L’approccio USA al disarmo nucleare: colpevolizzare le vittime

23.10.2015 - Reaching Critical Will

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese

L’approccio USA al disarmo nucleare: colpevolizzare le vittime
Assemblea generale dell'ONU (Foto di Basil D Soufi, wikimedia commons)

A metà strada tra la conferenza di revisione del TNP a maggio e la discussione generale del Primo Comitato, gli Stati Uniti hanno deciso di ridefinire il loro approccio al disarmo nucleare: non più “graduale” ma “a spettro totale”. Come prima, contrappongono questo approccio alla ricerca di un trattato che vieti le armi nucleari, cosa che, a loro dire, non è né funzionale né realistico. Ad un certo punto, sempre in questo lasso di tempo, gli Stati Uniti hanno poi deciso di lanciare la rivendicazione seconda la quale qualsiasi potenziale trattato di messa al bando pregiudicherebbe la sicurezza internazionale ad un punto tale da portare persino proprio all’utilizzo di armi nucleari.

Esempio piuttosto scioccante di colpevolizzazione delle vittime, il governo degli Stati Uniti sembra suggerire che se i paesi che non possiedono o non apprezzano queste terribili armi di distruzione di massa si accordano e le vietano, gli Stati con armi nucleari potrebbero esserne così destabilizzati da  usarle. E questo, immagino, sarebbe colpa nostra. L’abbiamo voluto, perché abbiamo messo in discussione il loro diritto al possesso di tali armi, armi che sono legalmente obbligati a eliminare e che minacciano l’esistenza di tutta la vita sulla terra.

Messo così, l’approccio a spettro totale sembra molto più simile a un predominio ad ampio spettro. Con questo non si fa riferimento solo a quelle aspirazioni dei militari US di controllare terra, mare, aria, spazio e cyber-spazio, assunte nel loro “Joint Vision 2020″. L’approccio a spettro totale alle armi nucleari sembra significare predominio totale su dialogo e diritto, e violenza.

Questa proiezione di potenza non riguarda solo le armi nucleari. Vediamo lo stesso approccio nella pratica del bombardamento in altri paesi. Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, tutti possessori di armi nucleari, vanno sganciando bombe in Siria e in Iraq; Israele, a sua volta in possesso di armamento nucleare, bombarda regolarmente Gaza e Libano; la coalizione a guida saudita, armata principalmente da Regno Unito e Stati Uniti, lancia bombe e granate sullo Yemen; Stati Uniti e ora il Regno Unito utilizzano droni armati sia all’interno che al di fuori di conflitti armati per uccidere senza giusto processo o rispetto per il diritto internazionale. Questi paesi sostengono che i loro trasferimenti di armi, i loro bombardamenti, i loro droni sono nell’interesse di sicurezza, stabilità e persino pace.

Al quarto forum annuale delle campagne per il disarmo, tenutosi lo scorso fine settimana, rappresentanti di varie ONG hanno potuto ascoltare cosa significa vivere sotto un bombardamento attraverso il racconto di Osama Dano, che ha vissuto a Gaza per 17 anni lavorando per Save the Children. Ha raccontato di una bambina di nove anni in grado di distinguere tra le bombe sganciate da elicotteri e quelle sganciate da aerei da caccia, tra il suono di un AK-47 e di un M-16. Ha parlato della paura, dell’ansia e allo stesso tempo dell’apatia che insorgono nelle popolazioni segnate dai bombardamenti nelle loro città, cittadine o villaggi.

Questa è la realtà vera delle armi, quella vissuta dai civili. La retorica sulla sicurezza e la deterrenza fornite dalle armi non è solo ipocrita, è spietata alla luce di questa realtà vissuta.

È questa realtà che deve guidare le nostre azioni per motivare il progressivo cambiamento nella politica e nella pratica. In un primo momento, il cambiamento potrebbe dover avvenire senza coloro che negano la realtà, evitano le responsabilità e rinviano l’azione. Il cambiamento può essere possibile solo se altri si riuniscono, dicono adesso basta e cominciano a dare forma a politiche e pratiche realmente in grado di affrontare la realtà.

