{"id":73362,"date":"2013-10-18T16:31:49","date_gmt":"2013-10-18T15:31:49","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pressenza.com\/?p=73362"},"modified":"2013-10-18T17:02:40","modified_gmt":"2013-10-18T16:02:40","slug":"grazia-dio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2013\/10\/grazia-dio\/","title":{"rendered":"&#8230;in grazia di Dio!"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>A Roma, l&#8217;11 ottobre 2013, muore a 100 anni Erich Priebke. E&#8217; stato un militare nazifascista condannato all&#8217;ergastolo per aver partecipato alla pianificazione e alla realizzazione dell&#8217;eccidio alle Fosse Ardeatine.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In questa storia di Priebke, i funerali, la comunit\u00e0 ebraica, la contraddittoria idea del perdono cristiano, c&#8217;\u00e8 quasi tutto ci\u00f2 che vorremmo sapere sulla vendetta. Credo che basterebbe fare un&#8217;analisi sociologica di questo episodio per avanzare nella comprensione delle radici della vendetta.<br \/>\nE&#8217; il paradigma dell&#8217;Occidente. Una violenza efferata e crudele, un gruppo umano con una forte identit\u00e0, un Ego enorme, la memoria, la giustizia dello Stato, il risentimento che non si placa nemmeno con la morte dell&#8217;assassino, un desiderio di vendetta che ha come bersaglio il corpo, non importa se senza vita, come se in quel corpo risiedesse qualcosa che deve pagare e soprattutto pagare per sempre; un pagare con il dolore, perch\u00e9 solo il dolore pu\u00f2 correggere. La credenza che solo il dolore possa far penetrare fino all&#8217;ultima cellula la coscienza di aver fallito nell&#8217;essere pi\u00f9 crudele di Dio, perch\u00e9 nemmeno si pu\u00f2 essere pi\u00f9 misericordiosi, perch\u00e9 in ultima istanza solo cos\u00ec si potr\u00e0 rinascere a nuova vita&#8230;in grazia di Dio!<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Sono passati quasi 70 anni dall&#8217;eccidio delle Fosse Ardeatine e dalla fine del nazifascismo. Sono ben poche le persone che ancora hanno un ricordo concreto di quel pezzo di storia infame.<\/p>\n<p>Che l&#8217;apparato mediatico del Sistema abbia amplificato la morte di Priebke per altri fini e indubbio, ma non c&#8217;\u00e8 solo questo. Basti pensare che n\u00e9 l&#8217;Argentina n\u00e9 la citt\u00e0 natale di Priebke ha accettato di accogliere la salma, che il Sindaco di Roma e Albano Laziale si sono rifiutati di far svolgere i funerali nei loro Comuni, che il Vicariato romano ha negato la possibilit\u00e0 di una cerimonia funebre pubblica, che il Prefetto ha vietato il trasporto della salma e le esequie in forma pubblica. Non si tratta solo di un tentativo di distrazione dell&#8217;opinione pubblica.<\/p>\n<p>Priebke rappresenta il fallimento della giustizia dello Stato. Questo non perch\u00e9 la giustizia dello Stato sia stata clemente o eccessiva con il criminale, ma perch\u00e9 quella giustizia non ha riconciliato.<\/p>\n<p>Si potr\u00e0 dire che quel crimine era troppo grande per meritare il perdono e che il reo non si \u00e8 nemmeno pentito ma questo, ancora una volta, dimostra che quella giustizia ha fallito. Si potrebbe dire anche che non \u00e8 compito della giustizia ricomporre le coscienze devastate dal dolore ma allora perch\u00e9 pretendere che abbia una funzione rieducativa e soprattutto perch\u00e9 solo diretta a chi compie un reato. In questo senso la vendetta, altres\u00ec detta &#8220;giustizia privata&#8221; (la giustizia pubblica \u00e8 quindi ancora vendetta), \u00e8 pi\u00f9 coerente. La vendetta (privata) mira ad una catarsi che almeno per un istante produce un profondo rilassamento dal sapore dolce della felicit\u00e0.