{"id":859518,"date":"2019-05-23T16:50:23","date_gmt":"2019-05-23T15:50:23","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=859518"},"modified":"2019-05-23T16:51:14","modified_gmt":"2019-05-23T15:51:14","slug":"svoa-di-vasto-uccisi-dallamianto-e-beffati-dalla-giustizia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2019\/05\/svoa-di-vasto-uccisi-dallamianto-e-beffati-dalla-giustizia\/","title":{"rendered":"Svoa di Vasto. Uccisi dall\u2019amianto e beffati dalla \u201cgiustizia\u201d"},"content":{"rendered":"<p align=\"justify\">Punta Penna, Vasto. E\u2019 una spiaggia che da diversi anni conquista riconoscimenti nazionali e internazionali, cuore di una Riserva Naturale \u2013 Punta Aderci \u2013 che da poco ha festeggiato i primi 20 anni. Ma ospita anche, a pochi passi, una zona industriale. Per decenni ha ospitato numerose aziende, floride e attive, simbolo dell\u2019industrializzazione di questo lembo d\u2019Italia e portatrice di migliaia di posti di lavoro. Ma, complice la crisi economica mondiale e un mondo al cui passo non tutti son riusciti a stare, sono sempre pi\u00f9 i capannoni vuoti, abbandonati, gli angoli che testimoniano un passato che appare lontano. Glorioso, ma pur sempre passato. E, negli ultimi anni, il dibattito e la cronaca sono stati animati pi\u00f9 da progetti discussi e contrastati per i timori di inquinamento, per la salute e per la vicinanza con la Riserva Naturale. Gli industrialisti rassicurano, considerano infondati gli allarmi e accusano queste opposizioni di ottenere solo l\u2019impoverimento del territorio. Ma gli ambientalisti e una parte della cittadinanza non si fidano, chiedono una svolta diversa dalla vecchia industria. In mezzo, quella che dovrebbe essere la \u201cpolitica\u201d, che dovrebbe fare scelte programmatiche e strategiche, prendere decisioni, costruire una visione del territorio. Ma in una terra per troppo tempo dominata dal \u201cre delle raccomandazioni\u201d (auto definizione del defunto ex ministro democristiano Remo Gaspari), dove clientele, favoritismi, ricerca esasperata di voti e consensi ovunque sia possibile arraffare, vige la regola del cerchiobottismo e dell\u2019applausometro perpetuo. E quindi, pur di rimanere in sella e continuare a parcheggiarsi nelle stanze delle istituzioni, la \u201cpolitica\u201d vuole la Riserva e le industrie, i voti degli ambientalisti e dei padroni delle fabbriche, vuole il Parco Nazionale della Costa Teatina (o almeno fa finta, visto che \u00e8 maggiorenne l\u2019attesa dell\u2019istituzione) e attirare investimenti dell\u2019industria pesante.<\/p>\n<p align=\"justify\">Qui sorgeva la Svoa (Societ\u00e0 Vastese Oli Alimentari). Chiuse i battenti nel 1993 quando dichiar\u00f2 fallimento. Per decenni gli operai hanno lavorato in un fabbricato e con macchinari industriali dove l\u2019asbesto (o amianto) era quasi l\u2019unico materiale presente. Un anno e mezzo fa ho avuto la possibilit\u00e0 il primo incontro con Franco Cucinieri, ex lavoratore della fabbrica e oggi tecnico ENEA e referente dell\u2019Osservatore Nazionale Amianto che assiste tutti i lavoratori coinvolti nella vertenza, fu l\u2019occasione per iniziare la ricostruzione di tutta la vicenda. Iniziata nel 2001 quando lo stesso Cucinieri scopr\u00ec la morte di un suo ex collega, Michele Acquarola. Colpito dal mesotelioma, Acquarola aveva subito vari interventi di asportazione di parti del polmone. Chiese il riconoscimento della \u201cmalattia professionale\u201d ma non riusc\u00ec ad andare oltre l\u2019invalidit\u00e0 civile. Riconoscimento che avevano ottenuto altri due ex operai. \u201cLa vedova Acquarola \u2013 racconta Cucinieri \u2013 mi autorizz\u00f2 ad accedere al certificato necroscopico di Michele. Nel frattempo ci fu un altro decesso, contattai la famiglia e ottenn\u00ec anche in questo caso di poter accedere al certificato necroscopico\u201d.