{"id":924773,"date":"2019-09-24T11:19:50","date_gmt":"2019-09-24T10:19:50","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=924773"},"modified":"2019-09-24T11:19:50","modified_gmt":"2019-09-24T10:19:50","slug":"se-le-ong-potessero-riformare-il-trattato-di-dublino-lo-riformerebbero-cosi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2019\/09\/se-le-ong-potessero-riformare-il-trattato-di-dublino-lo-riformerebbero-cosi\/","title":{"rendered":"Se le ong potessero riformare il Trattato di Dublino lo riformerebbero cos\u00ec"},"content":{"rendered":"<p><strong>Intervista a Paola Crestani, presidente di\u00a0LINK 2007, network che raggruppo tredici tra le pi\u00f9 importanti organizzazioni non governative impegnate nella cooperazione allo sviluppo. &#8220;Continuare a parlare di emergenza \u00e8 un errore o \u00e8 una bugia.<\/strong><\/p>\n<p>Migranti: emergenza o fenomeno gestibile? Quali politiche l\u2019Unione Europea pu\u00f2 mettere in campo per governare questo fenomeno che sta catalizzando la politica di tutti gli Stati europei? La revisione del trattato di Dublino \u00e8 oggi pi\u00f9 che mai necessaria per affrontare le migrazioni in maniera organica e solidale tra Stati. La cooperazione allo sviluppo internazionale come pu\u00f2 contribuire ad affrontare il problema e quali politiche attive per l\u2019Africa si possono adottare per affermare il diritto a non emigrare. Un \u201cPiano Marshall\u201d per l\u2019Africa pu\u00f2 diventare concretezza o rimanere una mera enunciazione?<\/p>\n<p>Di questo, e di molto altro, abbiamo parlato con\u00a0<strong>Paola Crestani<\/strong>, presidente di LINK 2007, che a marzo 2019, ha ereditato la responsabilit\u00e0 e l\u2019impegno di Paolo Dieci nel coordinamento della rete di Ong LINK 2007, dopo l\u2019incidente aereo in Etiopia in cui ha perso la vita. Link 2007 \u00e8 nata dodici anni fa e raggruppa parte (13) delle pi\u00f9 importanti e propositive Ong italiane di cooperazione internazionale e aiuto umanitario. Uno dei temi approfonditi dalla rete \u00e8 il nesso tra migrazioni e sviluppo.<\/p>\n<p><strong>Migranti e accoglienza: emergenza o sopravvalutazione del fenomeno?<\/strong><\/p>\n<p>Le Ong della rete LINK 2007 l\u2019hanno pi\u00f9 volte ribadito: continuare a parlare di emergenza, come se fossimo fermi agli anni 2014-2017, \u00e8 un errore o \u00e8 una strumentale bugia finalizzata ad alimentare tensioni a fini politici. Come \u00e8 possibile parlare di emergenza se, per fare un esempio del Nord, nella provincia di Venezia i migranti ospitati sono 820, su 860.000 abitanti, l\u2019uno per mille? Dov\u2019\u00e8 l\u2019emergenza se il numero complessivo dei migranti sbarcati in Italia dal primo gennaio al 19 settembre 2019 \u00e8 di 6.570? Sono dati non delle Ong ma del ministero dell\u2019Interno. Essi attestano una diminuzione del -93,62% rispetto ai 102.954 sbarchi del 2017 e del -68,50% rispetto ai 20.859 del 2018.<\/p>\n<p>Le percezioni diffuse nella popolazione sono purtroppo diverse, spesso alimentate ad arte, con parole come \u201cinvasione\u201d che creano preoccupazioni e paure, ma la realt\u00e0 \u00e8 questa: non esiste pi\u00f9 alcuna emergenza. La presenza straniera complessiva \u00e8 pari all\u20198,7% della popolazione ed \u00e8 inferiore a quella tedesca (11,7%), austriaca (15,7%), del Regno Unito (9,5%) e di poco superiore a quella francese (7%). Siamo un paese normale dal punto di vista dell\u2019immigrazione. Ma sembra che non si voglia prenderne atto.