{"id":939307,"date":"2019-10-10T17:47:34","date_gmt":"2019-10-10T16:47:34","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=939307"},"modified":"2019-10-10T17:47:34","modified_gmt":"2019-10-10T16:47:34","slug":"cecco-bellosi-appunti-sui-giorni-al-campo-profughi-di-makhmour","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2019\/10\/cecco-bellosi-appunti-sui-giorni-al-campo-profughi-di-makhmour\/","title":{"rendered":"Cecco Bellosi\/ Appunti sui giorni al campo profughi di Makhmour"},"content":{"rendered":"<p><strong>Mentre \u00e8 in corso al nuova guerra di Erdogan contro i curdi colpevoli di realizzare una democrazia innovativa che spaventa le dittature, Cecco Bellosi della Comunit\u00e0 il Gabbiano con l\u2019associazione\u00a0<a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/AssociazioneVersoilKurdistan\/\">Verso il Kurdistan<\/a>\u00a0\u00e8 a Makhmour per un viaggio nella realt\u00e0 drammatica del campo profughi per dare concretezza alla solidariet\u00e0 internazionale con il popolo curdo e dare voce alle storie taciute dalla stampa ufficiale. Ecco il resoconto dell\u2019esperienza nei sui \u201cAppunti sui giorni al campo profughi di Makhmour nel Nord dell\u2019Irak al confine con la Turchia e con la Siria\u201d.<\/strong><\/p>\n<p><strong>27 settembre \u2013 7 ottobre 2019<\/strong><\/p>\n<p>Questi non sono appunti di viaggio, ma di un\u2019esperienza in un campo profughi che in questi mesi \u00e8 diventato un campo di prigionia. Il campo di Makhmour \u00e8 sorto nel 1998, su un terreno arido assegnato dall\u2019Iraq all\u2019ONU per ospitare i profughi di un viaggio infinito attraverso sette esodi, dopo l\u2019incendio dei villaggi curdi sulle alture del Botan nel 1994 da parte della Turchia. Niente di nuovo sotto il sole, con Erdogan.<\/p>\n<p>Quei profughi hanno trasformato quel fazzoletto di terra senza un filo d\u2019erba in un\u2019esperienza di vita comune che \u00e8 diventata un modello di democrazia partecipata del confederalismo democratico, l\u2019idea di un nuovo socialismo elaborata da Apo Ocalan nelle prigioni turche, attorno al pensiero del giovane Marx e di Murray Bookchin.<\/p>\n<p>Il campo di Makhmour non \u00e8 un laboratorio, \u00e8 una storia intensa di vita. Da vent\u2019anni questi tredicimila profughi stanno provando a realizzare un sogno, dopo aver pagato un prezzo molto, troppo elevato, in termini di vite umane. Nel campo vi sono tremilacinquecento bambini e il 70% della popolazione ha meno di 32 anni. La loro determinazione a vivere una vita migliore e condivisa ha superato finora tutti gli ostacoli. Anche l\u2019assalto da parte dell\u2019ISIS, respinto in pochi giorni con la riconquista del campo. Il loro campo.<\/p>\n<p>Da alcuni mesi sono sottoposti a un\u2019altra dura prova. Il governo regionale del Kurdistan iracheno ha imposto, su istigazione del regime turco, un embargo sempre pi\u00f9 restrittivo nei loro confronti. Nessuno pu\u00f2 pi\u00f9 uscire, n\u00e9 per lavoro n\u00e9 per altri motivi.<\/p>\n<p>Siamo stati con loro alcuni giorni, in un gruppo di compagni e compagne dell\u2019Associazione Verso il Kurdistan, condividendo la loro situazione: dalla scarsit\u00e0 di cibo, che si basa ormai solo sull\u2019autoproduzione, alla difficolt\u00e0 di muoversi al di fuori del perimetro delimitato e dimenticato anche dall\u2019ONU, sotto la cui tutela il campo dovrebbe ancora trovarsi.<\/p>\n<p>Le scritte dell\u2019ACNUR sono sempre pi\u00f9 sbiadite. In compenso, le scritte e gli stampi sui muri del volto e dello sguardo di Apo Ocalan sono diffusi ovunque, anche nella Casa del Popolo in cui siamo stati ospiti, dormendo per terra e condividendo lo scarso cibo preparato con cura dagli uomini e dalle donne che ci ospitavano. Ma per noi ovviamente questo non \u00e8 nulla, vista la breve temporaneit\u00e0 della nostra presenza. Per loro \u00e8 tutto.<\/p>\n<p>In questi anni hanno provato a trasformare il campo nella loro scelta di vita, passando dalle tende alla costruzione di piccole unit\u00e0 in mattoni grigi, quasi tutte con un piccolo orto strappato al deserto. E, in ogni quartiere, con l\u2019orto e il frutteto comune.