<\/p>\n<p align=\"justify\">L\u2019anno dopo nacque il Coordinamento Esposti Amianto. Da un esposto in Procura presentato dal Coordinamento partono le indagini a carico di tre ex dirigenti dello stabilimento. L\u2019attenzione degli inquirenti si concentra sulla morte di due ex operai della SVOA. Il procedimento \u00e8 stato chiuso nel 2009 per <em>\u201cintervenuta prescrizione\u201d<\/em>.<\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: Times New Roman, serif;\"><span style=\"font-size: medium;\">La famiglia Acquarola nel 2006 decise di ricorrere anche al Tribunale del Lavoro. Gi\u00e0 l\u2019anno successivo il giudice del lavoro riconosce la \u201cmalattia professionale\u201d (sentenza confermata anche dalla Corte d\u2019Appello aquilana), obbligando l\u2019INAIL a riconoscere alla vedova la rendita prevista dalla legge per i familiari di operai morti per asbesto. <\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">E\u2019 il 2004 quando la partita giudiziaria si apre anche nei confronti dell\u2019INPS per il riconoscimento della pensione relativa a tutti gli ex lavoratori della SVOA. Il Tribunale di Vasto emette una prima sentenza favorevole ai lavoratori nel 2008, confermata l\u2019anno dopo dalla Corte di Appello. L\u2019INPS inizia ad applicare la sentenza ma, contestualmente, promuove ricorso in Cassazione. E il 14 Agosto 2012, con la sentenza n. 14492 la Corte ribalta le precedenti sentenze e accoglie il ricorso dell\u2019istituto previdenziale. Motivazione:<em> \u201cerroneamente la Corte territoriale non avrebbe considerato, ai fini del riconoscimento del beneficio pensionistico in questione, la soglia espositiva minima pari a 0,1 fibre per centimetro cubo, valore gi\u00e0 previsto dal Decreto Legislativo n. 277 del 1991, articolo 24 e poi solo modificato dal Decreto Legge n. 269 del 2003, articolo 47 convertito con modifiche nella Legge n. 326 del 2004\u201d<\/em>. Nel caso dell\u2019ex SVOA non sarebbe stato documentato in maniera qualificata il superamento di questa soglia. E, scrivono sempre i giudici, <em>\u201cneanche la certificazione INAIL costituisce prova esclusiva dell&#8217;esposizione qualificata\u201d<\/em>. Viene cos\u00ec cancellato il riconoscimento di alcuni diritti previdenziali e sanitari: la legge prevede anche una \u201csorveglianza sanitaria\u201d agli ex lavoratori con patologie asbesto-correlate. E l\u2019Istituto previdenziale ha chiesto la restituzione di quanto gi\u00e0 erogato. Gli ex lavoratori rischiano di dover restituire somme tra i 20 e gli 80 mila euro. Cesare Damiano, membro della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati ha definito la vicenda di<em> \u201cuna vera e propria ferocia burocratica\u201d<\/em>. A maggio 2017 il senatore del Movimento 5 Stelle ha presentato un\u2019interrogazione parlamentare per chiedere l\u2019intervento del Ministero a favore dei lavoratori. Il 3 agosto dello stesso anno la Commissione Lavoro della Camera ha approvato una risoluzione per impegnare il Governo a verificare la possibilit\u00e0 legale di esentare gli ex lavoratori dal restituire quanto gi\u00e0 percepito.<\/p>\n<p align=\"justify\">\u201cIn passato \u2013 sottolinea Franco Cucinieri \u2013 la Cassazione non aveva fatto riferimento a determinate soglie ma soltanto alla elevata probabilit\u00e0 di esposizione. Un orientamento confermato anche successivamente. Infatti per 4 lavoratori, che si sono rivolti ai tribunali successivamente alla sentenza della Cassazione, il riconoscimento c\u2019\u00e8 stato e ormai \u00e8 definitivo\u201d. Il riferimento alle soglie rende pi\u00f9 che perplesso Cucinieri, chimico professionale. L\u2019amianto, ci ribadisce, ha un indice di volatilit\u00e0 pi\u00f9 unico che raro, altissimo, e quindi non dovrebbe essere possibile fare riferimento a determinate soglie. Tramite il sangue umano pu\u00f2 raggiungere qualsiasi organo. In pi\u00f9 attivit\u00e0 come quelle della Svoa rientravano in un particolare codice Istat. Previsto l\u00ec dove c\u2019\u00e8 presenza di componentistica in amianto. La legislazione, addirittura, per le attivit\u00e0 che ricadono in questo codice prevedeva il pagamento di un contributo supplementare all\u2019INAIL. Un contributo che, riferisce sempre Cucinieri, la Svoa non avrebbe mai versato.