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Sappiamo tutti che grande illusione sia la vendetta e di quali sciagure si accompagna, forse per questo che in un lontanissimo passato, i vincitori si assicuravano che nessuno nel campo nemico rimanesse in vita. Nessuna compassione, nessuno\u00a0 scrupolo. Donne, bambini, anziani, malati, tutti dovevano morire, perch\u00e9 la vendetta era come un virus. Agli eccidi e stragi seguivano rituali di purificazione e offerte alle divinit\u00e0 affinch\u00e9 nulla di quella potenza fosse lasciato libero di agire. La potenza doveva essere imbrigliata o al massimo addomesticata.<\/p>\n<p>Con la sedentarizzazione e la concentrazione in poco spazio di migliaia di individui, nasce la necessit\u00e0 di regolare il vivere sociale ma fu soprattutto la carenza di forza lavoro che introdusse una nuova modalit\u00e0 di trattamento del nemico conquistato: la schiavit\u00f9. Il virus quindi venne lasciato agire ma restava la necessit\u00e0 di canalizzare la potenza.<\/p>\n<p>Con il Codice di Ur Nammu e in seguito con il pi\u00f9 celebre Codice di Hammurabi, scritto su una stele posta nella piazza centrale della citt\u00e0, abbiamo i primi esempi in questa direzione. I codici avevano il compito di definire il danno e la rispettiva punizione, tenendo conto dello status sociale delle parti in causa. Si tratta dei primi tentativi (quelli finora conosciuti) di regolamentare la vendetta o di evitare che questa si manifestasse. Bisognava che la legge fosse pubblica, accessibile almeno a chi sapeva leggere, e soprattutto che contenesse un carattere universale. La discrezionalit\u00e0 e l&#8217;indeterminatezza della punizione dovevano essere limitate il pi\u00f9 possibile.<\/p>\n<p>Ma se tutto ci\u00f2, rispetto al passato, comport\u00f2 un notevole risparmio di vite umane, nello stesso tempo, cominciarono ad intravedersi i primi indizi di separazione tra il potere religioso e quello politico. Cominci\u00f2 la fase del palazzo contro il tempio. Anche se quei primi codici furono considerati come diretta emanazione del divino e quindi sacri, quella dimensione religiosa che regolava i rapporti umani, non solo tra i componenti della stessa trib\u00f9 ma anche con l&#8217;estraneo e il nemico, cominciava lentamente ad affievolirsi. Le modalit\u00e0 di compensazione del danno e dell&#8217;offesa non erano pi\u00f9 una questione personale o tribale in relazione ad una potenza alter, la giustizia ora spettava al re, allo Stato.<\/p>\n<p>Ma quella religiosit\u00e0 non scomparve, si mascher\u00f2 semplicemente delle vesti della ragione, lasciando intatto il culto, la sacralit\u00e0, il sacerdozio e l&#8217;illusione che il virus si potesse \u00a0annientare solo con la pena e la punizione. Nulla di pi\u00f9 emozionale, nulla di pi\u00f9 irrazionale che la giustizia dello Stato!<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Se volessimo provare ad approfondire il perch\u00e9 la vendetta abbia quella forza attrattiva qualche suggerimento potremmo trovarlo nella cultura egizia.