{"id":977137,"date":"2019-11-20T22:14:27","date_gmt":"2019-11-20T22:14:27","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=977137"},"modified":"2019-11-23T15:47:11","modified_gmt":"2019-11-23T15:47:11","slug":"eritrea-vita-da-schiavi-sotto-afewerki","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2019\/11\/eritrea-vita-da-schiavi-sotto-afewerki\/","title":{"rendered":"Eritrea: vita da schiavi sotto Afewerki"},"content":{"rendered":"<p><em>La situazione interna all\u2019Eritrea di Isaias Afewerki, al potere dal 1994, si fa sempre pi\u00f9 esplosiva. I giovani, schiavi in patria, stanno lentamente abbandonando il paese. La Chiesa cattolica subisce pesanti ritorsioni, ma il dittatore resta impunito<\/em>.<\/p>\n<p>\u00abIl Servizio militare obbligatorio e a tempo indeterminato in Eritrea \u00e8 una forma di schiavit\u00f9.Ve lo dico perch\u00e9 l\u2019ho provato sulla mia pelle: \u00e8 stato come tornare indietro ai tempi della schiavit\u00f9 legale, un salto nel buio della storia. Come perdere del tutto la propria umanit\u00e0. Ci facevano uscire per le esercitazioni di mattina presto anche se eravamo ammalati e ci punivano\u00bb. A raccontarcelo \u00e8 Amna I., una donna eritrea di mezza et\u00e0 che oggi vive in Gran Bretagna e fa la mediatrice culturale. L\u2019abbiamo incontrata assieme ad altre decine di eritrei durante una manifestazione contro il regime di Isaias Afewerki, organizzata a settembre scorso a Bologna dal Coordinamento Eritrea Democratica. \u00abIo sono scappata dall\u2019Eritrea attraverso il confine con il Sudan &#8211; dice -: per arrivare ho impiegato cinque giorni anche se normalmente ci vogliono poche ore. Ma la mia famiglia \u00e8 ancora l\u00ec: per loro e per tutti gli altri chiedo che la comunit\u00e0 internazionale prenda finalmente posizione contro questo regime criminale!\u00bb.<\/p>\n<h3>Disertori fatti sparire per sempre<\/h3>\n<p>Dopo la lunga guerra con l\u2019Etiopia, terminata nel 1991 con la conquista di Asmara, la popolazione va a referendum e nel 1993 sotto l\u2019egida dell\u2019Onu, sceglie l\u2019indipendenza. Il 24 maggio 1993 il paese \u00e8 finalmente libero, ma da quel momento in poi cade nelle mani del presidente-padrone, Isaias Afewerki. Amna ci ha spiegato che agli inizi, quello che viene definito \u201cservizio per la patria\u201d (e che comprende anche una sorta di servizio civile, ossia lavori forzati ad ogni livello) aveva una durata di soli sei mesi ed era ben visto dalla popolazione che voleva rendersi utile al proprio Paese, finalmente libero dal dominio etiope.<\/p>\n<p>\u00abQuando \u00e8 stato imposto per la prima volta, tutti erano contenti di servire il paese \u2013 ricorda Amna &#8211; poi le cose sono cambiate: immaginate che da allora ci sono persone che ancora stanno facendo il servizio civile e militare e se si oppongono spariscono nel nulla. Vengono messe in un container e non si sa pi\u00f9 nulla di loro\u00bb.<\/p>\n<p>L\u2019audacia e la buona sorte hanno aiutato molti dei ragazzi eritrei scappati dal regime a rifarsi una vita in Italia, come nel caso di Abraham Tesfai, 30 anni, che il 19 settembre scorso si \u00e8 laureato in Agraria a Bologna. Da lontano Abraham continua a battersi per la libert\u00e0 del suo paese.