<\/p>\n<p><strong>Quali politiche occorre mettere in campo perch\u00e9 le popolazioni non subiscano un fenomeno che suscita preoccupazione e, spesso, paura?<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019Italia \u00e8 uno dei paesi Ocse con la pi\u00f9 alta distanza tra percezione e realt\u00e0. Per la maggioranza degli italiani, dal 2000 a oggi gli omicidi sono aumentati, quando in realt\u00e0 hanno visto un calo vertiginoso e sono diminuiti del 47%. Gli immigrati extraeuropei rappresentano nel nostro paese il 7% della popolazione totale, ma per l\u2019opinione pubblica sono il 25%, ovvero uno su quattro, stando ai ripetuti sondaggi d\u2019opinione. Il 47% degli italiani crede che ci siano pi\u00f9 irregolari che immigrati regolari, mentre i primi rappresentano non pi\u00f9 del 10%. Ovviamente c\u2019\u00e8 un difetto di comunicazione, a cui anche i media dovrebbero rimediare, e talvolta una vera mancanza di conoscenza nelle stesse autorit\u00e0 politiche.<\/p>\n<p>Per\u00f2, anche se i dati delle percezioni sono sbagliati, le paure generate sono vere. Si deve quindi mettere in atto, con l\u2019impegno di tutti, quanto necessario per riuscire a dissolverle e dare ai cittadini il segnale che davvero le cose stanno cambiando e che si intende governare l\u2019immigrazione in modo ordinato, regolare e sicuro. Sono, queste, le tre parole chiave del Patto globale sulle migrazioni, a cui il governo italiano dovrebbe ormai aderire, insieme agli altri 164 paesi che gi\u00e0 l\u2019hanno sottoscritto. Diverso \u00e8 il discorso che riguarda contesti gi\u00e0 di per s\u00e9 socialmente difficili e con scarsa possibilit\u00e0 di integrazione degli immigrati. In tali contesti, i cui problemi sono spesso delegati al volontariato, non si vivono percezioni ma difficolt\u00e0 e contrapposizioni reali. Essi dovrebbero essere maggiormente e particolarmente sostenuti dalle pubbliche amministrazioni. Quando la forbice dell\u2019inclusione si allarga troppo, emarginando, discriminando, negando diritti basilari ad ampie fasce di popolazione, le societ\u00e0 entrano in crisi. La necessit\u00e0 di politiche e azioni finalizzate all\u2019inclusione vale per gli immigrati ma, pi\u00f9 in generale, per tutti i cittadini in posizione di fragilit\u00e0 e marginalizzazione\u201d.<\/p>\n<p><strong>L\u2019approccio al fenomeno deve superare i confini degli Stati ed essere affrontato a livello europeo?<\/strong><\/p>\n<p>Dobbiamo avere chiaro il punto da cui partire: la migrazione e la mobilit\u00e0 internazionale sono realt\u00e0 che esistono da sempre e che non possono essere fermate. Possono per\u00f2 e devono essere governate, regolate, uscendo dalla visione emergenziale che non permette passi avanti. Se viene impedita la possibilit\u00e0 di entrate in un paese in modo regolare &#8211; ed in Italia \u00e8 cos\u00ec da anni &#8211; si favoriscono gli ingressi irregolari e i trafficanti criminali che li favoriscono e che trovano sempre vie nuove per superare controlli e divieti. E ci\u00f2 che vogliamo? No, senza alcun dubbio: potrebbe quindi essere questo un comune punto di partenza.