Gli Stati non nuclearmente armati possono sviluppare un trattato che metta al bando le armi nucleari. Possono stigmatizzare il possesso di armi nucleari, prevenire gli investimenti finanziari nella manutenzione e modernizzazione degli armamenti nucleari, e mettere fine a quella parte delle alleanze militari che includa la minaccia delle armi nucleari. Come ha detto la signora Richards, giamaicana, “è giunto il momento per noi di smettere di considerare le armi nucleari solo attraverso le ristrette lenti della sicurezza dello stato e invece dare la giusta attenzione all’aspetto umanitario, primo passo per colmare la lampante lacuna giuridica esistente in assenza di un esplicito divieto di queste armi.”

I governi scioccati dall’uccisione e dalla mutilazione di civili e dalla distruzione delle infrastrutture civili provocate dai bombardamenti nelle città possono sviluppare divieti e restrizioni per porre fine all’uso di armi esplosive nelle zone abitate. L’Austria ha recentemente ospitato un incontro con l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, dove, come ha riferito l’ambasciatore Hajnoczi al Primo Comitato, “un sostegno significativo è stato espresso dai partecipanti… per iniziare a lavorare su una dichiarazione di politica internazionale per prevenire danni civili dall’uso di armi esplosive nelle zone popolate.”

Quanti si sentono frustrati dall’implacabile trasferimento di armi a coloro che bombardano, uccidono, violentano e torturano possono sviluppare meccanismi per tenere responsabili delle loro azioni gli esportatori di armi come anche chi le utilizza, con vari sistemi, tra cui affrontando la questione della produzione delle armi. Possono inoltre lavorare insieme per garantire la più severa implementazione degli strumenti esistenti sui trasferimenti di armi e sviluppare standard e norme più stringenti contro il commercio internazionale di armi. “Le espresse proibizioni del [Arms Trade Treaty] non sono suggerimenti,” enfatizza la signora Chan, Costa Rica. “Sono obblighi. Quindi, i trasferimenti irresponsabili verso zone di conflitto devono essere interrotti, e lo devono essere immediatamente.”

Quanti sono preoccupati per l’utilizzo di droni armati, che come la Costa Rica avverte sta conducendo alla reinterpretazione dei diritti umani, alla disumanizzazione dei conflitti e all’abbassamento della soglia per l’uso della forza, possono sviluppare standard internazionali e restrizioni per affrontare gli specifici problemi posti dai droni per quanto riguarda i diritti umani, il diritto umanitario, la pace e la sicurezza internazionali.

C’è molto lavoro da fare. L’intransigenza degli Stati più militarmente aggressivi non deve impedire il progresso. L’incapacità di fissare dei limiti, attuare la legge e assumere nuovi impegni per evitare sofferenze umanitarie mina la credibilità della comunità internazionale a sostenere valori condivisi sulla protezione dei civili e dei diritti umani. Si tratta di una responsabilità collettiva.

Gli Stati Uniti e altri stati violenti possono anche voler proiettare il proprio dominio sull’intero spettro ma hanno creato, nella loro arroganza, una falsa percezione della realtà, una realtà nella quale la guerra conduce alla pace, nella quale le armi nucleari portano stabilità, e nella quale i profitti surclassano le persone. Questa visione è insostenibile. Può e deve essere messa in discussione da coloro che vivono nel mondo reale.

“Né armi né pallottole porteranno ad una vita dignitosa per tutta l’umanità,” ha affermato l’ambasciatore della Tanzania, Manongi. “Né le armi nucleari né altre armi di distruzione di massa garantiscono sicurezza e pace nel mondo. Così come né parole né dichiarazioni o risoluzioni ci porteranno più vicini all’obiettivo di un disarmo generale e completo. Solo azioni determinate, obiettivi chiari e solida volontà politica ci condurranno all’obiettivo. Raccogliamo quindi le forze necessarie e il coraggio e impegniamoci ad agire”.

Di Ray Acheson

Traduzione dall’inglese di Giuseppina Vecchia per Pressenza

Categorie: Nord America, Opinioni, Pace e Disarmo
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