{"id":796018,"date":"2019-01-26T13:30:08","date_gmt":"2019-01-26T13:30:08","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=796018"},"modified":"2019-01-26T13:30:08","modified_gmt":"2019-01-26T13:30:08","slug":"venezuela-ieri-e-oggi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2019\/01\/venezuela-ieri-e-oggi\/","title":{"rendered":"Venezuela ieri e oggi"},"content":{"rendered":"<p>C\u2019era un tempo in cui i golpe in America latina li facevano \u201cgorilla\u201d in carne ed ossa, con le stellette e gli occhiali scuri, con il loro codazzo di ufficiali compiacenti e di battaglioni di tagliagole prezzolati da grandi gruppi industriali e dai servizi segreti dello zio Sam. I caudillos erano brutti, fascisti e ben riconoscibili.<\/p>\n<p>Il golpe tentato contro il presidente Hugo Chavez, nel 2002, nello stesso Venezuela, fu l\u2019ultimo a seguire quasi alla lettera quel vecchio copione. Gli sponsor erano sempre gli stessi: multinazionali petrolifere, i governi di Stati Uniti e Spagna, grande capitale internazionale, oligarchie locali, gerarchie ecclesiastiche, buona parte dello stato maggiore delle forze armate. La faccia del capo, in quel caso, non fu quella di un \u201cgorilla\u201d bens\u00ec quella del \u201crispettabile\u201d presidente della Confindustria locale, Pedro Carmona che pot\u00e9 godere del pieno appoggio dei media nazionali monopolizzati dal magnate Gustavo Cisneros e fulmineamente persino del Fondo Monetario Internazionale.<\/p>\n<p>Eppure successe qualcosa di nuovo in quel lontano 2002: nonostante il copione collaudato e gli sponsor di alto livello, il golpe fall\u00ec nel giro di due giorni perch\u00e9 evidentemente l\u2019unit\u00e0 popolare che si strinse intorno al presidente Chavez e al suo progetto di Paese era prevalente oltre che nelle piazze anche nelle forze armate.<\/p>\n<p>Una volta ripreso il controllo del paese, saggiamente, Chavez non mise al muro i traditori: vennero processati solo i diretti responsabili, ma le forze economiche compromesse con il progetto golpista vennero lasciate al loro posto.<\/p>\n<p>La terribile \u201cdittatura chavista\u201d non si preoccup\u00f2 nemmeno di sottrarre le leve mediatiche nazionali dalle mani di Cisneros cos\u00ec pesantemente compromesso con il tentativo di rovesciamento appena fallito\u2026<\/p>\n<p>Fu chiaro anche agli allocchi che il \u201cproblema Venezuela\u201d, ieri come oggi, non era la questione democratica (che del resto lo stesso occidente attiva ad intermittenza a seconda dei propri particolari interessi), ma il fatto che questo piccolo paese, con l\u2019elezione di Hugo Chavez a presidente nel 1999, decise di riprendersi il controllo sulla risorsa strategica per eccellenza: il petrolio.<\/p>\n<p>Questo risult\u00f2 davvero intollerabile anche considerato che il Venezuela (tra i primi produttori mondiali) non ne fece un uso esclusivamente \u201cnazionale\u201d per il riscatto delle classi popolari ma lo utilizz\u00f2 come leva in politica estera, in seno alla stessa Opec.<\/p>\n<p>Un esempio memorabile, anche simbolico, di questo attivismo fu l\u2019accordo con il sindaco di Londra Ken Livingstone: petrolio per la capitale del Regno Unito scambiato con squadre di urbanisti e tecnici per la capitale del Venezuela\u2026<\/p>\n<p>Risult\u00f2 intollerabile il fatto che il Venezuela si fosse posto al centro di un affrancamento continentale dalla secolare dottrina Monroe che considerava L\u2019America latina come il giardino di casa degli Stati Uniti.<\/p>\n<p>Hugo Chavez mor\u00ec prematuramente nel 2013 a 58 anni, stroncato da un tumore fulminante. Nicolas Maduro, gi\u00e0 vice presidente, prese il suo posto al potere esecutivo vincendo le elezioni ma senza il carisma del suo predecessore e in un Paese che era gi\u00e0 al centro di una guerra economica, mediatica e sanzionatoria sostenuta dal premio nobel per la pace Barak Obama, il quale arriv\u00f2 a definire pubblicamente il Venezuela \u201cuna inusuale minaccia per gli Stati Uniti\u201d.