<\/p>\n<p align=\"justify\"><strong>La situazione nei capannoni aziendali della Svoa di Vasto<\/strong><\/p>\n<p align=\"justify\">La Svoa lavorava raffinando e commercializzando oli vegetali per uso alimentare. Inizialmente doveva produrre 25.000 chilogrammi al giorno tra olio raffinato e sottoproduzione, successivamente la capacit\u00e0 fu ampliata a 110.000 chilogrammi al giorno. I lavoratori erano in continuo e costante contatto diretto con l&#8217;asbesto. I capannoni erano ricoperti di lastre di amianto. E nell\u2019impiantistica l\u2019amianto era utilizzato in maniera massiccia infatti, non solo tutti i capannoni dell&#8217;azienda erano ricoperti di lastre di amianto, ma anche tutta l&#8217;impiantistica prevedeva un uso massiccio di amianto: guarnizioni, giunti accoppiati, scaricatori di condensa e gli strumenti per la lavorazione degli oli erano composti da una considerevole parte di amianto. Persino i guanti protettivi forniti per proteggersi dalle ustioni erano in amianto. La situazione era aggravata \u2013 testimonia Cucinieri nella nostra intervista \u2013 dalle correnti che rimuovevano continuamente le polveri e le fibre di amianto disperdendole nell\u2019aria. E all\u2019esterno del sito era presente una discarica dei materiali di risulta contenenti amianto.<\/p>\n<p align=\"justify\">L\u2019azienda era divisa in sei capannoni, a cui si aggiungevano anche la centrale termica, il \u201cmagazzino ricambi\u201d e l\u2019officina meccanica. Nel magazzino \u201cl\u2019infiltrazione degli scarichi provenienti dai camini delle caldaie ricadevano sulla copertura in eternit del magazzino causando dispersioni all\u2019interno. C\u2019erano giorni in cui rimanere nel locale era impossibile\u201d. Nell\u2019officina meccanica c\u2019era \u201cl\u2019abitudine alla pulizia dei tavoli da lavoro e degli strumenti con aria compressa\u201d. Due o tre volte l\u2019anno nella centrale termica avveniva la manutenzione dell\u2019impianto e della strumentazione \u201crimanendo all\u2019interno delle caldaie per turni interi, rimuovendo e riapplicando gli sportelli in amianto con le sostituzioni dei cordoni in amianto. Oltre a sostituire tutte le guarnizioni di amiantite\u201d (composta da gomma e amianto e che era venduto anche con il nome di \u201csirite\u201d). Materiali composti anche di 10 o 15 lastre a cui si aggiungevano cordoni di 80 o 100 metri (tutto composto da amianto) e una quantit\u00e0 incalcolabile di varie guarnizioni.<\/p>\n<p align=\"justify\">All\u2019interno del Capannone 2 (2000 metri quadrati dove si trovavano tutti gli impianti di raffinazione) l\u2019esposizione era \u201cpeggiorata dalla presenza di due ventilatori con le pale all\u2019ultimo pianto che aumentavano la circolazione delle polveri\u201d. Le lavorazioni sulle guarnizioni provocavano dispersione delle fibre di amianto anche negli altri reparti.<\/p>\n<p align=\"justify\">E\u2019 lapidaria la risposta di Franco Cucinieri alla domanda se i lavoratori avevano una qualche conoscenza dei rischi per l\u2019esposizione all\u2019amianto. \u201cNel 1975 gli unici rischi conosciuti erano chimici (come l\u2019uso di soda caustica) o legati agli infortuni. Cominciammo a capire solo verso la fine degli Anni Ottanta dopo il riconoscimento per esposizione ad amianto ad un lavoratore della ICIC di Ancona. Azienda, con cui la Svoa condivideva propriet\u00e0 e lavorazione, che aveva iniziato il riconoscimento addirittura tramite il Ministero del Lavoro. Lo scoprimmo quando questo lavoratore venne in trasferta da noi. Provammo anche noi a chiedere lo stesso percorso ma non ci riuscimmo. La Icic aveva anche pagato il contributo supplementare all\u2019INAIL per l\u2019amianto. All\u2019incirca nello stesso periodo un lavoratore di Taranto, licenziatosi da un\u2019azienda simile alla nostra in Puglia, fu assunto alla Svoa. Dopo il suo arrivo fu contattato da un patronato tarantino che gli comunic\u00f2 il riconoscimento per l\u2019esposizione all\u2019amianto\u201d.