Simposio 2014: la regola d’oro

10.11.2014 - Centro Mundial de Estudios Humanistas

Simposio 2014: la regola d’oro
(Foto di Daniel Alvarez)

La Regola d’oro, principio di solidarietà e di liberazione.

Intervento di Emanuaela Widmar al IV Simposio del Centro Mondiale di Studi Umanisti, Parco di Studi e Riflessione di Attigliano, 1 Novembre 2014

“Verso la scoperta dell’Umano, dal mondo dello stabilito alla libertà”, il tema di questo Simposio è racchiuso nella Regola d’oro, principio etico che si trova in tutte le grandi religioni, nelle varie tradizioni sapienziali, nelle culture più antiche e distanti, fino ad arrivare ai nostri tempi.

Questo concetto illuminante è stato presente, nel corso dei millenni, nelle più profonde espressioni dell’essere umano perché non solo è il cuore e la sintesi di ogni sistema etico universale, ma è anche una pratica che indica il cammino e le azioni conseguenti da intraprendere per un’evoluzione della qualità del rapporto fra gli esseri umani.

 

La più antica formulazione scritta rinvenuta è quella di Zaratustra (VII sec. a.C): “Quello che è bene per tutti e per chiunque, quello è bene per me….quello che ritengo sia buono di per sé, io lo devo per tutti..” (Gathas, 43.1)

 

Nel III secolo a.C. nell’Induismo, la regola appare sia nella sua forma negativa, che in quella positiva: “Ecco la somma della vera onestà: tratta gli altri come vorresti essere trattato tu stesso, non fare al tuo vicino ciò che non vorresti che egli poi rifacesse a te.” (Mahabharata XIII.114.8)

Alcuni studiosi affermano che questo testo induista trasmetta una testimonianza della tradizione vedica molto più antica, risalente a circa tremila anni a.C., trascritta solo più tardi.

 

Nel Taoismo Lao Tzu (604 a.C.- 531a.C.): “Considera il guadagno
 del tuo vicino come il tuo
 e la sua perdita come 
la tua stessa perdita.” (Tai Shang Kan Ying Pien 213-218)

 

Budda (566 a.C. – 486 a.C.) afferma: “Non trattare gli altri, in modi che tu stesso troveresti dannosi.” (Dharmapada o Udanavarga 5.18)

 

Confucio (551 a.C.- 479 a.C.)
: …ciò che non vuoi sia fatto a te non fare agli altri” e “..l’uomo dotato di benevolenza, desiderando essere saldo, fa sì che lo siano gli altri; desiderando progredire, fa sì che gli altri progrediscano. Assumi come esempio quel che puoi fare per chi ti è vicino… ” (Lunyu, I Dialoghi, 12,2-6,30)

 

Nell’ebraismo il Rabbino Hillel (60 a.C.-7):” Quello che non vorresti per te non farlo al tuo prossimo. Questa è tutta la Toràh….” (Talmùd B. Shabbath 31a)

 

Per il Cristianesimo, ricordiamo due citazioni per tutte, che si trovano nel Vangelo di Matteo 7.12: Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa, infatti, è la Legge e i Profeti…” e nel Vangelo di Luca 6,31: “E il bene che gli uomini fanno a voi, fate pure a loro.”

 

Maometto (570 – 632): “Nessuno di voi è credente se non desidera per il fratello ciò che desidera per se stesso.” (Hadith di Nawawi 13/40)

 

Lo stesso principio, solo per riportare alcuni movimenti, credi religiosi e pensatori, si ritrova nel Giainismo, nello Scintoismo, nel Sikhismo, nella fede Baha’i, in molti scrittori del periodo greco e romano fra cui Seneca e Erodoto, negli studi di San Paolo, San Tommaso e Sant’Agostino, in Voltaire e in Kant.

 

E’ presente, inoltre, nella maggior parte delle tradizioni popolari come, per esempio, in quella degli Indiani d’America o in molti proverbi e credenze africane, fra cui la più importante è l’Ubuntu: “Ubuntu è il principio secondo il quale l’umanità di ogni persona è idealmente rivelata attraverso la sua relazione con gli altri, che a loro volta esprimono la loro umanità attraverso il riconoscimento di quella del singolo. Ubuntu significa che le persone sono persone attraverso altre persone. È anche una forma di riconoscimento dei diritti e delle responsabilità che ciascun cittadino ha nel sostenere il benessere individuale e sociale.[1]

 

Ritroviamo la Regola d’oro negli studi di Tolstoj, in Gandhi, in Martin Luther King, in Jean Marie Muller. Più recentemente nello scrittore italiano Umberto Eco: “Noi, così come non riusciamo a vivere senza mangiare o senza dormire, non riusciamo a capire chi siamo senza lo sguardo e la risposta dell’altro… si potrebbe morire o impazzire se si vivesse in una comunità in cui sistematicamente tutti avessero deciso di non guardarci mai e di comportarsi come se non esistessimo.” [2]

 

Come principio di solidarietà lo troviamo nei Principi di Azione Valida del pensatore argentino Mario Rodriguez Cobos, conosciuto come Silo, che dichiara :

“Quando tratti gli altri come vuoi essere trattato, ti liberi.” [3]

E’ un principio trasformatore che parla di solidarietà ma che, come dice quest’ultima formulazione, non può mai essere distante dal concetto di libertà interna di un essere umano.

