{"id":868917,"date":"2019-06-09T18:13:02","date_gmt":"2019-06-09T17:13:02","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=868917"},"modified":"2019-06-10T10:56:43","modified_gmt":"2019-06-10T09:56:43","slug":"nonviolenza-e-violenza-di-stato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2019\/06\/nonviolenza-e-violenza-di-stato\/","title":{"rendered":"Nonviolenza e violenza di stato"},"content":{"rendered":"<p>Pubblichiamo di Rodrigo Rivas, \u00a0l&#8217;introduzione al dibattito che si tenne in occasione della marcia della pace del 2011, sul tema\u00a0 &#8220;Nonviolenza e protesta in atto in Europa contro ci\u00f2 che la politica chiama crisi e che, invece, \u00e8 un attacco alla democrazia.&#8221;\u00a0 Rivas,\u00a0economista cileno, gi\u00e0 deputato in Parlamento ai tempi di Allende e Neruda,\u00a0 in questa riflessione del 2011, affronta\u00a0in modo oggi ancora pi\u00f9 attuale, il tema della Nonviolenza e della violenza di stato.<\/p>\n<h3><span style=\"color: #800000;\">Nonviolenza e violenza di stato<\/span><\/h3>\n<p>Al di l\u00e0 di opzioni propagandistiche che prescindono spesso dall\u2019analisi delle condizioni reali, del tipo \u201csenza se e senza ma\u201d, e cio\u00e8 a prescindere, si deve osservare che come ogni opzione politica l\u2019opzione nonviolenta \u00e8 discutibile. Naturalmente, osservando l\u2019attuale moltiplicarsi delle proteste in Europa, \u00e8 d\u2019obbligo concludere che la scelta pacifista \u00e8 stata l\u2019opzione indiscussa del movimento, dalla Grecia alla Spagna, dal Portogallo all\u2019Inghilterra, dal Belgio all\u2019Italia&#8230;<\/p>\n<p><strong>La maggiore virt\u00f9 dell\u2019alternativa nonviolenta \u00e8 che toglie prestigio alla repressione e concede una forte autorit\u00e0 morale al movimento.<\/strong> Il suo inconveniente \u00e8 che risulta difficile determinare i confini tra l\u2019antagonismo costitutivo della politica e la violenza. Ad esempio, per alcuni \u00e8 violento che si occupino le piazze pubbliche o si metta in discussione la legittimit\u00e0 del parlamento e delle autorit\u00e0 di governo. Altri considerano violento che si votino leggi contrarie all\u2019interesse generale per rispondere pedissequamente al diktat dei poteri economici e finanziari, che si licenzino migliaia di persone, che ci siano milioni di disoccupati ecc..<br \/>\nMa, al di l\u00e0 delle opinioni personali, bisogna riconoscere che seppure in tutti questi casi, dalla Puerta del Sol a Piazza Sintagma, non c\u2019\u00e8 alcuna traccia di violenza fisica tradotta in colpi o lesioni, indubbiamente si verifica un\u2019aggressione estremamente reale, contro le istituzioni o contro la maggioranza dei cittadini. Nulla comunque, se confrontate alle espressioni ascoltate a Pontida, dal \u201ccapo\u201do dai suoi travestiti ministri vociferanti.<\/p>\n<p><strong>Lo Stato non sceglie n\u00e9 pu\u00f2 scegliere la nonviolenza. Non pu\u00f2 farlo mai perch\u00e9, per esistere, ha bisogno di avere permanentemente a disposizione i gruppi di \u201cuomini armati\u201d che costituiscono i suoi eserciti e polizie. Perch\u00e9 lo Stato \u00e8 Stato nella stessa misura in cui dispone della forza violenta pi\u00f9 potente su di un territorio.