<\/p>\n<h3>La resilienza di Abraham<\/h3>\n<p>\u00abSono fuggito dall\u2019Eritrea a 17 anni \u2013 ci racconta &#8211; ho fatto il servizio militare ma siccome era troppo pesante, dopo un anno sono scappato. Un uomo che ha meno di 50 anni non pu\u00f2 uscire dall\u2019Eritrea, e siccome non ci davano il permesso abbiamo tentato la fuga\u00bb. La storia di Abraham ha dell\u2019inverosimile e il lieto fine \u00e8 anche frutto dell\u2019intervento di un sacerdote, don Giovanni Nicolini che a Bologna lo aiuta a sistemarsi. Dodici anni fa Abraham arriva in Sudan assieme ad altri compagni, passa per la Libia e l\u00ec finisce in prigione: \u00abNe sono uscito per miracolo \u2013 racconta &#8211; La prima volta che ho provato ad imbarcarmi \u00e8 andata male. Il gommone si \u00e8 rovesciato, quelli che sapevano nuotare sono tornati in Libia e io con loro. La seconda volta \u00e8 andata bene, sono arrivato a Lampedusa, da l\u00ec a Caltanissetta, e poi il controllore ci ha fatto scendere a Bologna. Per questo sono rimasto qui, ma poi non avevo da dormire e da mangiare e ho provato ad andare in Svizzera, ma mi hanno rispedito in Italia e allora sono ritornato\u00bb.<\/p>\n<p>Nel 2009 a Bologna sar\u00e0 don Giovanni Nicolini a trovargli un lavoro e a dargli una speranza. \u00abHo frequentato la scuola serale \u2013 racconta &#8211; mi sono iscritto all\u2019universit\u00e0 lavorando e adesso mi laureo. La mia \u00e8 una storia di successo, ma molti miei amici invece non ce l\u2019hanno fatta. Noi eritrei vogliamo cambiare l\u2019Eritrea ma se l\u2019Italia continua a collaborare con lui (non chiama mai per nome Afewerki, ndr), allora lui avr\u00e0 pi\u00f9 forza, diplomazia e soldi\u00bb.<\/p>\n<p>Nel paese pi\u00f9 travagliato del Nord Africa, la situazione \u00e8 oramai esplosiva: \u00abNon stiamo scherzando &#8211; ripete Abraham. Stiamo parlando di giovani che muoiono ogni giorno. Una storia che ci sta distruggendo: se ogni mese mille, duemila persone escono dall\u2019Eritrea, tra poco non esister\u00e0 pi\u00f9 il paese\u00bb.<\/p>\n<h3>Chiesa Cattolica nel mirino<\/h3>\n<p>A far notizia negli ultimi mesi \u00e8 stata la ritorsione del regime contro la Chiesa cattolica: 22 ospedali cattolici chiusi, le strutture sequestrate dallo Stato, gli ammalati sottratti a quelle cure. Ma nel mirino di Asmara ci sono anche 50 scuole e 100 asili gestiti dalla Chiesa locale. Cos\u00ec, a chi attribuiva alla ventennale guerra con l\u2019Etiopia e al conseguente embargo durato nove anni (rimosso dall\u2019Onu a novembre 2018), il principale elemento destabilizzante per il paese, \u00e8 stato chiaro che il nemico non viene da fuori ma da dentro. Il nemico dell\u2019Eritrea \u00e8 l\u2019Eritrea stessa. O meglio il potere che la rappresenta. Lo sanno bene le diplomazie occidentali che per\u00f2 continuano ad ignorare i moniti delle Nazioni Unite e i rapporti delle varie agenzie Onu su Afewerki.<\/p>\n<h3>Regime spietato<\/h3>\n<p>Il regime in questo momento \u00e8 funzionale agli interessi della politica occidentale nel Corno d\u2019Africa. Sono interessi economici, di contenimento dei flussi di profughi. Interessi geo-strategici per la posizione dell\u2019Eritrea\u00bb, ci spiega il giornalista Emilio Drudi, esperto di Corno d\u2019Africa e di storia del colonialismo italiano. Drudi collabora con il Coordinamento Eritrea Democratica che si batte per una informazione corretta e spinge per una presa di posizione politica dell\u2019Italia. Le prime \u201crivelazioni\u201d internazionali sulle atrocit\u00e0 del despota arrivano il 26 giugno 2015: nelle 484 pagine scioccanti del Report of the commission of inquiry on human rights in Eritrea si alternano testimonianze, disegni delle torture subite (che faranno il giro del web) ed analisi di esperti della Commissione d\u2019inchiesta sui diritti umani. L\u2019accusa<br \/>\nal regime \u00e8 di crimini contro l\u2019umanit\u00e0.