{"id":717706,"date":"2018-09-10T18:18:19","date_gmt":"2018-09-10T17:18:19","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=717706"},"modified":"2018-09-11T09:32:23","modified_gmt":"2018-09-11T08:32:23","slug":"turchia-crisi-economica-motivi-e-conseguenze","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2018\/09\/turchia-crisi-economica-motivi-e-conseguenze\/","title":{"rendered":"Turchia: crisi economica; motivi e conseguenze"},"content":{"rendered":"<p>La Turchia sta attraversando una crisi economica molto forte. Dietro ci sarebbe il conflitto tra l\u2019amministrazione Trump degli Stati Uniti d\u2019America ed il governo guidato dal Presidente della Repubblica di Turchia.<\/p>\n<p><strong>Crisi Brunson<\/strong><\/p>\n<p>Andrew Craig Brunson \u00e8 un pastore evangelista statunitense che da ventitr\u00e9 anni vive e lavora in Turchia. Il 7 ottobre 2016 \u00e8 stato arrestato, insieme a sua moglie, con l\u2019accusa di avere dei legami e ruoli con il fallito tentativo di colpo di stato del 15 luglio 2016. La signora Brunson \u00e8 stata scarcerata dopo tredici giorni quando ormai era evidente che la detenzione del pastore evangelista avrebbe avuto una durata pi\u00f9 lunga del previsto anche perch\u00e9 tra le accuse era stata aggiunta anche quella di avere delle connessioni con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), organizzazione armata definita \u201cterroristica\u201d da parte dello Stato.<\/p>\n<p>Nonostante diversi solleciti in diversi tempi e varie occasioni, da parte del governo statunitense, Brunson \u00e8 stato trattenuto in carcere fino al 25 luglio del 2018. Quel giorno \u00e8 stato scarcerato, sotto condizione, per via delle sue condizioni di salute. Brunson non pu\u00f2 abbandonare il territorio nazionale e deve attendere presso la sua abitazione. Il tribunale che si occupa del suo caso lo processa con una richiesta di condanna che arriva fino a trentacinque anni di detenzione.<\/p>\n<p>Mentre attorno al nome di Brunson a livello locale ed internazionale sia nel mondo dei media sia in quello politico si pronunciano numerose accuse, il suo caso, dopo la scarcerazione, \u00e8 diventato il motivo di una crisi storica tra questi due paesi. La situazione \u00e8 diventata molto calda soprattutto quando \u00e8 stato scoperto che la cittadina turca, Ebru Ozkan, accusata di appartenere ad Hamas da parte dello stato d\u2019Israele e trattenuta in carcere, \u00e8 stata scarcerata con la richiesta personale del Presidente Donald Trump. L\u2019obiettivo del leader statunitense era una sorta di baratto. Secondo il quotidiano Washington Post, questo accordo \u00e8 stato discusso e preso tra i due presidenti durante un incontro riservato.<\/p>\n<p><strong>Reazioni economiche e politiche<\/strong><\/p>\n<p>Quindi nel momento in cui l\u2019amministrazione Trump ha visto che, a differenza della sua parola mantenuta, da parte del governo turco non \u00e8 stata fatta una mossa analoga, sono state prese alcune misure di boicottaggio. Il primo agosto del 2018, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha deciso di applicare una serie di sanzioni contro il ministro della giustizia e quello degli interni, ritenuti principali responsabili di questa crisi. Successivamente Donald Trump in diverse occasioni pubbliche ha espresso la sua rabbia contro il governo turco. Alla fine per numerosi prodotti turchi sono state ridotte le quote ed aumentate le tasse.<\/p>\n<p>Le reazioni del Presidente della Repubblica di Turchia ed i suoi colleghi sono state aggressive e taglienti. Le decisioni dell\u2019amministrazione Trump sono state definite sin dall\u2019inizio come una \u201cguerra economica\u201d. La crisi politica \u00e8 stata descritta come un \u201ctentativo per rovesciare il governo eletto\u201d. I media allineati con il potere amministrativo hanno lanciato una campagna di linciaggio e calunnia nei confronti di Donald Trump e gli Stati Uniti. Non sono mancate ovviamente in nessuna delle due parti frasi, posizioni e reazioni ultranazionaliste. Per la prima volta i due alleati storici della Nato sono arrivati ad uno scontro fatto di minacce e rabbia.