Proprio in questi giorni, a Ferrara si torna a parlare seriamente di ripubblicizzazione del servizio idrico. Il dibattito si inserisce in una discussione più ampia che attraversa l’Emilia-Romagna e l’intero Paese: l’acqua deve essere trattata come una merce o come un bene comune sottratto alle logiche di
mercato?

Anche a Parma c’è un’iniziativa in corso per affrontare la posibilità della ripubblicizzazione del servizio idrico.

Riprendendo gli spunti proposti da Corrado Oddi nel suo intervento “Ferrara: Beni Comuni o Beni per pochi? La partita è aperta”, la questione non è solo gestionale ma profondamente politica e culturale. In gioco vi sono due visioni opposte di società: da un lato chi ritiene che i beni essenziali debbano essere governati attraverso strumenti pubblici e partecipativi; dall’altro chi considera il mercato il regolatore principale anche dei servizi fondamentali.

Il nodo ferrarese e la scadenza del 2027

Nella provincia di Ferrara, alla fine del 2027 scadranno le concessioni del servizio idrico oggi affidate a Hera (per Ferrara e comuni dell’Alto Ferrarese) e a CADF, società interamente pubblica attiva nel Basso Ferrarese.
La normativa nazionale e regionale orienta verso l’individuazione di un unico gestore a livello provinciale. Lo scenario che si prospetta è quindi duplice: una gara che consoliderebbe ulteriormente la gestione in capo alla multiutility quotata in Borsa, oppure un percorso di unificazione pubblica attorno a CADF, eventualmente integrandola con ACOSEA Impianti, proprietaria di reti idriche nell’Alto Ferrarese.
La scadenza può sembrare lontana, ma le scelte strategiche si stanno definendo ora.

Il caso Emilia-Romagna: caratteristiche peculiari

L’Emilia-Romagna si distingue per una forte presenza di grandi multiutility quotate, come Hera e Iren, e allo stesso tempo per l’esistenza di società interamente pubbliche come Romagna Acque, CADF, Emiliambiente e ACOSEA. Questo modello a forte prevalenza di grandi multiutility quotate in Borsa la differenzia da molte altre regioni italiane, dove prevale la gestione in house o tramite società interamente pubbliche.

Il referendum del 2011: un mandato disatteso

Il tema non può essere separato dall’esito del referendum del 2011. Il 12 e 13 giugno di quell’anno, oltre 26 milioni di cittadine e cittadini votarono per abrogare le norme che favorivano la privatizzazione del servizio idrico e garantivano la remunerazione del capitale investito. Il risultato — con oltre il 95% di voti favorevoli — rappresentò una chiara indicazione politica: l’acqua come bene comune sottratto alla logica del profitto.
Eppure, come documentato dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e da numerose inchieste giornalistiche, l’assetto complessivo del settore non ha subito una trasformazione coerente con quel mandato. Le grandi multiutility hanno consolidato il proprio ruolo e la gestione tramite società per azioni è rimasta dominante.
Ferrara, oggi, si trova di fronte alla possibilità di riaprire quella discussione a livello territoriale.

La proposta regionale sull’acqua di RECA e Legambiente

Tra le proposte di legge di iniziative popolari promosse da RECA e Legambiente Emilia-Romagna, quella dedicata all’acqua si concentra su:

• Riconoscimento dell’acqua come bene comune e diritto umano fondamentale, richiamando il referendum del 2011.
• Incentivazione della gestione pubblica integrale del servizio idrico, privilegiando affidamenti “in house” e riducendo l’influenza delle logiche di profitto.
• Partecipazione dei cittadini e dei lavoratori nei processi decisionali, con strumenti consultivi e trasparenza sui piani industriali.
• Tutela della risorsa in chiave climatica, puntando alla riduzione delle perdite di rete e agli investimenti su manutenzione e resilienza.

Questa proposta mira a tradurre in norma regionale una cornice coerente con la ripubblicizzazione sostanziale del servizio idrico.

