Comunicato n.4 dalla Siria: dichiarazione finale

19.05.2013 - Paul Larudee

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese

Comunicato n.4 dalla Siria: dichiarazione finale
(Foto di www.globalresearch.ca)

Dopo tutti i ritardi e la riprogrammazione connessi alla visita in Siria, la maggior parte dei miei colleghi delegati sono ora rientrati nei rispettivi paesi e stanno riordinando appunti, film e foto.

Per quanto riguarda gli spari contro l’auto che trasportava madre Agnes, sembra che la cosa sia avvenuta due volte, sia all’andata che al ritorno ma, a suo parere, l’attacco non era diretto in particolare a lei, ma piuttosto a qualsiasi veicolo si trovasse a passare, con l’intento di rendere impraticabile la strada. L’auto è stata danneggiata ma Madre Agnes sta bene.

Il governo ha deciso di non rilasciare tutti i 72 prigionieri i cui nomi avevamo presentato al ministro della giustizia. Stando a quanto dichiarato, alcuni dei prigionieri sono accusati di reati e dovranno essere processati. Il 20 maggio dovrebbero dirci quali prigionieri verranno rilasciati e quando.

Ovviamente, ogni liberazione di prigionieri è una buona notizia, ma questa non è una mossa fatta per dimostrare buona fede. Un segnale forte sarebbe stato quello di lasciar cadere le false accuse contro tutti i 72 prigionieri e la loro immediata liberazione. Questa decisione potrebbe significare diverse cose:

  1. Il regime sente di essere in una posizione abbastanza forte da non avere bisogno di fare concessioni.

  2. Il regime considera la nostra delegazione troppo poco importante per tale richiesta, e in questo caso un interlocutore di maggior spicco avrebbe potuto avere più successo.

  3. Il regime considera la detenzione e l’incarcerazione dei leader del movimento nonviolento come strategicamente più vantaggioso, ai fini dell’unità nazionale, che non il loro rilascio.

Naturalmente, potrebbe significare tutte queste cose e anche altre. Se per lunedì verranno rilasciati venti o più prigionieri, capiremo che la nostra richiesta avrà avuto qualche effetto. Se invece non avremo altro che un elenco di rilasci futuri, la nostra azione non avrà avuto probabilmente alcun effetto e queste date già erano state stabilite in precedenza.

Nella quinta e probabilmente ultima comunicazione, riferirò sui prigionieri e su ulteriori sviluppi, chiudendo con alcune osservazioni finali.  Durante la visita, io e il delegato canadese Amir Massoumi siamo stati incaricati di stilare due dichiarazioni. La bozza della prima è stata redatta inizialmente in Libano appena prima di partire per la Siria. Ho preparato la seconda prima di partire, e il mio collega Amir l’ha poi completato più tardi, al termine della delegazione.

Dichiarazione della delegazione Mussalaha in Siria sulla situazione dei profughi in Libano

Domenica 5 maggio 2013

La conclusione riassuntiva della delegazione Mussalaha è che i profughi siriani in Libano sono costretti a fare affidamento principalmente sulle proprie risorse e sull’ospitalità libanese, entrambe ormai tese al limite, il che fa presagire una tragedia umanitaria nel momento in cui si raggiungerà il punto di rottura. Il Libano ospita una quota di rifugiati sproporzionata sia in termini assoluti sia in relazione alla propria popolazione (4,3 milioni). Numeri affidabili non sono disponibili, ma la cifra più comunemente citata è di 1 milione di persone.

Poiché la causa di questa crisi è la violenza diffusa in tutta la Siria, chiediamo la fine immediata di tutti gli aiuti, letali e non, a tutti i combattenti, un cessate il fuoco immediato e reciproco, negoziati immediati tra tutte le parti senza precondizioni.

Per quanto riguarda i rifugiati esistenti, la mancanza di aiuto e di sostegno è vergognosa.  L’Alto Commissariato ONU per i rifugiati (UNHCR) sostiene che il tempo normale di registrazione è intorno ai 31 giorni, mentre in realtà i rifugiati rimangono in attesa anche fino a quattro mesi, spesso senza neanche tende per ripararsi. Inoltre, l’UNHCR chiede una tassa di registrazione di 100 dollari.

