come Corso Martiri, il deficit di verde, i servizi assenti nelle periferie, se ne sono aggiunte di nuove, il Piano regolatore del Porto, il supermercato Lidl di via Palazzotto, autorizzato già in odore di illegittimità, gli ambiziosi grattacieli che proliferano anche in aree improponibili, l’ambigua operazione avviata in viale Lainò.

Ne ha fatto una carrellata Mario Spampinato, ingegnere con pregressi ruoli istituzionali, introducendo “Città della rendita o città dei cittadini?”, l’incontro dello scorso 9 marzo, organizzato dall’associazione Volerelaluna nel salone della CGIL.

Un tema di notevole rilevanza, considerato che qualunque intervento urbanistico sottende sempre una visione della città. Ed è questo il motivo per cui Argo mette a disposizione degli interessati i testi delle relazioni di:

Su una centrale questione di metodo, quella della partecipazione, è intervenuta Laura Saija del Dipartimento di Ingegneria civile e Architettura dell’Università degli studi di Catania, del cui intervento proponiamo una breve sintesi, da lei stessa approvata ed integrata.

Una partecipazione attiva e conflittuale

Laura Saija ha messo in guardia sulle trappole della partecipazione, che viene usata prevalentemente in modo distorto e ‘post-politico’, come costruzione di consenso in chiave populista. I cittadini vengono, infatti, chiamati ad esprimersi soltanto su aspetti tecnici e/o marginali, per esempio su dove mettere un albero, e mai sulle scelte essenziali, per esempio sulle priorità da usare per gli investimenti pubblici o sulle destinazione da dare ai terreni di valore.

Saija – che ha anche esperienza internazionale – cita l’esistenza di una letteratura che dimostra come il “sogno partecipativo” abbia fatto il gioco di “chi voleva smantellare le garanzie riformiste”, contribuendo a nascondere gli oggettivi conflitti di interesse (tra i cittadini, proprietari del suoli, imprenditori…).

La società civile, le associazioni possono provare ad incidere se non si limitano a partecipare agli eventi partecipativi ufficiali, come la convocazione a tavoli di partenariato che hanno spesso natura esclusivamente consultiva. Essi devono tornare a impegnarsi sul fronte dell’ingaggio e della organizzazione ‘autonoma’ delle persone che abitano in città, soprattutto in aree problematiche, come facevano in passato gli enti intermedi, i sindacati, i partiti di massa.

La mobilitazione civica può portare anche all’elaborazione di idee e progetti che poi vengono sottoposti ai decisori, sia instaurando relazioni collaborative sia, quando serve, conflittuali. Queste idee possono avere la forma anche di “contro-piani”, ossia documenti dall’elevato spessore tecnico. Solo così – conclude Saija – il processo partecipativo non rimarrà vuoto.

“Aggiustare” la Città, contrastare l’eccesso di edificazione

Dal PUG ci si aspetta, innanzi tutto, che indichi gli obiettivi di sviluppo della città, esordisce Aurelio Cantone mettendo subito in chiaro quale sia la propria visione di città. Una città di cui il verde sia l’infrastruttura portante dell’intero sistema urbano, soprattutto adesso che i cambiamenti climatici rendono necessari l’abbassamento delle temperature e l’estensione delle superfici permeabili. E, insieme al verde, gli spazi non edificati da utilizzare come luoghi di assembramento nel caso di eventi sismici.

L’analisi di Cantone è molto puntuale. La nostra città ha un eccesso di edificazione, una edificazione in larga parte non sicura, perché non adeguata alla normativa antisismica, e concentrata in aree del tutto prive di spazi aperti e di verde. Le abitazioni vuote sono quasi il 20% del totale, e sono destinate a restare inutilizzate a causa della prevista, costante diminuzione dei residenti. Il che non impedisce che esista, in città, anche una richiesta insoddisfatta di abitazioni a basso costo ma non fatiscenti, avanzata da chi versa in situazione di grave difficoltà economica.

Per correggere queste ‘storture’, Cantone suggerisce il diradamento della densità edilizia laddove è più fatiscente e concentrata, ed un intervento pubblico per acquisire e recuperare alloggi inutilizzati, e/o degradati, e rispondere al disagio abitativo.

E stronca qualsiasi giustificazione basata sulla mancanza di fondi. “I fondi basta cercarli – dichiara – e utilizzarli per scopi utili, non per ripavimentazioni non necessarie, come si è fatto con quelli PNRR”.