<\/strong><\/p>\n<h3><span style=\"color: #800000;\">Monopolio della violenza <\/span><\/h3>\n<p>La famosa caratterizzazione dello Stato fatta da Max Weber, \u201cmonopolio della violenza legittima\u201d, \u00e8 in un certo modo circolare: il monopolio della violenza \u00e8 legittimo solo quando la propria violenza, in concorrenza con altre, si \u00e8 impossessata di questo monopolio. Detto diversamente: non \u00e8 la legittimit\u00e0 a concedere un monopolio della violenza. Anzi, al contrario, \u00e8 il monopolio della violenza a sostentare la legittimit\u00e0. Per qualsiasi movimento che intende mettere in discussione l\u2019ordine esistente e le sue istituzioni, il problema della violenza equivale a decidere sul rispetto del monopolio statale della violenza. Evidentemente, questo monopolio deve essere messo in discussione se si cerca un cambiamento politico e sociale radicale, ma esistono diverse forme per farlo.<\/p>\n<p>La forma pi\u00f9 evidente \u00e8 quella di violare il monopolio e di praticare la violenza, come hanno fatto le organizzazioni che lo Stato denomina \u201cterroriste\u201d, che cio\u00e8 hanno violato e violano il monopolio statale del terrore e della intimidazione violenta delle popolazioni. Il problema di questa posizione \u00e8 che, salvo costruire progressivamente una potenza di fuoco che possa superare quella del proprio Stato mantenendo nel contempo un forte vincolo con i movimenti sociali e le organizzazioni politiche (com\u2019\u00e8 avvenuto nelle rivoluzioni effettivamente realizzate, ad esempio a Cuba o nel Nicaragua, qualunque sia il giudizio a posteriori), l\u2019organizzazione che sfida il monopolio statale della violenza corre il rischio di legittimare lo Stato con ognuna delle sue azioni, come dimostra, ad esempio, la storia degli \u201canni di piombo\u201d italiani. E da questo risultato non si pu\u00f2 scappare, proprio per la logica implacabile del regime di legittimazione dello Stato moderno.<\/p>\n<p>Fin da Hobbes, lo Stato moderno fonda la sua legittimit\u00e0 sul fatto che mette la parola fine a una teorica situazione di guerra civile generalizzata. Nel mitico \u201cprima\u201d, ossia nello \u201cstato naturale\u201d che precede la fondazione dello Stato, la mancanza di limiti dei desideri umani metteva di fronte gli individui impegnandoli in una guerra \u201cdi tutti contro tutti\u201d. La violenza circolava liberamente e, pur se alcuni potevano disporre di un maggiore potere violento di altri dopo avere concluso alleanze contro un nemico comune o per altre circostanze, nessuno poteva spontaneamente impossessarsi del monopolio della forza. Il momento fondante dello Stato, secondo Thomas Hobbes, \u00e8 quello in cui i diversi individui stringono un patto tra di loro per consegnare tutto il loro potere (e in particolare tutta la loro capacit\u00e0 di esercitare la violenza) a uno solo, a una persona individuale o collettiva che diventa il sovrano. Il monopolio della violenza cos\u00ec acquistata dal sovrano \u00e8 garanzia di pace e sicurezza per tutti quelli che diventano mediante il patto i suoi sudditi. Secondo Hobbes, questo patto deriva \u201cdal mutuo rapporto tra protezione e ubbidienza\u201d (\u201cLeviathan\u201d).<\/p>\n<p>In astratto, non c\u2019\u00e8 una grande differenza formale tra questo rapporto ubbidienza\/protezione e il vecchio patto mafioso tramite il quale la mafia costringe la popolazione a ubbidirle e a pagarle tributi in cambio di \u201cprotezione\u201d. In concreto, ci\u00f2 che differenzia lo Stato dalla mafia \u00e8 il monopolio della violenza al quale la mafia non pu\u00f2 accedere e che lo Stato mantiene formalmente. Grazie al carattere mitico e giustificatore del \u201cpatto\u201d, liberamente sottoscritto dagli individui, afferma Hobbes, lo Stato \u00e8 non soltanto un potere invincibile ma, soprattutto, \u00e8 un potere legittimo.