Nel suo ultimo lavoro, Crimini ecologici e impunità. La tragica storia economica, sociale e politica italiana, Salvatore Palidda ricostruisce con rigore e radicalità una verità sistematicamente rimossa: in Italia i cosiddetti “disastri naturali” sono, nella stragrande maggioranza dei casi, il prodotto di scelte politiche, economiche e industriali precise, e dunque veri e propri crimini contro l’umanità, rimasti perlopiù impuniti.
Il libro si colloca nel solco della criminologia critica e della sociologia storica, ma va ben oltre l’analisi accademica. È un atto d’accusa documentato contro lo Stato, le classi dominanti e quel modello di sviluppo capitalistico che, dal secondo dopoguerra a oggi, ha devastato territori, corpi e vite in nome del “progresso”. Palidda ribalta la narrazione dominante che separa fatalità e responsabilità, mostrando come frane, alluvioni, terremoti, contaminazioni tossiche e disastri industriali siano l’esito prevedibile di assenza di prevenzione, deregulation, subordinazione delle istituzioni agli interessi del padronato e repressione del conflitto sociale.
Dal Vajont a Seveso, dall’Irpinia all’Aquila, dalla Terra dei Fuochi ai grandi poli petrolchimici e siderurgici, il testo offre una lunga e impressionante genealogia di stragi annunciate. In tutti questi casi, la costante non è solo l’evento distruttivo, ma ciò che segue: l’impunità dei responsabili, la rimozione delle cause strutturali, la gestione emergenziale come strumento di governo e la criminalizzazione delle vittime e di chi si ribella. L’“emergenza” diventa così un dispositivo politico permanente che consente di sospendere diritti, aggirare controlli, distribuire appalti senza trasparenza e aprire nuove occasioni di speculazione, oggi spesso mascherate dal linguaggio del greenwashing.
Un nodo centrale dell’analisi riguarda il ruolo della repressione. Palidda mostra come l’apparato securitario italiano – sovradimensionato quando si tratta di controllare poveri, migranti e movimenti, ma strutturalmente inerte di fronte ai crimini dei potenti – abbia agito spesso contro chi denunciava nocività, condizioni di lavoro letali e devastazioni ambientali. Magistrati, tecnici, medici, attivisti e persino agenti di polizia che hanno provato a rompere il muro dell’omertà istituzionale sono stati isolati, delegittimati o perseguitati, mentre i responsabili delle stragi hanno beneficiato di prescrizioni, assoluzioni e amnistie di fatto.
Crimini ecologici e impunità non è dunque solo un libro di storia ambientale, ma una chiave di lettura del presente. Nell’epoca dell’Antropocene – o più correttamente, come suggerisce Palidda, del Capitalocene – la distruzione dell’ecosistema e la produzione sistematica di morte non sono effetti collaterali, ma elementi strutturali di un ordine economico fondato sullo sfruttamento illimitato dei territori e delle vite. La rimozione di questa verità è funzionale al mantenimento dello status quo e alla neutralizzazione di ogni conflitto.
In questo senso, il libro parla direttamente alle lotte che oggi attraversano il paese: dai movimenti No Tav e No Triv, ai comitati contro le grandi opere inutili e dannose, fino alle mobilitazioni territoriali contro discariche, inceneritori, cementificazione, impianti industriali nocivi e nuove infrastrutture imposte dall’alto. Quelle che il potere continua a definire come opposizioni ideologiche, ostacoli allo sviluppo o addirittura minacce all’ordine pubblico, emergono invece come forme di autodifesa collettiva contro un modello di sviluppo strutturalmente criminale. Non è un caso che chi difende i territori sia sistematicamente sorvegliato, denunciato e represso, mentre i responsabili delle devastazioni ambientali restano protetti e impuniti.
Pubblicato nei Quaderni dell’Osservatorio sulla Repressione, questo libro è uno strumento politico prezioso: restituisce memoria alle vittime, smonta la retorica della fatalità e chiama le cose con il loro nome. Non disastri, ma crimini. Non emergenze, ma un sistema. Non ordine pubblico, ma rapporti di potere da rovesciare.
