Per cercare di capire al meglio i fatti del 31 gennaio scorso a Torino è innanzitutto indispensabile osservare che il governo Meloni e il suo ministro dell’interno hanno agito lo sgombero brutale della sede dell’Askatasuna grazie all’assist del sindaco Lo Russo che ha scelto di assecondare l’obiettivo della criminalizzazione di questo centro sociale come atto esemplare per avviare la nuova fase del disegno neofascista. Senza questo tradimento del sindaco PD è probabile che tale azione avrebbe suscitato un’immediata reazione della maggioranza della città. Ma ecco che la destra PD, seguendo il noto orientamento reazionario dei Violante, Minniti ma anche Veltroni, Del Rio e altri, ha creduto di poter dimostrare di competere con il sicuritarismo reazionario del governo e con la criminalizzazione dei movimenti compresa quella dei Pro-Palestinesi, i NOTAV e in genere tutte le mobilitazioni contro le scelte di questo governo. La sicurezza di questa ex-sinistra, infatti, non si discosta gran che da quella reazionaria e inoltre reclama più polizia e la “chirurgia poliziesca” per la contrapposizione fra “sovversivi” e pacifici (una contrapposizione che ricorda quella fra “classi laboriose” e “classi pericolose” in voga già nel XIX secolo -vedi Chevalier et Foucault). Ed è emblematico che in questa concezione della sicurezza non ci sia menzione delle insicurezze ignorate di cui è vittima la maggioranza della popolazione (supersfruttamento violento dal caporalato grazie anche alla indifferenza o persino la complicità di buona parte delle polizie, morti sul lavoro e malattie oncologiche dovute a contaminazioni tossiche diffuse grazie alla “sacra” produttività a tutti i costi, secondo il credo liberista sposato anche dall’ex-sinistra).

Il sindaco Lo Russo rimprovera al ministro Piantedosi di non seguire il paradigma sicuritario dell’ex-sinistra e quindi ignora totalmente le brutalità e la effettiva devastazione che le polizie hanno realizzato durante lo sgombero del centro sociale e la militarizzazione totale del quartiere Vanchiglia sino all’obbligo per i residenti di esibire i documenti per l’accesso a tutta l’area istituita come zona rossa con grate alte 3 metri (vedi Osservatorio Repressione). E non a caso questo esimio sindaco ignora totalmente le molte brutalità delle polizie durante la manifestazione di fine gennaio. La complementarietà di fatto fra l’ex-sinistra e il governo neofascista permette al ministro Piantedosi di affermare che i violenti hanno potuto provocare “devastazione” grazie alla copertura dei pacifici.

Decine di frammenti di video hanno mostrato lo svolgimento della manifestazione del 31 gennaio (vedi la diretta Live Torino): l’assetto del dispositivo poliziesco era imponente e abbastanza diffuso da permettere a tanti operatori delle polizie di massacrare di botte manifestanti isolati, assolutamente pacifici e persino fotoreporter (fra altri vedi qui e qui ;  e soprattutto il Dossier: il vero volto del governo nella gestione dell’ordine). Almeno 45 i manifestanti feriti dalle polizie.

Ma a ben guardare la sequenza della diretta Live Torino si può osservare che di fatto le polizie “giocano il disordine”, usando migliaia di lanci di lacrimogeni spesso sparati ad altezza dei manifestanti, idranti, barriere ecc. Ma non attaccano il corteo né i cosiddetti militanti “antagonisti” o “radicalizzati” che a loro volta non attaccano mai le polizie e si limitano a scagliare qualche pietra o delle sedie di plastica, razzetti da fuochi d’artificio per poi allontanarsi dallo schieramento delle polizie.

E’ peraltro alquanto ridicolo parlare di black bloc; quelli conosciuti da Seattle e solo per neanche mezza giornata a Genova e dopo in Germania e altrove non esistono più (sono passati oltre 25 anni, sono ultra cinquantenni o sessantenni!). E va ricordato che – come scrisse l’allora PM Enrico Zucca – dopo i primi gradi di giudizio, i venticinque” imputati per essere condannati in maniera esemplare per i disordini al G8 di Genova, diventarono solo 10.

“Il nucleo centrale della ricostruzione accusatoria fu, infatti, ribaltato dalle sentenze, in cui si accerta che l’elemento catalizzatore dei più gravi disordini avvenuti è l’attacco indiscriminato da parte delle forze dell’ordine a un corteo pacifico e autorizzato. Viene addirittura riconosciuta per circa la metà degli imputati la discriminante della reazione all’atto arbitrario del pubblico ufficiale. Si tratta, dicono i giudici, di una rivolta giustificata” (E. Zucca, “Genova: 14 anni dopo il luglio 2001”, in Il Ponte del 4-5/2015, a cura di Livio Pepino).

I cosiddetti antagonisti di oggi sono solo dei militanti che cercano di resistere alle brutalità poliziesche ma nulla più. Invece, a ben guardare la sequenza della diretta Live Torino si vede che le polizie abbiano appunto giocato al disordine: non hanno attaccato i manifestanti come avrebbero potuto, hanno lasciato incendiare un furgone della PS, e spesso stavano a guardare tranne quando alcuni agenti si sono passati il piacere di bastonare a sangue qualche manifestante pacifico.

Il tanto sbandierato caso del poliziotto “massacrato a martellate” si è rivelato una bufala.

