In un suo post Gianfranco Moraci, pone in maniera molto precisa, come spesso fa, la questione della rappresentanza politica del movimento No Ponte. Si domanda, infatti, come sia possibile che quella grande partecipazione (così duratura nel tempo, possiamo aggiungere) non abbia una traduzione politica.
Oggi possiamo dire che questa stessa domanda possa essere posta, in generale, alla sequenza di eventi di mobilitazione definibile in: movimento per la Palestina, vittoria del no al referendum sulla giustizia, difesa di Askatasuna e movimento No Kings.
Non ho, naturalmente, la risposta a queste domande, ma penso che una questione possa essere detta in maniera chiara. L’ha espressa con parole semplici Manuel Agnelli alcuni giorni fa in una intervista di Piazzapulita. Questi movimenti parlano a nulla. Non c’è, cioè, nessuno che possa essere in grado di raccoglierli.
Le liturgie dei partiti della sinistra, cioé, sono tali per cui è impossibile che possano diventare strumento delle istanze di questi movimenti sociali.
Per restare a Messina, ad esempio, pensiamo davvero che l’evanescenza dei partiti del centrosinistra e le loro patetiche pratiche di mediazione potrebbero mai rappresentare un movimento che si esprime da 25 anni e che nella volta in cui va in piazza nella maniera più disorganizzata “porta” il doppio delle persone che c’erano nella piazza Sì ponte?
La domanda non è, dunque, del perché intorno ad Antonella Russo non vi sia questa componente, ma perché questa esperienza non sia essa al centro di una proposta cui le soggettività politiche si disponessero a sostegno.
Sarebbe stata questa l’unica possibilità per una prospettiva competitiva. Con Renato Accorinti abbiamo vinto così, diciamocelo. Mettendo la società al centro e i partiti ai lati.
Oggi il centrosinistra può solo agitarlo il No Ponte e prenderà anche un po’ di voti per questo, ma sarà un utilizzo a uso e consumo delle elezioni. Tra l’altro, anche in mancanza d’altro, vista l’assenza di un percorso politico complessivo maturato nel tempo.
Tutto questo lo dico senza alcun compiacimento, ma, anzi, registrando i limiti stessi delle esperienze di movimento che fanno ancora fatica a dare uno sbocco politico alla enorme mole di lavoro che producono quotidianamente. È, quindi, più un’autocritica che una critica a qualcuno.











