In Germania una delle affermazioni più stupide del dopoguerra è quella della “grazia della nascita tardiva”, coniata dall’ex cancelliere federale Helmut Kohl. Essa suggerisce che, essendo nati tardi, non ci si possa assumere alcuna colpa per il periodo nazista.

Kohl era nato nel 1930 e solo per fortuna era sfuggito al reclutamento nel “Volkssturm”, nel quale nel 1945 furono arruolati tutti i ragazzi dai 15 anni in su. La maggior parte dei ragazzi della sua età non ebbe questa fortuna. Chi ha visto il film “Il ponte” (Die Brücke) può farsi un’idea di cosa significasse all’epoca (il film è ancora disponibile in tedesco su YouTube). Ci sono storie terribili di fanatici membri della Gioventù Hitleriana che, come membri del Volkssturm e armati di fucili, hanno sparato senza pietà ai pochi fuggitivi che erano riusciti a scappare dai campi di concentramento o dalle marce della morte. Non si può biasimarli, perché anche io, quattro anni più giovane di Kohl, già nel 1944, all’età di dieci anni, avevo la dubbia possibilità di diventare colpevole, e fu più fortuna che intelligenza a impedirlo. Per poterlo raccontare, devo fare un passo indietro e descrivere l’indottrinamento a cui sono stata sottoposta da bambina già alle elementari e che mi ha portato a non usare quasi per nulla il mio intelletto.

Contesto

Devo anzitutto spiegare dove vivevamo e perché. Mio padre era medico e dal 1935 lavorava come primario e libero docente presso la clinica universitaria di Danzica. Quando nel 1939 i nazisti occuparono la Polonia e conquistarono anche Danzica, egli fece un commento positivo sugli ebrei in compagnia di alcuni amici. Immediatamente uno dei suoi “amici” lo denunciò alla Gestapo. Di conseguenza gli fu revocata l’abilitazione all’insegnamento all’università e fu trasferito per punizione all’ospedale municipale di Bromberg (oggi Bydgoszcz), dove veniva ripetutamente convocato dal comando per essere rimproverato di non comportarsi come un “vero tedesco”. Ad esempio, durante le visite aveva stretto la mano ai pazienti polacchi esattamente come a quelli tedeschi: un tedesco perbene non fa una cosa del genere. Ho saputo tutto questo solo molto tempo dopo, ma spiega perché i miei genitori si guardavano bene dal contrastare il mio indottrinamento scolastico.

Cosa ho imparato a scuola

Così nel 1940 ho iniziato la scuola a Bromberg. In terza e quarta avevamo la signora Pich come insegnante di classe, e ora le cose si facevano serie. Fino a quel momento era stato papà a spiegarmi il mondo, ora era la signora Pich a farlo. Non imparavamo solo a leggere, scrivere, fare di conto e storia, ma soprattutto un’intera gerarchia di razze migliori e peggiori, tedeschi migliori e meno buoni e nemici migliori e peggiori.

La razza migliore era quella germanica, alla quale appartenevamo anche noi tedeschi, così come gli inglesi, solo che purtroppo questi ultimi erano nostri nemici, ma comunque, in quanto germanici, nemici migliori. Una razza peggiore era quella romana, alla quale appartenevano i francesi, che erano “naturalmente” nostri nemici. Solo che anche gli italiani erano romani, ma erano nostri alleati e quindi in qualche modo migliori. Era confuso, ma ogni regola ha la sua eccezione, e questa era probabilmente una di quelle.

La razza peggiore era quella degli slavi, di cui facevano parte i russi e i polacchi. Erano subumani. Ma anche in questo caso c’era un’eccezione: interi reggimenti di ucraini erano passati dalla nostra parte e combattevano con noi contro i russi, quindi erano in qualche modo migliori. E Klara, Adalbert e la signora Poszlednik, che vivevano nella nostra casa, erano polacche, ma sapevo per certo che non erano subumane, quindi dovevano essere considerate un’eccezione.

Umani o animali?

Poi c’erano esseri che erano molto al di sotto dei subumani, ovvero gli ebrei. La signora Pich parlava di loro solo come bestie, parassiti che volevano la rovina della Germania. Me li immaginavo come un incrocio tra esseri umani e animali. Nel libro di testo c’era una caricatura spaventosa di questi esseri e noi avevamo paura di loro. Ma la signora Pich ci tranquillizzava: non dovevamo aver paura di loro, perché il Führer li aveva già sterminati tutti. Diceva proprio “sterminati” e questo mi tranquillizzava davvero. Perché i parassiti dovevano essere sterminati, no?

