Riprendiamo dal sito di ARGO – Cento occhi su Catania
La frana di Niscemi ed i gravi danni che l’uragano Harry ha prodotto sulle coste orientali di Sicilia, Calabria e Sardegna, non sono certo immaginari. Essi sono, tuttavia, anche espressione metaforica della frana che coinvolge politica e istituzioni, incapaci di adottare strategie di prevenzione dei danni idrogeologici che coinvolgono gran parte dell’Italia. Sono danni strutturali, che toccano da vicino le popolazioni colpite, le loro case, il loro futuro e che hanno – per lo Stato e la finanza pubblica – costi altissimi, non ancora precisati ma sicuramente di gran lunga superiori al costo degli interventi di prevenzione mai realizzati.
Sulla prevenzione, infatti, si continua a fare ben poco. Si continua ad intervenire – sempre che si intervenga – quando il danno è fatto. E parliamo di danni sempre più frequenti, con l’intervallo tra i cataclismi climatici che si riduce sempre più, come dimostra il fatto che, in Sicilia, in questi due decenni del nuovo secolo, se ne sono già registrati almeno un paio (Zeo nel 2005 e Apollo nel 2021).
Un interessante articolo “Patrimonio culturale e disastri ambientali: quali strumenti per la prevenzione?” pubblicato in questi giorni su Micro Mega, a firma di Eliana Fischer e Carmelo Nigrelli, mette in evidenza un aspetto particolare, quello dei danni che coinvolgono il patrimonio culturale e archeologico, che è inamovibile.
Leggiamo, infatti, che in Sicilia, dopo il ciclone Harry, si è registrata la quasi scomparsa, nella costa ragusana, delle aree archeologiche di Caucana [in foto], un abitato di età tardoantica e bizantina, quasi un unicum per quel periodo, e di Kamarina dove si erano insediati coloni siracusani 600 anni prima di Cristo.
Non solo. Non sappiamo ancora nulla di aree archeologiche come quella della penisola Magnisi, dove si era sviluppata una delle più importanti culture dell’età del bronzo, quella di Thapsos. E, se abbiamo notizia di danni a siti archeologici della Sardegna, nulla sappiamo dei danni al patrimonio della Calabria, osservano gli autori.
E’ chiaro, comunque, che i danni determinati da gravi eventi climatici non risparmiano il patrimonio culturale, archeologico e artistico, che non sempre è possibile spostare, come – invece – avvenne per alcuni manufatti artistici dopo l’esondazione dell’Arno a Firenze, nel 1966. Chi non ricorda gli “angeli del fango” che trasportavano a mano libri, dipinti e reperti fuori dagli Uffizi o dalla Chiesa di Santa Croce, all’interno della quale si trovavano il Cristo di Cimabue e l’Ultima Cena del Vasari, poi oggetto di difficile restauro?
Ma restauro e ricostruzione possono solo porre rimedio, limitatamente. L’integrità del nostro patrimonio è affidata piuttosto alla prevenzione che deve basarsi sulla conoscenza della situazione idrogeologica.
Nel 2018, Anno Europeo del Patrimonio culturale, è stato presentato a Bruxelles lo studio “Safeguarding Cultural Heritage from Natural and Man- Made Disasters”, dedicato al rischio del patrimonio culturale, che necessita di strategie di prevenzione comuni ai 28 paesi membri dell’Unione.
In Italia, come ricorda l’articolo di Fischer/Nigrelli, il ministero ha un potenziale strumento che se implementato e ristrutturato per integrarlo con gli strumenti ordinari di pianificazione diventerebbe molto utile nelle politiche di prevenzione, la Carta del Rischio.
Ad iniziare il percorso che condusse alla sua realizzazione fu Giovanni Urbani, funzionario dell’Istituto Centrale del Restauro, che tra il 1973 ed il 1983 elaborò un Piano Pilota per la conservazione dei beni culturali in Umbria, partendo dal presupposto che andavano considerati non separatamente, ma in stretto rapporto con l’ambiente naturale in cui sono inseriti, che deve essere anch’esso tutelato.
Come ricordano Fischer e Nigrelli, il contributo scientifico di Urbani fu ignorato ed egli, nel 1983, in aperta protesta contro un’amministrazione incapace di adottare le riforme indispensabili per un progresso scientifico e organizzato nel settore del restauro e della conservazione del patrimonio artistico e storico, rassegnò le sue dimissioni dall’Icr (Istituto centrale del restauro).
Quello che Urbani aveva seminato portò frutto negli anni successivi, quando cominciò ad essere elaborata la Carta del rischio, la cui idea guida consiste nell’individuare sistemi e procedimenti che consentano di programmare gli interventi di conservazione, prevenzione e restauro dei beni culturali, architettonici, archeologici e storico-artistici attraverso una banca-dati aggiornabile, gestita a livello centrale.
La Carta è oggi soprattutto un inventario, non uno strumento operativo, ma ha il merito di aver collegato in maniera indissolubile il bene al suo contesto geografico.
Essa ha funzionato, inoltre, come punto di partenza per un nuovo strumento, l’Atlante del rischio del Patrimonio territoriale e urbano, nel cui sviluppo è coinvolto anche il Dicar dell’Università di Catania, in grado d’interagire e integrarsi con gli altri strumenti di pianificazione e di facilitare i titolari della tutela e protezione del patrimonio nella scelta delle priorità.
E’ cambiato, in conclusione, il modello stesso di intervento. Non basta, infatti, tutelare l’oggetto architettonico nella sua singolarità. Come scrivono gli autori, il cambiamento climatico non risparmia un immobile anche se storico, imbellettato e restaurato.