<\/p>\n<p>\u201cSe loro hanno il Dollaro noi abbiamo Allah\u201d cos\u00ec il Presidente della Repubblica di Turchia ha invitato i propri cittadini al boicottaggio dei prodotti statunitensi. Una sorta di guerra santa. Questa frase si \u00e8 diffusa per tutto il Paese come un ordine. In pochi giorni alcuni cittadini hanno iniziato a vendere la valuta statunitense e i prodotti americani.<\/p>\n<div><b>Tutto colpa di Brunson?<\/b><\/div>\n<div><\/div>\n<div>Ovviamente no. Le relazioni economiche e politiche tra questi due paesi sono tese da alcuni anni. Le scelte militari e politiche del governo turco nella guerra civile siriana, particolarmente nei confronti delle forze armate curde, possono essere definite come uno dei motivi pi\u00f9 significativi. Inoltre il caso dell&#8217;imprenditore turco-iraniano accusato di bypassare l&#8217;embargo statunitense contro l&#8217;Iran \u00e8 stato uno dei scandali politici imbarazzanti tra questi due membri della Nato. L&#8217;uomo d&#8217;affari, Reza Serraf, \u00e8 stato arrestato circa due anni fa negli Stati Uniti e successivamente durante le udienze ha dichiarato che tutto il giro di riciclaggio e trasferimento di denaro era un progetto portato avanti con diversi ministri del governo e dirigenti della banca statale HalkBank. Secondo Serraf l&#8217;attuale Presidente della Repubblica \u00e8 stato sempre a conoscenza dei fatti.<\/div>\n<div><\/div>\n<div><\/div>\n<div>Senz&#8217;altro uno dei tasti dolenti tra questi due storici alleati \u00e8 anche il caso dell&#8217;ex imam Fethullah Gulen, leader del movimento religioso Hizmet e accusato dal governo turco di essere il cervello ed il mandante del fallito golpe del 2016. L&#8217;ex alleato del governo si trova in auto-esilio da pi\u00f9 di quindici anni negli Stati Uniti e nonostante varie richieste di rimpatrio il governo turco finora non ha ricevuto un riscontro positivo dalle amministrazioni statunitensi.<\/div>\n<div><\/div>\n<div><\/div>\n<div>Quindi numerose differenze di scelta politica ed economica tra gli alleati hanno fatto s\u00ec che ci fosse una notevole crisi politica. Oggi sembra che questa crisi si stia trasformando in una crisi anche economica.<\/div>\n<div><\/div>\n<p><strong>Ricerca di sostegno internazionale<\/strong><\/p>\n<p>Sin dai primi giorni della crisi il Ministro del Tesoro, Berat Albayrak, genero del Presidente della Repubblica, ha organizzato numerosi incontri pubblici con i rappresentanti delle banche, imprenditori turchi e stranieri. In ogni occasione ha cercato di rassicurare il mercato. La Banca Centrale ha deciso di aumentare leggermente il tasso di interessi per compensare il calo degli investimenti. In fretta e furia \u00e8 stato approvato il nuovo scudo fiscale che permette l\u2019entrata di denaro da fonti ignote in cambio di una bassa percentuale di commissione. Nei giorni successivi diversi membri del governo hanno incontrato rappresentanti di Russia, Iran, Cina e Qatar, Germania, Inghilterra e Francia per trasmettere il messaggio di una Turchia capace di resistere.<\/p>\n<p>Questi incontri sono stati oggetto di diverse promesse di investimento, collaborazione e sostegno. Forse il pi\u00f9 concreto \u00e8 stato quello del Qatar che ha promesso, il 15 agosto, un\u2019immediata iniezione di denaro, sotto forma di investimenti, per un totale di circa quindici miliardi di Dollari statunitensi. L\u2019aiuto dei principi del Golfo riguarda i settori energetico, immobiliare e alimentare.<\/p>\n<p><strong>Motivi strutturali dietro il motivo cronico<\/strong><\/p>\n<p>Esattamente come ha sottolineato il professore universitario, Erin\u00e7 Yeldan, nel suo intervento televisivo il 31 agosto, presso Medyascope Tv, numerose aziende turche in questi ultimi anni si sono indebitate presso le banche straniere. Secondo Yeldan il debito totale delle aziende supera il reddito nazionale, circa duecento miliardi di Dollari statunitensi. La questione \u00e8 diventata un problema importante per due motivi; un\u2019economia trainata dal settore edile che non produce beni. Poi c\u2019\u00e8 la svalutazione della moneta locale. Quindi un sistema economico che vede i debiti crescere. La crisi della Lira turca (1 Dollaro \u00e8 salito da 3 Lire a 7 Lire) ha portato numerose aziende nell\u2019impossibilit\u00e0 di saldare i debiti contratti in valuta estera.