{"id":976693,"date":"2019-11-20T15:52:59","date_gmt":"2019-11-20T15:52:59","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=976693"},"modified":"2019-11-21T07:26:40","modified_gmt":"2019-11-21T07:26:40","slug":"writing-e-street-art-intervista-a-pietro-rivasi-exodus-parte-seconda","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2019\/11\/writing-e-street-art-intervista-a-pietro-rivasi-exodus-parte-seconda\/","title":{"rendered":"Writing e Street Art. Intervista a Pietro Rivasi: Exodus (parte seconda)"},"content":{"rendered":"<p>Pietro Rivasi, esperto di Arte urbana, di Writing in particolare, \u00e8 colui che ha curato il progetto <em>Collettivo FX\/Pablo Allison: Exodus<\/em> inauguratosi il 10 novembre alla galleria <strong>Vicolo Folletto Art Factories<\/strong> di Reggio Emilia (vd. <a href=\"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2019\/11\/urban-art-fotografia-e-immigrazione-collettivo-fx-pablo-allison-exodus\/\">articolo del 15 novembre<\/a>). Il suo \u00e8 un curriculum di tutto rispetto: a partire dagli anni \u201990 collabora a Stradanove.net e Garage Magazine. Dal 2002 organizza per alcuni anni <em>Icone &#8211; Festival internazionale di arte urbana<\/em>. Per tre anni \u00e8 socio della galleria modenese <em>D406 \u2013 Fedeli alla linea<\/em>; collabora alla creazione dell\u2019archivio sull\u2019Arte urbana della Biblioteca d\u2019Arte Luigi Poletti. Nel 2015 ha curato l\u2019evento <em>Talks<\/em> per <em>The bridges of graffiti<\/em>, mostra collaterale alla LVI Biennale di Venezia. Dell\u2019anno successivo \u00e8 <em>1984. Evoluzione e rigenerazione del Writing<\/em>\u201d, tenutasi presso la Galleria Civica di Modena. Con Andrea Baldini \u00e8 autore di <em>Un(authorized)\/\/commissioned. Vandalism as art: unauthorized paintings VS institutional art shows and events &#8211; the Modena case studio<\/em>, pubblicato da Wholetrain Press.<\/p>\n<p><em>Pietro, Graffiti, <\/em><em>Writing<\/em><em>, graffiti <\/em><em>Writing<\/em><em>, <\/em><em>Street Art<\/em><em>, muralismo, Arte urbana. Facciamo un po\u2019 di chiarezza?<\/em><\/p>\n<p>Compito non facile per diversi motivi. Il primo \u00e8 la disgregazione della \u2018scena\u2019 e la mancanza di una storicizzazione condivisa, per cui per ogni persona pronta a sostenere una definizione ne troverai almeno altre due a fare distinguo; in secondo luogo, questi \u2018filoni\u2019, per me tutti a pieno titolo appartenenti al macro insieme dell\u2019arte contemporanea, hanno visto nel tempo i loro confini sfumare fino a sovrapporsi in certi casi.<\/p>\n<p>Ad ogni modo, ribadir\u00f2 quella che per me \u00e8 la semplificazione che al momento ritengo pi\u00f9 corretta, dopo averne discusso non poco con diversi amici, artisti e curatori.<\/p>\n<p><strong><em>Graffiti<\/em><\/strong><strong> \u00e8 il termine dispregiativo, e anche abbastanza inappropriato storicamente<\/strong>, col quale i media si sono riferiti al <em>name-<\/em><em>Writing<\/em><em>\/style-<\/em><em>Writing<\/em><em>\/<\/em><em>Writing<\/em> di scuola statunitense. Il <em>Writing<\/em> \u00e8 un movimento con origini piuttosto specifiche ed identificabili. <strong>Negli anni \u201960<\/strong> l\u2019abitudine, diffusa pi\u00f9 o meno fin dalla notte dei tempi, di lasciare un segno del proprio passaggio nello spazio pubblico conosce, per varie questioni socio-economiche contingenti, un picco. A <strong>New York e Philadelphia<\/strong> molti ragazzi scrivono in giro il loro nome, a volte un <em>nomignolo\/nickname<\/em>, a volte accompagnato da un numero. Questa \u2018moda\u2019 raggiunge proporzioni tali da scatenare