{"id":997857,"date":"2019-12-17T13:51:28","date_gmt":"2019-12-17T13:51:28","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=997857"},"modified":"2019-12-17T13:51:55","modified_gmt":"2019-12-17T13:51:55","slug":"la-lezione-per-leuropa-del-voto-britannico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2019\/12\/la-lezione-per-leuropa-del-voto-britannico\/","title":{"rendered":"La lezione per l\u2019Europa del voto britannico"},"content":{"rendered":"<p>Votando per Boris Johnson, gli inglesi hanno definitivamente suggellato la loro volont\u00e0 di abbandonare l\u2019Unione Europea. E il candidato vincente lo ha confermato nel suo primo discorso post elettorale pronunciando la frase destinata a rimanere nella storia: \u00abNow let&#8217;s get Brexit done, ora facciamo la Brexit\u00bb.<\/p>\n<p>Ma i tempi sono incerti. Di sicuro si sa che l\u2019uscita ufficiale avverr\u00e0 il\u00a0 31 gennaio 2020 con un trattato che transitoriamente mantiene tutto immutato, in attesa che venga firmato un successivo accordo che definisca le nuove regole su cui si baseranno i futuri rapporti \u00a0fra Gran Bretagna e Unione Europea. Il cronoprogramma indica il 31 dicembre 2020 come data per la firma del nuovo trattato, ma le trattative su temi cos\u00ec complessi si sa quando iniziano, mai quando finiscono. Per cui attendiamoci pure tempi lunghi, durante i quali gli sherpa delle due parti saranno impegnati in un silenzioso e paziente lavoro\u00a0 per raggiungere un accordo considerato soddisfacente sia \u00a0al di l\u00e0 che al di qua della Manica.<\/p>\n<p>Ma l\u2019Unione Europea commetterebbe un grave errore se si concentrasse solo sull\u2019attivit\u00e0 diplomatica. Se contemporaneamente non avvia un processo di riflessione su se stessa,\u00a0 la Brexit potrebbe rivelarsi\u00a0 solo \u00a0\u00a0la prima crepa \u00a0di un processo di disgregazione molto pi\u00f9 vasto, che potrebbe avere come esito finale il ridimensionamento se non la scomparsa dell\u2019Unione Europea.<\/p>\n<p>Nella maggior parte dei casi le analisi sulla Brexit si sono limitate alla denuncia\u00a0 degli egoismi che stanno alla base di una tale scelta. Ci\u00f2 che invece non abbiamo fatto, o non lo abbiamo fatto abbastanza, \u00e8 tentare di capire perch\u00e9 gli egoismi si siano rimessi in moto. Sappiamo che uno dei moventi della Brexit \u00e8 il sentimento di avversione verso l\u2019ondata migratoria che ha investito la Gran Bretagna nell\u2019ultimo decennio. Ma un popolo abituato da oltre un secolo a convivere con un gran numero di immigrati provenienti da ogni parte del mondo non diventa xenofobo all\u2019improvviso. Lo diventa solo quando nuovi elementi di contesto rendono la situazione cos\u00ec difficile da far avvertire gli immigrati non pi\u00f9 come dei bisognosi da accogliere o come nuove persone che possono contribuire al rafforzamento della propria casa, ma come degli usurpatori che pretendono di trovare riparo sotto un tetto ormai cos\u00ec malmesso da non riuscire a dare copertura neanche agli abitanti originari.<\/p>\n<p>Allora scatta la xenofobia, che per\u00f2 non \u00e8 figlia del cattivismo, ma dell\u2019insicurezza. Dunque se vogliamo contrastare i nazionalismi \u00e8 dell\u2019insicurezza che dobbiamo occuparci, con due distinti compiti: uno a carico del paese ospitante, l\u2019altro a carico dei paesi con emorragia migratoria. Che nel caso specifico chiamano in causa da una parte la Gran Bretagna, dall\u2019altra l\u2019Unione Europea. Infatti il grosso dei migranti che nell\u2019ultimo decennio ha \u00a0attraversato la Manica lo ha fatto con un passaporto dell\u2019Unione.