 

Questa etica della reciprocità, anche se con differenti enunciati, è l’unica regola universalmente accolta e testimoniata nei millenni con incredibile perseveranza. E’ la base della convivenza nonviolenta, del riconoscimento dell’umano in se stessi e negli altri e, forse, si può affermare che una delle cause radicali della violenza fra gli individui potrebbe avere origine dall’inosservanza di questo principio.

 

Alcune enunciazioni che abbiamo letto, si poggiano sulla versione negativa, quella del: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.” La versione negativa sembra porre l’accento su una condizione minima della reciprocità relazionale. Si ferma al rispetto per l’altrui esistenza e, in generale, limita la portata della negatività che ci possiamo recare reciprocamente, ma l’evoluzione della qualità del rapporto con l’altro non si può limitare a questo perché include, per registro interno, la solidarietà, l’appoggio, l’aiuto e il trattarsi bene.

 

Cerchiamo di capire e analizzare a grandi linee quello che succede oggi con la Regola d’oro. In questi ultimi tempi la reciprocità e la solidarietà sembrano essere venute meno sia a livello personale, che sociale. Oggi per molti esseri umani è il tempo della chiusura, della solitudine, della disattenzione, della mancanza di comunicazione. Anche se siamo inseriti in famiglie, in gruppi, in comunità, molto spesso, non ci sentiamo capaci di poter contare sulle relazioni affettive e, frequentemente, compensiamo con forme mediatiche questa nostra presunta incapacità, questi nostri comportamenti erratici, questa mancanza di fiducia che proviamo nel portare avanti delle relazioni armoniose.

“L’altro”, però, inizia ad “esserci” solo se gli si concede spazio e, per fare posto “all’altro”, il nostro io non può più sentirsi al centro del mondo, deve in qualche modo riubicarsi. In molte culture attuali dare meno importanza al proprio io e più attenzione “all’altro” è percepito come un annullamento della personalità, una perdita di potere, come un fallimento. Il riproporzionamento del proprio io viene registrato, come una fine, un estinguersi, un morire dell’io stesso. In queste situazioni c’è il sapore, del tutto illusorio, di una scomparsa che nessuno vuole accettare, neppure allegoricamente. Nell’immaginario di questo tipo di società non si ammettono perdite, dunque è meglio non “perdere” pezzi del proprio io. Si arriva a registrare internamente e a collegare la relazione verso “l’altro” con la sensazione della fine dell’io e, quindi, a causa di questa posizione contraddittoria, si tende, anestetizzando il proprio io, a evitare di instaurare un rapporto coinvolgente o a gestire in modo negativo la relazione con “l’altro”. Chiudiamo, così, l’altro nel suo orizzonte temporale e spegniamo il futuro, con le sue innumerevoli possibilità, ad entrambi. Sentire l’umano dell’altro, dunque, ci offre l’opportunità di liberarci e di donare libertà all’altro.

La verità è che quando applichiamo il principio di solidarietà in modo consapevole, diamo forma alla disposizione fondamentale di esserci per “l’altro” e ci collochiamo immediatamente allo stesso livello dell’altro, né al di sopra, né al di sotto. E’ questa posizione mentale che ci permette di vivere una coesistenza sociale nonviolenta.

 

Quando una persona riesce a svegliare il proprio io dall’anestesia e a dare spazio all’altro, intraprende un cammino, perché la Regola d’oro non è un codice teorico, ma offre un esempio, un ideale da seguire ed è un impegno costante: è il tentativo di comprendere la struttura della vita umana nella sua totalità, è una disciplina che può generare forza e gioia.

 

Nell’ultimo principio che abbiamo letto, Silo dice:

“Quando tratti gli altri come vuoi essere trattato, ti liberi.”

 