una gara a chi sia tanto prolifico ed originale da emergere rispetto agli altri. \u00c8 cos\u00ec, semplificando molto, che ha origine la <strong><em>style war<\/em><\/strong> (competizione stilistica fra <em>writer<\/em>) che in breve tempo porter\u00e0 alla nascita del <em>Writing<\/em> come lo conosciamo oggi e che modificher\u00e0 per sempre l\u2019uso e la percezione dello spazio pubblico in tutto il mondo. <strong>Questo fenomeno nasce spontaneo<\/strong>, al di fuori dei circuiti accademici, e si esprime liberamente su qualsiasi superficie la citt\u00e0 metta a disposizione. \u00c8 illegale, <strong>per la legge \u00e8 vandalismo<\/strong><strong>,<\/strong> e finisce sin da subito nel mirino delle politiche del decoro del sindaco di New York, Ed Koch, come esempio negativo della relazione fra degrado e comportamenti criminali sostenuta dalla <strong><em>Broken windows theory<\/em><\/strong> (<em>teoria delle finestre rotte<\/em>), elaborata da G. L. Kelling e J. Q. Kelling nel 1982.<\/p>\n<p><strong>La <\/strong><strong><em>Street Art<\/em><\/strong> \u00e8 un fenomeno meno codificato e pi\u00f9 variegato, non \u00e8 vincolato alla scrittura ed al nome, n\u00e9 all\u2019uso quasi esclusivo di vernice spray e marker. Ci sono stati artisti che senza permessi hanno usato le strade per fare arte prima che nascesse il <em>Writing<\/em> (la manifestazione <em>Parole sui muri<\/em>, che si svolse Fiumalbo nel 1967 e nel 1968, ne \u00e8 un esempio) e questa per me pu\u00f2 essere definita <em>Street Art<\/em>. Ad ogni modo, da circa 20 anni a questa parte, con questo termine ci si riferisce principalmente ad un fenomeno simile al <em>Writing<\/em> nel quale per\u00f2 alla firma si sostituisce un gesto pittorico figurativo, astratto o \u2018testuale\u2019: si svolge in strada, senza permesso, con l\u2019uso dei materiali pi\u00f9 vari (poster, adesivi, spray, tempera, pennarelli, installazioni, etc.) ed ha comunque nel <strong><em>getting up<\/em><\/strong> (emergere nello spazio urbano attraverso la realizzazione di una grande quantit\u00e0 di interventi) uno dei suoi tratti distintivi. Alcuni nomi? Possiamo partire da Keith Haring, che opera durante il boom del <em>Writing<\/em> newyorkese, per arrivare a Pea Brain a Bologna alla fine degli anni \u201980, a Obey, etc.<\/p>\n<p>Il <strong><em>Muralismo<\/em><\/strong> \u00e8 invece una forma d\u2019arte storicizzata, sviluppatasi in diverse parti del mondo, in diversi periodi e con diverse declinazioni: Messico, Germania, Italia\u2026 Rispetto al tema di questa intervista, ci\u00f2 che ci interessa \u00e8 notare come negli ultimi 20 anni il <em>Writing<\/em> abbia spinto lo sviluppo della cosiddetta <em>Street Art<\/em>. Tanti writer hanno intrapreso questa strada per emergere rispetto ad una saturazione dei segni calligrafici, ed in seguito al suo successo istituzionale, oggi assistiamo all\u2019enorme ondata di <strong><em>nuovo muralismo<\/em><\/strong>. La richiesta massiccia, istituzionale, pubblica e privata, di interventi di decorazione murale in citt\u00e0 e paesi, spesso promossa come risposta al \u201cdegrado\u201d urbano \u00e8 <strong>il pi\u00f9 delle volte una trovata mediatica per la<\/strong><strong> cosiddetta \u2018<\/strong><strong>rigenerazione\u2019<\/strong>. La popolarit\u00e0 che questi interventi hanno avuto negli anni ha fatto s\u00ec che artisti provenienti dal mondo del <em>Writing<\/em> e della <em>Street Art<\/em> si siano trovati nella posizione di poterne fare un lavoro; contemporaneamente, ha dato a tanti, che non hanno mai fatto esperienza n\u00e9 come <em>writer<\/em> n\u00e9 come <em>Street Artist<\/em>, la possibilit\u00e0 di dipingere muri. Sempre grazie a questa grande popolarit\u00e0, sono spuntate anche tante figure di \u201ccuratori\u201d di manifestazioni outdoor o mostre. Questo fenomeno, a mio parere, ha provocato una importante mistificazione, attribuendo ad artisti, magari anche decisamene talentuosi, l\u2019etichetta \u2018<em>street<\/em>\u2019, oggi molto in voga nelle \u201cindicizzazioni web\u201d, senza la quale magari non avrebbero avuto spazio su muri, in gallerie o musei, penalizzando implicitamente chi la storia di questi movimenti l\u2019ha effettivamente \u2018scritta\u2019, pagandone a volte notevoli conseguenze.<\/p>\n<p>Con il generico termine <em>Arte Urbana<\/em> penso possiamo definire tutte queste pratiche, per le quali comunque preferisco Arte Contemporanea.<\/p>\n<p><em>Pablo Allison e Collettivo FX, Writing e Street Art, molti ritengono incompatibile questo connubio.<\/em><\/p>\n<p>\u00c8 da sempre una sciocchezza secondo me! In alcune situazioni magari \u00e8 \u2018incompatibile\u2019 la mercificazione di una estetica ed una cultura nel momento in cui <strong>alcuni <em>writer<\/em> decidono di contestarla<\/strong>, andando sopra a murales o lavori di <em>Street Art<\/em> ritenuti, a torto o ragione, realizzati solo con finalit\u00e0 di marketing, esplicitamente o implicitamente rivendicano il fatto che i \u201cgraffiti\u201d sono un fenomeno che nulla ha a che fare con istituzioni e mercato, anche se\u2026. Facendo una ricerca su chi ha partecipato a mostre come <em>UGA<\/em> (<em>United Graffiti Artists<\/em>, la prima mostra di Graffiti nel 1972) o <em>Arte di Frontiera<\/em> (curata da Francesca Alinovi nel 1984), ritroviamo alcuni dei padri fondatori della disciplina stessa, dunque <strong>il rapporto con il sistema dell\u2019arte ha origini molto lontane nel tempo<\/strong>. Nella mia esperienza, una sostanziosa fetta di <em>nuovi muralisti<\/em> e di <em>Street Artist<\/em> sono stati (o sono tutt\u2019ora) <em>writer<\/em>. Per fare un altro esempio legato al mercato italiano, nella famosa e per alcuni vituperata <em>Street Art Sweet Art<\/em>, ideata da V. Sarbi e curata da A. Riva al PAC di Milano nel 2007, diversi fra quelli che hanno poi avuto un contratto con Telemarket venivano dal mondo del <em>Writing<\/em>. <strong>Questo per dire che il rifiuto del mercato non \u00e8 una regola per tutti i writer, cos\u00ec come non lo \u00e8 \u201cl\u2019odio\u201d verso la cosiddetta <em>Street Ar<\/em>t<\/strong>. Il pi\u00f9 delle volte, chi fa mostre, <em>Street Art<\/em> o <em>Murales<\/em>, deve semplicemente avere credibilit\u00e0 all\u2019interno della scena per essere rispettato dai <em>writer<\/em>. Ci sono casi e situazioni specifiche in cui la <em>Street Art<\/em> si \u00e8 mobilitata contro la gentrificazione, cos\u00ec come ci sono <em>writer<\/em> stimati che hanno partecipato ad iniziative tipo Wynwood, che da <em>slum<\/em> \u00e8 diventato il <em>Wynwood Walls<\/em>, quartiere \u2018in\u2019 di Miami. Insomma, la realt\u00e0 \u00e8 molto pi\u00f9 varia e sfumata di quanto non si cerchi di far credere.