<\/p>\n<p>Da quel momento in poi il mondo non potr\u00e0 pi\u00f9 fingere di non sapere. Di formazione marxista (per questo ideologicamente \u201caccettabile\u201d per gran parte delle formazioni di estrema sinistra in Europa) Afewerki, militante del Fronte per la liberazione dell\u2019Eritrea, \u00e8 uno dei padri dell\u2019indipendenza dall\u2019Etiopia. La sua storia somiglia alle tante storie di personalizzazione del potere e trasformazione delle rivoluzioni in spietati regimi. Il \u201cChe Guevara dell\u2019Eritrea\u201d si rivela uno spietato dittatore che fa fuori piano piano anche i leader dell\u2019indipendenza a lui contrari e tutti coloro che si oppongono al suo potere personale. \u00abNel 1998 \u2013 ci spiega Emilio Drudi \u2013 con la scusa della guerra ripresa contro l\u2019Etiopia, il Paese viene ulteriormente militarizzato. La Costituzione (ottima sulla carta) da allora \u00e8 lettera<br \/>\nmorta. Siamo in guerra, il paese deve rimanere mobilitato. Nei primi due anni il conflitto provoca 80mila morti. Nel 2000 ci sar\u00e0 una tregua d\u2019armi ad Algeri, per capire a chi appartiene il villaggio di Badm\u00e8, pomo della discordia. L\u2019arbitrato internazionale stabilisce che \u00e8 dell\u2019Eritrea, ma lungo la linea di confine ci sono altre situazioni simili\u00bb.<\/p>\n<h3>Violazioni e soprusi impuniti<\/h3>\n<p>Da quel momento in poi, e fino alla firma della pace di Gedda con l\u2019Etiopia, il 16 settembre 2018, prosegue una guerra non-guerreggiata, a bassissima intensit\u00e0, che giustificher\u00e0 riforme liberticide in politica estera ed interna. In questo quadro di violazioni e soprusi va contestualizzata l\u2019enorme beffa ai danni della Chiesa cattolica e della popolazione pi\u00f9 vulnerabile: la chiusura degli ospedali con conseguente confisca delle strutture. \u00abDavvero, non riusciamo a capire su quali basi il governo abbia maturato questa decisione \u2013 ha dichiarato padre Mussie Zerai, sacerdote eritreo e paladino dei diritti dei connazionali.\u00a0 I nostri ospedali curavano ogni anno 200mila persone, circa il 6% dell\u2019intera popolazione eritrea\u00bb. In totale sono oggi oltre 30 i presidi sanitari costretti a chiudere i battenti: \u00abQuesto rappresenta l\u2019ennesima violazione alla libert\u00e0 di scelta, oltre che un danno per la popolazione pi\u00f9 povera che non pu\u00f2 permettersi di affrontare spese mediche per curarsi\u00bb, conclude Zerai.<\/p>\n<p>La Chiesa in effetti non \u00e8 nuova a questo genere di attacchi: lo scorso 12 giugno uomini in divisa si erano gi\u00e0 presentati in 21 centri sanitari di propriet\u00e0 della Chiesa pretendendo la consegna immediata delle chiavi. La Santa Sede teme ora per i propri istituti scolastici: in qualsiasi momento Asmara potrebbe ordinare il \u201cpassaggio di consegne\u201d delle 150 strutture scolastiche gestite dalla Chiesa cattolica e di fatto l\u2019operazione \u00e8 gi\u00e0 iniziata. Human Rights Watch, organizzazione in difesa dei diritti umani, ha scritto diversi report annuali sulle violazioni di regime e in una delle recenti analisi dice che \u00abla minaccia proveniente dall\u2019Etiopia \u00e8 stata sempre usata in precedenza per giustificare questa politica, ma tuttora non ci sono segnali di cambiamento. Il servizio nazionale rimane il principale motore dell\u2019esodo di migliaia di giovani eritrei che affrontano con coraggio viaggi pericolosi per raggiungere la salvezza all\u2019estero\u00bb. Ma come \u00e8 possibile che questa dittatura repressiva e sanguinaria non sia presa di mira e che le risoluzioni delle Nazioni Unite restino lettera morta? Questo \u00e8 il quesito che oggi i giovani eritrei rivolgono all\u2019intera comunit\u00e0 internazionale e ai governi: chiedono di agire e prendere misure contro il dittatore prima che sia troppo tardi.<\/p>\n<p><em><strong>di Ilaria de Bonis, pubblicato su Popoli e Missione<\/strong><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La situazione interna all\u2019Eritrea di Isaias Afewerki, al potere dal 1994, si fa sempre pi\u00f9 esplosiva. I giovani, schiavi in patria, stanno lentamente abbandonando il paese. 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