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Il primo giorno senza stato d’emergenza

L’Egitto si è svegliato questa mattina con una sensazione di leggerezza, nel primo giorno della fine dello stato di emergenza che dal 1981, ininterrottamente, incombeva sul paese. “È un giorno di vittoria, dopo che da anni le associazioni per i diritti umani denunciavano abusi e violazioni commesse in nome delle leggi d’emergenza” spiega un missionario contattato dalla MISNA.

“Ma c’è stato poco tempo per festeggiarla. La gente ha cominciato a fioccare in piazza Tahrir fin da questa mattina: l’attenzione si è subito concentrata sulla prossima battaglia, quella elettorale”.

Da giorni, migliaia di persone sono tornate a presidiare la piazza simbolo della rivoluzione del 25 gennaio, per protestare contro la vittoria al primo turno dei candidati Mohammed Morsy e Ahmed Shafiq. L’esponente dei Fratelli Musulmani e l’ex primo ministro di Hosni Mubarak sono arrivati al ballottaggio in modo del tutto inatteso, demolendo le speranze di quanti si aspettavano dal primo voto libero dopo la rivoluzione, una svolta liberale e laica per il ‘nuovo Egitto’.

“Chiedono l’esclusione di Shafiq dalle liste elettorali, in qualità di membro del passato regime” osserva l’interlocutore di MISNA, aggiungendo che in queste ore, le segreterie dei partiti sono in contatto febbrile per cercare una soluzione “di consenso” che veda tutte le forze in campo partecipi delle nuove istituzioni. La proposta dell’ultima ora – quella dell’indipendente Abdel Moneim Abul Fotouh – prevede un’equa ripartizione dei membri dell’Assemblea Costituente, la creazione di due vicepresidenti espressione di diversi schieramenti e un governo di coalizione a cui partecipino esponenti fuori dalla maggioranza e tecnici.

“Ad alimentare quest’atmosfera elettrica che è nell’aria – dice ancora il missionario – anche l’attesa per la sentenza del processo all’ex presidente Hosni Mubarak, ai suoi due figli e a interi pezzi del suo establishment”. La tv di stato ha annunciato che trasmetterà il pronunciamento del verdetto in diretta. L’ex presidente rischia la pena di morte per l’uccisione dei manifestanti scesi in piazza nei 18 giorni di proteste che hanno portato alla caduta del regime, l’11 febbraio 2011.

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