Pubblichiamo di seguito la riflessione che la giurista Rosanna Pierleoni ha scritto per Pressenza Italia sul tema delle sottrazioni di figli in Italia. Un riflessione intrisa di umanesimo che fornisce un parere critico ed esplicativo da parte di una persona competente in materia.
Seguivo, come consulente su minori e famiglia, l’adozione di un bambino africano da parte di una facoltosa famiglia italiana senza figli. Avevano adibito per lui una cameretta stupenda piena di giochi, una bella tinta, molto spaziosa. Il bambino però aveva tanta paura la notte: lui era abituato a dormire su un giaciglio di fortuna accanto ai fratellini, scaldato dai loro corpi. Una bambina albanese abituata a lavorare sin dalla tenera età ebbe vissuti di vuoto incolmabili a vivere come i nostri bambini, de-responsabilizzata, come un peso per il proprio nucleo anziché un supporto.
Sono trascorsi tanti anni e tante riflessioni son state fatte. La pedagogia vera, non quella che si dà in pasto all’ideologia del momento e alle logiche partitiche o economiche, ha potuto toccare con mano il divario abissale tra un’idea astratta di giusto e la realtà.
La realtà ci racconta che i bambini, ancorché rimasti orfani e dunque senza alternative, dovrebbero essere inseriti in contesti familiari quanto più prossimi alle loro condizioni di partenza. Dunque una casa con meno spazi, ove la prossimità sia più forte, o una famiglia che porti avanti la piccola azienda di famiglia con la collaborazione di tutti potrebbero essere, a uno sguardo aperto e vigile, più adatte alla crescita dei bambini di cui vi ho parlato.
Quando mi occupavo di conflitti durante le separazioni era tipico vedere due modelli educativi cozzare tra loro: i bambini sono così destinati ad aderire ad uno dei due, avendo parti di sé scisse, oppure a sviluppare veri e priori deliri identitari. Ci sono bambini che recependo due modelli educativi molto rigidi si adattano a entrambi: dalla mamma sono ordinati, vegetariani, religiosi, dal papà mangiano a terra, consumano carne e sono atei (gli esempi sono inventati e si possono invertire).
Il sapere pedagogico ci insegna è meglio un cattivo accordo di una buona soluzione finale. Tra i due genitori non deve vincere il migliore ma deve vincere l’accordo educativo, un accordo anche fatto di falle e compromessi ma che sarà l’unico a dare pace, fiducia e sostanza al percorso di crescita del figlio.
Oggi, invece, nel nostro Paese si sta affermando una prassi che presenta dei tratti molto inquietanti: può accadere che lo Stato sottragga i bambini al proprio nucleo familiare per garantire loro una vita migliore. Di fatto, un gruppo di persone estraneo al suddetto nucleo familiare – i cosiddetti “esperti” o operatori dei servizi sociali – si arrogano il diritto di imporre la soluzione giusta a delle famiglie, scavalcando l’accordo educativo dei genitori, attraverso la violenza istituzionalizzata e un’inquietante operazione di rieducazione anche verso gli altri cittadini. Epurazione e rieducazione del diverso, attraverso metodi simil mafiosi: alla famiglia si dice “o cambi metodo educativo o ti rapiamo i figli”; a tutti gli altri cittadini si manda un messaggio sottotraccia: “vedi cosa potrebbe succederti se fai come loro?”.
Ecco spiegato il perché della mia presa di posizione netta sulle sottrazioni facili di minori; in tutte le mie vesti, come giurista, come scrittrice, come mamma e come cittadina io dico “no” a queste sottrazioni arbitrarie, senza muovere accuse particolari ai singoli operatori: se anche i bambini sottratti al proprio nucleo in casa famiglia incontrassero Mary Poppins in persona sarebbero distrutti per sempre, lontani dal loro nucleo familiare, dal contatto quotidiano con il proprio mondo, senza un padre e una madre, senza la possibilità di contribuire all’equilibrio familiare e di vivere la propria casa, nonché di fare una vita normale e libera, ancorché imperfetta, come tutti sulla terra.
Nei discorsi del mondo culturale di questi ultimi mesi colgo una falla troppo grande: strappare i bambini da una famiglia non significa mai avere quella stessa famiglia un poco migliorata (se mai ci fosse qualcosa da migliorare in queste famiglie!) ma spalancare un abisso di traumi, errori, mancanze irreparabili nella vita di queste persone.
Si può davvero immaginare il benessere di un bambino in modo astratto scindendo il suo destino da quello dei suoi familiari? Si può volere bene ad un bambino cancellando la sua storia, le sue origini, il volto dei suoi genitori di cui è frutto?
E poi… Quale famiglia, presa sotto la lente di ingrandimento, non avrebbe cose da sistemare, altre da migliorare, e altre da cancellare? Esistono un padre e una madre che insieme al pane e all’amore non lascino traumi? Esistono eredità scevre dal dolore e dalle mancanze? Siamo sicuri che se entrassimo nelle nostre case, la mia, la vostra che leggete, quella degli operatori, quella dei magistrati, non troveremmo cose da migliorare?
Ecco che qualsiasi decisione sul futuro di una famiglia e di un bambino dovrebbe essere presa rispettando il principio del bilanciamento di benefici e di danni che scaturiscono dalla permanenza nella casa familiare con i danni che discendono dalla sottrazione del minore dalla famiglia.
Ma di cosa accade dopo, importa davvero qualcosa a qualcuno? Pensiamo davvero che la storia finisca con i titoli di coda quando abbiamo appurato – anche fosse, e non è – che giustizia è stata fatta?
Molte persone preferiscono abbracciare una posizione di superficie; si convincono che volta avviato l’iter, i bambini entrino in un magico mondo fatato fatto di saperi pedagogici, di istruzione adeguata e di socialità. I fatti ci raccontano cose diverse: i ragazzi usciti da questa esperienza presentano gravi compromissioni della vita sociale, relazionale, intima e culturale; hanno dei buchi enormi che, quando va bene, creano problematiche psicologiche complesse e, quando va male, anche tendenze alla violenza contro se stessi o contro gli altri.
Io dico a queste persone, con il cuore in mano e con l’anima a brandelli: non fermiamoci a una visione ideale, guardiamo alla realtà concreta. La realtà è fatta di sfumature, ognuno di noi può dare e togliere molto agli altri. Ma se quando il genitore muore o abbandona non c’è altra strada e anzi l’adozione rappresenta la condizione ideale, almeno in potenza, quando invece i genitori sono vivi occorre fare di tutto per scongiurare l’allontanamento dei bambini dalla famiglia, con tutto il suo portato di storia, identità, conoscenza, appartenenza che nessuna casa famiglia potrà mai sostituire, anche a parità di adeguatezza delle persone coinvolte.
Distruggere nuclei che garantiscono cure, assistenza, educazione, solo perché il loro assetto educativo non rientra nell’orientamento dominante, è inquietante. E dove si collocano in tutto questo la tutela delle minoranze e il rispetto della diversità?
Io mi chiedo: dobbiamo ad ogni costo uscire dal recinto democratico e guardare in faccia fenomeni degni dei peggiori regimi dittatoriali o siamo ancora in tempo per trovare il bandolo della matassa, fare una veloce inversione a U e tornare nel recinto democratico?
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I figli: proprietà dello Stato o appartenenza alla propria famiglia?