<\/p>\n<p>Ci sono le scuole fino alle superiori, con un indirizzo tecnico e uno umanistico, suddivise in due turni per l\u2019alto numero degli alunni. Fino a tre mesi fa, terminate le superiori, potevano andare all\u2019universit\u00e0 a Erbil, il capoluogo del Kurdistan iracheno.<\/p>\n<p>Al mattino li vedi andare a scuola, a partire dalle elementari, con la camicia bianca sempre pulita e i pantaloni neri. E uno zaino, quando c\u2019\u00e8, con pochi libri essenziali. Ragazzi e ragazze insieme: non \u00e8 per niente scontato, in Medio Oriente.<\/p>\n<p>Durante le lezioni non si sente volare una mosca: non per disciplina, ma per attenzione. Non vanno a scuola, per decisione dell\u2019assemblea del popolo, per pi\u00f9 di quattro ore al giorno, proprio per evitare che il livello di attenzione scenda fino a sparire. Dovrebbe essere una cosa logica ovunque, ma sappiamo bene che non \u00e8 cos\u00ec, dove si pensa che l\u2019unico obiettivo sia accumulare nozioni. Le altre ore della giornata sono impegnate in diverse attivit\u00e0 di gruppo: dalla cultura al teatro, dalla musica allo sport, auto-organizzate o seguite, in base all\u2019et\u00e0, da giovani adulti che hanno studiato e che non possono vedere riconosciuto il loro titolo.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 sono persone senza alcun documento, da quando sono state cacciate dalla loro terra.<\/p>\n<p>Tenacemente, soprattutto le donne svolgono queste attivit\u00e0, lavorando alla formazione continua per ogni et\u00e0, dai bambini agli anziani.<\/p>\n<p>Difficile \u00e8 capire, se non si tocca con mano, il livello di protagonismo delle donne nell\u2019Accademia, nella Fondazione, nell\u2019Assemblea del popolo, nella municipalit\u00e0 e nelle altre associazioni. Si sono liberate dai matrimoni combinati e hanno eliminato il fenomeno delle spose bambine: non ci si pu\u00f2 sposare prima dei 18 anni.<\/p>\n<p>Tutto viene deciso assemblearmente, tutto viene diviso equamente. Uno slancio di vitalit\u00e0 comune, in un dramma che dura da vent\u2019anni e in un sogno di futuro che richiede anche di essere difeso, quando necessario, con le armi. I giovani armati vegliano sul campo dalle montagne.<\/p>\n<p>Questo esperimento di democrazia partecipata negli ultimi anni \u00e8 stato adottato in Rojava, la parte di Siria abitata prevalentemente dal popolo curdo e liberata con il contributo determinante delle donne: un\u2019esperienza da seguire e da aiutare a rimanere in vita, soprattutto in questo momento in cui la Turchia vuole distruggerla.<\/p>\n<p>L\u00ec abitano tre milioni di persone, le etnie e le religioni sono diverse. Eppure il modello del confederalismo democratico sta funzionando: per questo rappresenta un esempio pericoloso di lotta al capitalismo per i regimi autoritari, ma anche per le cosiddette democrazie senza contenuto.<\/p>\n<p>Nel caos e nel cuore del Medio Oriente \u00e8 fiorito di nuovo un sogno di socialismo. Attuale, praticato e condiviso. Dobbiamo aiutarlo tutti non solo a sopravvivere e a resistere all\u2019invasione da parte della Turchia, ma a radicarsi come forma di partecipazione attiva ai beni comuni dell\u2019uguaglianza e dell\u2019ecologia sociale e ambientale.<\/p>\n<p>L\u2019obiettivo della missione era l\u2019acquisto a Erbil e la consegna di un\u2019ambulanza per il campo. Non \u00e8 stato facile, vista la situazione di prigionia in cui vivono gli abitanti, ma alla fine ce l\u2019abbiamo fatta. Il giorno dopo la nostra partenza \u00e8 stato impedito dal governo regionale l\u2019ingresso a un gruppo di tedeschi, con alcuni parlamentari, che doveva sostituirci.<\/p>\n<p>Di seguito trovate gli appunti sugli incontri, dal mio punto di vista, pi\u00f9 significativi.<\/p>\n<p><strong>Mercoled\u00ec 2 ottobre<\/strong><\/p>\n<p><strong>Il protagonismo delle donne<\/strong><\/p>\n<p>Al mattino partecipiamo all\u2019incontro delle madri al Sacrario dei caduti. Sala piena, chiamata a convalidare i risultati dell\u2019assemblea di sabato scorso. Interviene Feliz, una giovane donna copresidente dell\u2019assemblea del popolo, che ci sta accompagnando negli incontri in questi giorni. Il suo \u00e8 un intervento forte, da leader politico. Questa ragazza \u00e8 sempre in movimento, instancabile. Attorno, sulle pareti, spiccano le fotografie di almeno millecinquecento uomini e donne, spesso giovani, morti nelle varie lotte di difesa del campo. Millecinquecento su dodicimila abitanti: praticamente non esiste una famiglia che non sia stata coinvolta nella difesa drammatica dei valori comuni. Anche da qui si capisce l\u2019identit\u00e0 forte dei sentimenti condivisi di una comunit\u00e0. Le donne elette per rappresentare l\u2019Associazione si impegnano a rispettarne i principi, tra cui difendere i valori della memoria e non portare avanti interessi personali o familiari.