Giovedì 19 marzo all’Istituto di Formazione Politica “Pedro Arrupe” di Palermo  sarà presentato il libro di Nino Sammartano Paternità.  Dai padri biblici Abramo, Zaccaria e Giuseppe un promemoria per i padri di oggi, La Medusa Editrice. Riprendiamo dalla quarta di copertina

Nino Sammartano è nato nel 1952 a Marsala, dove vive dopo aver lavorato come docente di materie letterarie al Liceo Classico. Impegnato come Salesiano Cooperatore nella formazione dei giovani e delle famiglie, nonché nel volontariato sociale, ha scritto interessanti saggi pedagogico-spirituali.

In quest’ultima opera l’autore prende in considerazione tre figure della paternità, di cui si racconta nelle Sacre Scritture:  Abramo,  Zaccaria e Giuseppe. Tre esperienze affini per diversi aspetti, ma soprattutto per determinazione di uniformarsi al volere di Dio, grazie alla quale essi fanno proprio un modo di essere padri che li preserva dalla tentazione della possessività.

Come si legge nell’Introduzione, «attraverso un percorso di crescita interiore, che non ignora dunque momenti anche faticosi, i tre padri biblici maturano un modo casto di amare ciascuno il proprio figlio». È una testimonianza significativa, anche al di fuori di un orizzonte di fede, per i padri di oggi, in un tempo caratterizzato culturalmente dalla “evaporazione”, come ama dire Recalcati, della figura paterna.

Così scrive l’Autore nella Premessa

Tante sono le figure di padri che si incontrano nelle pagine della Bibbia, con vicende segnate ora dalla sofferenza o da lacerazioni relazionali ora da esperienze positive e gratificanti. A tre figure, in particolare, voglio dedicare la mia attenzione in questo libro: tre figure che sono accomunate anzitutto dalla condizione di una paternità inattesa, dall’essere diventate padri inaspettatamente, fuori da ogni prevedibile prospettiva. Si tratta del patriarca Abramo, diventato padre di Isacco (il figlio della promessa) in tarda età, quando la moglie Sara non era più nella condizione biologica di poter concepire e generare; del sacerdote Zaccaria, marito di Elisabetta, che con lei concepisce il figlio Giovanni, nonostante la risaputa sterilità della moglie; di Giuseppe, lo sposo di Maria, chiamato da Dio a diventare padre putativo di Gesù, di un figlio di cui egli non è il padre biologico.

Tre paternità distanti nel tempo (la prima risalente agli inizi della storia della Salvezza, la seconda e la terza, tra loro coeve, risalenti invece agli inizi della storia e della Redenzione), tre esperienze dell’essere padre naturalmente diverse l’una dall’altra ma accomunate, oltre che dal carattere “miracoloso” dei tre concepimenti, anche dal maturare di un amore paterno conforme al volere di Dio, di un amore paterno sostanzialmente casto, libero cioè dalla tentazione della possessività nei confronti del figlio.

Ho detto “maturare” perché Abramo, Zaccaria e Giuseppe, nonostante la loro fede, nonostante la loro disponibilità a fare la volontà di Dio, hanno dovuto purificare la loro capacità di amore paterno, non se la sono ritrovata dentro già pienamente sviluppata, già matura.
E questo non ci può sorprendere, se consideriamo che la Bibbia ci racconta storie di salvezza, non storie di perfezione: storie in cui la salvezza si fa strada attraverso le vie tortuose della fallibilità umana, attraverso le cadute, le fragilità e le imperfezioni degli uomini, disposti però ad aprirsi all’amore e alla volontà di Dio e ad accogliere la sua Grazia.

Non possiamo ignorare, infatti, la presenza di «una realtà amara – come leggiamo in Amoris laetitia n. 19 – che segna tutte le Sacre Scritture. È la presenza del dolore, del male, della violenza che lacerano la vita della famiglia e la sua intima comunione di vita e di amore».
Attraverso un percorso di crescita interiore, che non ignora, dunque, momenti anche faticosi, i tre padri biblici maturano un modo casto di amare ciascuno il proprio figlio.

Questa dimensione di castità dell’amore paterno merita di essere riconsiderata anche oggi, in un tempo culturalmente caratterizzato peraltro da un certo smarrimento dell’identità del padre, dalla evanescenza o “evaporazione”, come ama dire Recalcati, della figura paterna.Merita di essere riconsiderata sia perché essa è fondamentale per una sana e feconda paternità, sia perché non è scontata né è agevolata, come si potrebbe forse pensare, dall’alleggerirsi e dal rarefarsi della presenza paterna nella vita dei figli.

Ecco, allora, l’articolazione di questa ricerca e di questa riflessione: ripercorrere, con l’ausilio dei non molti nuclei narrativi pertinenti che troviamo nelle Scritture, l’esperienza di paternità dei tre personaggi biblici, con l’attenzione a cogliere il manifestarsi della loro adesione al volere di Dio e della dimensione di castità del loro amore paterno; quindi provare a collocare nell’oggi, nella cultura sociale odierna, il valore della castità dell’amore di padre, prospettando alcune esigenze da non trascurare e a cui dedicare anzi una attenta considerazione, come chiede anche il recente magistero ecclesiale.

Non ne viene fuori un saggio esaustivo sulla paternità (cosa che richiederebbe, naturalmente, prendere in considerazione tanti altri aspetti), ma un modesto contributo a ripensarne e a riproporne una componente sostanziale.