Il Führer come idolo pop

E poi il Führer. Era stato mandato da Dio per salvare la Germania. Lo si capiva dal fatto che durante la prima guerra mondiale, in cui aveva combattuto coraggiosamente, era rimasto ferito al punto da diventare cieco. Ma Dio gli aveva ridato la vista affinché potesse salvare la Germania. La signora Pich ci descriveva il Führer come una figura così meravigliosa ed eroica che io – e immagino anche i miei compagni di classe – lo adoravo come oggi molti bambini o adolescenti adorano un idolo musicale. Naturalmente avevo giurato fedeltà al “Führer, al popolo e alla patria” e se mi avessero chiesto di morire per questo Führer e questa patria, l’avrei fatto volentieri e con convinzione, proprio come oggi in alcune culture si spingono i bambini a sacrificarsi per attentati dinamitardi.

I bambini non vanno presi sul serio

Ricordo ancora: avevo otto, nove, dieci anni quando ho imparato e creduto a tutto questo. Immagino che i miei genitori sapessero poco dell’entità di indottrinamento a cui ero sottoposta. Le nostre conversazioni a tavola vertevano su altri argomenti. Alla classica domanda dei genitori: “Com’è andata a scuola?”, probabilmente rispondevo con l’altrettanto classico “Oh, come al solito” (almeno così ricordo dai tempi successivi).

Quando il 20 luglio 1944 ascoltai alla radio con grande sgomento la notizia dell’attentato a Hitler, dissi a mia madre qualcosa del tipo: “Non è terribile?” e ricordo che lei rispose con un molto tiepido “Sì, sì”. Non notai che la sua reazione fosse così tiepida, perché la attribuii alla mia esperienza di bambina che non veniva presa sul serio e con cui non si discuteva di queste cose. Quindi mi sembrava “normale”. Così normale come mi sembrava ciò che la signora Pich ci chiedeva: “Se i vostri genitori dicono qualcosa contro Hitler, dovete dirmelo, così potrò parlare con loro!”. Naturalmente l’avrei fatto, perché sapevo che i miei genitori non mi avrebbero creduto quando dicevo quanto fosse grande Hitler. No, in quel caso sarebbe stata la signora Pich a dover “parlare con loro”. Questo per quanto riguarda la “grazia di essere nati tardi”. Già solo per questo avrei potuto diventare colpevole all’età di otto o nove anni. Forse anche altri bambini sono diventati “colpevoli” in modo simile? Sono riusciti a convivere con questo peso?

Compiti a casa: lettura dei giornali

Già dalla terza elementare uno dei nostri compiti a casa era la lettura quotidiana dei giornali, in particolare del bollettino della Wehrmacht. Il giorno dopo venivamo interrogati e dovevamo essere in grado di indicare l’andamento del fronte con delle bandierine sulla grande mappa appesa in classe. Naturalmente, questo ci permetteva di renderci conto che il fronte orientale si stava avvicinando sempre più a Bromberg. Ma anche in questo caso la signora Pich ci rassicurava: il Führer stava lavorando a un’arma miracolosa. Era quasi pronta ed era così potente che avrebbe posto fine alla guerra in un colpo solo. Oggi conosciamo questa “arma miracolosa” con il nome di bomba atomica.

Avere ancora un padre diventa imbarazzante

Meno fantastico era il fatto che sempre più bambini della mia classe perdevano i loro padri che, come si poteva leggere nei necrologi, erano tutti morti da eroi, naturalmente al servizio del Führer, del popolo e della patria. Non avere più un padre stava diventando “normale” e mi vergognavo quasi che mio padre non combattesse al fronte, che non fosse un eroe e che quindi fosse ancora vivo. Da un lato ne ero felice, dall’altro rispondevo con aria di sfida alla domanda “di circostanza” che molti adulti mi ponevano sempre più spesso riguardo a mio padre: “È impegnato sul fronte interno”.

“A casa” nel Reich

Il fronte orientale si avvicinava sempre più e nell’estate del 1944 molti uomini mandarono le loro mogli e i loro figli “a casa nel Reich”. Ciò fu poi vietato per disfattismo (era considerato “disfattista” chi non credeva nella vittoria) e portò alla conseguenza che alla fine, quando tutti erano ormai circondati e la fuga era finalmente consentita, non c’erano quasi più possibilità di fuga.