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I crimini ecologici e la loro impunità sono un fatto politico totale che si riproduce da sempre, più precisamente da quando esiste lo Stato che dovrebbe proteggere innanzitutto la vita degli abitanti del suo territorio e questo soprattutto nello stato di diritto che si pretende democratico.
Invece lo Stato contemporaneo si dota di ingenti se non giganteschi apparati militari e delle polizie che quasi mai si preoccupano della protezione della popolazione perché sono forgiati per proteggere il potere e i dominanti nazionali e locali e la loro impunità. Ne consegue che le agenzie di prevenzione e controllo (ispettorati del lavoro e ispettorati della sanità pubblica ecc.) sono ridotti a forze risibili e incapaci di far fronte all’opera che dovrebbero assolvere. Il risultato è la riproduzione delle insicurezze ignorate, cioè dei crimini ecologici e la loro impunità, un fatto politico totale ignorato non solo dalle autorità politiche e amministrative ma da quasi tutti i ricercatori in scienze politiche e sociali. Persino i tanti ecologisti e pacifisti che sono emersi negli ultimi 20 anni non hanno ancora imparato a decostruire la realtà a cominciare dalle statistiche ufficiali sulle cause della mortalità ignorando che la maggioranza di questa è dovuta a crimini ecologici (a cominciare dall’inquinamento atmosferico, delle acque, dei terreni, quindi degli alimenti e un po’ di tutto persino negli asili nido -ma le statistiche ufficiali classificano le morti per malattie cardiovascolari come non per cancro, mentre è noto che sono quasi sempre dovute all’inquinamento atmosferico e altre contaminazioni tossiche).
L’ignoranza dei crimini ecologici e della loro perpetua impunità quale fatto politico totale insito nel processo di formazione e sviluppo dello Stato contemporaneo (da intendere come organizzazione politica della società) è stata ed è sempre pervasiva innanzitutto perché legittimata dall’ideologia dominante del progresso, della crescita economica e della produttività a ogni costo, come un valore ontologico, quindi indiscutibile per il bene del futuro dell’umanità. I morti per questo progresso sono sempre stati considerati il sacrificio necessario e quindi il prezzo indispensabile per il compimento della democrazia, così come furono i morti nelle guerre.
Dopo oltre trent’anni di ricerche sul governo della sicurezza e l’operato delle forze militari e delle polizie la constatazione di tutto ciò mi ha spinto alla ricerca sui crimini ecologici in Italia soprattutto dal 1945 in poi. Perciò questo libro propone una recensione non del tutto esaustiva di questi crimini succedutisi impunemente, innanzitutto per assenza o sabotaggio della prevenzione.
In questa recensione cito i tanti disastri che hanno provocato e provocano ancora morte: i disastri del petrolchimico in particolare in Sicilia e in Sardegna ma anche accanto a Venezia, quello dell’amianto, quelli delle industrie del ferro e dell’acciaio, quello di Seveso, gli incidenti sul lavoro e le malattie professionali, le alluvioni, le frane e le colate di cemento, i disastri ferroviari, l’inquinamento nell’agricoltura, l’inquinamento dai siti militari, l’inquinamento del mare, quindi l’analisi critica delle statistiche sulle cause della mortalità, il fenomeno dell’eco-mafia, i cosiddetti siti di Interesse Nazionale (SIN), e la inquietante storia della protezione civile per poi finire con alcuni riferimenti all’ecologia politica.
Tutti questi crimini ecologici hanno provocato decine di migliaia di vittime, per questo penso che vanno considerati crimini contro l’umanità. E nel caso italiano, ancor più che in altri casi, si tratta spesso di stragi che si sommano alle stragi di stato ben note in particolare da quella di p.za Fontana sino a quelle di Bologna e altre, con l’attiva opera dei servizi segreti, delle polizie e della magistratura di destra sia nei depistaggi e indagini che infatti ne hanno assicurato quasi sempre l’impunità.