<\/p>\n<p>Stabilire regole precise di ingresso nel rispetto dei diritti umani e della dignit\u00e0 della persona \u00e8 la via maestra per combattere l\u2019irregolarit\u00e0 e per permettere un\u2019adeguata accoglienza e integrazione. A partire da chi ha bisogno di aiuto e protezione ma soprattutto per definire precisi e appropriati criteri di legalit\u00e0 per chi intenda venire in Italia per lavoro o per studio, anche sperimentando strumenti innovativi per la migrazione circolare e quella ciclica legata alla stagionalit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019apertura alla possibilit\u00e0 di ingressi regolari pu\u00f2 anche legittimare opzioni politiche di fermezza contro un\u2019immigrazione incontrollata. Si tratta della migliore arma contro l\u2019illegalit\u00e0 e i traffici clandestini della criminalit\u00e0 organizzata. Ma lei ha ragione ad evidenziare che questa realt\u00e0 va affrontata a livello europeo, data la sua ampiezza e complessit\u00e0 che rende velleitario ogni tentativo di gestione solo nazionale. La libera circolazione all\u2019interno dell\u2019Ue \u00e8 uno dei pilastri dell\u2019architettura politica e del processo di integrazione e va salvaguardata, senza barriere tra Stato e Stato. Ma questo richiede strumenti che impediscano ingressi incontrollati. E\u2019 quindi indispensabile affrontare la realt\u00e0 dell\u2019immigrazione a livello europeo, con regole comuni, solidariet\u00e0 nell\u2019accoglienza e accordi complessivi con i paesi di maggiore emigrazione\u201d.<\/p>\n<p><strong>La riforma del trattato di Dublino, in tal senso, \u00e8 un passo decisivo perch\u00e9 le politiche della Ue siano efficaci?<\/strong><\/p>\n<p>Ad avviso di Link 2007 tre priorit\u00e0 vanno tenute presenti. Recuperare anni di ritardi, sottovalutazioni e cattiva gestione della presenza di immigrati e rifugiati, che l\u2019Ue e gli Stati membri hanno a lungo sottovalutato. Adottare politiche comuni a livello europeo, almeno tra gli Stati che ci stanno, nella condivisione dell\u2019accoglienza e nel superamento di normative e vincoli ormai sorpassati dalla realt\u00e0. Modificare il regolamento di Dublino.<\/p>\n<p>Tale regolamento si riferisce ai rifugiati e prevede che il primo paese di arrivo debba provvedere alla valutazione delle richieste di asilo e all\u2019accoglienza. \u00c8 una regola che aveva senso per i rifugiati dall\u2019Est europeo negli anni \u201890 per evitare duplicazioni di domande; ma nella realt\u00e0 attuale deve essere modificata, perch\u00e9 il peso ricade da tempo solo sui paesi in prima linea, come l\u2019Italia\u201d.<\/p>\n<p>Il Parlamento Europeo, dopo un anno e mezzo di approfondito lavoro, ha approvato nel novembre 2017 con la maggioranza dei due terzi una proposta di revisione che risponde molto alle esigenze italiane. Essa prevede che tutti gli Stati membri debbano accettare di condividere equamente la responsabilit\u00e0 dei richiedenti asilo. Viene eliminata la disposizione del primo paese di arrivo e i rifugiati devono accettare di restare nello Stato che sar\u00e0 individuato, che diventa quindi competente ad esaminare la domanda, assicurando la permanenza del richiedente sul proprio territorio; in caso di inadempienza sono previste penalizzazioni con limitazioni nell\u2019accesso ai fondi europei. Questa proposta aspetta solo che il Consiglio europeo la ponga all\u2019ordine del giorno senza tentennamenti\u201d.<\/p>\n<p><strong>La cooperazione internazionale come dovrebbe affrontare questo tema? E quali sinergie tra agenzie nazionali a livello europeo possono essere efficaci per armonizzare l\u2019intervento?