<\/p>\n<p>Nell&#8217;antico Egitto, non propriamente refrattario alle influenze esterne e soprattutto da\u00a0 quelle mesopotamiche, il cosmo cos\u00ec come tutto il creato e tutta la struttura sociale \u00e8 una manifestazione diretta della divinit\u00e0, dal caos all&#8217;ordine. L&#8217;ordine cosmico \u00e8 diretta emanazione della divinit\u00e0 e la <i>ma&#8217;at <\/i>\u00e8 il concetto che riassume meglio l&#8217;ordine supremo. L&#8217;applicazione della\u00a0 <i>ma&#8217;at <\/i>\u00e8 un obbligo morale, pena il ritorno al caos primordiale. La lotta contro il male \u00e8 la lotta per ritornare all&#8217;Et\u00e0 dell&#8217;Oro persa con l&#8217;emergere del male.<\/p>\n<p>In questo senso la vendetta che Horus, legittimo erede del regno di Osiride, usurpato da Seth \u00e8 un&#8217;azione sorretta dalla <i>ma&#8217;at<\/i><i> <\/i>che non solo ricompone l&#8217;ordine cosmico ma permette la trascendenza di Osiride. L&#8217;immortalit\u00e0 \u00e8 cos\u00ec acquisita solo se si agisce con <i>ma&#8217;at,<\/i><i> <\/i>la giustizia, la verit\u00e0<i>.<\/i><i> <\/i><\/p>\n<p>Sembrano quindi intravedersi almeno alcune caratteristiche della radice della vendetta, se intendiamo per radice il nucleo d&#8217;insogno e il sistema di credenze e aspirazioni ad esso connesso. Da un lato abbiamo la paura di non essere pi\u00f9 in contatto con la divinit\u00e0, con l&#8217;Essere, dall&#8217;altro il desiderio di raggiungere l&#8217;immortalit\u00e0. La vendetta non \u00e8 altro che un percorso iniziatico in cui l&#8217;altro \u00e8 posto fuori dalla dimensione umana, per tradursi da semplice causa primaria dell&#8217;offesa, a capro espiatorio della crisi.<\/p>\n<p>Solo attraverso la lotta, la sottomissione, l&#8217;annichilimento o la morte dell&#8217;altro che il sole risorge all&#8217;orizzonte. Un nuovo ciclo pu\u00f2 ricominciare. La vendetta quindi \u00e8 quel straordinario movimento in cui nel ripristinare l&#8217;ordine perduto tutti i soggetti implicati sono risorti a nuova vita.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La vendetta prima di manifestarsi come comportamento si manifesta come desiderio. Questo desiderio di vendetta \u00e8 per\u00f2 avvertito come un sentimento legittimo e in questo senso morale. E&#8217; morale vendicarsi perch\u00e9 si risponde con la vendetta ad un atto che \u00e8 sempre giudicato come immorale o amorale. Quindi non si pu\u00f2 prescindere dal parlare della vendetta senza parlare dell&#8217;ambito maggiore che lo include, cio\u00e8 la morale dei tempi.<\/p>\n<p>In una morale sono sempre in gioco i concetti di bene e male, buono e cattivo, buono e malvagio, bello e brutto, giusto e ingiusto, puro e impuro.<\/p>\n<p>Dietro ogni morale c&#8217;\u00e8 un&#8217;idea di essere umano e del significato che esso ha all&#8217;interno dell&#8217;esistenza.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per Nietzsche la morale arcaica \u00e8 la morale dei forti, dei nobili o meglio dei vincitori. Sono essi che definiscono i termini della morale. Lo fanno a partire dall&#8217;immagine che hanno di s\u00e9 stessi. Questi creatori della morale sono sostanzialmente i guerrieri, alla testa di una societ\u00e0 divisa in caste. Lo dimostrano, sempre per Nietzsche, la ricerca etimologica di <i>buono,<\/i> che sembra derivare dal latino<i> bonus<\/i> e a sua volta dal pi\u00f9 antico <i>duonus (guerriero). <\/i>In questo senso il concetto di moralmente <i>buono<\/i> si riferisce solo alle qualit\u00e0 del guerriero. \u201cBuono\u201d perci\u00f2 \u00e8 il coraggio, la forza, il desiderio di dominare. \u201cCattivo\u201d invece deriverebbe da <i>captivo, <\/i>appunto ci\u00f2 che pi\u00f9 differisce dal guerriero, cio\u00e8 il prigioniero, il servo, il sottomesso.