<\/p>\n<p>Sempre in mattinata, andiamo alla sede della Fondazione delle donne. Gestiscono cinque asili, una sartoria e l\u2019atelier di pittura. La loro sede \u00e8 stata rimessa a nuovo dopo la distruzione avvenuta nei giorni di occupazione dell\u2019ISIS. Sulla parte bianca, spicca una frase di Apo Ocalan: \u201cCon le nostre speranze e il nostro impegno, coltiviamo i nostri sogni\u201d. L\u2019impegno principale della Fondazione \u00e8 per il lavoro e la dignit\u00e0 di donne e bambini. Nei loro laboratori sono impegnate sessanta persone. Seguono poi duecento giovani, bambini e ragazzi, dai sei ai diciassette anni, al di fuori dell\u2019orario scolastico, che si auto-organizzano autonomamente: decidono insieme giochi, regole, organizzano teatri e feste.<\/p>\n<p>La Fondazione \u00e8 gestita collettivamente, da un coordinamento che si trova una volta alla settimana; una volta all\u2019anno l\u2019assemblea generale fa il punto sui risultati, i problemi, le prospettive.<\/p>\n<p>Vengono seguite anche le famiglie con problemi e si affrontano anche le situazioni di violenza domestica, ricomponibili anche con il loro intervento. Per le situazioni pi\u00f9 drammatiche e complesse si porta il problema all\u2019assemblea delle donne, che decide in merito. Ma il loro lavoro sul riconoscimento, il rispetto e il protagonismo delle donne avviene con tutti, anche con gli uomini, e si svolge ovunque, anche con l\u2019educazione di strada. La promotrice della Fondazione, SentinGarzan, \u00e8 morta combattendo in Rojava.<\/p>\n<p>A mezzogiorno siamo ospiti di un pranzo preparato da chi lavora al presidio ospedaliero.<\/p>\n<p>Nel tardo pomeriggio, in un clima dolce e ventilato con vista sulla pianura e la cittadina di Makhmour, incontriamo l\u2019Accademia delle donne. Tutto, o quasi, al campo di Makhmour, parla al femminile. Bambini e bambine giocano insieme. Le ragazze e le donne giovani non portano nessun velo, se non, a volte, durante le ore pi\u00f9 calde della giornata. Ma \u00e8 un fatto di clima, non di costume o di storia o di costrizione. Le donne pi\u00f9 anziane portano semplici foulards.<\/p>\n<p>All\u2019Accademia le ragazze sono molto giovani, in particolare psicologhe, sociologhe, insegnanti, ma soprattutto militanti. Per comprendere una storia cos\u00ec intensa, bisogna partire dalle origini del campo, costituito, dopo sette peregrinazioni imposte a partire dal 1995, nel 1998 da rifugiati politici della stessa regione montuosa del Kurdistan in Turchia, il Botan. Dopo, si sono aggiunti altri rifugiati. La loro \u00e8 la storia intensa dell\u2019esodo, con i suoi passaggi drammatici, ma anche con l\u2019orgoglio dell\u2019auto-organizzazione.<\/p>\n<p>Le donne dell\u2019Accademia ci parlano del lungo e faticoso percorso svolto dall\u2019inizio dell\u2019esodo fino a oggi. Una delle figure di riferimento pi\u00f9 importanti rimane Yiyan S\u00eevas, una ragazza volontaria uccisa nel 1995 nel campo di Atrux, uno dei passaggi verso Makhmour. Era molto attiva nella lotta per i diritti civili e sociali, soprattutto delle donne e nella difesa della natura: anticipava i tempi.<\/p>\n<p>Yiyan S\u00eevas \u00e8 stata uccisa, colpita al cuore in una manifestazione contro un embargo simile a quello attuale. Il vestito che indossava, con il buco del proiettile e la macchia di sangue rappreso, \u00e8 custodito gelosamente nella sede dell\u2019Accademia, aperta nel 2003. All\u2019Accademia si occupano di formazione: dall\u2019alfabetizzazione delle persone anziane che non sanno leggere e scrivere, all\u2019aiuto nei confronti di chi incontra difficolt\u00e0 a scuola, lavorando direttamente nei quartieri.