Ed è proprio qui che la discussione ferrarese diventa decisiva: la ripubblicizzazione non è impossibile, ma richiede una volontà politica coordinata tra Comuni, Regione e soggetti gestori, oltre a un solido progetto tecnico-finanziario. Non si tratta di ideologia astratta: servono aggregazioni societarie, piani industriali credibili e equilibrio economico per garantire continuità e qualità del servizio.

Acqua pubblica e crisi climatica

La riflessione assume ulteriore rilievo alla luce della crisi climatica. L’Italia è tra i Paesi europei più esposti a fenomeni estremi: siccità prolungate e alluvioni sempre più frequenti. L’Emilia-Romagna ne ha avuto drammatica esperienza negli ultimi anni.
La gestione dell’acqua richiede investimenti infrastrutturali, manutenzione delle reti, tutela delle falde e pianificazione a lungo termine. La domanda di fondo resta: tali scelte devono essere orientate prioritariamente alla sostenibilità collettiva o alla distribuzione di dividendi?
Il piano industriale di Hera al 2029 prevede una crescita degli utili e un incremento progressivo dei dividendi agli azionisti. È una strategia legittima per una società quotata; ma solleva un interrogativo politico quando riguarda un servizio essenziale.

Le multinazionali dell’acqua in bottiglia

Accanto al servizio idrico integrato, vi è un capitolo spesso trascurato: lo sfruttamento delle acque minerali. I canoni concessori pagati dalle aziende imbottigliatrici alla Regione Emilia-Romagna sono oggi regolati con tariffe che vanno da circa 1,18 € a 2,94 € per metro cubo di acqua imbottigliata, più 25,72 € per ettaro di concessione. Tali valori restano significativamente modesti se confrontati con i ricavi del settore dell’acqua in bottiglia, che hanno prezzi al consumo decine di migliaia di volte superiori. Questo conferma il tema generale già emerso nei dossier nazionali di varie associazioni ambientaliste: i canoni concessori sono molto bassi rispetto alla scala economica del mercato dell’acqua imbottigliata (che ha prezzi al consumo decine di migliaia di volte superiori).
Nel territorio regionale operano multinazionali del beverage come Nestlé (con i marchi Sanpellegrino, Acqua Panna, Levissima, ecc.) e grandi produttori italiani come San Benedetto o Refresco, che imbottigliano e distribuiscono acque minerali e altre bevande commerciali. Il tema non è solo economico, ma anche ambientale: ai canoni ridotti si aggiungono i costi collettivi di gestione della plastica, che gravano sui sistemi pubblici di raccolta e smaltimento.

Beni comuni o beni per pochi?

La discussione che si riapre a Ferrara non riguarda solo l’efficienza gestionale.
Interroga il modello di sviluppo locale e il ruolo della cittadinanza nella cura dei beni essenziali.
Scegliere la ripubblicizzazione significherebbe avviare un percorso complesso, industriale e amministrativo, ma anche simbolico: riaffermare che l’acqua è un diritto universale e una responsabilità collettiva.
Lasciare che la gestione si concentri in un unico grande operatore di mercato significherebbe invece consolidare un modello in cui anche un bene vitale è inserito pienamente nelle dinamiche finanziarie.

La partita è aperta. E riguarda non solo Ferrara, ma l’intera Emilia-Romagna.

Fonti :

Ferrara: Beni Comuni o Beni per pochi? La partita è aperta di Corrado Oddi

Acque in bottiglia, un paradosso tutto italiano, Legambiente 2026

Regioni Imbottigliate – il dossier sui canoni di concessione per le acque minerali di Legambiente ed Altraeconomia

Acque minerali, termali e di sorgente – Regione Emilia Romagna

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua https://www.acquabenecomune.org/

4 Leggi – Proposte di Legge di Iniziativa Popolare https://4leggi.emilia-romagna.it/

RECA – Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia Romagna https://www.recaemiliaromagna.it/