Serve comunque un ripensamento generale della città, un suo “aggiustamento”, tema molto caro a Cantone, che avverte la necessità di rendere la città più “giusta”, con una più uguale distribuzione della qualità urbana, adesso fortemente diseguale.

L’orientamento dell’Amministrazione, tuttavia, è ben diverso. Cantone osserva come se ne sia fatto portavoce soprattutto l’ex assessore Paolo La Greca proponendo la “ricetta” della perequazione urbanistica: il Comune rinuncia a programmare, lascia ai privati l’iniziativa, li accontenta nelle loro richieste (mosse, evidentemente, da interessi personali) e si limita a chiedere la cessione di una piccola parte dell’area che intendono edificare.

Lì, in quei lacerti, l’amministrazione potrà realizzare dei servizi, senza che la scelta del luogo possa essere determinata dalle esigenze della collettività. E senza la certezza che, con questo sistema, si possano raggiungere gli standard previsti dalla legge per ogni tipologia di servizio.

La strategia della perequazione cosa darà alla città? si chiede l’architetto. In barba alle dichiarazioni ufficiali sul consumo di suolo zero, la città avrà nuovi edifici di cui non ha alcun bisogno, nuovo cemento e nuova impermeabilizzazione dei suoli laddove sarebbe necessario renderli più permeabili, con una progressiva saturazione degli ultimi spazi liberi, che saranno definitivamente perduti.

Cantone chiede, infine, che – nel Documento preliminare di Piano – venga inserita una carta dei vincoli che non sia una mera sommatoria di vincoli già esistenti, ma il frutto di studi multidisciplinari basati anche sugli ultimi accadimenti meteorologici, e una carta della trasformabilità che non includa le aree libere, alle quali è opportuno affidare il compito di fornire i necessari servizi ecosistemici. Chiede – infine – che vengano censiti aree ed edifici di proprietà pubblica ed individuate con precisione le aree dismettibili, rifunzionalizzabili (es. aree ex ospedaliere), e le viciniori a quelle urbanizzate. Solo così si potrà avere una vera pianificazione di ampio respiro.

Pubblica amministrazione e speculazione, recidere il cordone ombelicale

Non è solo Cantone a ritenere che, per salvare la città, sia urgente un drastico cambiamento di rotta. Della necessità di passare da una idea di sviluppo che privilegia l’interesse privato ad una economia della riparazione e della cura a vantaggio di tutti i cittadini, ha parlato anche Maurizio Palermo.

Come era avvenuto negli anni sessanta, Catania vuole tornare oggi ad essere la Milano del Sud, ha ironizzato. Per imitarne non più l’efficienza, ma il modo spregiudicato con cui la pubblica amministrazione favorisce gli interessi speculativi privati piuttosto che l’interesse pubblico. Una modalità di azione portata alla ribalta dal recente scandalo urbanistico scoppiato ai Milano, ma che – ricorda Palermo – è diffusa in tutta Italia sin dagli anni Novanta.

Da quando – forzando le regole e interpretando le leggi a vantaggio degli operatori immobiliari – si è rinunciato a governare le città in funzione di un miglioramento delle condizioni di vita di tutti i cittadini. Una strategia che ha consegnato le città nelle mani della rendita, determinando disordine urbano, consumo di suolo, immobili invenduti, allontanamento dei ceti popolari dalle zone in cui le speculazioni immobiliari fanno lievitare i prezzi degli alloggi.

La Sicilia non è rimasta indietro nell’applicazione di questo modello. L’ingegnere Palermo ha ricordato che, dagli anni Novanta, una legge regionale consente di lottizzare terreni a destinazioni agricola, purché limitrofi alla città, con finanziamenti pubblici a tasso agevolato e senza contropartite per la pubblica utilità. E che, a Catania, si è trovato il modo di farlo anche su terreni destinati a verde pubblico all’interno della città, cosa non prevista dalla legge. Nel frattempo, con il “piano casa”, si è consentito di realizzare grattacieli in sostituzione di piccoli fabbricati contigui tra loro, con premialità di volumetrie fino al 35%, in deroga ai parametri edilizi vigenti.