L’UNHCR sostiene di essere ormai sovraccarico e di non aver risorse sufficienti. Dovrebbe avere servizi pronti e in attesa di nuovi arrivi, e il denaro dovrebbe scorrere verso i rifugiati, non da loro verso l’UNHCR. Al fine di rendere possibile ciò, i paesi donatori dovrebbero immediatamente tener fede agli impegni presi. Tuttavia, è anche necessario che l’UNHCR sia completamente trasparente, anche tramite un controllo esterno sull’uso e la ripartizione delle risorse.

Molta parte dell’assistenza ai rifugiati avviene a livello individuale. Libanesi e persino gli stessi rifugiati palestinesi aprono le loro porte in compassione per ospitare i loro fratelli e sorelle siriani. Tuttavia, questo supporto è spesso insostenibile sul lungo termine e insufficiente a causa del gran numero di rifugiati, cosa che comporta la creazione di accampamenti di fortuna che non soddisfano gli standard minimi internazionali. Questi campi spesso non godono di alcuna supervisione dall’UNHCR o da qualsiasi altra agenzia per otto mesi o anche più.

A questo si aggiunga che i profughi diventano sempre più vulnerabili a vari tipi di sfruttamento, compresa la prostituzione e la tratta di esseri umani. Queste condizioni rappresentano una vergogna per gli organismi e i comitati (e i loro sponsor) incaricati di sostenere i profughi e i loro diritti. Tutti i rifugiati hanno diritto ai principi fondamentali della vita e della sicurezza.  Devono avere accesso immediato a servizi di assistenza e a un’adeguata protezione dagli abusi.

I cittadini libanesi, i palestinesi rifugiati che vivono in Libano, le istituzioni di beneficenza libanesi e le altre istituzioni della società civile libanese meritano molto rispetto per aver fornito quell’assistenza che la società internazionale non ha fornito. Tuttavia, un afflusso di profughi di questa grandezza è più di quanto qualsiasi società delle dimensioni del Libano sia in grado di sopportare senza massicci aiuti dalle Nazioni Unite e dai suoi componenti. È una questione di urgenza fare in modo che alle parole di simpatia e compassione corrispondano le relative azioni.

Dichiarazione conclusiva della delegazione Mussalaha in Siria

Venerdì 10 maggio 2013

La Siria evidenzia un massiccio e terribile degrado per quanto riguarda il rispetto e la decenza umani. Ci sono milioni di vittime innocenti e molti singoli atti di eroismo, ma tra i potenti vediamo un livello spaventoso di violenza, di ipocrisia e di corruzione. Decine di migliaia sono morti, in milioni sono sfollati, quasi l’intera popolazione (23 milioni) vive nella paura. La comunità internazionale ha dichiarato, e noi lo confermiamo, che la tragedia siriana è forse la peggiore dalla seconda guerra mondiale.

Gli Stati, le organizzazioni politiche e i combattenti sono le cause primarie della miseria, che perseguono per il proprio vantaggio, seminando terrore e manipolando le vittime in modo da mettere in cattiva luce i rispettivi avversari, troppo spesso non solo rifiutando qualsiasi compromesso ma persino di parlarsi.

Queste sono le conclusioni della nostra delegazione, composta da 16 attivisti per i diritti umani provenienti da sette paesi. Nel corso di nove giorni abbiamo visitato i campi profughi, le comunità colpite, i leader religiosi, combattenti, i rappresentanti del governo e molti altri – carnefici e vittime – in Siria e Libano.

Già eravamo inorriditi da quanto sapevamo prima di venire, ma quello che abbiamo visto come delegazione porta vergogna a quasi tutti i soggetti coinvolti.

Chiediamo alla comunità internazionale di proteggere l’integrità territoriale della Siria e di rispettare i diritti fondamentali della Siria come stato sovrano. Noi condanniamo qualsiasi intento di violare l’integrità delle frontiere della Siria o di danneggiare l’unità e la ricchezza di diversità del popolo siriano.