<\/p>\n<p align=\"justify\">Durante l\u2019incontro avuto Franco Cucinieri sottolinea varie volte che quanto sta testimoniando \u201c\u00e8 stato documentato e presentato anche alla Procura e a tutti gli enti possibili\u201d. Alla Procura di Vasto e all\u2019INPS \u00e8 stato depositato un fascicolo dettagliato con tutte le diagnosi ospedaliere di asbestosi. Durante il processo penale i figli di un lavoratore testimoniarono che la sera, al ritorno a casa, a volte il padre non riusciva neanche a mangiare per i fortissimi attacchi di tosse. Erano molti i lavoratori con forti problemi respiratori, anche mentre lavoravano, ma \u201cnon venivano mai correlati all\u2019amianto. Si pensavano ad alcuni composti chimici al massimo\u201d considerando anche l\u2019uso di \u201cterre decoloranti\u201d e \u201cfarine fossili\u201d (contenute in sacchi da 25 chilogrammi) che \u201cpotevano procurare polveri insalubri che si depositavano sui pavimenti. La cui pulizia avveniva con scope che rimuovevano le polveri dal pavimento ma potevano disperderle ulteriormente\u201d.<\/p>\n<p align=\"justify\"><strong>Bandito in Italia nel 1992 ma pericolosit\u00e0 accertata dal 1930<\/strong><\/p>\n<p align=\"justify\">L\u2019Osservatorio Nazionale Amianto nel giugno scorso ha reso noto che, solo nel 2017, le malattie legate all\u2019amianto hanno ucciso 6.000 persone mentre decine di migliaia sono state le persone ammalatesi. L\u2019Organizzazione Mondiale della Sanit\u00e0, basandosi sulle statistiche relative a mesotelioma, tumore polmonare e asbestosi, ha calcolato i morti in 104.000. Secondo molti studi scientifici il maggior numero di morti ci saranno tra il 2020 e il 2025. Tra i primi Stati a dimostrare la pericolosit\u00e0 dell\u2019amianto per la salute umana fu l\u2019Inghilterra nel 1930. Nel 1943 la Germania attest\u00f2 il cancro al polmone e il mesotelioma come conseguenza dell\u2019inalazione delle fibre, riconoscendo anche risarcimenti per i lavoratori colpiti. Cos\u00ec come accadde in Italia dopo la legge 257. Una legge giunta al termine di un percorso che ha attraversato larga parte del Novecento. Infatti, per la prima volta in Italia una sentenza del Tribunale di Torino dichiar\u00f2 nocive per la salute le lavorazioni dell\u2019amianto gi\u00e0 nel 1906. Una sentenza confermata l\u2019anno dopo dalla Corte d\u2019Appello. Nel 1941 intervenne la Corte di Cassazione, confermando precedenti sentenze di condanna a risarcire i danni subiti da vittime dell\u2019amianto. Due anni dopo la legge 455 indennizz\u00f2 per la prima volta l\u2019asbestosi come \u201cmalattia professionale\u201d. Notevole importanza a livello internazionale ebbe la \u201cConferenza Internazionale sugli effetti biologici dell\u2019asbesto\u201d che si tenne nel 1964 presso la New York Academy of Sciences. La Conferenza giunse alla conclusione che si doveva evitare qualsiasi esposizione all\u2019amianto, cancerogeno anche a basse dosi.<\/p>\n<p align=\"justify\"><strong>L\u2019amianto nelle aule di \u201cgiustizia\u201d<\/strong><\/p>\n<p align=\"justify\">La vicenda dell\u2019ex Svoa di Vasto \u00e8 solo una delle tante approdate nelle aule di tribunale. La pi\u00f9 nota \u00e8 probabilmente Casale Monferrato. Nel novembre 2013 la Procura di Ivrea apr\u00ec l\u2019inchiesta su venti operai morti che avevano lavorato \u2013 tra la fine degli Anni Settanta e l\u2019inizio degli Anni Novanta \u2013 al locale stabilimento della Olivetti. Operai, evidenzi\u00f2 la Procura, che avevano lavorato in reparti contaminati da fibre di amianto e si erano dopo anni ammalati di mesotelioma pleurico, un raro tumore maligno riconducibile ad una prolungata esposizione all\u2019amianto. Ad aprile dell\u2019anno scorso, dopo le condanne in primo grado, la Corte d\u2019Appello di Torino