{"id":71532,"date":"2013-10-04T21:33:12","date_gmt":"2013-10-04T20:33:12","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pressenza.com\/?p=71532"},"modified":"2013-10-06T08:20:42","modified_gmt":"2013-10-06T07:20:42","slug":"georgia-paese-ferito-futuro-inventare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2013\/10\/georgia-paese-ferito-futuro-inventare\/","title":{"rendered":"Georgia, un paese ferito, un futuro tutto da inventare"},"content":{"rendered":"<p><em>Dopo l\u2019Azerbaigian continua in Georgia la missione su diritti umani. Impre<\/em><em>ssioni e racconti (prima parte).<\/em><b><\/b><\/p>\n<p>Chiunque desideri parlare con un georgiano della situazione politica del paese deve, prima di tutto, essere disponibile ad ascoltare in silenzio il racconto della secessione delle due\u00a0 regioni\u00a0 autodichiaratesi stati indipendenti.<\/p>\n<p><b>Abkhazia e Sud-Ossezia: due guerre mai concluse<\/b><b> <\/b><\/p>\n<p>Le guerre perse con l\u2019Abkhazia nel 1993 e con\u00a0 l\u2019Ossezia del sud, l\u2019ultima delle quali nel 2008, costituiscono delle ferite tuttora aperte e rappresentano un ricordo vivo nella memoria collettiva: Tbilisi per lungo tempo ha\u00a0 portato su di s\u00e9\u00a0 tutti i segni delle due guerre contro le repubbliche indipendentiste e degli scontri interni alla stessa Georgia succedutisi nella prima met\u00e0 degli anni \u201990. Ancora nel \u201998 la capitale non aveva ripristinato completamente l\u2019energia elettrica , in parecchie zone della citt\u00e0 non c\u2019era riscaldamento e spesso mancava il cibo.<\/p>\n<p>I rifugiati sono ancora oggi oltre 270.000, pari a poco meno dell\u20198% dell\u2019intera popolazione del paese, cifra che salirebbe ulteriormente se nel conto fossero inseriti anche i bambini nati in Georgia, ma figli di chi ha dovuto abbandonare la propria terra. Inizialmente le autorit\u00e0 georgiane continuavano a rassicurare le popolazioni fuggite dalle guerre che presto sarebbero rientrate nelle loro case; oggi prevale il realismo, gli attuali confini non sembrano modificabili\u00a0 e di conseguenza \u00e8 necessario pensare ad una sistemazione definitiva.<\/p>\n<p>Negli ultimi anni i governi georgiani hanno cercato di essere conseguenti a tale evidenza storica: non vi sono pi\u00f9 campi, dal 2006 esiste un progetto nazionale finalizzato all\u2019integrazione, i rifugiati sono sistemati gratuitamente in case di propriet\u00e0 pubblica, scuole e alberghi o in palazzi di propriet\u00e0 di privati e nel frattempo vengono costruite nuove case; chi sceglie di vivere da amici e parenti riceve un sostegno economico dalla Stato.<\/p>\n<p>Nel governo vi \u00e8 un ministro per le politiche dei rifugiati; nonostante gli sforzi e i progetti speciali loro destinati la disoccupazione tra costoro resta alta, attorno al 60%. Le scelte dell\u2019esecutivo in alcuni casi hanno provocato momenti di forte\u00a0 tensione, come tre anni fa, quando il governo ha deciso di spostare i rifugiati in regioni periferiche, in campagna e comunque fuori dalle citt\u00e0, in particolare lontano da Tbilisi; chi rifiutava il trasferimento coatto, perch\u00e9 nel frattempo aveva costruito delle relazioni sociali o aveva trovato un lavoro, perdeva lo status di rifugiato con i benefici ad esso collegati.\u00a0 Gli spostamenti coatti ora sono stati sospesi, ma ormai \u00e8 tardi: la quasi totalit\u00e0 dei trasferimenti \u00e8\u00a0 stata gi\u00e0 realizzata.<\/p>\n<p>Molte sono le ONG &#8211; tra queste molto attivo \u00e8 il CHCA ,Charitu Humanitarian Centre \u201cAbkhazeti\u201d &#8211; che collaborano con il governo nelle politiche\u00a0 di assistenza verso i rifugiati, con un impegno gravoso per le casse dello stato in un paese di poco pi\u00f9 di 4 milioni di abitanti. Sono state approvate leggi speciali e la loro condizione di vita \u00e8 fortemente migliorata nell\u2019ultimo anno; la Georgia\u00a0 ha firmato la Convenzione internazionale per la loro protezione e sono arrivati fondi dall\u2019UE, dalle grandi ONG internazionali e dagli USA.<\/p>\n<p><b>Un paese sospeso tra la Russia e l\u2019Occidente<\/b><b><\/b><\/p>\n<p>L\u2019impegno economico statunitense nei confronti dei rifugiati \u00e8 aumentato negli ultimi tempi anche per precise ragioni politiche: quando l\u20198 agosto 2008 il presidente Saakaashvilli \u00a0ordin\u00f2 di bombardare Tskhinvali, la capitale dell\u2019Ossezia del Sud e di occuparne il territorio, contava da un lato sull\u2019effetto sorpresa. I capi di governo di quasi tutto il mondo, compreso Putin &#8211; la Russia \u00e8 sempre stata la storica alleata delle due repubbliche indipendentiste\u00a0 &#8211;\u00a0 erano in Cina per l\u2019inaugurazione delle Olimpiadi ed era certo di poter contare sull\u2019appoggio dell\u2019Occidente ed in particolare degli USA, appoggio che, sul terreno militare, non si \u00e8 invece realizzato.