<\/p>\n<p>Ma il loro scopo principale \u00e8 la formazione attraverso i corsi di\u00a0<em>gineologia\u00a0<\/em>(<em>jin<\/em>\u00a0in curdo significa donna), sulla storia e i diritti di genere; e sulla geografia, che parla da sola delle loro origini. Si confrontano con le differenze, per far scaturire il cambiamento. Che consiste in decisioni concrete, prese dall\u2019assemblea del popolo, come l\u2019abolizione dei matrimoni combinati, il rifiuto del pagamento per gli stessi, il divieto del matrimonio prima dei diciotto anni.<\/p>\n<p>Per una vita libera, l\u2019autodifesa delle donne \u00e8 dal maschio, ma anche dallo Stato. Sono passaggi epocali nel cuore del Medio Oriente. \u00abSe c\u2019\u00e8 il problema della fame\u00bb, dice una di loro, \u00abcerchi il pane. Il pane, per le donne in Medio Oriente, si chiama educazione, protagonismo, formazione. Che \u00e8 politica, culturale, ideologica. Con tutti, donne e uomini.<\/p>\n<p>L\u2019Accademia forma, l\u2019Assemblea decide: \u00e8 un organismo politico che si muove secondo i principi del confederalismo democratico, il modello di partecipazione ideato da Apo Ocalan, con riferimento al giovane Marx da una parte e a Murray Bookchin, da \u201cL\u2019Ecologia della Libert\u00e0\u201d, a \u201cDemocrazia diretta\u201d e a \u201cPer una societ\u00e0 ecologica. Tesi sul municipalismo libertario\u201d.<\/p>\n<p>Ma il confederalismo democratico conosce una storia millenaria. Appartiene alla tradizione presumerica, che si caratterizzava come societ\u00e0 aperta: con la costruzione sociale sumerica \u00e8 iniziata invece la struttura piramidale, con la relativa suddivisione in caste. Si parla di Mesopotamia, non di momenti raggrinziti in tempi senza storia.<\/p>\n<p><strong>Gioved\u00ec 3 ottobre<\/strong><\/p>\n<p><strong>Il confederalismo democratico<\/strong><\/p>\n<p>Questa mattina incontriamo i rappresentanti dell\u2019Assemblea del popolo. Ci sono la copresidente, Feliz, e alcuni consiglieri. Verso la fine della riunione arriva anche l\u2019altro copresidente, reduce dal suo lavoro di pastore.<\/p>\n<p>Di capre e, adesso, anche di popolo.<\/p>\n<p>Feliz spiega i nove punti cardine del confederalismo democratico:<\/p>\n<ol>\n<li>La cultura. Si pu\u00f2 dire che nel campo di Makhmour da mattina fino a notte si respira cultura in tutte le sue espressioni e a tutte le et\u00e0;<\/li>\n<li>La stampa, per diffondere le idee, i progetti e le iniziative che il campo esprime;<\/li>\n<li>La salute: da qui l\u2019importanza del presidio ospedaliero e dell\u2019attivit\u00e0 di informazione e prevenzione;<\/li>\n<li>La formazione, considerata fondamentale per condividere principi, valori e stili di vita comuni;<\/li>\n<li>La sicurezza della popolazione: la sicurezza collettiva garantisce quella individuale, non viceversa;<\/li>\n<li>I comitati sociali ed economici per un\u2019economia comune e anticapitalista;<\/li>\n<li>La giustizia sociale;<\/li>\n<li>La municipalit\u00e0, quindi il Comune, con sindaca, cosindaco o viceversa, con il compito di rendere esecutivi i progetti decisi dall\u2019Assemblea; e, insieme, alla municipalit\u00e0, l\u2019ecologia sociale, considerata come un carattere essenziale della municipalit\u00e0. L\u2019ecologia sociale va oltre l\u2019ecologia ambientale: \u00e8 condizione essenziale per il benessere collettivo;<\/li>\n<li>La politica.<\/li>\n<\/ol>\n<p>Ognuno di questi punti viene declinato nelle cinque zone del campo, ognuna composta da quattro quartieri. Il confederalismo democratico parte da l\u00ec, dai comitati di quartiere, che si riuniscono una volta alla settimana e ogni due mesi scrivono un rapporto su problemi e proposte, scegliendo alcune persone come portavoce per l\u2019Assemblea del popolo.<\/p>\n<p>L\u2019Assemblea del popolo \u00e8 composta dalla presidente, dal copresidente e da 131 consiglieri. Presidente e copresidente sono presenti tutti i giorni, a tempo pieno. Le cariche durano due anni, rinnovabili per un mandato. La municipalit\u00e0 viene eletta dal popolo.