Come racconta Rita Rapisardi che era a qualche metro dal fatto: « le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli […] vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in tenuta antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero […] Uno dei poliziotti esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello). Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno».

Invece tutti i media di regime, imbeccati dal video mutilato postato dal ministro Crosetto, gridano “il poliziotto assaltato, circondato, preso a martellate”. Come è noto è seguita dopo la messa-in-scena della sig.ra Meloni che accorre al capezzale del poliziotto “massacrato” e del suo collega: una farsa tanto maldestra da suscitare l’ilarità pubblica: il collare sanitario non lo porta il poliziotto colpito ma l’altro, entrambi stanno sul lettino del pronto soccorso in divisa e con gli anfibi e poche ore dopo la visita della capa del governo sono dimessi e tornano a casa.

Fra le tante testimonianze eccone una che in parte spiega il “gioco del disordine” scelto dalle autorità di polizia:

«La polizia inspiegabilmente non aveva bloccato, o meglio sigillato, corso Regina Margherita come abbiamo visto fare nelle settimane precedenti. Si erano solo preoccupati di impedire che il corteo si dirigesse verso Porta Palazzo … ho deciso di seguire quel pezzo di corteo che, con lo striscione in testa, si dirigeva verso l’Aska (mentre la parte più consistente del corteo rimaneva fermo e interdetto se proseguire verso corso Regio Parco, come da percorso concordato, per quanto può valere). Lo scontro frontale e violento era purtroppo inevitabile, anzi favorito agevolato cercato invogliato coccolato e… È cominciata la sagra del lacrimogeno. Quel tratto di corso Regina fin dal giorno dello sgombero dell’Aska e per lunghe settimane dopo, è stato interdetto al traffico notte e giorno per evitare che loschi individui provassero ad avvicinarsi all’edificio occupato … E niente, proprio il giorno della manifestazione che chiamava a raccolta i centri sociali di tutta Italia (non è proprio così, sto sintetizzando perché “Torino è partigiana” è qualcosa di più) qualcuno si è scordato di sigillare quell’ importantissimo tratto di corso Regina Margherita».

Dal punto di vista del governo il gioco del disordine ha funzionato, i media hanno sostenuto appieno l’allarme sino a gridare al pericolo di “ritorno agli anni di piombo” e purtroppo tanti democratici hanno accreditato la tesi che contrappone i violenti ai pacifici. I violenti sono accusati di aver fatto il gioco della stretta repressiva. Non ci si accorge che sono proprio l’ex-sinistra e chi sposa questo paradigma a favorire il governo neofascista che ha annunciato di presentare subito il nuovo decreto sicurezza con nuove norme fra le quali alcune che sono palesemente anticostituzionali (fra esse la “cauzione” da pagare per essere autorizzati ad andare a una manifestazione -vedi anche l’intervista di Rita Rapisardi a Zucca (Nuovi reati e pene iperboliche non risolvono i conflitti sociali).

Nelle grandi manifestazioni ci saranno sempre militanti che cercano di agire con modalità “radicali” e la maggioranza che manifesta pacificamente. Ma tutti hanno il diritto di manifestare e i “radicali” non hanno alcuna intenzione di arrecare danno alla manifestazione, ma pensano che sia giusto resistere con modalità non solo passive, soprattutto quando si subiscono brutalità (vedi anche Mamme in piazza per la libertà di dissenso e Doppiozero).

La coesistenza di pacifici e radicali è sempre stata una sorta di “dilemma” che di fatto è istigato dal potere repressivo; non è la presenza dei “radicali” che esaspera la repressione e l’autoritarismo. Il dispotismo di tipo hitleriano adottato da Trump e che il governo neofascista italiano come altri in Europa vogliono imitare non nasce come reazione a manifestazioni violente. Anzi negli ultimi due decenni in particolare si assiste a una evidente e generalizzata pacificazione delle proteste, mentre le brutalità poliziesche e ora delle milizie tipo l’ICE di Trump sono diventate più frequenti ed esasperate. Ed è normale che fra i giovani suscitino la volontà di reazione radicale, ma questo non autorizza nessuno a criminalizzarli come terroristi (si veda anche il libro di Benjamin S. Case, Rivolte di strada. Al di là della violenza e della nonviolenza, recensito qui: osservatoriorepressione.info.

Criminalizzare i militanti che a Torino hanno cercato di resistere alle violenze poliziesche con un po’ di radicalità sino a dire che hanno fatto il gioco del governo è alquanto inopportuno e di fatto conduce a legittimare l’uso strumentale che ne fanno il potere e i suoi media (è in tal senso molto discutibile l’articolo di Rocco Alessio Albenese su Volerelaluna).

Ricordiamoci che la radicalizzazione di una parte dei militanti negli anni ’70 sino a indurli alla lotta armata e alla tragica e paradossale illusione di “colpire il cuore dello stato” fu la reazione alle stragi di stato (da p.za Fontana sino alla stazione di Bologna) e il tragico rifiuto del PCI di cercare il dialogo con questi militanti, ma al contrario la sua solerzia nel reclamarne la criminalizzazione come terroristi per difendere uno stato infetto dalla deriva reazionaria. E per certi versi lo stesso si può dire a proposito dei 229 attentati che fece il gruppo dell’Affiche rouge contro i nazisti a Parigi così come quelli della Resistenza in Italia.

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