Anthony D. Romero: “Snowden è il nuovo Nelson Mandela”

09.06.2015 - Buenos Aires - eldiario.es

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Anthony D. Romero: “Snowden è il nuovo Nelson Mandela”
(Foto di EFE via Eldiario.es)

Di Natalia Chientaroli

Ad Anthony D. Romero la militanza viene naturale. Figlio di immigrati portoricani e gay, ha passato molti anni  formandosi nelle scuole e università più prestigiose del paese e rivendicando i diritti delle minoranze. Nel 2001, poco dopo l’attacco alle Torri Gemelle, è diventato direttore esecutivo dell’American Civil Liberties Union (ACLU), nel momento di maggior arretramento delle libertà individuali negli Stati Uniti.

L’ACLU, la principale organizzazione in difesa dei diritti civili e individuali, ha 1.000 membri, 250 dei quali  avvocati, è stata tra i maggiori oppositori della strategia dell’amministrazione Bush nella guerra contro il terrorismo e ha collaborato ai rapporti del Senato americano sulle torture commesse dalla CIA e le intercettazioni illegali della National Security Agency (NSA). Fornisce anche consulenza legale a Edward Snowden, l’ex analista della NSA che ha rivelato un programma di sorveglianza internazionale delle comunicazioni capeggiato dagli Stati Uniti.

Di passaggio a Buenos Aires per partecipare alla riunione dell’International Network of Civil Liberties Organizations (INCLO), Romero ha rivelato questa settimana che Snowden si è incontrato con la presidente argentina Cristina Fernández in Russia, dov’è attualmente rifugiato.

La notizia di un incontro segreto tra Cristina Fernández de Kirchner ed Edward Snowden, che lei ha confermato a eldiario.es, ha suscitato sorpresa sia in Argentina che nel resto del mondo. Si tratta del primo presidente che lo incontra. Che importanza ha questo fatto?

Applaudo la presidente Kirchner per il coraggio di cui ha dato prova chiedendo di incontrare il nemico numero uno degli Stati Uniti. Questa iniziativa può creare un fronte di governi sudamericani che faccia pressione sul governo americano perché cambi la sua posizione riguardo a Ed Snowden. Molti presidenti lo appoggiano nell’ombra, lo sappiamo. Bisogna però farlo pubblicamente, in modo che, come si è creato un dibattito sul tema della privacy, si riveda anche il ruolo svolto da Snowden nella storia. Riconosciamo il suo merito: aver messo a rischio la sua vita e la sua libertà per la sicurezza di tutti.

Tuttavia l’incontro si è svolto in segreto e il governo argentino non si è espresso al riguardo, nemmeno dopo che è stato rivelato.

Non so perché non ne hanno parlato, visto che sono stati loro a chiederlo. Secondo quello che Ed mi ha raccontato dopo le due ore e mezza di chiaccherata, la presidente era molto informata e gli ha manifestato tutto il suo appoggio. Nella riunione si è parlato delle conseguenze che il sistema di vigilanza globale rivelato da Snowden ha avuto su governi e corporations negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Ora è rifugiato in Russia e il mio governo continua a fare tutto il possibile per incarcerarlo per il resto della sua vita. Credo che altri presidenti dovrebbero seguire l’esempio della Kirchner e avvicinarsi a Snowden.

Sono passati due anni dalla prima rivelazione diffusa da Edward Snowden. Com’è cambiato il mondo da allora?

Ed Snowden ha reso un servizio non solo al popolo americano, ma a tutta l’umanità. Il dibattito sulla privacy è stato accelerato dalle sue rivelazioni. Ha fornito a tutti un’informazione importante per sapere esattamente in che mondo viviamo e per poter esigere il rispetto dei nostri diritti. Prima questo dibattito non esisteva e ora fa parte dell’agenda politica mondiale. Ciò che Edward ha scoperto e reso pubblico ha avuto un impatto enorme e positivo. Ora si parla di riforme legali negli Stati Uniti e in altri paesi per garantire la nostra privacy; i governi devono occuparsene perché lo reclama la gente. E questo lo dobbiamo a lui.

Ritiene possibile che Snowden ritorni negli Stati Uniti?

Sì. Credo che sia questione di tempo. Richiederebbe un cambiamento delle leggi o la grazia presidenziale, ma è chiaro che per questo serve una campagna internazionale di appoggio a Snowden. Credo anche che la recente sentenza di una corte d’appello federale di New York, che ha dichiarato illegali le intercettazioni della NSA, costituisca un cambiamento molto importante. Ora Snowden non è un più divulgatore di attività segrete del governo degli Stati Uniti, ma un uomo perseguitato per aver dimostrato che il governo agiva al di fuori della legge. Bisogna ricordare che molti attivisti per i diritti umani sono stati considerati in un primo momento terroristi. Perfino Nelson Mandela faceva parte della lista di terroristi degli Stati Uniti.

Intende dire che Snowden è un nuovo Mandela?

Sì.  Snowden è il nuovo Mandela. E’ uno dei grandi eroi dei diritti umani del ventunesimo secolo.

Lei ha dichiarato diverse volte che il cambiamento generazionale causerà necessariamente dei cambiamenti legislativi.

