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«Quel piccoletto, con zaino e bicicletta»: così lo rappresenta il primo libro raccolto su Nanni Salio (1943-2016), il quale aveva come motto gandhiano personale «Vivere semplicemente perché altri possano semplicemente vivere».

Laureato e ricercatore di fisica, ha dedicato tutta la sua ricerca all’ambiente naturale, alla pace, alla nonviolenza politica ed economica, alla spiritualità ed educazione unitaria di questi profili della condizione umana, nella drammatica attualità del mondo. Ha fondato e sviluppato, dagli anni ’80, il Centro Studi Sereno Regis, laboratorio torinese di ricerca, educazione e azione di pace, inserito nella rete internazionale di studi e di azione nonviolenta.

Nei giorni 6 e 7 febbraio, nel Sereno Regis, a dieci anni dalla invisibile «compresenza» (il termine è di Aldo Capitini) di Nanni, abbiamo riascoltato e sviluppato i suoi stimoli, intuizioni, ricerche, semi da coltivare, da fare crescere.

La nonviolenza come passione feconda

Vorrei solo, in quanto singolo beneficiario, ringraziare tutti i presenti, tutti i contributi. Giuliano Pontara, maestro in questo cammino, ha mandato un sostanzioso saluto, che sarà pubblicato. Le analisi della situazione mondiale non ci lasciano tranquilli. Il pessimismo pessimizza. L’ottimismo ignaro illude e inganna. Come è analizzata dagli esperti osservatori, la situazione attuale dell’umanità nel mondo sembra rappresentata dalla paurosa immagine della frana di Niscemi, su cui pencolano le case finora abitate.

Il compito è cercare e ritrovare, nel fermento di vita che è l’ umanità, la volontà e le azioni per salvare la terra con cui viviamo, e dunque  tutti noi insieme. Insieme: è questa la condizione per riuscire. Purché  l’umanità non rinunci a se stessa nella folle volontà di potenza che la lacera.

Nanni Salio ha vissuto una passione feconda, e in essa ci ha convocati, sulla via dei maggiori maestri. Passione è patire, ed è agire. Cioè assumere la coscienza dolorosa, non distratta, del pericolo, della distruttività, e reagire vitalmente. Prendere su di sé, cioè affrontare e sopportare (sub-portare) il male violento, anche nostro, per spegnerlo nell’azione nonviolenta costruttiva, sia nel pensiero sia nella politica.

La passione vissuta è feconda, verso una custodia e difesa della vita, una linea di soluzione dei nodi che la soffocano, verso una salvezza dinamica per la crescita in umanizzazione, che chiamiamo pace. La vita così orientata è l’uscita dal buio disorientamento attuale dell’umanità, tra la potenza che sfugge al controllo, che si ritorce sulle condizioni di vita, sul tempo senza prospettive vitali.

Biofilia e “con-sapere”: una bussola contro la follia della potenza

La guerra è uccidere vite umane, e distruggere le condizioni più elementari di vita. La guerra non difende dalla guerra, ma la riproduce, la subisce e la conferma come legge disperata. La pace non è una condizione facile e una virtù pigra. La pace è riconoscere sé nell’altro, è l’ascolto reciproco tra le civiltà, ognuna bisognosa dell’altra, e imparare che questo riconoscimento è condizione della salvezza di ognuno. In questo ordine di idee Nanni Salio ha lavorato, spendendo la sua vita, e ha raccolto una comunità di ricerca e azione, di auto-educazione, evocando i maggiori maestri, nel filone della sapienza gandhiana. Raccolgo qualche spunto dal convegno.

Impegnare la fisica su queste dimensioni di sopravvivenza e qualità umana, è stato il suo lavoro: dalla questione nucleare alle condizioni della pace, sia negativa sia positiva. L’opera è salvare i corpi umani dalla morte artificiale offensiva, e salvare l’ambiente naturale come condizione partecipe della nostra vita. L’ecologia tocca la scienza come l’etica: si tratta di pensare le cose e l’io umano verso e con le cose. Facciamo la critica della scienza per una scienza critica. La scienza non è neutrale. Nanni suggeriva un con-sapere. Se l’inferno è «io mangio te e tu mangi me», il paradiso è «io ti mangio e tu mi mangi», vita in comunione. Una ecologia affettiva introduce alla biofilia, all’“amore per la vita”, che è nome anche della nonviolenza attiva (parola di due negazioni per afferma l’intero). Fino ai “cittadini non umani” della nostra unica terra, isola di vita nello spazio.

