{"id":774118,"date":"2018-12-10T22:42:59","date_gmt":"2018-12-10T22:42:59","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=774118"},"modified":"2018-12-10T22:45:42","modified_gmt":"2018-12-10T22:45:42","slug":"ergastolo-i-detenuti-che-muoiono","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2018\/12\/ergastolo-i-detenuti-che-muoiono\/","title":{"rendered":"Ergastolo: i detenuti che muoiono"},"content":{"rendered":"<p>Quella che stiamo per raccontarvi \u00e8 la storia di Peppe, detenuto ergastolano da circa trent\u2019anni. La sua storia non \u00e8 unica ma piuttosto rappresentativa di tanti come lui, sparsi per le molteplici sezioni di \u201cAlta Sicurezza\u201d nelle patrie galere della nostra bella Italia.<\/p>\n<p>Peppe \u00e8 un sessantenne che ha trascorso met\u00e0 della sua vita in carcere. Finito dentro per reati di criminalit\u00e0 organizzata per i quali i giudici, ritenutolo colpevole, lo hanno condannato al carcere a vita senza possibilit\u00e0 di benefici.<\/p>\n<p>L\u2019ho incontrato per la prima volta circa 15 anni fa nel carcere di Voghera. Ero stato trasferito qui perch\u00e9 giorni prima avevo ottenuto la revoca del 41bis, il cosiddetto \u201ccarcere duro\u201d. Peppe era giunto a Voghera circa un paio di anni prima di me e si era ambientato ed adattato discretamente, come ebbi a notare fin da subito. Cordialissimo, fu il primo detenuto ad accogliermi in sezione facendomi sentire a mio agio ed attenuando, non di poco, tutti i disagi dovuti al cambiamento sia del carcere che delle persone nuove che bisogna imparare a conoscere ma, soprattutto, rendendomi meno duro l\u2019impatto drastico conseguente al passaggio da una situazione di totale isolamento ad una di maggiore apertura che, se non vissuta con moderata adesione si rischia il disorientamento.<\/p>\n<p>La prima impressione che ebbi di Peppe fu quella di un uomo energico, atletico e per nulla abbattuto dai circa 15 anni di carcere fino ad allora scontati. Notai successivamente che frequentava regolarmente la palestra e quasi tutti i giorni faceva la corsetta ai passeggi del carcere. Si manteneva in forma per intenderci. Ricordo il suo viso rubicondo, incorniciato da una barba nera spruzzata qua e la da qualche tonalit\u00e0 di grigio che cominciava ad incedere. Insomma, per farla breve, Peppe era allora un uomo che, come \u00e8 solito dirsi, sprizzava salute da tutti i pori. Trascorso poco pi\u00f9 di un anno dal mio arrivo a Voghera, fui trasferito in un altro carcere e questo determin\u00f2 l\u2019ovvia conseguenza di perdere di vista Giuseppe.<\/p>\n<p>Passarono molti anni da allora e, per una strana coincidenza del destino, mi ritrovai di nuovo qua, nella stessa sezione da cui ero partito anni prima. E chi ritrovo? Peppe! Molte cose erano cambiate da allora per\u00f2. Per prima cosa stentai parecchio a riconoscere nella figura che ora avevo davanti quella di Peppe: non era possibile, dissi fra me e me, che quella fosse la stessa persona conosciuta anni prima. Innanzi a me avevo, ormai, l\u2019immagine di Peppe sbiadita. \u00c8 stato come ritornare su un luogo dopo tempo e rivedere un vecchio manifesto affisso alla parete di cui a mala a pena si riesce a distinguere i contorni dell\u2019immagine ritratta. Il viso, ora pallido, portava i segni di un certo patimento che non sarebbero sfuggiti neanche ad un occhio poco esperto. La barba, ora bianchissima e non pi\u00f9 curata come un tempo, conservava soltanto qualche residua ed impercettibile macchiolina di pepe. I pochi capelli rimasti, bianchi e radi, come radi erano ormai i denti, incorniciavano il corpo esile che un tempo fu energico e vitale.