<\/strong><\/p>\n<p>In un documento del 17 gennaio 2017, le Ong di LINK 2007 suggerivano di ripensare e ampliare la cooperazione internazionale per lo sviluppo, enfatizzando priorit\u00e0 quali la creazione di posti di lavoro stabili e dignitosi, il miglioramento delle condizioni di vita, il soddisfacimento delle aspettative formative dei giovani, lo sviluppo e il rafforzamento di istituzioni democratiche virtuose e capaci di lottare contro la corruzione e di favorire le fasce pi\u00f9 vulnerabili, in una visione e programmazione di lungo periodo. Chiarendo per\u00f2 che i programmi di cooperazione allo sviluppo potranno affiancare gli accordi e i partenariati migratori, al fine di favorire ogni possibile sinergia, ma non dovranno mai essere confusi con essi: le due finalit\u00e0 possono infatti essere complementari ma non sostitutive l\u2019una dell\u2019altra&#8230;<\/p>\n<p>L\u2019Italia, l\u2019Ue e gli Stati membri dovrebbero poi, nonostante le difficolt\u00e0, tendere mediamente al raddoppio delle risorse destinate allo sviluppo e agire in modo coordinato con i paesi partner per rendere efficaci e duraturi gli interventi di cooperazione e i piani di investimento, come quello messo in atto dalla Commissione europea, da elaborarsi con i paesi partner in un percorso di accompagnamento tecnico, di sostegno alle istituzioni per creare contesti favorevoli all\u2019investimento, lottare contro la corruzione, attuare politiche fiscali e industriali adeguate, prestare grande attenzione ai contesti sociali e alla salvaguardia dell\u2019ambiente, al fine della sostenibilit\u00e0 ed efficacia degli interventi. Le parole e gli inviti a controllare i flussi migratori non possono bastare: creare sviluppo costa, cos\u00ec come assicurare maggiore equit\u00e0, benessere e istruzione, garantire sicurezza, prevenire. Gli attuali livelli degli stanziamenti per la cooperazione allo sviluppo sono ben lontani dall\u2019essere adeguati di fronte a cos\u00ec ampi obiettivi, anche perch\u00e9 questi impegni finanziari, se usati bene, rappresentano un investimento per il futuro: dei paesi partner e nostro\u201d.<\/p>\n<p><strong>Vi \u00e8 un diritto, spesso non considerato, che \u00e8 quello di \u201cnon essere obbligato a emigrare\u201d. Tradotto potrebbe essere elaborato un piano Marshall per l\u2019Africa. Quali potrebbero essere i capisaldi di un piano cos\u00ec fatto?<\/strong><\/p>\n<p>In una lettera inviata al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel 2018, LINK 2007 evidenziava proprio questo punto. Ad ognuno dovrebbe essere garantita la libert\u00e0 di non dovere emigrare, trovando le condizioni per potere prendere in mano la propria vita, valorizzando il vivere nella propria terra per edificare il proprio futuro \u2026 Si tratta di una sfida complessa che, per essere vinta, richiede forti partenariati internazionali per lo sviluppo. La cooperazione, nelle sue molteplici articolazioni nazionali e internazionali, pu\u00f2 avere un ruolo primario a sostegno di questo processo. Ma va intesa correttamente, coordinando le varie iniziative e i vari soggetti e strumenti in una comune strategia di intervento e nella coerenza delle politiche. Aiutarli ad essere liberi a casa loro, da slogan deve diventare strumento di cambiamento, con una svolta nell\u2019approccio politico e nei partenariati internazionali. Tenendo in particolare considerazione l\u2019Africa, che in trent\u2019anni raddoppier\u00e0 la popolazione arrivando a 2,4 miliardi di persone e si trover\u00e0 con un\u2019ampia maggioranza giovane, in gran parte istruita, pronta al lavoro, di fronte al continente europeo in calo demografico e invecchiato\u201d.<\/p>\n<p>Non serve puntare su un \u201cpiano Marshall\u201d, anche perch\u00e9 a nostro avviso rimarr\u00e0 una mera enunciazione. La via intrapresa dall\u2019Italia e dall\u2019Ue degli accordi di partenariato per lo sviluppo dovr\u00e0 essere rafforzata e perfezionata in una prospettiva di lungo termine e di cammino comune, non a senso unico ma a reale vantaggio reciproco, un co-sviluppo, con positive ricadute sulla popolazione e lo sviluppo delle comunit\u00e0.