<\/p>\n<p>Da parecchi mesi numerose aziende energetiche, alimentari ed edili chiedono alle banche di rinegoziare un piano di pagamento alternativo per saldare i loro debiti. Tra le imprese in difficolt\u00e0 ci sono: Yildiz Holding che opera nel settore degli alimenti e possiede sette miliardi di USD di debiti, Dogus Holding che opera in vari settori e deve circa due miliardi e mezzo alle banche straniere, Bereket Enerji che opera nel campo energetico e possiede quattro miliardi di debiti bancari in dollari statunitensi e Yeni Elektrik, azienda energetica fondata anche dal capitale dell\u2019italiana Ansaldo Energia che deve sette cento milioni di USD alle banche. Infine, il consorzio IcTas Astaldi che deve circa tre miliardi di dollari. Alcune aziende sono riuscite ad ottenere un nuovo piano di pagamento ma per altre le trattative sono in atto oppure si apre la strada verso l\u2019asta pubblica.<\/p>\n<p>Infatti una delle aziende pi\u00f9 importanti del Paese ovvero la Turk Telekom \u00e8 stata venduta attraverso un\u2019asta, lo scorso agosto, a tre banche turche: Akbank, Garanti Bankasi e Is Bankasi. L\u2019investitore libanese, la famiglia Hariri, attraverso la sua azienda Oger Telecom aveva acquistato nel 2005 la Turk Telecom per sei miliardi e cinquecento milioni di USD. Durante l\u2019acquisto l\u2019acquirente aveva ottenuto quattro miliardi e settecento milioni di dollari statunitensi di finanziamento dalle banche locali mettendo in ipoteca il cinquantacinque per cento delle azioni. In questi tredici anni la famiglia Hariri non \u00e8 riuscita a saldare i suoi debiti e dunque una delle aziende pi\u00f9 strategiche della Turchia \u00e8 stata venduta alle banche. Haydar Akar, deputato nazionale, nel suo intervento parlamentare del 3 settembre, sottolinea che nel 2004 l\u2019azienda non aveva nessun debito e possedeva circa due miliardi di utile nelle sue casse.<\/p>\n<p><strong>I primi fallimenti<\/strong><\/p>\n<p>Le privatizzazioni sfrenate e senza regola e la messa in atto di una cultura economica non sostenibile sono tra i motivi strutturali di questa crisi economica.<\/p>\n<p>Una delle pi\u00f9 importanti aziende di scarpe, la Hoti\u00e7, fondata nel 1938, ha concordato il fallimento. L\u2019impresa possiede centocinquanta punti vendita con novecento dipendenti.<\/p>\n<p>Un\u2019altra azienda a dichiarare il fallimento concordato \u00e8 Gilan, produttore di gioielli. Secondo Bloomberg, l\u2019azienda aveva maturato debiti con dodici banche locali e straniere e da circa due anni era in difficolt\u00e0 economica a causa del netto calo del settore turistico dell\u2019aumento degli affitti dei negozi presso i centri commerciali.<\/p>\n<p>Anche l\u2019azienda di abbigliamento intimo Mendo nei primi giorni di settembre ha dichiarato fallimento. La Mendo, attiva da pi\u00f9 di quaranta anni, possiede tre diverse identit\u00e0 fiscali che operano nel settore tessile.<\/p>\n<p>Secondo il quotidiano nazionale Sozcu le grandi aziende che hanno dichiarato il fallimento concordato sono tredici. Tra queste: Gilan, Keskinoglu, Remoil, Makro Market, Dizayn Boru, Euronet Car Rental, Aker Insaat, Om-Ar Tekstil, Nalpas Gida, Efecan Tekstil e Smach Gida.<\/p>\n<p><strong>Una vita pi\u00f9 cara<\/strong><\/p>\n<p>In un paese come la Turchia dove la maggior parte del petrolio e del gas si compra dall\u2019estero in moneta straniera ovviamente la svalutazione della moneta locale colpisce in primis questi due prodotti. Di conseguenza, nel giro di poco tempo, si registrano numerosi aumenti di prezzo su vari prodotti di prima necessit\u00e0.<\/p>\n<p>Prodotti elettronici, farina, elettricit\u00e0 domestica, sigarette, benzina, caff\u00e8, trasporto pubblico, prodotti alcolici, carne. La lista \u00e8 molto lunga. Tra i prodotti che hanno registrato il maggior aumento, figurano: caff\u00e8 33%, olio di girasole 29%, uovo 20%, riso 30%, corrente domestica 9%, pane comunale 15%, sigarette 10%, bevande alcoliche in alcuni casi anche 140%. Secondo il canale televisivo Halk Tv i costi di produzione dei beni di prima necessit\u00e0 sono aumentati in meno di due mesi del 25%, ovvero il 70% percento dei prodotti ha subito degli aumenti.