Pretesa di verità, conoscenza tutta oggettiva, può arrivare ad uccidere per conoscere. La fiducia, invece, incontra la realtà con emozione e affettività.

Si tratta oggi di educarci alla pace in tempi di guerra. Saper vedere e amare, oltre il buio della guerra, la pace-vita. Vedendo che la guerra è l’odio della vita-tua (del nemico disconosciuto), sentire il profondo disgusto e ripudio della violenza, negatrice della vita.

La ricerca e l’opera costruttiva paziente è il lavoro fino, artigianale e sapiente, per la «soluzione nonviolenta dei conflitti», medicina accurata per salvare la ricchezza delle differenze, che sono bellezza e varietà della varietà, se si riconoscono e si fecondano a vicenda, senza appiattirsi o divorarsi.

Ci sono i «danni della guerra», che bruciano ogni giorno i nostri occhi e vorrebbero assuefarci, e ci sono i danni «in nome della guerra»: l’economia militare, gli armamenti che chiedono la guerra per incrementarsi.

La guerra uccide vite, e uccide il patto di vita tra le vite: la nostra Costituzione, il suo art. 11, stiracchiato fino a fargli dire il contrario. Cosa vuol dire «Repubblica fondata sul lavoro»? Non vuol dire qualunque lavoro, che arricchisce il capitale, prepara la morte da scaricare sui popoli, e alimenta l’operaio senza altre risorse a mangiare pane avvelenato, col tradire le vittime designate, sue pari. «Fondata sul lavoro» vuol dire fondata sulla attività umana per l’umanità, sulla creatività di vita e non di negazione, sulla libertà e dignità di chi impiega la sua energia umana nell’ansia del meglio umano. Non è lavoro fondato sulla schiavitù e la morte, né del lavoratore né di altri. La nostra Repubblica (più che nazione separata, più che patria identitaria suprematista) è, anche nella fatica del lavoro, condivisione di vita con le altre vite, comunicante e non alternativa, produttiva e non dominante. La Repubblica italiana è umanistica in senso universale, e questo ha imparato dalla tragedia colpevole della guerra, da cui si è riscattata con la Resistenza, che non fu soltanto armata, non fu soltanto guerra, ma risveglio civile, creativo.

La bici di Nanni

Oggi, nell’era del capitalismo super-armato, del governo dei miliardari, delle tecniche insidiose e manipolatrici, irreversibili, la ricerca per la pace è impegnata a fondo. Da Nanni Salio, tra l’altro, apprendiamo (per dirlo in sintesi) queste lezioni: 1) la scienza della complessità, non un facile vero/falso; 2) l’etica dell’errore, dell’incertezza e della reversibilità; 3) il decentramento, la distribuzione delle tecnologie del dominio accentrato nelle big tech, con miliardi di connessioni che possono produrre voluta disinformazione, strumento della volontà imperiale, con bersaglio principale gli adolescenti da conformizzare.

Il pericolo è grande. Ho sintetizzato qui alcuni pochi spunti presentati nel convegno, come ho potuto coglierli. L’immagine del mondo naturale-umano come la frana di Niscemi potrebbe paralizzarci. Ma alla realtà non si dà ragione, se si ha una ragione più profonda, se il cuore è oppresso dalla realtà. La ricerca guarda alle «tecnologie conviviali», alla «bicicletta digitale» (come la bici di Nanni).

E la pace, l’incontro di vite vive, è saper guardare il bene più del male, la vita condivisa e sveglia, più che la vita-armata-anti-vita. Lavoriamo e pensiamo per evitare la frana, per vedere la via. Chi vive sa che è possibile.

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