Allo stesso tempo, però, mio padre fu trasferito da Bromberg a Gotenhafen (oggi Gdynia), quindi dovemmo trasferirci lì. All’epoca avevo dieci anni, mia sorella minore sette e la mia sorella più piccola dieci mesi. Mia madre riuscì a ottenere il permesso di portare noi tre bambini dai parenti nel Reich, apparentemente solo per il tempo del trasloco, in modo che fossimo “fuori dai piedi”. Tuttavia, dovette promettere di riportarci indietro subito dopo. Inoltre, poteva solo “consegnarci” lì e doveva tornare indietro con lo stesso autobus con cui eravamo arrivati a Masserberg/Turingia.

A Masserberg mio nonno aveva una casa di vacanza che, dato che aveva dieci figli, era piuttosto grande. Tuttavia, diverse famiglie di questi bambini, per lo più madri con i loro figli, erano fuggite lì dai bombardamenti di Francoforte e Magdeburgo, cosicché all’epoca nella casa vivevano 21 persone, tra cui noi tre e altri 13 bambini di età compresa tra pochi mesi e 14 anni. Nel febbraio dell’anno successivo si aggiunsero anche i miei genitori e lo spazio divenne ancora più ristretto. Ma da settembre 1944 a febbraio 1945, cioè per sei mesi, rimasi lì senza i miei genitori.

Sola in mezzo a tanti bambini

Ero molto entusiasta di questo viaggio: finalmente avrei conosciuto i miei cugini! E una casa piena di bambini, sarebbe stato sicuramente emozionante! Naturalmente non avevo idea che questo avrebbe significato un addio per sempre, un addio alla mia patria, alle mie amiche, al mare che desideravo tanto, perché naturalmente credevo alla favola di un prossimo ritorno. E non vedevo l’ora di vedere l’appartamento a Gotenhafen, che era molto vicino al mare, come descriveva mio padre nelle lettere.

Fu un semestre di grande solitudine. I bambini più piccoli erano troppo piccoli per me, mentre io ero troppo giovane per quelli più grandi. Frequentavo una scuola secondaria di Düsseldorf evacuata a Masserberg, per la quale la casa di cura era stata trasformata in un collegio. Essendo straniera, non riuscivo a integrarmi nella classe, forse anche perché i bambini di quella classe non stavano meglio di me: anche loro erano separati dai loro genitori. A un certo punto ho ricominciato a fare la pipì nei pantaloni, cosa di cui mi vergognavo da morire: a dieci anni facevo ancora la pipì nei pantaloni, e per di più ogni giorno! Naturalmente non capivo che si trattava di un disturbo psicogeno, ero solo piena di orrore e vergogna. Una zia, alla quale dovevo confidarmi perché avevo bisogno di biancheria pulita ogni giorno, reagì fortunatamente in modo molto ragionevole, così che alla fine riuscii a fidarmi di lei al punto da poter smettere di “fare la pipì nei pantaloni” dopo un po’ di tempo. Ma so fin troppo bene come stavano i tanti bambini che venivano mandati nei “Kinderlandverschickung” (programmi di evacuazione dei bambini), che a volte finivano in famiglie affidatarie sconosciute, ma spesso in istituti dove probabilmente quasi nessuno li aiutava, come i bambini “evacuati” in quel liceo di Düsseldorf.

Il nuovo zio

Nell’autunno del 1944, credo fosse ottobre, un giorno bussai alla porta di quella zia, ma invece di aspettare che mi dicesse “avanti”, aprii subito la porta. Con mio grande spavento, trovai un uomo sconosciuto nel suo letto! Volevo richiudere subito la porta, ma lui mi fece cenno di avvicinarmi, mi chiese chi fossi e poi mi spiegò che era il marito di mia zia, il fratello di mio padre, e che non dovevo dire a nessuno che era lì. Annuii confusa, sapevo comunque che questo fratello di mio padre era un pilota dell’aeronautica militare, uscendo vidi la sua uniforme appesa su una sedia e rimasi sbalordita. Perché pensai: se non posso dire a nessuno che questo zio è qui, significa che non è in licenza. Ma questo significa che ha disertato. E questo significa che è un traditore del Führer, del popolo e della patria! Un codardo! Quindi devo denunciarlo!