<\/p>\n<p><strong>L\u2019equivoco per il quale <\/strong><strong><em>Writing<\/em><\/strong><strong> e <\/strong><strong><em>Street Art<\/em><\/strong><strong> si \u201cdetestano\u201d nasce secondo me da diverse questioni<\/strong>: da una parte il fatto che la cosiddetta <em>Street Art,<\/em> usando codici estetici facilmente comprensibili alle \u201cpersone comuni\u201d, sia socialmente pi\u00f9 accettata ha fatto s\u00ec che sia stata messa in contrapposizione al <em>Writing<\/em>. Di conseguenza ha avuto maggior successo presso istituzioni e mercato, diventando un po\u2019 l\u2019emblema del <em>selling out<\/em> e godendo di una certa benevolenza da parte della legge. Ma va ribadito come dagli anni \u201990 in poi, con la saturazione raggiunta dal <em>Writing<\/em> in America e in Europa, i maggiori esponenti della <em>Street Art<\/em> sono i <em>writer<\/em> stessi, che passano dalla <em>firma<\/em> ad un <em>alter ego<\/em> di altra natura e\/o si mettono ad utilizzare strumenti differenti rispetto ai classici spray e marker.<\/p>\n<p><em>Pietro, <\/em>Exodus<em> \u00e8 qualcosa di pi\u00f9 di una semplice \u2018<\/em>mostra<em>\u2019?<\/em><\/p>\n<p>Per quanto consapevoli, tutti, che la fortissima connotazione politica e sociale delle opere in mostra avrebbe condizionato l\u2019aspetto diciamo \u201cartistico e commerciale\u201d, abbiamo comunque voluto tentare. Ritengo che lo spazio espositivo permetta di raggiungere <em>audience<\/em> diverse rispetto alla strada, cos\u00ec come rispetto ai classici \u201ceventi\u201d su temi sociali, era quindi importante provarci anche per questo aspetto. Infine, sono convinto che realizzare un\u2019installazione che mette a confronto i progetti del Collettivo FX (#Attentinonhaidocumenti e #Jindu) e di Pablo (#migrantesvalientes, #laluzdelabestia), avrebbe avuto perfettamente senso per chi segue questa nicchia di arte contemporanea. <strong>Poter sottolineare nuovamente come la documentazione di lavori realizzati senza permesso possa essere arte<\/strong>, mi ha spinto ulteriormente a tentare l\u2019esperimento.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 infine da dire un\u2019altra cosa, ovvero che da veri appassionati delle \u2018controversie\u2019, siamo andati ad autocontraddirci. Spesso capita, parlando col Collettivo FX, di lamentarci di come i media si focalizzino sulle opere dai contenuti sociali anzich\u00e9 sul tema che sollevano. \u00c8 dunque ovvio che fare una mostra, che per definizione cerca di mettere in risalto il valore commerciale delle opere stesse, con lavori con questi contenuti, non dovrebbe passarci per la testa\u2026. Ed invece ci piacerebbe molto veder riconosciuto anche in quell\u2019ambito il lavoro degli artisti (e permettere alla galleria che investe di sostenersi). Comunque, consci di questo, abbiamo organizzato un importante incontro pubblico, <strong><em>Behind Exodus<\/em><\/strong>, (Venerd\u00ec 22 novembre 2019 dalle ore 18:30 alle 20:30 presso La Polveriera, Piazzale Monsignor Oscar Romero, 1\/O, 42122 Reggio nell\u2019Emilia) che vedr\u00e0 come protagonisti me, Pablo Allison, Federico Vespignani (fotografo), Andrea Scazza (operatore sociale) e Simone Ferrarini, in modo da esplicitare inequivocabilmente che il momento espositivo \u00e8 soprattutto un mezzo, non un fine.<\/p>\n<p>Exodus<em>, Esodo, come l\u2019omonimo libro della Bibbia?<\/em><\/p>\n<p>Abbiamo pensato parecchio ad un titolo che potesse collegare la ricerca di Pablo, che coi migranti di <em>La Bestia<\/em> (il treno merci che dal Messico raggiunge gli USA, il Canada e l\u2019Alaska, utilizzato, a costo della vita, da migliaia di persone provenienti dal centro America per passare la frontiera) ha condiviso le esperienze pi\u00f9 estreme, a quella del Collettivo FX, che deriva principalmente dagli incontri fatti con le persone che vivono all\u2019interno delle ex Officine Reggiane. <strong>Modi diversi e storie lontane con denominatori comuni<\/strong>: il tema delle migrazioni, i treni merci, le fotografie, gli interventi \u2018spontanei\u2019. L\u2019esodo biblico del popolo eletto poteva essere un