<\/p>\n<p>Questa invenzione giuridica sull\u2019origine sempre giuridico, ossia contrattuale, del proprio diritto, \u00e8 il solo modo di cui dispone Hobbes per impedire che il diritto si riduca alla mera espressione di un rapporto di forza. Sappiamo bene che un\u2019altra linea della modernit\u00e0 filosofica, che spazia da Machiavelli a Marx passando per Spinosa, accetta invece, come fondamento della vita politica e del diritto, il rapporto di forza tra la moltitudine e il sovrano, evitando il paradosso di un\u2019origine giuridica del diritto e rifiutando come pura mistificazione la problematica della legalit\u00e0. Ma il fatto \u00e8 che Hobbes ha vinto. Almeno per ora. Secondo la concezione giuridica dominante, nelle specifiche condizioni di scambio tra ubbidienza e protezione in regime di monopolio che\u00a0caratterizzano lo Stato moderno, ogni violenza privata equivale a una rimessa in scena dello stato di natura iniziale e giustifica la paura legata al ritorno della dinamica che scatena la guerra civile e il caos. Detto diversamente, lo Stato sovrano non solo si legittima grazie al patto, ma anche grazie alla paura costante del ritorno, con qualsiasi atto di violenza non statale, della guerra civile e del caos generalizzato.<\/p>\n<h3><span style=\"color: #800000;\">Una paura di fondo <\/span><\/h3>\n<p>\u00c8 essenziale per lo Stato coltivare questa paura, perch\u00e9 mai si dimentichino sia il motivo del patto che dell\u2019ubbidienza. Infatti, lo Stato contemporaneo si basa, sia quando adotta forme di eccezione (dittature, sospensione dei diritti ecc.), sia quando adotta le sue figure \u201cnormali\u201d, su un meccanismo di retro-alimentazione in base al quale ogni atto reale o immaginario che metta in discussione il suo monopolio della violenza, finisce per rinforzarlo. Il paradosso della disubbidienza violenta \u00e8 proprio questo: finisce per rinforzare l\u2019ubbidienza. Nelle condizioni esistenti, infatti, ogni violenza politica non statale si riduce automaticamente a banditismo e delinquenza e diventa, qualunque sia la sua motivazione, un oggetto di paura per la popolazione e una fonte di legittimazione del sovrano. Tuttavia, il sovrano \u00e8 costretto a fare i conti con l\u2019indefinizione dei limiti della violenza, perch\u00e9 lo stesso atto, qualsiasi tipo di atto, pu\u00f2 o meno considerarsi violento in funzione delle circostanze o degli attori. Perci\u00f2, per lo Stato \u00e8 vitale non soltanto disporre del monopolio della violenza ma, anche, del diritto esclusivo a definire ci\u00f2 che \u00e8 violento.<\/p>\n<p>Diciamolo con San Paolo: \u201cSenza legge non c\u2019\u00e8 peccato\u201d. Ovvero, per il necessario scontro tra le passioni e gli interessi umani, ogni esistenza sociale implica necessariamente un determinato grado di violenza. Proprio perci\u00f2, lo Stato non pu\u00f2 avere la pretesa di mettere fine ad ogni violenza, a cominciare dalla sua. Ci\u00f2 che lo Stato pu\u00f2 fare \u00e8 identificare come violenti alcuni atti, ignorando la violenza di altri e tollerandoli. Per dirla con Carl Schmitt, \u201csovrano \u00e8 chi designa il nemico\u201d (\u201cIl concetto del \u201cPolitico\u201d). Jacques Derida commenta: \u201cLo spazio politico non esisterebbe senza la figura del nemico e senza la possibilit\u00e0 determinata di una vera guerra. La scomparsa del nemico segnerebbe l\u2019inizio della depoliticizzazione, la fine del politico. Il nemico permette di identificare la violenza, il riconoscimento dei pericoli e quindi, la possibilit\u00e0 della difesa, della protezione e della tranquillit\u00e0. Il riconoscimento dell\u2019altro, dello straniero, del nemico, permette la costruzione dell\u2019identit\u00e0 politica\u201d (\u201dOpere scelte\u201d). Oggi potremmo dire che \u201csovrano \u00e8 chi designa il terrorista\u201d o, pi\u00f9 in generale, il \u201cviolento\u201d.