Ma poi – lo sapevo benissimo – sarebbe stato fucilato. E mi sembrava giusto così: come avremmo potuto vincere se i soldati fossero scappati come codardi? D’altra parte era mio zio, il marito di quella zia, il padre di tre cugine. Mi trovai in un terribile conflitto tra due lealtà per me ugualmente importanti: la lealtà verso il “Führer, il popolo e la patria” e la lealtà verso la famiglia. Ed ero terribilmente sola con questo dilemma, perché non potevo chiedere consiglio a nessuno: in famiglia, naturalmente, tutti mi avrebbero detto che non dovevo denunciare mio zio, ma se lo avessi chiesto alla maestra, lo avrei già tradito.

Fortuna e buon senso

Non ricordo più per quanto tempo ho continuato così, se per giorni o settimane. In ogni caso, arrivai a un punto in cui non ce la facevo più. Mi era chiaro che dovevo prendere una decisione e che dovevo rifletterci molto attentamente. Perché questo l’avevo già imparato grazie a un’esperienza precedente, del tutto apolitica ma importante, avuta all’età di sette anni: se si riflette attentamente (cioè se si usa il buon senso), allora si può uscire da situazioni terribili, persino pericolose per la vita. Sono ancora oggi grata al professor Schmidt, ordinario di otorinolaringoiatria all’Università di Danzica, che all’epoca mi aiutò a giungere a questa conclusione.

Mi sono quindi seduta, ho riflettuto attentamente e sono giunta alla seguente conclusione: se denuncio lo zio, verrà fucilato. Non potrò più tornare indietro. Se invece non lo denuncio, potrò ancora tornare indietro. Decisi quindi di non denunciarlo – per il momento! – e sperai che da qualche parte arrivasse un segno che mi dicesse se dovevo denunciarlo o meno. Può sembrare un modo piuttosto sofisticato per evitare di prendere una decisione. Ma questa decisione, ora consapevole, mi sollevò comunque, perché avevo affidato la decisione vera e propria a un “segno” sperato con ingenua magia. Dopotutto avevo solo dieci anni!

Il miracolo

E poi accadde il miracolo: il “segno” arrivò! Tuttavia solo nel gennaio 1945. Nei mesi precedenti, questo zio continuava ad essere per me nient’altro che un codardo e un traditore, provavo solo disprezzo per lui. Nel gennaio 1945, però, la mia sorellina, che nel settembre 1944, quando arrivammo a Masserberg, aveva solo 10 mesi, ora ne aveva 14. Riusciva a stare in piedi, ma non ancora a camminare. Un giorno aprii la porta della sala comune e della sala da pranzo e mi fermai: lì sedeva lo zio, con mia sorellina davanti a sé, che barcollava verso di lui esultando e gridando di gioia. Lui la prese, la rimise giù, la incoraggiò più volte a camminare e lei era visibilmente felice. L’intera scena aveva qualcosa di così affettuoso che capii immediatamente: quello era il “segno”! Non dovevo denunciarlo!

Ero infinitamente sollevata. Allo stesso tempo, però, avevo visto per la prima volta questo zio come la persona affettuosa che era realmente, non come la caricatura che mi era stato insegnato a vedere. Quando gli americani occuparono Masserberg nell’aprile 1945, lui indossò la sua uniforme e si arrese. Quando lo vidi, pensai con orrore: perché lo sta facendo? Ora lo fucileranno! Non avevo ancora imparato che i prigionieri di guerra non vengono sempre fucilati.

Ricordo e comprensione tardiva

Suppongo che, poiché la storia era finita bene, fossi riuscita a dimenticarla. Quando mi tornò in mente, sia i miei genitori che quello zio e quella zia erano morti, e non l’avevo mai raccontata a nessuno. Ora però avevo circa 60 anni e mi sentivo alternare caldo e freddo. Solo ora capivo su quale filo sottile mi fossi trovata allora e quanto facilmente avrei potuto scivolare dalla parte sbagliata. Capivo che era stato un misto di fortuna e buon senso a salvarmi in quel momento. La fortuna era stata che si trattava di un membro della mia famiglia. Se fosse stato uno sconosciuto, l’avrei denunciato immediatamente e senza esitazione. Ma così la fortuna mi aveva costretta a usare il buon senso. E allo stesso tempo sapevo che se avessi preso la decisione sbagliata, non solo avrei mandato mio zio alla morte, ma non sarei più viva nemmeno io. Perché dubito che avrei potuto convivere con questo senso di colpa, non credo che sarei riuscita a perdonarmi, considerando che ero solo una bambina.