Riconosciamo la legittimità delle aspirazioni dei cittadini siriani per il cambiamento, le riforme, l’eliminazione della corruzione di Stato e per l’attuazione di una vita democratica che rispetti e protegga i diritti fondamentali di tutti i cittadini e delle minoranze, ma crediamo che riforme efficaci e durature si possono attuare solo attraverso mezzi nonviolenti.

Il nostro appello primario è che tutti i paesi interrompano le loro ingerenze negli affari siriani, e più precisamente, interrompano la fornitura di armi e combattenti stranieri ad entrambi le parti in conflitto. Se i paesi stranieri sono concordi nell’eliminare l’afflusso di armi e combattenti, siamo fiduciosi che i siriani sapranno trovare soluzioni adeguate ai propri problemi e realizzare la riconciliazione.

Ci opponiamo inequivocabilmente a qualsiasi aggressione e intervento straniero contro la Siria sotto qualsiasi pretesto. Allo stesso tempo facciamo appello a tutte le parti, compreso il governo, perché mostrino moderazione in risposta alle provocazioni che mirano a un’escalation della violenza e ad allargare il conflitto.

Riteniamo che il diritto del popolo siriano a determinare il proprio governo e il proprio futuro sia fuori discussione. L’ingerenza straniera sta attualmente impedendo al popolo siriano di esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione. Siamo preoccupati perché tale pernicioso intervento sta lacerando il tessuto del paese stesso, con conseguenze a lungo termine che si possono soltanto immaginare.

L’esempio ammonitore dell’Iraq serve a ricordarci le terribili conseguenze di una tale follia internazionale. Questa crisi umanitaria si sta già riversando nei paesi limitrofi. Un collasso della società siriana, però, destabilizzerà l’intera regione. Facciamo appello alla comunità internazionale perché dimostri di saper imparare dalla storia e di saper fare scelte migliori nel caso della Siria, in modo da risparmiare al coraggioso popolo siriano ulteriori tragedie.

In secondo luogo, facciamo appello ai media internazionali perché interrompano il flusso di disinformazione per quanto riguarda il conflitto siriano. Noi crediamo che ad ogni siriano, dentro e fuori del paese, dovrebbe essere dato il diritto di essere ascoltato, ma non vediamo questo diritto garantito nella copertura internazionale di questa crisi.

In terzo luogo, mentre noi sosteniamo interamente l’embargo sulle armi, chiediamo alla comunità internazionale di rivedere e riconsiderare le sanzioni paralizzanti che stanno presentando un costo così pesante al popolo siriano.

In quarto luogo, chiediamo che la comunità internazionale prenda sul serio il vasto numero di rifugiati e di sfollati interni provocati da questo conflitto.

Auspichiamo la cessazione di ogni violenza, in modo che a queste persone possa essere permesso di tornare alle proprie case. Nel frattempo, tuttavia, gli sforzi umanitari devono essere ampliati per soddisfare i bisogni fondamentali di tali persone.

La nostra precedente relazione, la “Dichiarazione della delegazione della Mussalaha in Siria sulla situazione dei rifugiati in Libano”, delinea l’inadeguatezza dell’attuale programma per i profughi. Apprezziamo che varie autorità di governo abbiano tentato di rispondere alla crisi dei rifugiati. Riconosciamo però che al Comitato internazionale della Croce Rossa e alle società affiliate, così come ad altre agenzie umanitarie, deve essere consentito di istituire centri all’interno della Siria per prendersi cura degli sfollati, in modo da impedire che questi profughi fuggano verso l’estero.

Questo lavoro richiede finanziamenti immediati e significativi dalla comunità internazionale. Benché si tratti di un’impresa onerosa, noi crediamo che i costi saranno in realtà solo una frazione dell’importo attualmente speso per distruggere la Siria.

Infine, un appello a tutte le parti coinvolte di porre fine a tutte le forme di violenza e di violazione dei diritti umani: azioni che prendono di mira e terrorizzano civili innocenti e prigionieri, attacchi terroristici indiscriminati sulla popolazione civile, ingiustificati e sistematici attacchi a infrastrutture vitali dello stato, installazioni civili, zone industriali, fabbriche, servizi di comunicazione, riserve agricole, centri sanitari e ospedali, scuole e università, monumenti religiosi e culturali. Tutto ciò comporta la trasformazione delle aree residenziali in zone di guerra, e la conseguente fuga della popolazione civile.