<\/p>\n<p>Non sempre \u00e8 facile arrivare alle decisioni, perch\u00e9 tutto deve essere condiviso. L\u2019incontro non \u00e8 formale: si discute infatti di come utilizzare il luogo individuato per l\u2019ospedale, a partire dall\u2019ampliamento del poliambulatorio. Si tratta di coprire la struttura e, allo stesso tempo, di decidere come utilizzare gli spazi, visto che sono troppo grandi per un ospedale di comunit\u00e0. Viene esclusa l\u2019ipotesi della scuola per la dimensione dei locali; vengono prese in considerazione altre ipotesi, come la nuova sede per le attivit\u00e0 dell\u2019Associazione che si prende cura dei bambini down, che ha elaborato un proprio progetto, e il laboratorio di fisioterapia. Ma il primo passo, concreto, \u00e8 l\u2019avvio dei lavori per la copertura della struttura.<\/p>\n<p>Il confederalismo democratico ritiene che le comunit\u00e0, per poter coinvolgere tutti, debbano avere una dimensione ottimale di diecimila persone. Il campo \u00e8 abitato da tredicimila persone e il modello, con le sue fatiche, funziona.<\/p>\n<p>Il modello in questi anni \u00e8 stato adottato in Rojava, dove vi sono oltre tre milioni di persone di etnie diverse e l\u00ec il banco di prova \u00e8 decisivo. Se la Turchia non riuscir\u00e0 a distruggerlo. Ma chi lo ha proposto e lo vive non solo ci crede, ma lo pratica con la grande convinzione che sia il modo per cambiare dalla base la struttura sociale del Medio Oriente.<\/p>\n<p><strong>Venerd\u00ec 4 ottobre<\/strong><\/p>\n<p><strong>Incontro con M.<\/strong><\/p>\n<p>Incontriamo una rappresentante che ci parla delle donne che hanno combattuto a Kobane. Nel suo racconto, nell\u2019analisi della situazione e nella valutazione delle prospettive, alterna passaggi piani a momenti di forte impatto emotivo.<\/p>\n<p>Si parla del protagonismo delle donne nella liberazione del Rojava. \u00abLa guerra non \u00e8 mai una bella cosa\u00bb, racconta, \u00abma la nostra \u00e8 stata, \u00e8 una guerra per l\u2019umanit\u00e0. Per la difesa della dignit\u00e0 umana. Le donne sono partite in poche: quattro o cinque di nazionalit\u00e0 diverse, ma unite dall\u2019idea che fosse necessario armarsi, addestrarsi e combattere l\u2019oppressione e il fondamentalismo per affermare la possibilit\u00e0 di una vita migliore. Per le donne, ma anche per gli uomini\u00bb. Per tutti.<\/p>\n<p>\u00abA Kobane la popolazione aveva bisogno di essere difesa dall\u2019attacco dell\u2019ISIS: da un problema di sicurezza \u00e8 scaturita una rivoluzione vera. Una rivoluzione che non \u00e8 solo curda, o araba, ma \u00e8 una rivoluzione popolare, che sta costruendo un nuovo modello di democrazia partecipata\u00bb.<\/p>\n<p>In Medio Oriente, cuore della Terza Guerra Mondiale scatenata dai conflitti interni e orchestrata dalle potenze mondiali.<\/p>\n<p>\u00abQuando ci si crede, si pu\u00f2 arrivare a risultati impensabili. Non importava essere in poche. All\u2019inizio non \u00e8 stato facile, nel rapporto con le altre donne: per la prima volta si trovavano davanti alla scelta della lotta armata in prima persona, dal punto di vista femminile. Poi hanno compreso, quando hanno visto le loro figlie venire con noi, crescere nella consapevolezza e nella determinazione per organizzare la resistenza popolare. L\u2019organizzazione popolare \u00e8 diventata determinante, non solo a Kobane, ma in tutto il Rojava.<\/p>\n<p>Le donne, quando vogliono raggiungere un obiettivo, sono molto determinate e sono molto pi\u00f9 creative degli uomini. Cos\u00ec hanno trasformato una guerra di difesa in una possibilit\u00e0 di cambiamento rivoluzionario, in cui tutti possono partecipare alla costruzione di un destino comune, provando a superare anche le divisioni imposte nei secoli dalle diverse religioni\u00bb.<\/p>\n<p>Nel caos del Medio Oriente, dove in questo momento l\u2019Iraq \u00e8 di nuovo in fiamme.