<\/p>\n<p>Questa concezione morale guerriera definisce l&#8217;essere umano come l&#8217;erede dei suoi padri ormai innalzati a divinit\u00e0 in cui non concepisce l&#8217;idea di trascendenza, necessita piuttosto del concetto d&#8217;immortalit\u00e0. L&#8217;immortalit\u00e0 \u00e8 il grande proposito che perseguono gli eroi guerrieri. Solo nell&#8217;immortalit\u00e0 il guerriero si pone al pari dei suoi padri e ripaga definitivamente il debito del sangue. La morte diviene quindi l&#8217;ultimo ostacolo per compiere pienamente con la vita intesa come <i>volont\u00e0 di potenza<\/i> o come<i> Essere<\/i> pienamente.<\/p>\n<p>Per questi \u201cbuoni\u201d, nulla \u00e8 pi\u00f9 morale, nulla pu\u00f2 dare direzione alla vita se non l&#8217;incarnare il mito dell&#8217;eroe ma questa morale del vincitore non conosce il senso di colpa. Fintanto che si \u00e8 vincitori, la colpa non s&#8217;insinua nella coscienza umana. Cos\u00ec uccidere, sterminare, razziare, violentare in guerra non era immorale perch\u00e9 in ultimo si era perseguito un dettato morale.<\/p>\n<p>La colpa invece appare nel vinto, nel sopravvissuto fatto prigioniero, nel cattivo appunto. Quando nelle societ\u00e0 comincia la schiavit\u00f9, quando cio\u00e8 si passa dalla fase in cui si sterminano i nemici, dove nessuno deve sopravvivere, alla fase in cui si sceglie di fare dei prigionieri e successivamente dei sudditi fino alla nascita delle caste, vediamo sorgere un sentimento nuovo nella coscienza umana, quello del rimorso, del \u201c<i>ressentiment\u201d <\/i>per dirlo come Nietzsche. Questo sentimento \u00e8 proprio dei gruppi umani sottomessi, resi prigionieri, quello dei \u201ccattivi\u201d. E&#8217; un sentimento che sorge come reazione a quello di frustrazione.<\/p>\n<p>La \u201ccolpa\u201d del \u201ccattivo\u201d \u00e8 quella di aver osato e di aver fallito.<\/p>\n<p>La colpa quindi diviene strumento di \u201caddomesticamento\u201d, di \u201cammansimento\u201d del \u201ccattivo\u201d e se in un primo momento la punizione mirava a generare il senso di colpa, lentamente la colpa diviene motivo della punizione.<\/p>\n<p>Quest&#8217;opera d&#8217;insinuazione della colpa, secondo Nietzsche \u00e8 da addebitarsi alla casta sacerdotale. La casta sacerdotale \u00e8 quella che concepisce i concetti di \u201cpuro\u201d ed \u201cimpuro\u201d, all&#8217;inizio come semplici regole igienico sanitarie per estenderli poi a comportamenti sempre pi\u00f9 astratti e interiorizzati. Puro ed impuro quindi saranno messi in relazione con l&#8217;idea di colpa. Con il tempo questi concetti definiranno un comportamento morale che si allontaner\u00e0 sempre pi\u00f9 dalla morale arcaica, arrivando a prendere il sopravvento sulla classe guerriera fino a quel momento padrona assoluta del tutto sociale.<\/p>\n<p>La classe sacerdotale, sempre per Nietzsche, produce una vera e propria manipolazione, innalzando il desiderio di vendetta proprio del <i>ressentiment,<\/i> a Senso, a motore dell&#8217;esistenza umana.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Queste brevi considerazioni, non certamente esaustive e sicuramente passibili di critica, hanno la pretesa di gettare una piccola luce sul tragico fallimento della cultura occidentale nel superamento della violenza, della vendetta e in ultimo del perdono legato a doppio filo con il concetto della colpa.