<\/p>\n<p>In tema di migrazione, gli accordi di partenariato non devono mai contemplare forme di pressione o intimazione, esercizio di poca utilit\u00e0 e comunque di breve periodo, che annullerebbero sul nascere la pari dignit\u00e0 che dei partenariati \u00e8 elemento fondamentale. Solo rapporti di rispetto e reciprocit\u00e0 collaborativa permettono di stabilire cooperazioni proficue e durature, a mutuo interesse. Permettono anche di pattuire con i paesi partner quote di ingressi che al contempo rispettino le loro programmazioni e siano compatibili con le nostre possibilit\u00e0 ed esigenze; e anche di concordare condizioni e vincoli ragionevoli di selezione\u201d.<\/p>\n<p>Co-sviluppo pu\u00f2 derivare anche dalla valorizzazione delle diaspore, delle comunit\u00e0 organizzate di immigrati inseriti e riconosciuti nelle nostre realt\u00e0 regionali e territoriali dove sono integrati, mantenendo legami stretti con le comunit\u00e0 di origine. Queste realt\u00e0 diasporiche mostrano spesso una spiccata iniziativa imprenditoriale investendo nelle due realt\u00e0, sia qui in Italia che nei propri territori di origine. Il loro transnazionalismo e translocalismo li fa sentire pienamente qui e l\u00ec, rappresentando cos\u00ec un potenziale fattore di collaborazioni e co-sviluppo a livello territoriale. Questa presenza transnazionale potrebbe infatti favorire e facilitare accordi quadro di partenariato tra le due amministrazioni territoriali, da cui potrebbero derivare specifici accordi di cooperazione coinvolgenti le realt\u00e0 economiche, culturali, imprenditoriali, sociali dei due territori, a reciproco vantaggio e interesse e a maggiore integrazione delle comunit\u00e0 immigrate.<\/p>\n<p><strong>Un piano che, tuttavia, potrebbe scontrarsi con l\u2019organizzazione di diversi Stati africani che, in molti casi, sono cleptocrazie, dittature, dove i diritti elementari della persona sono totalmente disattesi e dove la corruzione \u00e8 endemica. L\u2019Europa cosa pu\u00f2 fare, in questo contesto affinch\u00e9 le sue politiche raggiungano davvero le popolazioni?<\/strong><\/p>\n<p>\u00c8\u00a0un tema difficile da affrontare in poche righe. L\u2019Europa pu\u00f2 fare poco, purtroppo, dato che i condizionamenti, come le sanzioni, raramente hanno indebolito i dittatori ma hanno peggiorato le condizioni, gi\u00e0 precarie, della maggioranza della popolazione ed in particolare dei pi\u00f9 vulnerabili. E poi, siamo cos\u00ec limpidi nei paesi europei e non siamo forse co-responsabili della dilagante corruzione in molti paesi partner nel mondo? Gli stessi Stati africani e l\u2019Unione africana hanno ben presente la situazione e stanno cercando, nella costruzione e nel rafforzamento dell\u2019Unit\u00e0 africana, di provvedervi. Questa \u00e8 la migliore e giusta strada: che dovr\u00e0 essere severa all\u2019interno e verso l\u2019esterno, anche verso i paesi promotori di partenariati.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.agi.it\/cronaca\/migranti_ong_riforma_trattato_dublino-6224628\/news\/2019-09-22\/\">Articolo originale.<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Intervista a Paola Crestani, presidente di\u00a0LINK 2007, network che raggruppo tredici tra le pi\u00f9 importanti organizzazioni non governative impegnate nella cooperazione allo sviluppo. &#8220;Continuare a parlare di emergenza \u00e8 un errore o \u00e8 una bugia. 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