<\/p>\n<p>\u00abOggi il nemico per noi rimane l\u2019ISIS: l\u2019YPG (la nostra formazione guerrigliera maschile) e l\u2019YPJ (la nostra formazione guerrigliera femminile) lo hanno sconfitto, ma rimangono sacche sparse dell\u2019ISIS e cellule dormienti all\u2019interno dei territori liberati. Il nemico per\u00f2 \u00e8 soprattutto la Turchia, la cui strategia sullo scacchiere del Medio Oriente, dove tutte le potenze mondiali vogliono dare scacco al re, \u00e8 l\u2019occupazione della striscia di terra che corre sotto il confine con la Siria e che collega storicamente l\u2019Occidente e l\u2019Oriente. Questo territorio \u00e8 ilRojava: per questo il regime di Erdogan vuole distruggerci. Sostiene, come ad Afrin, di volersi presentare con il ramoscello d\u2019ulivo: in realt\u00e0, ad Afrin ha portato forme di repressione sempre pi\u00f9 aspre, nuove forme di violenza etnica, una nuova diffusione dei sequestri di persona. Per arrivare al suo obiettivo, la Turchia sta costruendo un altro ISIS, come ha fatto con l\u2019originale. Solo una parte delle tre milioni di persone presenti in Turchia \u00e8 costituita da profughi: sono quelli che il regime vuole cacciare e spinge a viaggi disperati e rischiosi verso l\u2019Europa. Gli altri sono integralisti, diretti o potenziali, che il regime di Erdogan intende tenere, avviandoli a scuole di formazione religiosa e militare, fino a quando li mander\u00e0 di nuovo in giro a seminare il terrore. La Turchia utilizza i miliardi di dollari forniti dall\u2019Europa per ricostituire un nuovo ISIS da utilizzare nello scenario della Terza Guerra mondiale\u00bb.<\/p>\n<p>La vecchia strategia di destabilizzare per stabilizzare con il terrore. \u00abLa Turchia utilizza la Russia, la Russia la Turchia, la Turchia gli Europei. L\u2019Europa, aiutando la Turchia, sta diffondendo dei nuovi veicoli di infezione.<\/p>\n<p>La vittima designata \u00e8 il popolo curdo, ma il popolo curdo ha la testa dura.<\/p>\n<p>La minaccia principale incombe sul territorio libero del Rojava, dove \u00e8 in corso un esperimento concreto di confederalismo democratico, con la partecipazione di tutte le etnie. Lo stiamo facendo con un forte impegno e una grande fatica, ma questa \u00e8 la via per portare una vita migliore in una regione devastata dai conflitti etnici e religiosi, interni e scatenati dall\u2019esterno\u00bb.<\/p>\n<p>Particolarmente importante, in questa situazione, \u00e8 la condizione della donna. \u00abQuando le condizioni della donna migliorano, migliora la situazione per tutti, perch\u00e9 vincono i principi e l\u2019ideologia della vita contro i nazionalismi e le strumentalizzazioni del capitalismo internazionale.<\/p>\n<p>Prima tutti dicevano di volerci dare una mano, ma la memoria di molti \u00e8 troppo corta. Le organizzazioni umanitarie ufficiali si schierano sempre con gli Stati, non con i movimenti di liberazione.<\/p>\n<p>Il nostro obiettivo \u00e8 mantenere il Rojava libero di fronte alla minaccia dell\u2019occupazione. Dobbiamo sensibilizzare l\u2019opinione pubblica mondiale attorno a questa nuova speranza per il Medio Oriente e costruire un ponte tra il Kurdistan e l\u2019Europa.<\/p>\n<p>Il potere della societ\u00e0 \u00e8 come un fiume che, scorrendo, cresce in maniera sempre pi\u00f9 ampia. Noi vogliamo resistere per creare una vita migliore. Voi, delle associazioni non legate al potere degli Stati, potete aiutarci contribuendo a diffondere le nostre idee, la nostra esperienza, la nostra storia\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Sabato 5 ottobre<\/strong><\/p>\n<p><strong>Incontro con i giovani che difendono il campo<\/strong><\/p>\n<p>Nel tardo pomeriggio incontriamo la Guardia Armata del Campo. Ci raccontano che dopo il bombardamento con i droni dell\u2019aprile scorso, non ci sono state altre incursioni da parte dei turchi. La tensione per\u00f2 rimane alta, anche perch\u00e9 nelle vicinanze ci sono ancora gruppi sparsi dell\u2019Isis. Facciamo qualche domanda a proposito della loro vita. Ci dicono che chi si dedica alla causa curda pu\u00f2 arruolarsi dai 18 anni in poi, anche per sempre. Se si vuol lasciare un impegno cos\u00ec pieno si pu\u00f2 farlo senza problemi, anche se i casi sono rari.<\/p>\n<p>Li vediamo al tramonto. Appartengono alla formazione che ha liberato Makhmour e soprattutto Kirkuk, dove i\u00a0<em>peshmerga<\/em>, l\u2019organizzazione armata del governo regionale del Kurdistan iracheno, si trovavano in difficolt\u00e0 e stavano per essere sopraffatti dall\u2019avanzata dell\u2019ISIS.<\/p>\n<p>A Makhmour hanno liberato sia il campo che la citt\u00e0, sede del pi\u00f9 grande deposito di grano dell\u2019Iraq, poi sono tornati sulle montagne. Con noi parla con grande convinzione uno dei ragazzi, il portavoce: gli altri condividono con gesti misurati le sue parole. Nessuno di loro ha pi\u00f9 di venticinque anni, ma tutti e tre ne dimostrano meno.