Il caso della tragedia del Vajont è fra i più emblematici poiché mostra la mostruosa unanime scelta delle autorità politiche e amministrative ma anche di tutti i media -da Montanelli persino sino a Giorgio Bocca, tranne la perseguitata eroica Tina Merlin poco sostenuta persino dal suo giornale (l’Unità) e dal PCI-. E mostra che anche i servizi segreti furono impegnati a sabotare le indagini. Non solo, infine vi si scopre quello che diventa abituale nella gestione pubblica e para-pubblica di questi crimini: la truffa ai danni dei famigliari delle vittime sino alla distrazione dei fondi del dopo strage a favore di speculatori e del nuovo trionfale boom economico del Triveneto che non cancella neanche la continua emigrazione della zona colpita e favorisce il boom delle economie sommerse (feudo delle destre paladine dell’evasione fiscale e del supersfruttamento di lavoratori immigrati e italiani -anche questo un fatto ignorato dai diversi che hanno scritto sul Vajont).
Non va dimenticato che in occasione dello tsunami del 1908 fra Messina e Reggio Calabria l’allora capo del governo, il liberale Giolitti, alle prime notizie, rifiutò di inviare aiuti dicendo che sicuramente erano inattendibili perché le solite esagerazioni di meridionali e quando dopo due giorni mandò l’esercito fu innanzitutto per perseguitare i sopravvissuti che si aggiravano fra le macerie alla ricerca dei morti e delle loro cose, additandoli come sciacalli. Come racconta Pietro Saitta nel suo libro su questa tragedia, i terremotati di quel maremoto sono rimasti nelle baracche per oltre cent’anni e in parte lo stesso è accaduto alle vittime di altri terremoti (dal Belice ad Amatrice).
Fra altri casi, resta sconcertante la gestione del terremoto dell’Irpinia, dove si sperimentò l’istituzione dello “stato d’eccezione” in nome dell’emergenza, per favorire così la man bassa dei dominanti e speculatori locali con la connivenza di autorità nazionali (ma l’Avellino conquistò lo scudetto!!!).
Come suggerisce anche il dott. Genchi (durante la presentazione avvenuta al Laboratorio A. Ballarò di Palermo il 15 gennaio scorso, ndR), è stupefacente osservare che, difronte a tutte le cosiddette emergenze dovute ai suddetti disastri, in Italia si è avuta una proliferazione di commissariamenti che non solo sono spesso iper-costosi, ma in diversi casi corrotti, cioè conniventi con chi si arricchisce con in fondi destinati agli aiuti alle vittime e alle zone colpite da tali eventi.
Proprio grazie alle scelte scellerate delle destre e dell’ex-sinistra il 35% del PIL italiano è dovuto alle economie sommerse (stima Eurispes) che non solo si nutrono del supersfruttamento del lavoro nero e delle neoschiavitù di immigrati e italiani, ma riproducono evasione fiscale e contaminazioni tossiche.
E come suggerisce anche la Dott.ssa Giannì, negli ultimi anni la stessa Unione europea non fa che cancellare le norme che in parte servivano alla protezione dell’ambiente autorizzando l’uso e di fatto l’abuso dei veleni nell’agricoltura come in tanti cicli produttivi ossia il rilancio della produzione di contaminazioni tossiche.
Non è casuale che questo avvenga in concomitanza con la guerra in Ucraina palesemente scatenata dal despota Putin e sostenuta dagli Stati Uniti e da un’Unione europea asservita alla lobby militare. L’attuale congiuntura si configura come l’esasperazione delle guerre permanenti e persino dei genocidi (a cominciare da quello dei palestinesi).
Di fatto questo è il paradigma dell’aumento dei profitti delle lobby militari e delle polizie che si intrecciano con gli interessi delle speculazioni finanziarie e delle lobby delle nuove tecnologie.
E come sempre, le guerre generano ulteriori devastazioni e contaminazioni tossiche di cui ancora si valuta poco la portata.
Ecco perché i crimini ecologici sono crimini contro l’umanità al pari dei genocidi.
La resistenza contro le guerre non deve dimenticare quella contro i crimini ecologici.
Mi fermo qui invitandovi a leggere il libro i cui ricavi delle vendite -purtroppo esigui- non vanno a me ma all’Osservatorio Repressione che cerca di aiutare le vittime di stragi e crimini e a Multimage che ha il merito di pubblicare questo tipo di libri.
per acquisto copie: https://www.multimage.org/libri/crimini-ecologici-e-impunita
oppure richiedi una copia inviando una mail a: info@osservatoriorepressione.info