ha assolto tutti gli imputati (tra cui i pi\u00f9 noti Carlo De Benedetti e Corrado Passera) perch\u00e9 \u201cil fatto non sussiste\u201d. Secondo i giudici c\u2019erano \u201cinsormontabili carenze probatorie laddove si \u00e8 cercato, da un lato, di dimostrare la sussistenza di esposizioni al fattore di rischio causalmente rilevanti nei periodi in cui si assume che ciascun imputato abbia ricoperto una posizione di garanzia; dall&#8217;altro, di applicare alla causalit\u00e0 individuale le acquisizioni epidemiologiche relative all&#8217;eziologia delle malattie tumorali asbesto-correlate&#8221;. Casale Monferrato ha ospitato lo stabilimento Eternit pi\u00f9 grande d\u2019Europa, il 28 aprile dell\u2019anno scorso (in occasione della Giornata Mondiale vittime dell\u2019amianto) Giuliana Busto, presidente dell\u2019Afeva (Associazione famigliari e vittime amianto) della citt\u00e0 dichiar\u00f2 \u201cla media \u00e8 sempre di un morto per mesotelioma alla settimana\u201d. Nel novembre 2014 si \u00e8 conclusa in Cassazione una lunga battaglia processuale che vedeva imputati i vertici della multinazionale. Il verdetto fu netto: intervenuta prescrizione e cancellazione di ogni condanna. Si legge nelle motivazioni che la prescrizione era intervenuta gi\u00e0 prima del rinvio a giudizio e il verdetto, annullando le condanne, ha cancellato anche i risarcimenti ai familiari delle vittime.<\/p>\n<p align=\"justify\">Un esposto di Medicina Democratica del 2013 fece una pesante ricostruzione delle vicende della ex Materit lucana. Si legge nell\u2019esposto che \u201c10 operai degli 86 che ci lavoravano sono morti, 16 si sono ammalati e tutti gli altri vivono un&#8217;esistenza sospesa fra controlli medici e il sospetto di essere gi\u00e0 condannati\u201d. \u201cL\u2019ex Materit s.r.l., azienda del gruppo Fibronit con sede amministrativa a Casale Monferrato \u2013 scrive il rappresentante legale dell\u2019associazione nell\u2019esposto &#8211; \u00e8 stata in attivit\u00e0 dal 1973 al 1989, quando fu chiusa dal Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri proprio a causa della mancanza di una discarica autorizzata per lo smaltimento dei propri rifiuti. L\u2019azienda fu posta in liquidazione e i lavoratori furono messi in cassa integrazione\u201d. I racconti dei familiari di ex operai della Materit deceduti appaiono terribilmente simili a quelli che ci ha raccontato Cucinieri sulla ex Svoa. Giovanna Desimmeo \u00e8 la vedova di ex operaio della Materit. \u201cMi ricordo di quando mio marito mi raccontava di aver mangiato il panino direttamente sul sacco pieno di amianto \u2013 ha raccontato al quotidiano La Nuova del Sud &#8211; Mi ricordo che quando tornava a casa, prendevo la sua tuta da lavoro e la infilavo in lavatrice insieme alle mie cose e a quelle delle mie figlie. Adesso lui non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 e, credimi, mi manca tutto perch\u00e9 lui era il perno della famiglia. Mi manca come l\u2019ossigeno e adesso che ho scoperto di avere anch\u2019io delle macchie ai polmoni e sto facendo i controlli da sola, mi manca ancora di pi\u00f9. Chiediamo la bonifica dell\u2019area e se ci spetta anche qualcosa per noi\u201d. Nel 2010 la vedova di un ex operaio deceduto ha rivelato all\u2019Espresso \u201cMi sentivo stanca, pensavo fosse per quello che ho dovuto passare negli ultimi tempi. Invece ho fatto gli esami ed \u00e8 venuto fuori che avevo un tumore al seno. Ma non ero preoccupata, so che si pu\u00f2 guarire e ho fiducia nella scienza. Poi invece la Tac ha trovato metastasi ovunque e mi hanno detto che era inutile pure l&#8217;operazione\u201d.<\/p>\n<p align=\"justify\">\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Punta Penna, Vasto. E\u2019 una spiaggia che da diversi anni conquista riconoscimenti nazionali e internazionali, cuore di una Riserva Naturale \u2013 Punta Aderci \u2013 che da poco ha festeggiato i primi 20 anni. 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