Il ponte sullo Stretto non è un’infrastruttura. È un modello di appropriazione di territorio e risorse pubbliche. Per questo non si tratta di rendere le procedure più regolari o il progetto più fattibile. Si tratta, invece, di liquidate la Stretto di Messina Spa e rendere fruibili per le comunità locali i soldi destinati al Ponte[g.s.]

Il 30 aprile del 2021 veniva pubblicata la relazione del Gruppo di Lavoro sull’attraversamento stabile dello Stretto di Messina, istituito preso il Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti e presieduto, in prima battuta, dalla ministra De Micheli, poi sostituita dal ministro Giovannini. Il documento riportava, nelle conclusioni, l’opinione che sussistessero “profonde motivazioni per realizzare un sistema di attraversamento stabile dello Stretto di Messina”, ma che la soluzione aerea a più campate fosse potenzialmente più conveniente di quella a campata unica.
Insomma, il Gdl aveva condotto un’analisi critica serrata nei confronti del ponte a una campata, ma lasciava aperta una porticina per quello a tre campate. A tal proposito furono accantonati 50 milioni di euro nella successiva Legge di Bilancio al fine di produrre un nuovo studio di fattibilità.
Pur riconoscendo il valore scientifico dei lavori della Commissione, non ne abbiamo mai condiviso le conclusioni poiché la nostra critica al progetto di attraversamento stabile dello Stretto di Messina è indipendente dalla forma della sua realizzazione tecnica. Dal nostro punto di vista il NO al ponte sullo Stretto è inemendabile. Esso avrebbe comunque un impatto ambientale devastante per il territorio e sarebbe necessario l’impiego di una enorme quantità di risorse pubbliche, che andrebbero destinate, al contrario, a dare risposta positiva ai bisogni inevasi delle nostre comunità.
Nel ponte sullo Stretto, d’altronde, noi abbiamo individuato un modello di appropriazione del territorio che prevede la cessione dello stesso a governance private che finiscono per avvicendarsi, nelle decisioni, persino alle amministrazioni pubbliche.
Intorno a queste grandi opere vediamo il formarsi di blocchi di interesse che si nutrono dell’iter di progettazione e costruzione, laddove alle popolazioni locali rimangono caos e detriti. Non è stato difficile, infatti, per gli abitanti, prevedere nel proprio futuro la realizzazione di città-cantiere invivibili.
Abbiamo, dunque, guardato con sorpresa e, lo ammettiamo, con un certo fastidio, a dichiarazioni, provenienti dallo stesso fronte No ponte, che rimandavano al progetto del ponte a più campate come a una alternativa che determinerebbe un minor impatto ambientale. Con lo stesso sentimento abbiamo ascoltato richieste di gare europee come unico strumento per evitare di sperperare ulteriori risorse pubbliche.
Possiamo immaginare che argomentazioni di questo tipo possano essere pensate come strumenti tattici per inceppare l’attuale iter, ma a noi sembra che, invece, esse indeboliscano le argomentazioni forti che il movimento No ponte ha sviluppato in decenni di lotte e che vedono come obbiettivo fondamentale la chiusura della Stretto di Messina Spa.
Lo diciamo, quindi, forte e chiaro: il nostro è il movimento “No ponte”, non il movimento “No ponte a campata unica”.

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