<\/p>\n<p>Ma ci\u00f2 che mi scosse profondamente fu notare il leggero e continuo tremolio delle sue braccia e il balbettio che accompagnava i suoi discorsi. Dapprima non ebbi il coraggio di chiedergli il perch\u00e9 sia per pudore che per discrezione. Lascia che fosse lui a parlarmene quando ne avrebbe avuto voglia di farlo. Lo fece quasi subito: gli avevano diagnosticato il morbo di Parkinson. Era ancora nella fase iniziale (cos\u00ec gli avevano detto i medici) e la buona cura che gli avevano prescritto avrebbe rallentato la degenerazione della patologia che, come sappiamo, \u00e8 una delle sue caratteristiche. Oggi lo stadio della sua malattia \u00e8 molto degenerato, tanto che ha serie difficolt\u00e0 nella deambulazione, nell\u2019uso della parola e delle mani. Ormai al limite dell\u2019autosufficienza al punto che gli \u00e8 stato assegnato un \u201cpiantone\u201d, ovvero un altro detenuto che, con regolare mansione lavorativa, lo affianca per le quotidiane esigenze inerenti l\u2019igiene e l\u2019alimentazione.<\/p>\n<p>Peppe, oltre alle cure mediche e del corpo, avrebbe bisogno di un\u2019altra cura, altrettanto importante e fondamentale: la cura dell\u2019anima e dello spirito che solo le persone a lui care sarebbero in grado di assicurargli. Ma, a causa delle disastrose condizioni economiche, non vede la moglie e i figli da diversi anni. L\u2019unica fonte di reddito che fino a qualche anno fa assicurava una sopravvivenza accettabile alla sua famiglia era il lavoro della figlia, ora disoccupata. Riescono a malapena a vivere grazie alla pensione dell\u2019anziana madre, provvidenziale ammortizzatore sociale, in questa societ\u00e0 dove i ricchi sono sempre pi\u00f9 ricchi e i poveri sempre pi\u00f9 poveri.<br \/>\nPeppe ha gi\u00e0 scontato una congrua pena: non sarebbe il caso di valutare un graduale rilascio per consentirgli di curarsi meglio ed essere circondato dall\u2019affetto dei suoi familiari? Il diritto alla salute \u00e8 garantito (dovrebbe esserlo) dalla nostra costituzione. Ma siamo certi che in questo caso, come in tanti altri, sia rispettato? O bisogna ancora perseverare nella cinica ed ipocrita linea, adottata da diverso tempo ormai, secondo la quale i detenuti malati, spesso terminali, vengono rilasciati pochi mesi, se non giorni, prima del decesso?<\/p>\n<p>L\u2019amara riflessione che ci suscita questa dolente storia \u00e8 che, purtroppo, Peppe non si chiama Dell\u2019Utri e non ha al suo fianco uno stuolo di valenti e combattivi avvocati pronti a battersi, giustamente, per il proprio assistito. Speriamo solo che Peppe non vada ad allungare la lunga lista dei decessi in carcere o quelli che avvengono a pochi giorni dal rilascio, sarebbe una ulteriore sconfitta dello stato di diritto ma, ancor di pi\u00f9 del senso di Humanitas che, purtroppo, pare passare sempre pi\u00f9 in secondo piano rispetto al continuo sventolio della bandiera dell\u2019esigenza della sicurezza.<br \/>\nA chi potrebbe nuocere un uomo affetto da morbo di Parkinson in stato avanzato?<\/p>\n<p>Di seguito potrete leggere una lista parziale dei detenuti deceduti a poco tempo di distanza dalla scarcerazione o sospensione della pena:<\/p>\n<ul>\n<li><strong>Giuseppe Caso<\/strong>, ergastolano, 24 anni di carcere. Ultimo carcere Catanzaro. Pena sospesa e morto in ospedale dopo pochi giorni;<\/li>\n<li><strong>Franco Morabito<\/strong>, ergastolano, morto di tumore a 48 anni, con tutti gli organi in metastasi, nell\u2019ospedale di Voghera a distanza di un mese dalla sospensione della pena. In carcere veniva curato per coliche renali;<\/li>\n<li><strong>Luigi Venosa<\/strong>, ergastolano, morto per cancro dopo 27 anni di carcere. Pena sospesa il giorno prima del decesso;<\/li>\n<li><strong>Giuseppe Vetro<\/strong>, ergastolano ricorrente, detenuto in regime di 41 bis. In carcere dal 2000, deceduto nel 2008 presso la sezione clinica\/detentiva di Milano Opera a causa di un carcinoma in fase terminale (speranze di vita prossime all\u20191%). il tumore gli venne diagnosticato trenta giorni prima di morire, non gli venne concessa la sospensione della pena n\u00e9 di essere assistito e nemmeno salutato dai propri familiari. Questi ultimi