Allo stesso tempo mi chiedevo quanti bambini della mia età avessero dovuto prendere decisioni simili e quanti di loro non fossero riusciti a conviverci o, se ci fossero riusciti, come. Forse ricorrendo a quell’indicibile frase della “grazia della nascita tardiva” come scusa per alleviare la propria coscienza?

Domanda terribile – e nessuna risposta

Io non ci sono riuscita. Quando nel 1969 ho visitato per la prima volta un campo di concentramento ad Auschwitz, sono rimasta sconvolta. Non solo dall’orrore che già nel 1945, all’età di undici anni, mi aveva scioccata e traumatizzata con le immagini sui giornali dell’occupazione, ma anche dalla consapevolezza che non riuscivo davvero a rispondere a una domanda terribile: cosa sarebbe successo se la mia istruzione scolastica fosse proseguita senza interruzioni, forse a 18 anni sarei diventata una guardiana o una segretaria di campo di concentramento perfettamente adeguata? Avevo 35 anni e sapevo fin troppo bene quanto fossi stata stupida e sconsiderata a 18 anni.

In questo contesto, vedo con sentimenti contrastanti la condanna dei diciottenni e diciannovenni di allora, così come il presunto “superamento” del nostro passato. Non è stato “superato” nulla, al contrario. La maggior parte di coloro che sapevano cosa stavano facendo sono tornati alle loro cariche e ai loro onori anche dopo l’era hitleriana o sono riusciti a fuggire con l’aiuto dello Stato o della Chiesa. Sono stati condannati quelli che forse erano troppo giovani o troppo stupidi per capire veramente ciò che facevano, anche se probabilmente avevano solo seguito gli ordini senza riflettere. Lo stesso non si può dire dei Globke, dei Kiesinger e dei Filbinger, solo per citare alcuni esempi tra tanti. Chi desidera saperne di più può leggere il libro di Ralph Giordano: “Die zweite Schuld” (La seconda colpa).

Impotenza

Ma soprattutto noi, i nati più tardi e i più giovani, siamo stati lasciati soli con questa cosiddetta “elaborazione”. Ciò è iniziato già con le nostre lezioni di storia, che almeno in parte erano ancora tenute da insegnanti nazisti che riuscivano a evitare di insegnarci la storia dal 1933 al 1945, per non parlare di come ci si era arrivati. Le mie lezioni di storia (maturità nel 1953) si sono concluse, ad esempio, con l’anno 1914. Più tardi ho sentito dai più giovani che la situazione era rimasta invariata anche nei primi anni ’60. Quando negli anni ’90 parlai della storia di mio zio con un conoscente che doveva avere circa 10 anni meno di me, mi raccontò che un terzo (!) dei suoi compagni di classe si era suicidato perché non riusciva più a convivere con i propri padri nazisti. Questi suicidi sono una terribile espressione dell’impotenza a cui noi giovani eravamo esposti. Per questi ragazzi, la loro nascita tardiva era diventata una maledizione mortale.

Anche durante la mia formazione come insegnante di tedesco e inglese negli anni ’70, non si parlava mai di storia o di elaborazione del passato, figuriamoci di come avremmo dovuto insegnarlo ai nostri studenti. Così anch’io mi sentivo impotente di fronte a commenti del tipo: “Mia nonna dice che era tutto molto diverso”. Cosa potevo dire contro una nonna che non riusciva ad accettare che suo marito fosse morto per un regime criminale!

Tedeschi di diverso valore

La “grazia della nascita tardiva” è quindi una finzione. Esisteva tuttavia una “grazia” della nascita precoce (!), di cui però quasi nessuno è a conoscenza, motivo per cui è necessario parlarne. Per farlo devo tornare ancora una volta alla signora Pich.

Nell’universo mentale della signora Pich, infatti, anche i tedeschi avevano valori diversi. Al vertice della scala gerarchica c’erano i tedeschi del Reich, ovvero i tedeschi che dopo l’occupazione si erano trasferiti in quella parte della Polonia ora chiamata “Prussia occidentale”. Tra questi c’era anche la mia famiglia, ed ero orgogliosa di essere non solo tedesca, ma anche tedesca del Reich.