Siamo parimenti contrari all’uso di decreti religiosi che incoraggiano, banalizzare e giustificano la barbarie, gli stupri e il terrorismo. Facciamo appello a tutta la comunità religiosa perché richiami i fedeli alla nonviolenza e ad impegni di pace, e respinga tutte le forme di violenza e discriminazione.  Esprimiamo la nostra ammirazione e il nostro rispetto per i molti leader religiosi siriani che hanno rifiutato di avallare l’uso della violenza e hanno dedicato la loro vita a lavorare per una soluzione pacifica al conflitto, e facciamo appello specificamente per la liberazione immediata dei due vescovi cristiani rapiti, entrambi dediti al lavoro di pace e riconciliazione, come facciamo appello per la liberazione di tutti i religiosi cristiani e musulmani e degli altri cittadini siriani rapiti.

Concludiamo elogiando il lavoro di Madre Agnes Mariam e le iniziative del movimento Musalaha. Abbiamo assistito al loro lavoro all’interno di diverse comunità in Siria. Offriamo il nostro inequivocabile e continuo sostegno a queste persone coraggiose, e ci impegniamo a continuare a lavorare al loro fianco fino a quando la Siria sarà veramente in pace.

Ringraziamo il Patriarca Gregorios III Laham, per il suo gentile invito e il suo continuo sostegno. Ringraziamo inoltre il signor Jadallah Kaddour , la cui generosità ha reso possibile la nostra visita, ed esprimiamo la nostra gratitudine a tutti coloro che hanno facilitato il nostro percorso, e in particolare il Comitato organizzatore e il Consiglio popolare per la riconciliazione nazionale .

Damasco, il 05/10/2013,

Mairead Corrigan Maguire, a nome della delegazione internazionale in Siria per la Mussalaha e la pace.

Firmatari della delegazione Mussalaha in Siria:

Francesco CANDELARI (Italia): il suo ruolo attuale è coordinatore internazionale della International Fellowship of Reconciliation. Ha presedentemente ricoperto varie posizioni presso le Nazioni Unite. Come giornalista ha riferito sulla primavera araba. In stretto contatto con persone provenienti da Siria, è interessato alla ricerca di possibili soluzioni nonviolente del conflitto in Siria.

Marinella COREGGIA, (Italia) giornalista italiana e scrittrice nel settore della giustizia ecologica; agricoltore ecologico, Marinella Correggia, è attiva per la pace dal 1991. Associata alla rete No War Network, ha organizzato molte dimostrazioni a Roma, petizioni per l’ONU, invio di informazioni ad alcune missioni delle Nazioni Unite a Ginevra, scritto articoli e conferenze.

Mel DUNCAN (USA) è il fondatore e attuale direttore esecutivo di Advocacy e Outreach della Nonviolent Peaceforce (NP). Modellata sul concetto gandhiano di Shanti Sena, la forza di pace nonviolenta (Nonviolent Peaceforce) un’organizzazione internazionale non-governativa (INGO) impegnata nella creazione di una forza di pace disarmata su larga scala, composta di civili appositamente addestrati da tutto il mondo. Il signor Duncan ha 40 anni di esperienza nell’organizzazione e nel promuovere la pace, la giustizia e l’ambiente in modo nonviolento. Egli si concentra attualmente nel patrocinare l’accettazione e il supporto finanziario del mantenimento di pace nonviolento da parte delle Nazioni Unite.

Tiffany EASTHOM (Canada), responsabile di zona per il sud Sudan di Nonviolent Peaceforce (NP),  Prima di diventare responsabile di NP in Sud Sudan, Tiffany è stata responsbile di zona di NP in Sri Lanka, e responsabile di zona per le Brigate di pace internazionali in Indonesia.

Denning ISLES (Australia) è un laureato dell’Istituto di Wesley, laureando in tecnologia Audio (2008). Attualmente lavora per padre David Smith con i Fighting Fathers Ministries, attraverso i quali sostiene diverse organizzazioni giovanili e comunità come il centro giovanile Santa Trinità di Dulwich Hill, il campeggio di Binacrombi, e la palestra di Dulwich Hill.