Bisogna arrivare a comprendere, a registrare profondamente che dare spazio all’altro è un approccio graduale di liberazione. E’ un liberarsi passo dopo passo, in un processo di adattamento crescente, seguendo coerentemente non una morale imposta o lontana, ma una costruzione di evoluzione e di unità interna che, nel cambiamento, coinvolge anche l’altro e ci impegna a discernere quali sono i pensieri, i sentimenti e le azioni unitive e quali sono quelle contraddittorie. Gli individui sono sempre più persi nelle loro contraddizioni che causano sofferenza e che si diffondono sempre di più, per cui lo sguardo che abbiamo su noi stessi, sull’altro e sul mondo diventa un esercizio continuo per capire come superare la sofferenza. Nella comunicazione con l’altro scopri l’umanità in te stesso, cosicché l’esperienza di unità interiore acquisita, diviene non solo patrimonio di conoscenza e pratica comune, ma costituirà anche il nuovo punto di partenza per ulteriori evoluzioni. Il mio sguardo sull’altro che guarda me, mi fa capire che cosa ci aiuta e cosa ci danneggia. Sicuramente le azioni che terminano in noi stessi causano sofferenza e l’individualismo e l’egoismo con i loro recinti, le loro barriere stanno producendo una disintegrazione dell’essere umano. Ogni volta che l’essere umano supera questi condizionamenti e segue la direzione dell’agire con unità interna guadagna, non solo per se stesso, spazi di libertà. Gli atti unitivi con il sapore della libertà interiore si sprigionano da noi stessi e vanno verso il mondo; dunque l’impegno è, per rompere ogni schema stabilito, di compiere sempre più atti unitivi per crescere internamente.

 

Quando ci renderemo conto che questo stato di crescita perdura nel tempo e quando proveremo un desiderio crescente di ripetere queste azioni, mai più ci dimenticheremo che:

 

 

“L’altro essere umano è un altro me; un altro come me non può essere che un altro felice come io desidero esserlo.” [4]

Possiamo concludere affermando che questa Regola universale, quando viene messa in pratica, indica il cammino e le azioni coerenti conseguenti che ogni essere umano, individualmente e insieme agli altri, può intraprendere per instaurare una qualità empatica e solidale del rapporto con l’altro, con gli altri, con il mondo. Questa regola, se fosse seguita da più insiemi umani, potrebbe portare al superamento di ogni violenza. Quando gli esseri umani si renderanno conto che, spesso, le loro migliori intenzioni sono state anestetizzate e scopriranno la grandezza, la profondità dell’umano in se stessi e negli altri, saranno in grado di spezzare ogni determinismo sia personale, che sociale.

Termino con le parole di tre autori: Nazim Hikmet, scrittore e poeta turco, Carmelo Vigna, Professore Ordinario di Filosofia Morale presso la Ca’ Foscari, e Silo, fondatore del Nuovo Umanesimo.

 

Sono parole che riescono a dare un’immagine sul nostro futuro di libertà.

 

“Nasceranno da noi 
uomini migliori, la generazione 
che dovrà venire
 sarà migliore
 di chi è nato
 dalla terra, dal ferro e dal fuoco…e intoneranno
 una canzone nuovissima,
 profonda come gli occhi dell’uomo,
 fresca come un grappolo d’uva,
 una canzone libera e gioiosa…nasceranno da noi 
uomini migliori.” [5]

“…tanto te stesso quanto l’altro sono prima di tutto lati interni di te. Finché non vedrai te stesso come un altro e finché non vedrai un altro come te stesso, non potrai dire d’aver posto la buona relazione con altri e con te stesso. Identità e alterità non sono altrove, ma sono, appunto, dentro di te. Sei tu il luogo trascendentale, dove tutto accade quanto al senso dell’esser tuo.” [6]

La Regola d’Oro non può convertirsi in un nuovo strumento del moralismo ipocrita, utile per misurare il comportamento altrui. Quando una tavola della “morale” serve a controllare invece di aiutare, a opprimere invece di liberare, deve essere infranta. Più in là di ogni tavola della morale, più in là dei valori del ‘bene’ e del ‘male’, si erge l’essere umano e il suo destino, sempre inconcluso e sempre in crescita[7]…amo, quindi, dell’essere umano la sua umanizzazione crescente e in questi momenti di crisi, di cosificazione, in questi momenti di disumanizzazione, amo la sua possibilità di riabilitazione futura.[8]

 

 

[1] South African Governmental White Paper on Social Welfare-http://www.gov.za/sites/www.gov.za/files/foreignpolicy_0.pdf

 

[2] Umberto Eco, “Che cosa crede chi non crede”, Roma, Atlantide,1996 /http://www.tolerance.kataweb.it/ita/cap_due/due/letture_tre.html

 

[3] Silo, “Opere complete”, Ed. Multimage, 2000, Vol.1, pag. 40

 

[4] Introduzione di C. Vigna, pag. XXIX, “La Regola D’Oro come Etica Universale” a cura di C. Vigna e S. Zanardo 2005 V&P

[5] Brani scelti dalla poesia di Nazim Hikmet: “Nasceranno uomini migliori”

http://www.poesie.reportonline.it/poesie-di-nazim-hikmet/nasceranno-uomini-migliori-di-nazim-hikmet.html

 

[6] Introduzione di C. Vigna, pag. XXXII, “La Regola D’Oro come Etica Universale” a cura di C. Vigna e S. Zanardo 2005 V&P

[7]Silo “Manuale temi formativi e pratiche dei messaggeri” http://silosmessage.net/materiales.asp?LANG=IT

 

[8] Silo “A proposito dell’Umano” Torino, Multimage, 1996, pag.8

 

Categorie: Cultura e Media, Europa, Umanesimo e Spiritualità

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