riferimento interessante, ma non \u00e8 stato quello che ci ha condotto a scegliere il titolo, <strong>piuttosto il senso pi\u00f9 ampio che oggi la parola ha assunto<\/strong>. Credo per\u00f2 che inconsciamente tutti abbiamo pensato a persecuzioni e diaspora\u2026 e forse anche ad un popolo che, dopo la <em>Shoah<\/em>, ritorna nella \u201csua terra\u201d e finisce per comportarsi al pari dei peggiori colonizzatori, come quelli ritratti dal collettivo FX sui container, che vanno a simboleggiare l\u2019origine della piaga dello sfruttamento delle terre e dei popoli. Ancora contraddizioni. L\u2019esodo di cui parla la mostra \u00e8 principalmente dovuto al sistema economico che domina anche la politica. La religione, che pu\u00f2 servire a confortare lo spirito di chi intraprende questi pericolosi viaggi, non \u00e8 quasi mai il motore del fenomeno, casomai in certe situazioni \u00e8 una scusa usata da questo o quel governo per fomentare odio e persecuzioni che sfociano poi in guerre, fughe di massa e giganteschi campi profughi, dai quali poi provengono tanti migranti che finiscono per essere impiegati come moderni schiavi, ad esempio nei nostri campi di pomodoro. Ma ripeto: ormai \u00e8 chiaro a tutti che la religione \u00e8 eventualmente un pretesto, le vere cause sono economiche, fin dai tempi delle conquiste delle Americhe. <strong>Sfruttare risorse della terra, creare consenso politico, gestire i fondi per l\u2019accoglienza, armi da vendere, verdure da raccogliere sotto prezzo, schiavit\u00f9 sessuale, manodopera per il mercato della droga\u2026 fa tutto parte di questo sistema che sulle migrazioni prospera e che quindi ha poco o nessun interesse ad eliminare i fattori che le provocano o a rendere burocraticamente semplice e sicura l\u2019accoglienza nei paesi che potrebbero dare rifugio a chi cerca una esistenza degna<\/strong>.<\/p>\n<p>Infine, \u00e8 il lavoro di<em> inclusione differenziale<\/em> quello che produce tutti i \u2018clandestini\u2019 di cui abbiamo bisogno nelle nostre campagne, nei cantieri edili, nell&#8217;economia illegale: dobbiamo continuare a creare degli esseri <em>diversamente umani<\/em>, a questo servono le tappe obbligate di questo esodo come gli Hotspot, i centri di prima accoglienza, o i CPR, i Centri di Permanenza per i Rimpatri.<\/p>\n<p><em>Quanto incide l\u2019Arte urbana come mezzo di comunicazione politica?<\/em><\/p>\n<p>In quanto <strong>intrinsecamente politica l\u2019arte urbana \u2018spontanea\u2019<\/strong> ha diversi aspetti positivi come vettore di messaggi fortemente connotati: se non chiedi permesso a nessuno, nessuno pu\u00f2 dirti cosa dipingere o scrivere e cosa no, quindi anche i soggetti pi\u00f9 scomodi possono essere realizzati \u201cin faccia\u201d a tantissima gente. Se il linguaggio \u00e8 chiaro, molte di quelle persone saranno costrette a farci i conti; non \u00e8 detto per\u00f2 che la cosa funzioni sempre come l\u2019artista vorrebbe, ovviamente. In secondo luogo, sempre grazie al fatto di poter evitare la parte burocratica dei permessi, si possono sfruttare luoghi in posizioni molto visibili o le peculiarit\u00e0 di alcuni supporti, come furgoni, treni e container.<\/p>\n<p><em>La tua curatela si caratterizza per l\u2019attenzione rivolta pi\u00f9 alla documentazione dell\u2019opera che alla sua visione diretta.