Gli appartenenti alla generazione Z ansiosi di vivere e di dare il proprio contributo concreto sono disposti a rischiare la vita per assistere alle realtà della guerra.
Per alcuni della generazione più giovane, questo diventa un percorso verso una professione, in particolare il giornalismo.
La giornalista di Frontliner Marharyta Fal racconta la storia di come il suo desiderio di comprendere la guerra l’abbia portata dalla relativa sicurezza di Poltava al reportage dal fronte.
La mattina del 24 febbraio 2022, ero a casa dei miei genitori a Poltava quando una telefonata di un amico mi ha svegliata. Stava urlando qualcosa sulla guerra e insisteva che me ne andassi. Dopo aver riattaccato, mi sono vestita e sono andata alla stazione dei treni.
Presto mi sono ritrovata alla stazione Poltava-Kyivska a guardare la gente che si affollava nei vagoni stracolmi. Uomini con nastri gialli sui vestiti abbracciavano mogli e figli, le lacrime che rigavano i volti di tutti. Le strade erano intasate da auto provenienti da Kharkiv, Donetsk e altre regioni. I trasporti pubblici avevano smesso di funzionare; la città non era preparata a un’ondata simile di rifugiati. Foto dei caduti e torturati apparivano online ogni giorno. Poltava era diventata una grande sala d’attesa, con l’unica finestra sul mondo uno schermo del telefono.
Più notizie leggevo, più era difficile credere che fossero reali. La mia mente si rifiutava di elaborare tanta sofferenza umana solo tramite messaggi. La vita era cambiata, o almeno, così sembrava. Ero al sicuro, ma quella sicurezza mi sembrava vuota, quasi vergognosa. Ogni mattina mi svegliavo con la fastidiosa sensazione di perdermi qualcosa di cruciale, che la storia si stesse scrivendo da qualche parte lì vicino, e che io stessi solo leggendo le sue bozze. Desideravo disperatamente tornare a casa.
Modalità silenziosa
Sono tornato alla vita tra Dnipro e Poltava. Non è stata una scelta strategica né una sfida professionale. Poltava era più tranquilla, e qui mi sentivo a casa. I miei amici vivevano a Dnipro, e io semplicemente amavo quella città. Quell’amore si è rivelato più forte del mio istinto di autoconservazione.
La vicinanza ai territori occupati, la vista di persone in uniforme armate, la guerra sempre presente, era stato un ronzio di sfondo qui fin dal 2014. I cartelli stradali che indicavano Donetsk hanno catturato la mia attenzione e mi hanno riportato ai ricordi di una bambina di dieci anni: le lacrime di mia madre alle notizie che giungevano da Maidan (piazza dell’Indipendenza a Kiev, teatro nel 2014 di violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine NdT) il dolore negli occhi di mio padre, le conversazioni sull’occupazione della Crimea, di Donetsk e Luhansk.
Nonostante quei ricordi d’infanzia inquietanti, non avevo davvero sentito pericolo fino a quando non è scoppiata un’esplosione vicino al supermercato dove stavo facendo la spesa. Nel giro di un minuto ero in strada con la borsa in mano. Non c’era nessuna colonna di fumo o qualcosa di drammatico, ma uno strano odore di materiali da costruzione bruciati e il suono degli allarmi delle auto rendevano chiaro che qualcosa era stato colpito lì vicino.
Le persone intorno a me si bloccarono per un attimo e poi, come se fosse stato un segnale, iniziarono a disperdersi rapidamente. Quell’attacco, il suo suono e il suo odore, non mi hanno insegnato cosa significhi la guerra, ma per la prima volta mi hanno fatto sentire che la guerra esistesse oltre le notizie. Ho sentito che capire cosa stava succedendo intorno a me era diventato essenziale.
Un nuovo punto sulla mappa
La nostra generazione viene spesso criticata per essere poco comunicativa o demotivata. Ma è difficile orientarsi quando il mondo è limitato a pochi centimetri su uno schermo, quando persino la vita studentesca avviene in chiamate Zoom e pantaloni da pigiama. Eppure, non volevo perdere l’occasione di superare quei limiti.
All’epoca studiavo all’Accademia di Cultura di Kharkiv e visitavo la città occasionalmente. Un giorno, nel tentativo di aiutarci a connetterci con il mondo esterno, i nostri insegnanti invitarono un giornalista locale a parlare con noi. Ho iniziato una conversazione con lui e gli ho detto che la creatività in Ucraina non mi sembrava significativa in quel momento, che non riuscivo a trovare il mio posto lì, che la guerra era tutto. Ha sorriso e mi ha dato i numeri di contatto di alcuni professionisti dei media che potevano guidarmi su dove iniziare nel giornalismo.
Diffidente, come la maggior parte della Generazione Z, ho passato qualche giorno a fissare nervosamente quei numeri prima di prendere finalmente la decisione. Dopo un colloquio, sono stato assunta da uno dei media di Kharkiv, dove ho realizzato il mio primo reportage fotografico.
Lutto con un sorriso luminoso
Alla fine del 2024, vivevo a Kharkiv, seguendo attacchi con droni, intervistando residenti e documentando visite di delegazioni straniere. Ricordo come si mettessero in posa “proprio nel modo giusto” per le foto sullo sfondo degli edifici distrutti nella Saltivka settentrionale di Khrakiv. Cercavano di non mostrare i loro sorrisi raffinati mentre parlavano davanti alla telecamera. Le loro parole di profonda preoccupazione riecheggiavano nella mia mente.
Ma è stato solo dopo un attacco notturno con droni, seduta tra le macerie del mio primo appartamento in affitto, che ho davvero realizzato quanto possa essere enorme il divario contestuale tra persone di diversi paesi, tra regioni vicine e persino tra il mio io attuale e chi ero una volta.
Per me, il giornalismo è un modo per colmare il divario tra fatti e vita. È un piccolo tentativo di riprendere il controllo in un mondo che è cambiato troppo in fretta. Trattando la guerra, sto semplicemente cercando di dare un senso alla realtà ed essere utile. È il mio modo di registrare un’esperienza condivisa—per chi ha già visto le macerie delle proprie case, e per chi ancora vede il mondo solo attraverso uno schermo.
***
Ciao, sono Marharyta, l’autrice di questo articolo. Grazie per aver letto fino alla fine. Ogni giorno lavoriamo in luoghi pericolosi, a rischio della vita, e raccontiamo ciò che vediamo dalle linee del fronte e dalle aree circostanti per documentare la realtà della guerra russo-ucraina. Per proteggere la vita dei nostri compagni, Frontliner, in collaborazione con UA First Aid, sta raccogliendo fondi per 30 kit di pronto soccorso per il nostro team. Unisciti alla community di Frontliner così potremo continuare a raccontare storie importanti dal fronte.
***

Focalizzata sulla vita nelle regioni di prima linea e sulle questioni sociali, partecipa a mostre fotografiche internazionali e ucraine.




Autoritratto in un appartamento dopo un attacco notturno alla città di Kharkiv, Ucraina, 1 marzo 2025. Foto di Marharyta Fal.