<\/p>\n<p>La Gran Bretagna deve chiedersi come ha fatto a rendere la propria situazione interna cos\u00ec fragile, sapendo che pur appartenendo all\u2019Unione Europea ha sempre conservato una buona dose di autonomia in virt\u00f9 della moneta propria. Londra sa che l\u2019origine della sua attuale fragilit\u00e0 va ricercata nella mala gestione bancaria, non solo quella di oltre Atlantico, ma anche di casa propria, considerato che \u00a0l\u2019azzardo port\u00f2 alla crisi di colossi bancari come Northern Rock, Royal Bank of Scotland, lo stesso Lloyds. Secondo un rapporto della House of Commons, dal 2007 al 2009 il governo britannico ha speso 107 miliardi di sterline per nazionalizzare o ricapitalizzare le banche inglesi sull\u2019orlo del precipizio. E anche se buona parte di quei soldi oggi sono rientrati, l\u2019operazione ha comunque avuto effetti pesanti sulla spesa pubblica inglese. Basti dire che\u00a0 lo stesso Boris Johnson ha inserito il potenziamento del Servizio Sanitario Nazionale fra i punti qualificanti del suo futuro governo.<\/p>\n<p>Ma oltre ai tagli alla spesa pubblica vanno considerati gli effetti sull\u2019occupazione provocati dalla recessione globale. Via via che l\u2019economia si contraeva, migliaia di lavoratori britannici perdevano il lavoro, mentre le imprese smettevano di assumere. Alla fine del 2011 in Gran Bretagna quasi tre milioni di persone erano in cerca di lavoro, l\u20198,3% della forza lavoro. Solo nel 2015 la disoccupazione torn\u00f2 al 4,3%, gli stessi livelli del 1995. Tutto sommato la tempesta fu di breve durata, ma lasci\u00f2 segni profondi nel corpo del popolo inglese che a fronte di tanta disoccupazione vedeva crescere l\u2019immigrazione dal resto d\u2019Europa. Dal 2009 al 2017 la Gran Bretagna ha registrato l\u2019arrivo di 2,3 milioni di nuovi stranieri, di cui 1,5 provenienti dall\u2019Unione Europea. Ed \u00e8 a questo punto che la palla passa nel campo dell\u2019UE, che deve chiedersi come ha fatto a mettere in moto un\u2019emorragia migratoria tanto vasta. Bruxelles sa che la risposta \u00a0sta nelle politiche di gestione dei debiti sovrani.<\/p>\n<p>Fatta la scelta di non lasciare agli Stati dell\u2019eurozona altra possibilit\u00e0 di finanziamento dei propri deficit se non rivolgendosi ai mercati, la priorit\u00e0 dell\u2019Unione \u00e8 diventata quella di assicurarsi la fiducia degli investitori. E siccome la fiducia si conquista dimostrando di sapere essere debitori affidabili, gli Stati dell\u2019eurozona si sono dati come obiettivo il rigore finanziario finalizzato al servizio del debito. \u00a0Le inevitabili conseguenze sono state tagli all\u2019istruzione, alle spese sociali, alla sanit\u00e0, alle pensioni, con aggravamento della recessione in atto, che al contrario avrebbe richiesto politiche di rilancio pubblico. Cos\u00ec i paesi pi\u00f9 deboli dell\u2019eurozona hanno visto crescere povert\u00e0 e disoccupazione, con inevitabile aumento dell\u2019emigrazione che si \u00e8 abbattuta sui paesi a maggior resilienza, fra cui la Gran Bretagna. Ma a un certo punto gli inglesi hanno manifestato crisi di rigetto e per dichiarare, una volta per tutte, la propria indisponibilit\u00e0 a continuare a fare da ammortizzatori delle politiche di Bruxelles e Francoforte, nel 2016 hanno optato per la Brexit.<\/p>\n<p>E\u2019 inutile piangere sul latte versato, ma ora l\u2019Unione Europea deve decidere che fare: se continuare a privilegiare i mercati col rischio di perdere altri popoli, o se privilegiare i cittadini ridimensionando i mercati. La scelta potrebbe sembrare ideologica, ma in realt\u00e0 \u00e8 una questione di sopravvivenza. Se l\u2019Europa vuole avere futuro deve farsi amare dai cittadini e per farsi amare deve dimostrare di lavorare per loro con strumenti adeguati. Primo fra tutti dotandosi di una moneta comune gestita secondo logiche di servizio ai governi affinch\u00e9 possano perseguire la piena occupazione e la promozione dei servizi pubblici senza impantanarsi in debiti impagabili scaricati sui pi\u00f9 deboli e sulle generazioni future. Keynes ce l\u2019aveva gi\u00e0 insegnato quasi un secolo fa. Ma la sua visione era di un\u2019economia al servizio della persona.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Votando per Boris Johnson, gli inglesi hanno definitivamente suggellato la loro volont\u00e0 di abbandonare l\u2019Unione Europea. 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