<\/em><\/p>\n<p>Si e no. Come curatore <strong>cerco di lavorare sulla documentazione per sottolineare come nelle arti urbane spontanee la componente performativa, e quindi anche la reiterazione ossessiva dei gesti, siano fondamentali, spesso ben di pi\u00f9 dell\u2019\u2019esito\u2019 pittorico<\/strong>. Per moltissimi anni in ambito artistico-istituzionale si \u00e8 badato soltanto all\u2019estetica di lavori che, oltretutto, nella stragrande maggioranza erano realizzati su tela o carta. Il <em>Writing<\/em> \u00e8 entrato nelle gallerie come pittura e questa forse, col senno di poi, \u00e8 stata una declinazione non molto corretta. Inoltre, come conseguenza del fatto che le opere sulle quali lavoro sono effimere, la visione diretta \u00e8 spesso impossibile, perci\u00f2 diventa ancora pi\u00f9 essenziale ricorrere alla documentazione per \u201cdifferire\u201d l\u2019esperienza dell\u2019originale, o meglio degli originali. Per non parlare dell\u2019impossibilit\u00e0 quasi assoluta di poter assistere alle <em>performance<\/em> in prima persona, per ovvi motivi.<\/p>\n<p><em>Internet soppianter\u00e0 le gallerie?<\/em><\/p>\n<p>Non so, per le cose che interessano me, <strong>la strada non verr\u00e0 mai soppiantata come teatro privilegiato, e questo \u00e8 l\u2019aspetto pi\u00f9 importante. <em>Writing<\/em> e <em>Street Art<\/em> devono sopravvivere ed evolvere l\u00ec<\/strong>.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda chi intende dialogare con il sistema dell\u2019arte, io spero di no. La galleria, per quanto molti non ne siano consapevoli o possano avere avuto esperienze negative, investe sugli artisti, pubblica cataloghi, fa girare nomi ed opere alle fiere, e tanto altro. Forse oggi non \u00e8 pi\u00f9 assolutamente indispensabile passarci, ma se la galleria lavora bene, \u00e8 una tutela sia per l\u2019artista che per i collezionisti.<\/p>\n<p><em>Istituzioni e Arte urbana, quali rischi si corrono? <\/em><\/p>\n<p>I rischi si sono gi\u00e0 corsi dato che \u00e8 un rapporto iniziato quasi 50 anni fa ed \u00e8 un onere che pesa su chi questo confronto lo cerca, per gli altri ci sono la strada, i treni, i libri e le fanzine di settore. Quello che succede nel rapporto di chi cerca un dialogo col sistema dell\u2019arte pu\u00f2 influire anche su chi ne vuole restare fuori, nel bene e nel male, ma, sinceramente, non so se qualcuno se ne accorga. La richiesta delle citt\u00e0 di un numero sempre maggiore di <em>murales<\/em> ha portato a tanti \u201cmuri liberi\u201d, delle specie di zoo, ed anche a campagne feroci di repressione. <strong>L\u2019estetica del \u201cdegrado urbano\u201d non \u00e8 mai stata cos\u00ec <em>mainstream<\/em>, sfruttata per <em>shooting<\/em> di moda e grandi brand<\/strong> e non posso non pensare che tutto sommato questo non sia in qualche modo <em>positivo<\/em> anche per chi interviene in strada. Guardando la cosa dal punto di vista opposto: che <em>pro<\/em> ne avrebbero tutti se ci fosse solo e soltanto tolleranza zero?<\/p>\n<p><em>Ultima domanda: Muro o vagone?<\/em><\/p>\n<p>Come appassionato, forse direi vagone. Come curatore, invece, dipende dal messaggio che si vuole veicolare: se la durata del segno e l\u2019interazione col tempo che passa sono parte integrante dell\u2019opera, raramente un vagone pu\u00f2 essere il supporto adatto; se al contrario l\u2019opera ha bisogno di muoversi o di essere distrutta, allora sicuramente ancora vagone.<\/p>\n<p>Foto di Collettivo Fx e Pablo Allison<\/p>\n<p>#arteurbana #graffiti #streetart #artecontemporanea<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pietro Rivasi, esperto di Arte urbana, di Writing in particolare, \u00e8 colui che ha curato il progetto Collettivo FX\/Pablo Allison: Exodus inauguratosi il 10 novembre alla galleria Vicolo Folletto Art Factories di Reggio Emilia (vd. articolo del 15 novembre). 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