<\/p>\n<h3><span style=\"color: #800000;\">Richiamo alla nonviolenza<\/span><\/h3>\n<p>Nel contesto odierno, il richiamo alla democrazia e alla nonviolenza rappresenta una delle grandi conquiste del movimento. \u00c8 grazie alla sua opzione \u201cpacifista\u201d che si \u00e8 potuto osservare, spesso in modo estremamente chiaro, il funzionamento del meccanismo di retro-alimentazione appena descritto. Pur se i media cercano comunque di ignorarlo, il rifiuto rigoroso di ogni violenza fisica da parte del movimento ha costretto in pi\u00f9 occasioni lo Stato a mettere in scena artificiosamente la violenza esercitata dai suoi corpi repressivi.<\/p>\n<p>Infatti, ci\u00f2 che maggiormente sorprese nel movimento degli \u201cIndignati\u201d fu l\u2019immensa tranquillit\u00e0 della loro indignazione e la loro scarsa vulnerabilit\u00e0 alle costanti provocazioni della polizia infiltrata o uniformata. Questo atteggiamento ha avuto l\u2019effetto di un reagente chimico, dividendo chiaramente la violenza dalla convivenza pacifica e dalla autentica vita politica, e mettendo tutta la violenza sul conto dello Stato. In questo modo, lo Stato non si dimostra violento soltanto per la sua politica sociale ed economica apertamente favorevole al capitale finanziario e apertamente contraria agli interessi vitali della sua popolazione ma, anche, perch\u00e9 i suoi corpi repressivi, incapaci di realizzare una provocazione efficace, sono costretti alla drammatizzazione impotente sempre con la complicit\u00e0 dei media di scene di guerra civile inventate di sana pianta (baster\u00e0 consultare i numerosi video su Atene, Madrid o Barcellona nella rete).<\/p>\n<p>La messa sulla difensiva del sistema di retroalimentazione della violenza sovrana trasformata in violenza gratuita, ovvero l\u2019obbligo che la potenza del movimento ha imposto a questo sistema di retro-alimentazione costringendolo a funzionare in circuito chiuso, rappresenta un successo di dimensioni colossali che conferma la correttezza della opzione nonviolenta. Infatti, nelle attuali circostanze, ormai il regime riesce a funzionare solo in modo delirante. Poich\u00e9 \u00e8 difficile non definire come delirio, ad esempio, coloro che considerino violenza la libera discussione nelle strade e nelle piazze, la resistenza passiva a una carica della polizia, l\u2019opposizione al licenziamento dal proprio posto di lavoro, il recupero della vita civile, l\u2019esistenza politica di tutto ci\u00f2 di cui lo Stato capitalista priva i suoi sudditi attraverso i suoi sistemi hobbesiani di rappresentanza\/protezione.<\/p>\n<p><strong>Fino ad oggi lo Stato sovrano aveva tra le sue facolt\u00e0 il monopolio della identificazione della violenza. Oggi la popolazione ogni volta che riesce applicare i principi della Nonviolenza, di fatto gli toglie questo privilegio senza pretendere minimamente di disputargli il monopolio della violenza fisica: se tutta la violenza \u00e8 dalla sua parte, da quella della popolazione civile c\u2019\u00e8 invece la potenza costituente dell\u2019indignazione.<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La maggiore virt\u00f9 dell\u2019alternativa nonviolenta \u00e8 che toglie prestigio alla repressione quando questa viene praticata dallo stato, lasciandogli di fatto il monopolio esclusivo della violenza, e concedendo invece una forte autorit\u00e0 morale al movimento che pratichi la protesta 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