Poi c’erano i Volksdeutsche, che avevano un “valore” inferiore. Si trattava di tedeschi che avevano già vissuto a Bromberg quando era ancora polacca (e alcuni dei quali, molti decenni dopo, sarebbero arrivati nella Germania occidentale come “Aussiedler”, ovvero immigrati di ritorno). Sebbene la signora Pich ci trasmettesse questa gerarchia, nella nostra classe non facevamo alcuna differenza tra tedeschi del Reich e Volksdeutsche.

I terzi migliori tedeschi erano i “germanizzati”. Si trattava di polacchi o altri stranieri che, secondo la signora Pich, trovavano la Germania così meravigliosa da voler diventare tedeschi a tutti i costi e che quindi erano stati “germanizzati”. Dovevamo conoscere questi “germanizzati” e allo stesso tempo imparare che la signora Pich evidentemente non li stimava affatto.

“Germanizzati”

All’epoca nella nostra classe c’erano dei banchi che oggi forse non esistono più: un banco fissato con delle viti a un tavolo per due alunni. Questi banchi erano disposti in tre file di sei o sette banchi ciascuna. Eravamo seduti distribuiti su queste tre file quando un giorno la signora Pich (credo fosse in quarta elementare, avevamo 9 anni) ci ordinò di sederci su due file, lasciando libera la terza. La cosa non ci piacque affatto, perché dovevamo sederci in modo completamente diverso da come eravamo seduti prima.

Poi la porta si aprì ed entrarono 12-14 bambini della nostra età, che si sedettero nei posti liberati nella fila di banchi. Tra loro c’era una bambina così bella con i suoi capelli biondo platino che pensai subito: vorrei che fosse mia amica! Ma non se ne fece nulla. La signora Pich ci spiegò che quei bambini erano polacchi germanizzati. Il nostro compito era quello di sorvegliarli e assicurarci che non parlassero polacco. Inoltre, assegnò a ciascuno degli studenti più bravi, me compresa, uno di questi bambini. Durante le brevi pause dovevamo controllare i compiti di questi bambini per la lezione successiva e segnare gli errori con la matita. La signora Pich poi controllava il nostro lavoro.

Resistenza segreta di una bambina di nove anni

Quella fu la prima volta che provai qualcosa di simile a uno spirito di ribellione. Che senso aveva? Quei bambini erano ormai tedeschi, quindi era tutto a posto, no? Dovevamo forse fare la spia? Non era proprio possibile. Immagino che anche gli altri compagni di classe la pensassero allo stesso modo, solo che purtroppo non ne parlavamo mai. Mi era stato assegnato un ragazzo così timido che quasi non osava parlarmi. Cercavo di spiegargli i suoi errori nel modo più gentile possibile, ma lui si limitava ad annuire. Per il resto, quelle piccole pause, ora riempite da lavoro extra, non erano più pause, ma un peso.

L’unica pausa che avevamo tutti era quella grande. Durante quella pausa, noi bambini tedeschi ci precipitavamo liberi nel cortile della scuola e, come se ci fossimo accordati, ci allontanavamo il più possibile dall’edificio, dove poi giocavamo. Di tanto in tanto osservavo da lontano i nostri compagni di classe polacchi in tre piccoli gruppetti lungo il muro dell’edificio scolastico che parlavano tra loro con rabbia (lo si poteva leggere sui loro volti). Nessuno di noi voleva sapere se parlassero polacco o tedesco. Fare la spia era assolutamente fuori discussione. Ma non sapevo nemmeno perché questi bambini fossero così arrabbiati.

Non ricordo più per quante settimane o mesi durò questa situazione. Ma un giorno i bambini polacchi se ne andarono. Semplicemente sparirono. La signora Pich non ritenne necessario darci alcuna spiegazione e noi non facemmo domande. Credo che fossimo semplicemente sollevati, almeno io lo ero. Dato che non ne avevamo mai parlato tra di noi e non ne parlavamo nemmeno adesso, posso solo supporre che fosse così per tutti. Era stato soprattutto un peso che, pur non comprendendo, avevamo comunque percepito. Per anni mi sono chiesta che fine avessero fatto quei bambini.

Benedizione o maledizione?