<\/p>\n<p>Il crollo del valore del barile di petrolio reso ancora pi\u00f9 pesante dalla mancata diversificazione economica determinarono inoltre una gravissima situazione di penuria di beni di consumo primari solo in parte coperta con i programmi sociali finanziati dal governo.<\/p>\n<p>In questo contesto, nel 2015, la rissosa opposizione, tra cui spiccava quella golpista e di estrema destra, stravinse alle elezioni legislative conquistandosi la maggioranza in parlamento.<\/p>\n<p>Da questa inedita posizione di relativa forza (in una democrazia presidenziale basata su cinque poteri) le vecchie forze golpiste egemonizzarono la scena pretendendo la cancellazione del potere esecutivo e andando allo scontro diretto.<\/p>\n<p>La strategia percorsa (evidentemente concordata con i soliti sponsor) fu quella della provocazione: strangolamento economico, serrate, accaparramenti, mercato nero, traffico di valuta, iniezione di paramilitari colombiani, assoldamento di manifestanti assaltatori, tanta disinformazione. Tutto nella speranza che, in mancanza di una genuina rivoluzione, la reazione dell\u2019esecutivo fosse finalmente tirannica e sanguinaria e si potesse cos\u00ec invocare un intervento militare diretto per portare la \u201cdemocrazia\u201d.<\/p>\n<p>Certo non mancarono i morti, da una parte e dall\u2019altra, ma il governo gest\u00ec quella sorta di guerra civile strisciante creata a regola d\u2019arte senza sparare ad alzo zero, ma contrastando la narrazione mainstream a senso unico e cercando una mediazione internazionale (a cui risposero Papa Francesco, contro i sentimenti delle gerarchie ecclesiastiche locali, e Luis Zapatero). In questo modo Maduro riusc\u00ec a disinnescare momentaneamente la guerra totale, ma con sullo sfondo un Paese ridotto all\u2019osso e stremato da una crisi economica cronica.<\/p>\n<p>Nonostante tutto questo, in Venezuela si \u00e8 votato ancora regolarmente per rinnovare i vari istituti che compongono il quadro istituzionale. L\u2019opposizione (spesso divisa sul da farsi) le ha perse tutte o ha deciso di non partecipare alla contesa, sempre e comunque contestandone la legittimit\u00e0.<\/p>\n<p>L\u2019ultima della serie \u00e8 stata la tornata per le presidenziali dello scorso anno dove Maduro \u00e8 stato riconfermato presidente della Repubblica (con un aumento dei consensi rispetto al 2013 ma con un crollo verticale dei partecipanti al voto).<\/p>\n<p>Naturalmente le elezioni in questione, sia da chi le ha boicottate sia da chi vi ha partecipato, sono state definite una farsa. Per la verit\u00e0, non si capisce bene su quali basi, anche l\u2019Unione Europea ne ha disconosciuto la legittimit\u00e0 e questa decisione pesa oggi come un macigno sulla posizione da prendere alla luce dei recenti gravissimi accadimenti.<\/p>\n<p>E arriviamo finalmente alla cronaca: lo scorso 23 gennaio Juan Guaid\u00f2, leader dell\u2019Assemblea nazionale (il parlamento ancora controllato dall\u2019opposizione), si autoproclama in piazza presidente della Repubblica, ossia capo dell\u2019esecutivo.<\/p>\n<p>Sembrerebbe una pagliacciata, un golpe farlocco, se non fosse che l\u2019ardito giovane riceve immediatamente il riconoscimento ufficiale di Stati Uniti, Canada, Brasile, Colombia, Argentina, Paraguay, Ecuador, Per\u00f9 e Costa Rica.