Alistair LAMB (USA)

Franklin LAMB (USA) è un avvocato internazionale di base a Beirut-Washington, DC. Ex sostituto procuratore in commissione giustizia del Congresso degli Stati Uniti, come parte del suo impegno a favore della Palestina, Lamb ha scritto ampiamente sui problemi del Medio Oriente.

Paul LARUDEE (USA) è un ex supervisore di progetto della Fondazione Ford, docente a Fulbright-Hays in Libano e consigliere del governo degli Stati Uniti in Arabia Saudita. Ha fatto parte delle facoltà di varie università nell’area della San Francisco Bay, organizzatore con il movimento di solidarietà internazionale in Palestina e co-fondatore del movimento inteso a spezzare l’assedio Israeliano di Gaza via mare. Si trovava a bordo delle imbarcazioni che sono riuscite a farlo nel 2008, come pure sulla Gaza Freedom Flotilla, attaccata dalle forze israeliane il 31 maggio 2010. È co-fondatore dela Marcia Globale verso Gerusalemme.

Amir M. MAASOUMI (Canada) è un sociologo, esperto di Islam contemporaneo, di relazioni interculturali e inter-religiose, e di dialogo tra culture e civiltà, attivista per pace, giustizia sociale e per i diritti umani.

Mairead MAGUIRE (Irlanda del Nord) è premio Nobel per la pace (l976), co-fondatore di Peace People (genti di pace), in Irlanda del Nord. Ha ricevuto molte onorificenze e premi, tra cui un dottorato onorario dall’Università di Yale, il premio Pacem in Terris, quello della Nuclear Age Peace Foundation e il premio Nobel per la pace (l976).

Michael MALOOF (USA) scrive per WND (WND.com), World Net Daily), pubblicazione specializzata in analisi e cronaca politica ed economica internazionale. Tiene anche una rubrica settimanale riservata agli abbonati a WND per il G2Bulletin, che fornisce analisi negli stessi settori. Per i suoi resoconti, Maloof si reca più volte all’anno in Libano, dove si prevede che aprirà un ufficio di WND.

Ann PATTERSON (Irlanda)è un terapeuta familiare presso il Quaker Center a Belfast, fornisce consulenza a supporto delle famiglie appartenenti a comunità separate. Durante il processo di pace in Irlanda del Nord, ha lavorato con prigionieri paramilitari di entrambe le parti, preparando con loro un cammino verso trattative di pace, ed è tra i membri fondatori di Peace People, un movimento pacifista che ha giocato un ruolo fondamentale nel promuovere il cosiddetto accordo del Venerdì Santo e far avanzare il processo di pace in Irlanda del Nord.

ROSA Antonio Carlos da Silva (Brasil) è redattore di TRANSCEND Media Service-TMS sin dal suo inizio nel 2008, segretario del Consiglio dei coordinatori di di TRANSCEND International-Network per la pace, lo sviluppo e l’ambiente, fondato nel 1993 da Johan Galtung.

Padre Dave SMITH (Australia) ha fondato i Fighting Fathers Ministries nel 2002 – una compagnia che mira ad offrire ai giovani una cultura alternativa basata sui valori del coraggio, dell’integrità e del lavoro di squadra. Questo impegno è stato oggetto di numerosi documentari TV e di un cortometraggio. Particolarmente noto per l ‘uso dello sport del pugilato come mezzo per aiutare giovani uomini a superare i problemi connessi con la gestione della rabbia. Per questo suo lavoro, è stato nominato due volte al premio Australiano dell’anno. La sua amicizia con Mordechai Vanunu (l’israeliano soprannominato delatore nucleare) è iniziata a Sydney nel 1986. Ha dato il via al mio coinvolgimento nell’impegno per la giustizia sociale in Medio Oriente e successivamente ha sviluppato un forte profilo in Australia come attivista per i diritti umani dei palestinesi.

Professore William Stanley (USA)

Traduzione dall’inglese di Giuseppina Vecchia

Categorie: Diritti Umani, Internazionale, Medio Oriente, Nonviolenza, Opinioni

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