vennero informati dell\u2019avvenuto decesso due giorni dopo;<\/li>\n<li><strong>Antonio Verde<\/strong>, detenuto nel carcere di Catanzaro, tumore al pancreas trascurato e diagnosticato tardivamente. Mor\u00ec dopo quattro mesi dalla sospensione della pena;<\/li>\n<li><strong>Giovanni Pollari<\/strong>, morte istantanea dopo circa 20 anni di carcere;<\/li>\n<li><strong>Michele Rotella<\/strong>, detenuto nel carcere di Catanzaro e morto in ospedale, da detenuto, per Clostidrium difficilis. Aveva perso oltre 20 kg al momento del ricovero in ospedale. Mor\u00ec dopo poche ore dal ricovero. I familiari seppero della morte recandosi a colloquio.<\/li>\n<li><strong>Sebastiano Sciuto<\/strong>, ergastolano, morto per cancro dopo 27 anni di carcere. Pena sospesa 9 giorni prima del decesso;<\/li>\n<li><strong>Sebastiano Rampulla<\/strong>, morto dopo pochi giorni dalla sospensione della pena;<\/li>\n<li><strong>Gaspare Raia<\/strong>, ottantenne ergastolano, morto nel 2017 dopo pi\u00f9 di 25 anni di carcere. Tumore in fase avanzata, arresti domiciliari concessi pochi giorni prima della morte;<\/li>\n<li><strong>Cosimo Caglioti<\/strong>, di anni 30, un\u2019incompatibilit\u00e0 carceraria diagnosticata e sottovalutata, le cure approssimative, i soccorsi che non arrivano, il defribillatore chiuso a chiave. Muore a soli 30 anni nel carcere di Secondigliano;<\/li>\n<li><strong>Salvatore Veneziano<\/strong>, arrestato nel 1993, morto nel novembre del 1997 per AIDS (contagiato in carcere). Ad agosto era uscito dal carcere di Spoleto dove era stato sottoposto al regime di 41 bis. Scontava una pena di 8 anni;<\/li>\n<li><strong>Salvatore Bottaro<\/strong>, ergastolano detenuto dal 1990, affetto da cancro al pancreas, pena sospesa nel 2004. Apprese dai medici che gli rimanevano 6 mesi di vita, si suicid\u00f2;<\/li>\n<li><strong>Salvatore Profeta<\/strong>, morto in ospedale ai primi di settembre dopo 10 giorni di ricovero. Detenuto ingiustamente per 18 anni in 41bis con l\u2019accusa, da parte di un falso pentito, di essere tra gli esecutori della strage di via D\u2019Amelio, venne scagionato, rilasciato nel 2015 e arrestato nuovamente nel 2016, sempre sulla base di dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia. Al momento della morte era detenuto presso il carcere di Tolmezzo con una condanna non definitiva ad 8 anni. Il questore di Palermo ha vietato il funerale pubblico. Un dispositivo, quello di negare il funerale in chiesa, ormai consolidato negli anni.<\/li>\n<\/ul>\n<p>L\u2019elenco sarebbe ancora lunghissimo e, pertanto, ci siamo limitati a riportare solo alcuni fra i tanti casi di morte per pena in carcere. La maggior parte della popolazione condannata alla pena dell\u2019ergastolo ostativo o ad una pena trentennale ha una et\u00e0 che supera i 70\/80 anni, gran parte di questi \u00e8 sottoposta al regime di 41bis con tutte le restrizioni che vanno ad impedire una precoce diagnosi e, quando questa avviene, ormai le possibilit\u00e0 di intervento sono ridotte al minimo.<\/p>\n<p>Chiudiamo ribadendo quanto detto all\u2019inizio: il diritto alla salute dovrebbe essere garantito a tutte le persone per Costituzione e le recenti sentenze della Corte europea sono state chiarissime anche per quanto riguarda i detenuti in 41 bis, ma in Italia si preferisce pagare le penali piuttosto che attuare lo stato di diritto. Oggi, 10 dicembre, 70\u00b0 anniversario della Dichiarazione universale dei diritti Umani, digiuniamo per l\u2019abolizione dell\u2019ergastolo e per il rispetto di tutti i Diritti Umani violati.<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em><strong>I membri dell\u2019associazione Yairaiha del circuito AS1 di Voghera<\/strong><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quella che stiamo per raccontarvi \u00e8 la storia di Peppe, detenuto ergastolano da circa trent\u2019anni. 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