<\/p>\n<p>L\u2019assunto \u00e8 che l\u2019elezione di Maduro lo scorso anno viene considerata nulla, illegittima e che quindi Juan Guaid\u00f2 ha sentito il dovere di ristabilire la legittimit\u00e0 costituzionale investendosi della carica di presidente e cominciando a comportarsi come tale: ha richiesto il riconoscimento dalle forze armate (non pervenuto), ha scritto alle ambasciate affinch\u00e9 mantengano il loro personale in Venezuela (chiaro braccio di ferro con Maduro che ha intimato l\u2019espulsione dei diplomatici Usa), ha offerto l\u2019amnistia allo stesso Maduro nel caso volesse gentilmente farsi da parte, ha scritto tweet di ringraziamento a personaggi politici (tra cui il nostro Salvini) e capi di stato per il loro endorsement\u2026<\/p>\n<p>Macron lo sostiene, cos\u00ec come il premier spagnolo (pare via telefono) anche se il suo ministro degli esteri Josep Borrell, ha richiesto urgentemente la convocazione di un incontro Ue a livello ministeriale per affrontare la situazione in Venezuela, perch\u00e9 bisogna \u201cpreservare l&#8217;unit\u00e0 di azione\u201d sottolineando come \u201cnon si possono prendere decisioni come questa a caldo, senza essere ben informati\u201d e aggiungendo che \u201cnon prenderemo posizione semplicemente per andare dietro ad altri\u201d.<\/p>\n<p>Nel frattempo Mogherini, la voce dell\u2019Europa che non c\u2019\u00e8, farfuglia qualcosa su nuove libere elezioni e la democrazia per il popolo venezuelano ma si guarda bene dal riconoscere il \u201cnuovo presidente\u201d.<\/p>\n<p>La situazione, a parte i condor che volteggiano, \u00e8 ancora fluida. Nello stesso Venezuela probabilmente si stanno ancora prendendo le misure:\u00a0Guaid\u00f3 \u00e8 ancora a piede libero, il che \u00e8 francamente strano trovandosi a fronteggiare una \u201cferoce dittatura\u201d, ma sembra chiaro che non saranno le forze armate ad incoronarlo presidente cancellando Maduro. Le forze di polizia con chi stanno? In un paese ridotto allo stremo alla fine tutto si pu\u00f2 vendere e tutto si pu\u00f2 comprare\u2026<\/p>\n<p>E il popolo? Quelle decine di migliaia di manifestanti scesi in piazza ad acclamare Guaid\u00f3 non possono certo essere considerati la maggioranza e soprattutto non si capisce perch\u00e9 le elezioni dove vince l\u2019opposizione sono legittime e quelle dove invece si riconfermano le forze di governo sono fasulle.<\/p>\n<p>Un fatto emerge per\u00f2 con chiarezza: gli Stati Uniti intendono ristabilire il loro \u201cordine democratico\u201d in Venezuela e rimettere le mani sul petrolio di quel Paese. Per fare ci\u00f2 hanno a disposizione anche proxies ben armati e ubbidienti come la Colombia mentre il Brasile ha fatto sapere che in caso di intervento militare non parteciper\u00e0, lasciando per\u00f2 intendere che l\u2019opzione sul tavolo \u00e8 proprio quella. Tutto dipender\u00e0, probabilmente, da quanto Cina, ma soprattutto Russia, vorranno impegnarsi \u201cconcretamente\u201d per scongiurarla e per promuovere vie d\u2019uscita che impediscano un nuovo mattatoio a cielo aperto sul modello siriano.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C\u2019era un tempo in cui i golpe in America latina li facevano \u201cgorilla\u201d in carne ed ossa, con le stellette e gli occhiali scuri, con il loro codazzo di ufficiali compiacenti e di battaglioni di tagliagole prezzolati da grandi 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Nel 1992, appena diciottenne, vede per la prima volta la guerra in faccia a Mostar (Bosnia Erzegovina) seguendo come volontario civile una carovana della campagna Dai Ruote alla Pace. Colpito dal \u201cmal di Jugoslavia\u201d segue per il Consorzio italiano di Solidariet\u00e0 vari progetti rivolti alla popolazione colpita dalla guerra nella riva est della citt\u00e0 dove ha vissuto a pi\u00f9 riprese e in pianta stabile tutte le condizioni dell\u2019assedio Ustascia: assenza di elettricit\u00e0 e acqua corrente. Lavora per l\u2019Unhcr tra Belgrado e Budapest nel quadro di un programma per il rifornimento di combustibili verso campi profughi ed ospedali nel lungo periodo dell\u2019embargo sulla Serbia. Studia la storia ed acquisisce il metodo materialista dialettico che gli fa comprendere come la guerra stessa sia un articolato e lucroso processo produttivo. Abbandona quindi il campo umanitario per impegnarsi nella lotta aperta al neocolonialismo e a quella che definisce \u201cprivatizzazione della guerra\u201d. E\u2019 stato co-redattore della rivista telematica