AL COBAS – SGC si unisce a tutti i tranvieri nel cordoglio per le vittime del tragico deragliamento del tram della linea 9 avvenuto venerdì 27 febbraio a Milano ed esprime la più sincera solidarietà ai feriti. Una vicenda che lascia cicatrici profonde, nella carne e nell’animo, anche in chi non era presente, ma vive ogni giorno quel lavoro, quella responsabilità, quella stessa fragilità.

Possiamo solo immaginare lo strazio dei familiari delle vittime e dei feriti, davanti ai quali ci inchiniamo, ma in questi giorni abbiamo sentito sulla nostra pelle un dolore che accomuna tutti i tranvieri milanesi: un dolore collettivo che diventa un’unica voce, un unico grido.

È il tempo del lutto e della riflessione, ma non del silenzio. Non possiamo tacere né limitarci ad attendere le indagini, che forse chiariranno le cause di questa tragedia. Perché questa tragedia non è una fatalità.

Possibile che una tecnologia sempre più sofisticata non sia riuscita a evitare il disastro? Quanta di questa tecnologia è davvero dedicata alla salute, alla sicurezza, alla serenità, alla lucidità di chi guida mezzi pesanti ogni giorno? E quanto pesano su tutti gli incidenti che ci coinvolgono le politiche della direzione ATM e della proprietà – il Comune di Milano – orientate unicamente ad aumentare velocità e produttività?

È noto che ATM è stata condannata, anche in appello, a risarcire alcuni conducenti per usura psico-fisica dovuta all’eccesso di straordinari. Meno noto è che la nostra battaglia contro il sovraccarico di lavoro e i suoi effetti sulla salute e sulla sicurezza è iniziata nel 2015, culminando in un incontro, mediato dall’allora Prefetto di Milano, Dott.ssa Lamorgese, con l’ex assessore alla mobilità Maran, che chiuse la riunione con un serafico: “Denunciateci”. Ecco il livello di ascolto che è peggiorato con la Giunta Sala, che da anni si rifiuta d’incontrarci.

Meno noto è anche che oggi è in discussione un accordo di secondo livello che punta a un ulteriore aumento dell’orario di lavoro giornaliero dei tranvieri.

Pochi sanno che una parte sempre più ampia del salario del tranviere è legata alla produttività: più lavori, meno penalizzazioni subisci. Un meccanismo che spinge a lavorare anche in condizioni psico-fisiche precarie. Il Premio di Risultato annuale, la premialità mensile e da ultimo quella legata alle Olimpiadi dipendono dalla massima produttività e dalla disponibilità a rinunciare alle ferie, ad ammalarsi, a infortunarsi, a usufruire dei permessi per l’assistenza ai familiari, anche disabili, previsti per legge.

Occorre rallentare. È vitale fermare questo progetto di peggioramento delle condizioni di lavoro di chi guida i mezzi pubblici. Serve un’inversione di tendenza netta. È auspicabile che anche Cgil, Cisl, Uil, Faisa, Ugl e Orsa abbandonino questa deriva filo-padronale e tornino a rivendicare ciò che davvero serve: riduzione dell’orario di lavoro, umanizzazione dei turni di servizio, condizioni dignitose. È necessario che lo stipendio torni a essere sicuro, non incerto e variabile. È imprescindibile che l’anticipo pensionistico previsto per i conducenti degli autobus valga anche per i colleghi che guidano tram, metrò e treni; in questo senso, è indispensabile che la direzione ATM dia un segnale immediato e rinunci a incentivare i conducenti a posticipare il pensionamento con mille euro al mese.

Milano accelera, si affida a sensori e automatismi che dovrebbero salvarci da tutto. È nella tragedia che ci ricordiamo che basta un corpo che cede, un istante di debolezza e la verità esplode: nessuna tecnologia può sostituire un cuore umano che fatica, sbaglia, soffre, vive.

La città dei grattacieli non è il nostro modello. Il progresso lo costruiscono i lavoratori che ogni giorno salgono su un tram con le loro fatiche e la loro dignità. Prima dei protocolli viene la cura. La tecnologia deve sostenere, non essere l’alibi per coprire la fatica di chi fa muovere Milano.

Ribadiremo tutto questo il 27 marzo con un nuovo sciopero.