Ne sono convinto perché i millenials (persone nate tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila nel mondo occidentale, N.d.T.) considerano Snowden un eroe e credono in ciò che lui difende. Si tratta di maturare un cambiamento sociale che è già avvenuto, com’è successo per i diritti degli omosessuali. Non solo negli Stati Uniti, ma anche in Spagna Francia, Germania e molti altri paesi, i giovani hanno un altro modo di relazionarsi, un’altra forma di intendere la comunicazione. E’ necessario ora che questo cambiamento si traduca in decisioni politiche. Abbiamo già ottenuto che per la prima volta al Congresso si discutesse dei poteri del governo americano e di come controllarlo.

Dopo una grande polemica il Patriot Act non è stato rinnovato, com’era previsto. Lo considera un trionfo delle organizzazioni dei diritti umani?

Certo! E’ un momento molto interessante, perché sono stati gli stessi repubblicani a bloccare il rinnovo del Patriot Act; non sono riusciti a creare un consenso per prolungare ancora questa legge, come avevano fatto negli ultimi 13 anni. Siamo in un momento diverso, ma i cambiamenti non sono sufficienti. Per esempio, l’abolizione del Patriot Act non riguarda le telefonate o le mail straniere. Io non ho meno diritti se scrivo a mia sorella che vive in Florida, o a un giornalista in Argentina. Limitare i diritti a un ambito geografico è totalmente assurdo, soprattutto in Internet.

Lei ha dichiarato che il presidente Barack Obama l’ha delusa. Perché?

Obama è il presidente che ha fatto di più per la comunità LGTB, quello che più ha tentato di ampliare i diritti degli immigrati, quello che ha spinto il Ministero della Giustizia a rimettere al centro i diritti civili e ha stimolato il dibattito sulla giustizia penale e le carceri. In questi campi si è mosso con decisione, ma riguardo al tema della sicurezza nazionale le sue azioni sono state molto tiepide. Ha fatto le cose più importanti all’inizio, quando ha annunciato la fine delle torture – che tristezza dover fare una promessa simile! – e la chiusura di Guantánamo. Ha invocato maggiore trasparenza e dichiarato che avrebbe abolito il Patriot Act, ma poi è stato catturato dall’intelligence di Washington, che ha distrutto il suo entusiasmo per un cambiamento sociale.

A suo giudizio gli sono mancate la convinzione o la forza politica?

Obama è prima di tutto un politico e credo si sia concentrato su temi che potevano aiutarlo politicamente. Se ti batti per i diritti civili ti assicuri il voto di gay, degli immigrati, delle donne, delle minoranze. Sono tutti elettori. Entrare nel campo controverso della sicurezza nazionale però non porta voti, perché non c’è un movimento identificato con questo tema e abbastanza importante. Lottare contro Guantánamo, le  intercettazioni illegali e gli attacchi con i droni non garantisce una rielezione.

La sua associazione vuole dimezzare la popolazione carceraria. Come si può raggiungere un simile risultato?

Gli Stati Uniti corrispondono al 5% della popolazione mondiale e al 25% della popolazione carceraria. Ci siamo dedicati per quarant’anni a una battaglia contro la criminalità e le droghe che ha posto fine a questa epidemia. Molte di queste persone sono dietro alle sbarre per problemi legati alla droga o ad altri reati non violenti. La cosa curiosa è che ora su questo tema c’è un consenso con la destra: criticano il sovraffollamento delle carceri perché pensano che stiamo spendendo molto per questo. In Texas per esempio il tasso di incarcerazione sta diminuendo. Noi crediamo che sia una questione morale, che molte di queste persone dovrebbero ricevere assistenza sociale e non venir trasformate in criminali, ma lavoriamo con quelli che hanno lo stesso obiettivo indipendentemente dalle ideologie.

Si è raggiunto un accordo su questo tema con i conservatori. Crede che a medio termine si potranno proporre cambiamenti nel campo della sicurezza nazionale?

Torno all’esempio degli omossessuali. Quattordici anni fa noi attivisti ci battevamo perché i cittadini gay non finissero in carcere per le loro decisioni private. Abbiamo visto in pochi anni un cambiamento sociale sorprendente: siamo passati dalla criminalizzazione a trovarci sul punto di vedere riconosciuti tutti i nostri diritti. In questo contesto tutto è possibile. 

Visto che accenna ai diritti degli omosessuali, non è un’ironia che Edward Snowden sia rifugiato in Russia, un paese criticato proprio perché non rispetta i diritti umani di molti cittadini?

Snowden sta dove gli hanno concesso asilo, non dove vuole stare. Abbiamo bisogno che vari paesi prendano l’iniziativa per dargli la possibilità di decidere dove vuole vivere e di stare con la sua famiglia. Negli Stati Uniti non possiamo proteggerlo contro le leggi che potrebbero tenerlo in prigione per tutta la vita, dunque per ora resta in Russia. Abbiamo bisogno di altre iniziative come quella del presidente Kirchner per toglierlo di là.

Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo

 

 

Categorie: Cultura e Media, Diritti Umani, Internazionale, Interviste, Questioni internazionali
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