Intermarx e del bollettino di controinformazione Quemada. Dal 2009 al 2014 \u00e8 stato assessore all\u2019ambiente, attivit\u00e0 produttive e politiche sociali del comune di Tramonti di Sotto (PN) per cui ha seguito interventi di sostenibilit\u00e0 ambientale e rilancio di produzioni locali di qualit\u00e0. Ha pubblicato vari articoli e saggi sulle riviste Giano, Guerre e Pace, AlternativeEuropa sui temi della corsa agli armamenti, dei nazionalismi, delle multinazionali, della storia della Jugoslavia socialista. Ha collaborato con Il Manifesto e Le Monde Diplomatique e scrive per il quotidiano on-line FriuliSera. Per l\u2019editore KappaVu ha curato i libri \u201cSe dici guerra\u2026basi militari, tecnologie, profitti\u201d \u201cFrammenti sulla guerra. Industria e neocolonialismo in un mondo multipolare\u201d. Attualmente segue per Rifondazione Comunista le questioni legate alla corsa agli armamenti, all\u2019industria bellica, alla belligeranza permanente. E\u2019 stato carpentiere, pizzaiolo, conducente di scuolabus, operaio edile, gestore di attivit\u00e0 ricettive. Le sue passioni sono l'alpinismo, la pesca in apnea, la falegnameria e la fotografia. Crede fermamente che la vera utopia sia pensare, come umanit\u00e0, di poter sopravvivere all\u2019attuale modo di produrre e consumare. 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Piccin","description":"Inizia la sua militanza pacifista nel 1991, a diciassette anni, all\u2019epoca della prima guerra del Golfo. Nel 1992, appena diciottenne, vede per la prima volta la guerra in faccia a Mostar (Bosnia Erzegovina) seguendo come volontario civile una carovana della campagna Dai Ruote alla Pace. Colpito dal \u201cmal di Jugoslavia\u201d segue per il Consorzio italiano di Solidariet\u00e0 vari progetti rivolti alla popolazione colpita dalla guerra nella riva est della citt\u00e0 dove ha vissuto a pi\u00f9 riprese e in pianta stabile tutte le condizioni dell\u2019assedio Ustascia: assenza di elettricit\u00e0 e acqua corrente. Lavora per l\u2019Unhcr tra Belgrado e Budapest nel quadro di un programma per il rifornimento di combustibili verso campi profughi ed ospedali nel lungo periodo dell\u2019embargo sulla Serbia. Studia la storia ed acquisisce il metodo materialista dialettico che gli fa comprendere come la guerra stessa sia un articolato e lucroso processo produttivo. Abbandona quindi il campo umanitario per impegnarsi nella lotta aperta al neocolonialismo e a quella che definisce \u201cprivatizzazione della guerra\u201d. E\u2019 stato co-redattore della rivista telematica Intermarx e del bollettino di controinformazione Quemada. Dal 2009 al 2014 \u00e8 stato assessore all\u2019ambiente, attivit\u00e0 produttive e politiche sociali del comune di Tramonti di Sotto (PN) per cui ha seguito interventi di sostenibilit\u00e0 ambientale e rilancio di produzioni locali di qualit\u00e0. Ha pubblicato vari articoli e saggi sulle riviste Giano, Guerre e Pace, AlternativeEuropa sui temi della corsa agli armamenti, dei nazionalismi, delle multinazionali, della storia della Jugoslavia socialista. Ha collaborato con Il Manifesto e Le Monde Diplomatique e scrive per il quotidiano on-line FriuliSera. Per l\u2019editore KappaVu ha curato i libri \u201cSe dici guerra\u2026basi militari, tecnologie, profitti\u201d \u201cFrammenti sulla guerra. Industria e neocolonialismo in un mondo multipolare\u201d. Attualmente segue per Rifondazione Comunista le questioni legate alla corsa agli armamenti, all\u2019industria bellica, alla belligeranza permanente. E\u2019 stato carpentiere, pizzaiolo, conducente di scuolabus, operaio edile, gestore di attivit\u00e0 ricettive. Le sue passioni sono l'alpinismo, la pesca in apnea, la falegnameria e la fotografia. Crede fermamente che la vera utopia sia pensare, come umanit\u00e0, di poter sopravvivere all\u2019attuale modo di produrre e consumare. 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