<\/p>\n<p><strong>Vietato parlare di crisi economica<\/strong><\/p>\n<p>Dato che secondo l\u2019attuale governo nessuno errore \u00e8 stato commesso negli ultimi quindici anni nel settore economico, allora la crisi attuale \u00e8 opera di un\u2019amministrazione nemica come quella di Trump. Per cui, come ha fatto finora in tutti i conflitti sociali, criticare il governo ed accusarlo di aver sbagliato per le sue scelte economiche \u00e8 vietato. Sono definiti \u201catti che minacciano la sicurezza economica\u201d. Dal 13 agosto alcuni procuratori della repubblica hanno denunciato numerosi cittadini con questa accusa. In pochi giorni 346 cittadini sono stati denunciati per via dei loro messaggi sui social media riguardanti la crisi economica.<\/p>\n<p><strong>Una stampa che rischia di scomparire a causa del governo<\/strong><\/p>\n<p>A causa della crisi economica anche la stampa cartacea rischia di dichiarare fallimento. Le fabbriche statali di produzione di carta, come la Seka, sono state privatizzate nei primi anni dell\u2019arrivo al potere del Partito dello Sviluppo e della Giustizia (AKP) che governa il Paese da pi\u00f9 di quindici anni. Nonostante cinque ricorsi, nel 2003, le fabbriche Seka sono state vendute al gruppo imprenditoriale Albayrak. Nome noto a livello mondiale dato che uno dei figli della famiglia Albayrak \u00e8 il genero del Presidente della Repubblica nonch\u00e9 l\u2019attuale Ministro al Tesoro. I cinque ricorsi preparati da diversi tribunali parlavano di un\u2019asta pubblica ingiusta a prezzi di vendita molto inferiori rispetto al reale valore delle fabbriche. Grazie ad un cambiamento legislativo, il governo ha dato il potere decisionale, delle aste pubbliche, al Consiglio dei Ministri. Quindi la vendita \u00e8 avvenuta immediatamente. Eppure, dal 2005 che le fabbriche Seka hanno chiuso i battenti.<\/p>\n<p>Con il passare del tempo la Turchia \u00e8 diventata dipendente dalla produzione straniera, prima di tutto quella russa. Ovviamente l\u2019acquisto di carta effettuato in moneta straniera in questo momento storico ha messo in difficolt\u00e0 la stampa cartacea. Ad oggi tra i due paesi finora non \u00e8 stato firmato ancora nessun accordo che preveda un piano per salvare il mercato e garantire le pubblicazioni dei quotidiani.<\/p>\n<p>Mentre il governo AKP in tutti questi anni ha introdotto numerosi sgravi fiscali per le aziende edili, nel settore giornalistico per l\u2019acquisto della carta non \u00e8 stata presa nessuna misura fiscale. La Turchia si \u00e8 trovata con un mercato che dipende dall\u2019estero per sessanta percento delle sue necessit\u00e0.<\/p>\n<p>In queste ultime settimane il quotidiano nazionale Aydinlik, le riviste di satira Leman e Uykusuz, la casa editrice Ayrinti e Oglan, i quotidiani Cumhuriyet e Birgun, la fondazione Ugur Mumcu e sette giornali locali a Izmir hanno dovuto aumentare il prezzo di vendita, cambiare il formato oppure fermare le pubblicazioni.<\/p>\n<p>In un paese che conta pi\u00f9 di 150 giornalisti in carcere, 70 giornali, 25 canali radiofonici, 15 agenzie stampa, 29 case editrici, 20 riviste e 20 canali televisivi chiusi in questi ultimi due anni, si rischia di perdere un\u2019ulteriore parte di stampa, questa volta per motivi economici legati alla crisi in atto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La Turchia sta attraversando una crisi economica molto forte. 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Fruit of love of an immigrant couple in the former Ottoman city, she from Sebastia (Turkey) he from Batum (Georgia). Raised two steps away from the old Pera, between the Armenian and Jewish cultures. Big passion for photography, cinema, politics and inevitably journalism. After a short academic adventure in International Finance he landed in Italy back in 2001, first in Siena then in Turin, with the desire to study journalism, but he ended up attending Cinema and Television. He specializes in shooting and editing videos, photography and, lately, web marketing. Occasionally he writes in Turkey for the national magazine KaosGL, for the national daily Birgun and for various independent news portals such as Bianet and Sendika. In Italy he wrote for Il Manifesto and the monthly E-il mensile. He is one of the founders of the Glob011 monthly freepress, he worked for BabelMed and Prospettive Altre. Currently has collaborations with Pressenza and Caff\u00e8 dei Giornalisti. 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