<\/p>\n<p>Il ragazzo dice che la loro scelta \u00e8 stata spontanea, e che li guida l\u2019idea della difesa del popolo dall\u2019oppressione degli Stati: non solo quelli che incombono sul popolo curdo (Turchia, Siria, Iraq, Iran), ma sul popolo in generale. In questi giorni stanno dalla parte delle proteste popolari contro il governo che sono in atto a Bagdad: la loro lotta \u00e8 contro il capitalismo e durer\u00e0 fino all\u2019affermazione del socialismo che, nella loro visione, oggi si esprime attraverso il confederalismo democratico.<\/p>\n<p>L\u2019atmosfera \u00e8 coinvolgente. Sotto, nella pianura, le prime luci si diffondono sul campo. Sopra, sulla montagna, loro proteggono e tutelano la serenit\u00e0 di bambini, donne e uomini. I bambini del campo sono tanti e cantano insieme con un\u2019allegria contagiosa, a ripetere giochi antichi e sempre attuali: insieme, bambini e bambine. Loro si alzano alle quattro, poi dedicano il mattino alla formazione politica e all\u2019addestramento fisico per chiudere la giornata con l\u2019addestramento militare.<\/p>\n<p><strong>Militanti a tempo pieno<\/strong><\/p>\n<p>Sono convinti che o il futuro del mondo \u00e8 il socialismo come forma di democrazia diretta e partecipata, o sar\u00e0 solo morte e distruzione, come da troppi anni \u00e8 in Medio Oriente, in mano alle oligarchie di potere manovrate dagli interessi del capitalismo internazionale.<\/p>\n<p>Alla domanda se non li ferisce il fatto che la propaganda turca e di altri paesi occidentali li chiama terroristi, la loro risposta \u00e8: \u00abA noi interessa quello che pensa il popolo, non quello che dicono questi signori\u00bb.\u00a0 Nella quotidianit\u00e0 questi ragazzi non conoscono giorni di riposo o di vacanza, hanno sporadici rapporti con le famiglie per motivi di sicurezza, non sono sposati.<\/p>\n<p>Proprio adesso, nel momento dell\u2019incontro, dalla pianura salgono le musiche popolari di un matrimonio, alla cui festa vanno tutti quelli che vogliono partecipare, con le danze tradizionali e i costumi rivisitati in chiave attuale. Ieri, a un altro matrimonio, ci siamo stati anche noi. Si respirava un\u2019aria autentica, come erano queste feste anche in Occidente prima di diventare un\u2019espressione inautentica di lusso ostentato e volgare.<\/p>\n<p>I giovani guerriglieri intendono continuare fino a quando momenti come questo, di partecipazione popolare, saranno la regola di pace e non l\u2019eccezione in un clima di guerra. Nelle parole e nei gesti sono sobri e austeri, quasi oltre la loro et\u00e0. Dopo un\u2019ora si alzano dalle rocce su cui ci siamo trovati e, dopo averci salutato con un abbraccio intenso, si avviano verso la montagna, veloci e leggeri. Non esibiscono le armi; appartengono loro come uno strumento di difesa e di protezione. Come il bastone del pastore, che vigila sul suo gregge. Non sono ombre, ma appaiono solari nel tramonto che scende lentamente verso la Siria.<\/p>\n<p><strong>Domenica 6 ottobre<\/strong><\/p>\n<p><strong>L\u2019uscita dal campo<\/strong><\/p>\n<p>Oggi tocchiamo con mano che cosa vuol dire l\u2019embargo per il campo di Makhmour imposto dal governo regionale del Kurdistan iracheno, in accordo con la Turchia. Il popolo del campo da tre mesi non pu\u00f2 uscire, n\u00e9 per lavoro, n\u00e9 per altri motivi. Il rappresentante delle relazioni esterne ha chiesto il permesso per poterci accompagnare fino a Erbil, ma il permesso \u00e8 stato negato. Potranno accompagnarci solo fino al primo checkpoint, dove ci aspettano dei tassisti della citt\u00e0 di Makhmour. Da l\u00ec in avanti \u00e8 una sequenza di controlli: sbrigativi quelli ai due posti di controllo iracheni, sempre pi\u00f9 lunghi e insistenti ai tre posti di controllo del governo regionale.<\/p>\n<p>Tra il campo e l\u2019esterno \u00e8 stata posta una serie di barriere a ostacoli. Ci vogliono oltre due ore per arrivare a Erbil, dove arriviamo in un normale albergo dopo dieci notti sul pavimento della Casa del Popolo. Non mi piace per nulla questo passaggio: ho gi\u00e0 nostalgia di quei giorni, con il poco cibo curato con grande attenzione, e di quelle notti in sette per stanza, su dei tappeti stesi a terra.