Solo decenni dopo (anche questo fa parte della nostra fantastica “elaborazione”) ho saputo dell’ “Aktion Lebensborn”, quella terribile istituzione che ha semplicemente portato via a migliaia di genitori polacchi i loro bambini dall’aspetto “ariano” (!), a volte prelevandoli per strada o all’asilo, per poi germanizzarli con la forza e farli adottare da famiglie delle SS o delle SA.

In questo caso si può parlare di una “grazia della nascita PRECOCE”. Io, almeno, speravo che i miei compagni di classe polacchi, che all’epoca avevano già 9 anni, avessero la possibilità di ritrovare i loro veri genitori, perché potevano ancora ricordarsi di loro e dei loro veri nomi. Diverso era il caso dell’uomo anziano che ho conosciuto alcuni anni fa in occasione di una mostra sull’«Aktion Lebensborn» a Friburgo. Era stato strappato ai suoi genitori polacchi all’età di due anni e aveva trascorso la sua vita alla vana ricerca dei suoi veri genitori. Anche per lui e per molti altri, la nascita tardiva non era stata una grazia, ma una maledizione.

“Noi siamo i buoni, gli altri sono i cattivi “

Ho ritenuto necessario raccontarlo perché oggi, nel 2025, i media non si stancano mai di sottolineare la “malvagità” dei russi, tra l’altro con la motivazione che rapirebbero bambini ucraini per “russificarli”. Che possano aver imparato questo da noi tedeschi non viene mai detto, ma è parte della storia.

Ma c’è di più: dai miei anni scolastici ricordo bene cosa imparano a scuola i bambini ucraini e russi, israeliani e palestinesi, sudanesi e birmani, insomma tutti i bambini che crescono in guerra: «Noi siamo i buoni, gli altri sono i cattivi e devono essere distrutti». Distrutti! Da bambini lo si considera normale. Ecco perché in tutto il mondo ci sono bambini soldato che considerano normale la loro condizione di soldati e si sacrificano persino per attentati dinamitardi, perché credono sinceramente di fare del bene alla loro comunità.

Diversità vs. emarginazione

Ciò che noi tedeschi avremmo dovuto imparare dalla nostra storia, ma che pochissimi di noi hanno davvero imparato, è la differenza tra diversità ed emarginazione. Con l’esclusione da locali pubblici, tram, teatri, scuole, università, professioni ecc. è iniziata l’emarginazione degli ebrei, che alla fine è sfociata nella loro esclusione dalla vita. L’esclusione porta potenzialmente con sé questa terribile conseguenza, anche se si crede di non volerla affatto.

Quando le persone sono “diverse” da noi, cioè hanno un’opinione diversa o un aspetto diverso, parlano in modo diverso, pensano in modo diverso, hanno una religione diversa o una cultura diversa, è comprensibile che questo ci spaventi inizialmente. Perché la cautela nei confronti di ciò che non conosciamo è innata in noi e ha una funzione protettiva naturale.

Tuttavia, è innata anche la nostra curiosità verso tutto ciò che è “diverso”, che tra l’altro condividiamo con molti animali. Essa può aiutarci a scoprire che anche questi “altri” possono essere interessanti e arricchenti. Già solo per questo motivo non dovremmo mai emarginarli, ma piuttosto osservarli e ascoltarli con attenzione.

Tuttavia, possiamo e dobbiamo prendere le distanze da ciò che non ci sembra giusto o che ci mette a disagio. Questo è però molto più faticoso che semplicemente etichettare e basta. Per farlo, infatti, dobbiamo prima parlare con gli “altri” per cercare di capirli. Ciò richiede riflessione e azione, persino la ricerca di argomenti, cosa che molti di noi trovano troppo faticosa.

Una cosa è certa: sopportare gli “altri” accanto a noi e in mezzo a noi è sicuramente più facile che sopportare e subire il terrore o le bombe. Se l’umanità vuole sopravvivere, noi esseri umani dobbiamo riuscirci. E io penso che possiamo farcela!

Su YouTube c’è un meraviglioso filmato danese di tre minuti di sette anni fa, in inglese ma con sottotitoli in tedesco, che può aiutarci in questo senso: “Cosa succede quando smettiamo di etichettare le persone?” Il filmato ci mostra che, per quanto diversi possiamo essere, abbiamo più cose in comune di quanto crediamo.

di Barbara Volhard


Traduzione dal tedesco di Thomas Schmid con l’ausilio di traduttore automatico.

L’articolo originale può essere letto qui