<\/p>\n<p>Se oggi, purtroppo ancora timidamente, si parla di nonviolenza, lo si deve ad esempi che hanno a che fare con altre tradizioni culturali. Ghandi era stato certamente influenzato dalla figura di Tolstoy, per\u00f2 trova per\u00f2 le radici della nonviolenza nella tradizione induista dell&#8217;Upanishad e nella Bhagavadgita. Martin Luther King, pur se pastore protestante, \u00e8 immerso nella cultura afroamericana portatrice del concetto di ubuntu.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In un suo discorso del 2007, a Punta de Vacas, localit\u00e0 argentina ai piedi dell&#8217;Aconcagua, Silo affronta ancora una volta il tema della violenza e vendetta in relazione alla riconciliazione. In quel discorso Silo conduce un&#8217;opera mirabile di differenziazione semantica tra perdono e riconciliazione. \u201cN\u00e9 oblio, n\u00e9 perdono!\u201d furono le sue parole al fine di ripulire il concetto da ogni malinteso. Nessuna falsificazione della memoria attraverso l&#8217;oblio, nessun perdono se questo significa porsi al di sotto o al di sopra di qualcuno o qualcosa.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Si potrebbe lasciare con le parole di Silo dal \u201cTetto dell&#8217;Occidente\u201d, la conclusione di questo breve scritto sulla vendetta e la riconciliazione:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><i>\u201cSe arriviamo a comprendere che il nostro nemico \u00e8 un essere che ha vissuto anch\u2019egli con speranze e fallimenti, un essere nel quale ci sono stati bei momenti di pienezza e momenti di frustrazione e risentimento, avremo messo una sguardo umanizzatore sulla pelle della mostruosit\u00e0. Questo cammino verso la riconciliazione non sorge spontaneamente, cosi\u2019 come non sorge spontaneamente il cammino verso la non violenza. Perch\u00e9 entrambi richiedono una grande comprensione e la formazione di una ripugnanza fisica della violenza. Non saremo noi a giudicare gli errori, nostri o altrui, a questo fine ci saranno i risarcimenti umani e la giustizia umana e sar\u00e0 la statura dei tempi quella che eserciter\u00e0 il suo dominio, perch\u00e9 io non voglio giudicarmi n\u00e9 giudicare&#8230; voglio comprendere in profondit\u00e0 per pulire la mia mente da ogni risentimento. Riconciliare non \u00e8 dimenticare n\u00e9 perdonare, \u00e8 riconoscere tutto quello che \u00e8 accaduto e proporsi di uscire dal circolo vizioso del risentimento. \u00c8 scorrere lo sguardo per riconoscere gli errori in se\u2019 e negli altri. Riconciliarsi internamente \u00e8 proporsi di non passare per lo stesso cammino due volte, ma disporsi a riparare doppiamente i danni prodotti. Per\u00f2 \u00e8 chiaro che a coloro che ci hanno offeso non possiamo chiedere di riparare doppiamente i danni che ci hanno provocato. Tuttavia, \u00e8 un buon compito far vedere loro la catena di danni che continuano a trascinarsi nella loro vita. Facendo ci\u00f2 ci riconciliamo con chi abbiamo sentito prima come un nemico, anche se ci\u00f2 non fa si\u2019 che l&#8217;altro si riconcili con noi, ma questo fa gi\u00e0 parte del destino delle sue azioni, sulle quali noi non possiamo decidere.\u201d<\/i><\/p>\n<p><i>\u00a0<\/i><\/p>\n<p>Il cammino dell&#8217;Occidente verso il superamento della violenza e della vendetta \u00e8 stato tortuoso \u00e8 impervio ma una nuova speranza, un nuovo paesaggio, emerge all&#8217;orizzonte.<\/p>\n<p><i>\u00a0<\/i><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; &nbsp; A Roma, l&#8217;11 ottobre 2013, muore a 100 anni Erich Priebke. 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