<\/p>\n<p>Lucia e altri compagni del gruppo vanno a chiudere la pratica di acquisto dell\u2019autoambulanza. Finalmente, dopo giorni estenuanti per la difficolt\u00e0 di comunicare con l\u2019esterno dal campo, la pratica viene risolta subito e inaspettatamente, anche con l\u2019aiuto di alcuni compagni dell\u2019HDP, il partito di sinistra nel Kurdistan iracheno. L\u2019ambulanza, nuovissima, viene portata dallo stesso concessionario, una persona sensibile alla questione curda, al campo (lui, essendo un cittadino di Erbil, pu\u00f2 muoversi), dove un video registra l\u2019ingresso al presidio ospedaliero.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-939362 size-full\" src=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/ambulanza.jpg\" alt=\"\" width=\"768\" height=\"434\" srcset=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/ambulanza.jpg 768w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/ambulanza-300x170.jpg 300w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/ambulanza-720x407.jpg 720w\" sizes=\"auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px\" \/><\/p>\n<p>Missione compiuta.<\/p>\n<p>Con gli altri del gruppo andiamo a fare un giro in citt\u00e0, verso la cittadella. Ma Erbil mi ricorda troppo il nostro mondo, tra l\u2019inquinamento dei pozzi petroliferi alla periferia, le centinaia di autocisterne in fila per il rifornimento, un traffico caotico. Unica differenza con le citt\u00e0 occidentali, il suk mischiato alle firme della moda che hanno infettato le citt\u00e0 di tutti i continenti. Torno in albergo e guardo lo scorrere delle code dalle vetrate: ho bisogno ancora di una barriera per affrontare questo mondo. Se \u00e8 ancora un mondo.<\/p>\n<p><strong>Luned\u00ec 7 ottobre<\/strong><\/p>\n<p><strong>La differenza<\/strong><\/p>\n<p>Saliamo in gruppo alla cittadella di Erbil, patrimonio mondiale dell\u2019Unesco.\u00a0 La pi\u00f9 antica cittadella fortificata del mondo, costruita su undici strati successivi. Incontriamo il direttore del sito, che ci accoglie come dei vecchi amici e ci porta a visitare i luoghi ancora chiusi al pubblico per i lavori di scavo. Parla fluentemente tedesco e inglese, ha abitato in Germania; poi, in piena guerra, nel 2002 \u00e8 stato chiamato a ricoprire il ruolo di sindaco della citt\u00e0. Lo ha fatto fino al 2016. Erbil ha pi\u00f9 di un milione di abitanti, il Kurdistan iracheno non supera i quattro milioni di abitanti. Eppure negli anni scorsi sono stati accolti oltre due milioni di profughi fuggiti di fronte all\u2019avanzata dell\u2019ISIS. E loro li hanno ospitati senza alcun problema. E chi ha voluto rimanere, \u00e8 rimasto. Mi viene in mente che da noi, noi?, si parla indecentemente di invasione di fronte a poche migliaia di migranti che rischiano la vita attraversando il mare. C\u2019\u00e8 chi guarda avanti, e forse ha un futuro; e c\u2019 \u00e8 chi non sa guardare da nessuna parte e non ha passato, presente e futuro.<\/p>\n<p>Nella notte tra il 7 e l\u20198 ottobre si parte.<\/p>\n<p><strong>Per comprendere meglio le varie sigle, pu\u00f2 essere utile questo breve glossario<\/strong><\/p>\n<p>Turchia: Partito PKK;<\/p>\n<p>Formazioni guerrigliere: HPG (maschile), YJA (femminile)<\/p>\n<p>Siria: Partito PYD<\/p>\n<p>Formazioni guerrigliere: YPG (maschile), YPJ (femminile)<\/p>\n<p>Iran: Partito PJAK<\/p>\n<p>Iraq: Partito PCDK<\/p>\n<p>Nel Sinjar:\u00a0\u00a0YBS<\/p>\n<p>Questo insieme di partiti, suddivisi per territori, confluisce nel KCK, che riunisce le formazioni apoiste. Vale a dire le organizzazioni che hanno come punto di riferimento, Abdullah Ocalan, prigioniero da vent\u2019anni in Turchia, per i curdi Apo. Il KNK\u00a0 invece rappresenta tutti i partiti curdi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mentre \u00e8 in corso al nuova guerra di Erdogan contro i curdi colpevoli di realizzare una democrazia innovativa che spaventa le dittature, Cecco Bellosi della Comunit\u00e0 il Gabbiano con l\u2019associazione\u00a0Verso il Kurdistan\u00a0\u00e8 a Makhmour per un viaggio nella realt\u00e0 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