L’Ordine dei Medici e Odontoiatri di Torino e l’ANAAO Assomed (Associazione Medici Dirigenti) del Piemonte prendono una chiara posizione circa la riapertura del Maria Adelaide, istanza condivisa anche dalla cittadinanza.

 

La riapertura dell’ospedale Maria Adelaide e la sua conversione a struttura territoriale rappresentano una grande occasione per dotare di un nuovo presidio sanitario pubblico una zona carente di servizi e con un’elevata domanda di salute, impiegare in modo virtuoso i finanziamenti europei già predisposti, sperimentare un modello innovativo di cure, che potrebbe diventare un esempio a livello nazionale.

L’Ordine dei Medici e Odontoiatri di Torino e il sindacato medico Anaao Assomed Piemonte appoggiano così pienamente la richiesta dei residenti del quartiere Aurora – portata avanti dall’assemblea popolare “Riapriamo il Maria Adelaide” – di riutilizzare interamente la struttura come Casa di comunità e Ospedale di comunità per l’assistenza territoriale.

Nei giorni scorsi Ordine e Anaao hanno preparato un “manifesto per il Maria Adelaide” per spiegare le ragioni a sostegno della richiesta.

Ecco, in breve, le principali motivazioni:

– secondo gli studi effettuati l’area di Torino Nord è fra quelle che presentano un grado più elevato di disagio sociale e di disuguaglianza anche in termini di salute e di aspettativa di vita;

– la maggior parte dei servizi territoriali dell’Asl Città di Torino è concentrata nei distretti di Torino Sud. Dunque ci sarebbe un effettivo bisogno di nuove strutture;

– il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza), che si avvale di fondi europei già stanziati, prevede un capitolo specifico di 7 miliardi di euro per la realizzazione sul territorio di “Case di comunità” e per il rafforzamento dell’assistenza sanitaria “intermedia”;

– l’ospedale Maria Adelaide è già oggi un edificio destinato ad uso sanitario. La posizione strategica, la metratura, lo sviluppo in larghezza e non in altezza, la presenza di un passo carraio con accesso all’interno lo rendono ottimale per la progettazione di una struttura per l’assistenza territoriale. Al contrario, convertire ad uso sanitario altre strutture è un’operazione complicata e più costosa;

– gli spazi consentono la realizzazione di una Casa di comunità e di un Ospedale di comunità: due progetti innovativi di sanità territoriale che renderebbero Torino e il Piemonte un modello nazionale;

– la Casa di Comunità implementa il modello tradizionale di Casa della Salute e rappresenta per la persona la porta di ingresso nel SSN. Prevede un Punto unico di accesso per tutte le domande di salute e provvede a coordinare le risposte possibili a livello territoriale con ambulatori medici e infermieristici, consultori, attività domiciliare, punto vaccinale, servizi sociali, servizi amministrativi, continuità assistenziale; rende reale il collegamento diretto fra medicina territoriale, medicina ospedaliera e bisogni socio-sanitari dei cittadini;

– l’Ospedale di Comunità prevede posti letto destinati a pazienti provenienti dal domicilio, con patologia cronica in fase di scompenso che necessita di uno stretto monitoraggio o di un riequilibrio, oppure da una struttura ospedaliera, per acuti o riabilitativa. In questo caso sono pazienti che clinicamente possono essere dimessi dagli ospedali, ma non sono ancora in condizione di poter essere adeguatamente assistiti a casa. La creazione, negli stessi locali, di una Casa di Comunità e di un Ospedale di Comunità ha il grande vantaggio di permettere la continuità e la multidisciplinarità delle cure e la collaborazione tra servizio sanitario e servizio sociale.

 

Ci appare incomprensibile il progetto di utilizzare il Maria Adelaide come Villaggio Olimpico per le prossime Universiadi, con successiva trasformazione in residenza universitaria, privando il territorio di un’importante struttura sanitaria pubblica, quando invece a poca distanza esistono altri siti dismessi adatti a tale scopo (ad esempio le ex Fonderie Ballada e l’Astanteria Martini).

Crediamo quindi necessario che sia tempestivamente istituito un tavolo di confronto tra l’assemblea popolare “Riapriamo il Maria Adelaide” e gli enti locali, in particolare la Regione Piemonte e la Città di Torino.