L’analisi di Palermo è impietosa, rileva come si sia permesso di costruire supermercati di importanti catene della grande distribuzione su terreni liberi destinati a servizi pubblici (scuole, asili, chiese, ecc.), assicurando profitti consistenti per gli operatori e plusvalenze significative per i proprietari dei terreni. Alla collettività non è rimasto niente. Neanche la possibilità di utilizzare, per interventi utili di infrastrutturazione della città, le somme di denaro versate dai privati come oneri di urbanizzazione. Questi oneri sono, infatti, irrisori (sino a 10 volte in meno rispetto alla Germania) ed è stata ignorata la norma secondo cui, per gli interventi in deroga allo strumento urbanistico, si debba pagare al Comune un contributo economico pari al 50% del maggior valore generato dall’intervento, contributo vincolato alla realizzazione di servizi pubblici.

Palermo cita anche esempi concreti di grande rilevanza, come il caso del Corso Martiri della Libertà, dopo sessanta anni ancora in preda al degrado, o il caso di Viale Lainò, dove una vasta area destinata a verde pubblico è stata consegnata di fatto alla speculazione privata.

Cambiamento climatico e biodiversità, scommettere sul verde

Sul verde cittadino, inteso non come arredo urbano ma come servizio essenziale, è tornato Pippo Rannisi. che ha esposto il progetto di “Infrastrutturazione verde della città” presentato come proposta LIPU per il PUG.

Un progetto che mira a creare un vero sistema che garantisca alla città non solo l’ossigeno necessario ma anche un abbassamento della temperatura di almeno due gradi.

Rannisi ha citato l’europea Nature Restoration Law che prevede l’incremento del Verde nelle città per contrastare il cambiamento climatico ed incrementare la biodiversità. Ed ha poi mostrato la sua “rete ecologica” che connette i parchi urbani esistenti (dal Boschetto della Plaia a sud al Parco degli Ulivi a San Nullo), quasi sempre trascurati e qualche volta in stato di abbandono, con gli spazi ancora liberi sparsi per tutta la città, di proprietà sia pubblica sia privata, che ospitano una vegetazione naturale “che può essere utilizzata come situazione di partenza prevedendo semplicemente una integrazione del verde esistente”.

Come Rannisi ha ribadito, si tratta di esempi di macchia mediterranea, talvolta piccoli e incuneati tra strade ed edifici, oppure di caratteristiche ed estese aree laviche, per alcune delle quali la Soprintendenza ha già proposto il più alto livello di tutela. Spazi che si possono sistemare e curare senza interventi particolarmente costosi, ma da cui la città trarrebbe enormi vantaggi, venendo trasformata completamente nella sua struttura.

Il relatore ha ricordato anche la fauna di cui è ricca la nostra città. Uccelli come la poiana, il gheppio e molte specie di passeriformi popolano i nostri giardini, mentre rondoni, piccoli rettili e pipistrelli trovano rifugio nelle cavità delle pareti dei vecchi palazzi o nei piccoli spazi sotto le tegole. Ci sono poi aree particolari come la Timpa Leucatia, dove è presente il granchio di fiume o il discoglosso, e come la foce dell’Acquicella dove troviamo numerosi uccelli acquatici.

Nella descrizione non poteva mancare la presentazione del progetto di grande parco territoriale Monte Po – Vallone Acquicella, un vero e proprio parco fluviale che dovrebbe comprendere tutti i terreni lambiti da questo piccolo corso d’acqua perenne, boschetti di piante pregiate come il pioppo bianco, piante acquatiche e di macchia mediterranea, ma anche terreni lavici e una grande varietà di specie botaniche e faunistiche. Fino a quel piccolo, prezioso ecosistema della foce, che andrebbe tutelato ma è invece minacciato di distruzione, in particolare dal nuovo Piano regolare del Porto. Eppure questo grande parco di quasi 250 ettari, ricco anche di reperti archeologici ed etnoantropologici, potrebbe svolgere anche una importante funzione di ricucitura sociale ed urbanistica delle periferie con il centro cittadino.

C’è poi l’area di Cibali detta Orti della Susanna, destinata dal Piano Regolatore Piccinato a divenire un Centro Direzionale ormai anacronistico, ma che – per la sua ricchezza naturalistica e per la sua posizione centrale in un quartiere densamente edificato – è “naturalmente” candidato a divenire uno splendido parco urbano. Potrebbe così continuare a svolgere il ruolo di raccolta e smaltimento delle acque piovane che già svolge utilmente per la città.

Proprio del problema delle acque di pioggia si occupa, anche con indicazioni e proposte, la seconda parte del documento presentato da Rannisi. Un problema con cui già oggi la città non riesce a fare i conti, e che si aggraverà sempre più a causa degli eventi eccezionali resi più frequenti dal cambiamento climatico.

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