Il gran numero di donne (e di uomini) che ha riempito l’aula consiliare del Comune di Catania nel pomeriggio di lunedì 23 febbraio dimostra che il tema è molto sentito. Hanno partecipato movimenti femministi e transfemministi, associazioni, forze politiche, forze sindacali, aderendo ad una mobilitazione unitaria pur nelle differenze che permangono.
A fare gli onori di casa la consigliera del M5S Gianina Ciancio, che aveva richiesto l’aula. Assenti le altre e gli altri consiglieri, ad eccezione di Graziano Bonaccorsi e Maurizio Caserta. Assenti anche le assessore e gli assessori, e il sindaco, espressamente invitati a partecipare ad un momento di confronto su un tema estremamente delicato che riguarda tutte e tutti, anche nella nostra città.
Moderatrice dell’incontro è stata Anna Agosta, presidente del Centro Antiviolenza Thamaia, principale promotore delle manifestazioni e delle attività di protesta cittadine.
“Senza consenso è stupro”, un consenso che deve essere attuale (non dedotto da comportamenti passati) e libero, chiaro e sempre revocabile, espressione di una volontà consapevole: questo il principio che, secondo un accordo bipartisan, doveva essere inserito nell’articolo 609 bis del codice penale riguardante la violenza sessuale.
L’emendamento proposto da Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia del Senato, sostituisce al principio del consenso quello della volontà contraria, del dissenso che deve essere manifestato dalla vittima. Un modo per spostare nuovamente su quest’ultima l’onere della prova, per concentrare l’attenzione sulla condotta di chi ha subito il reato anziché sulla responsabilità dell’autore della violenza.
Si tornerebbe indietro non solo rispetto ai progressi fatti sul piano culturale ma anche rispetto a molte delle sentenze della Cassazione degli ultimi 30 anni, che hanno riconosciuto come l’inerzia della vittima non possa essere interpretata come consenso, soprattutto nelle situazioni di paura o shock che impediscono alla persona aggredita di opporsi attivamente.
Nel corso dell’assemblea è stato ripercorso il travagliato iter che ha portato, nel 1996, a collocare la violenza sessuale tra i delitti contro la persona e non più contro la morale. Sono state raccontate esperienze di processi per stupro e descritte le forme di assistenza offerte alle donne dai centri antiviolenza (oltre a Thamaia, il consultorio autogestito Mi cuerpo es mio).
Si è parlato della violenza istituzionale che si subisce nei tribunali e negli ospedali e di quella esercitata sui luoghi di lavoro, ma anche del peso che viene scaricato sulle donne nella cura dei figli e degli anziani, soprattutto oggi in un frangente in cui le politiche belliciste e il riarmo sottraggono risorse allo stato sociale.
E’ stata ribadita anche la centralità dell’educazione sessuo-affettiva e sollecitato il sostegno ai centri antiviolenza e ai consultori, luoghi di ascolto e di presa di coscienza da parte delle donne.
La complessità delle situazioni in cui si verifica la violenza sessuale, spesso agita tra le mura domestiche, emerge soprattutto quando le donne sono in condizioni di particolare vulnerabilità.
E’ il caso delle donne con disabilità, di cui si è fatta portavoce – in assemblea – Simonetta Cormaci dell’UICI (Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti).
Cormaci ha ricordato che le donne con disabilità sono esposte al rischio di subire violenza tre volte in più delle donne senza disabilità e che spesso esse “vivono in contesti di maggiore fragilità relazionale, assistenziale o sociale, che influiscono sulla loro capacità di reagire, opporsi o denunciare tempestivamente, una capacità fortemente limitata da paure, condizionamenti, difficoltà comunicative, dipendenze assistenziali o timore di ritorsioni”.
Ha, inoltre, fatto presente che – nell’emendamento presentato dalla senatrice Bongiorno – viene abbandonato il riferimento all’abuso nei confronti delle persone in condizioni di particolare vulnerabilità. Questo significa che vengono ignorate le persone più fragili, tra cui le donne con disabilità che, sulla base di quanto previsto dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e dalla Convenzione di Istanbul, dovrebbero ricevere una considerazione specifica.
Ed insieme alle donne con disabilità vengono ignorate altre donne in situazione di particolare fragilità, le donne straniere e quelle senza fissa dimora, le donne trans e quelle che fanno uso di sostanze. Tutte quelle che per difficoltà fisiche, comunicative, relazionali, culturali, ma anche per stigma sociale, sono maggiormente esposte a rischio di abuso. Ed hanno inoltre, a causa di questi condizionamenti, maggiori difficoltà a far valere i propri diritti nelle aule dei tribunali.
La mobilitazione per bloccare l’approvazione dell’emendamento Bongiorno continua. Prossimi appuntamenti: 28 febbraio, manifestazione nazionale a Roma, 3 marzo, ore 11.30, assemblea nell’aula magna della Corte d’Appello, Palazzo di Giustizia, Catania.