<\/p>\n<p>La guerra si concluse in tutt\u2019altro modo: in pochi giorni l\u2019attacco georgiano fu respinto dall\u2019Ossezia del Sud e dalle armate russe che arrivarono a poche decine di kilometri dalla capitale della Georgia. La determinazione della risposta russa arrivava poco tempo dopo che gli USA e diversi paesi europei avevano riconosciuto l\u2019indipendenza del\u00a0 Kosovo dalla Serbia\u00a0 in forte contrasto con la Russia, che da sempre appoggiava Belgrado.<\/p>\n<p>Se quindi la sconfitta del 2008 ha contribuito fortemente a sviluppare ulteriormente un sentimento critico verso Mosca, contemporaneamente \u00e8 salita la sfiducia verso gli USA.\u00a0 Il rapporto con la Russia continua ancora oggi ad essere complesso e ambivalente.<\/p>\n<p>E\u2019 indubbio che i governi georgiani oggi guardino verso l\u2019Occidente: alcuni dei massimi dirigenti politici vorrebbero addirittura entrare nell\u2019UE\u00a0 e nella NATO, amplificando cos\u00ec un sentimento antirusso presente da secoli e intrecciato con la lotta per l\u2019indipendenza; \u00e8 per\u00f2 altrettanto vero che la Georgia e la Russia hanno in comune la medesima religione, il cristianesimo, in una regione dominata dall\u2019Islam e in un paese dove circa 1\/8 della popolazione \u00e8 costituito da islamici. Costoro\u00a0 in grande maggioranza\u00a0 sono contadini, vivono fra di loro nei villaggi in campagna e formalmente godono degli stessi diritti di tutti i georgiani,\u00a0 anche se aumentano i gruppi nazionalisti che cercano di impedire con la forza la costruzione di nuove moschee e di nuovi insediamenti. L\u2019identit\u00e0 religiosa in Georgia\u00a0 \u00e8 indissolubilmente intrecciata\u00a0 con l\u2019identit\u00e0 nazionale.<\/p>\n<p><b>Il complesso rapporto con la Russia<\/b><b><\/b><\/p>\n<p>Paradossalmente non sono pochi i georgiani che aspirano ad entrare nella NATO come effetto protettivo\/dissuasivo nei confronti della Russia e allo stesso tempo guardano alla stessa Russia come potenziale protettrice verso l\u2019avanzare dell\u2019Islam. Situazione che pu\u00f2 appunto apparire paradossale, ma che ben illustra la difficolt\u00e0, evidente in tutta la millenaria storia georgiana, a mantenere la propria indipendenza per un paese con una popolazione esigua e collocato in una zona del globo strategica un tempo\u00a0 per le vie commerciali di passaggio tra Asia ed Europa ed ora per il percorso dell\u2019oleodotto che arriva dall\u2019Azerbaigian e transita in Georgia, per poi dirigersi verso la Turchia e quindi i paesi europei. tagliando fuori la Russia.<\/p>\n<p>Nella scena politica nazionale i partiti filorussi non hanno alcuna\u00a0 influenza, ma a tutto il sistema politico \u00e8 ben chiara l\u2019opposizione della Russia all\u2019eventuale entrata della Georgia nell\u2019UE e nella NATO; questa consapevolezza\u00a0 per ora frena qualunque accelerazione in tale direzione, ammesso che l\u2019UE sia interessata all\u2019entrata di questo paese, cosa ad oggi decisamente non realistica. Inoltre non va dimenticato che molti georgiani lavorano in Russia; vi sono interi villaggi costituiti quasi solo da donne e bambini, gli uomini sono tutti emigrati\u00a0 e sono numerosissime le famiglie il cui bilancio dipende dalle rimesse di chi lavora nel potente paese confinante.<\/p>\n<p>Nella scuole oggi s\u2019insegnano sia il russo che l\u2019inglese, anche se quest\u2019ultimo continua a guadagnare posizioni; il russo \u00e8 la lingua ufficiale per il mezzo milione di azeri, per gli armeni e per gli oltre 100.000 russi che vivono nel paese e non parlano la lingua nazionale; un terzo di chi oggi risiede in Georgia non \u00e8 di origine georgiana. Nonostante tutti capiscano il russo, dalla guerra del 2008 \u00e8 vietato sulle televisioni nazionali parlare tale lingua e sia i film che eventuali discorsi\u00a0 vengono sottotitolati in georgiano.<\/p>\n<p>A complicare ulteriormente la situazione resta sullo sfondo, oggi con meno impatto, ma con una presenza ancora forte negli anziani, la figura di Stalin, il georgiano che arriv\u00f2 alla guida dell\u2019Unione Sovietica:\u00a0 elemento di grande orgoglio nazionale, ma anche di legame con la storia moscovita ed in particolare con la vittoria dell\u2019URSS staliniana contro il nazismo. Nell\u2019ultimo anno l\u2019amministrazione di Gori, la citt\u00e0 natale di Stalin, ha deciso di ricollocare la statua del suo concittadino, rimossa su ordine\u00a0 dal governo\u00a0 nazionale nel 2010 contro la volont\u00e0 di gran parte delle popolazione; nel museo a lui dedicato sono state chiuse da pochi mesi due sale al piano terra che, aggiunte negli ultimi anni, illustravano i gulag e gli eccidi ordinati dal capo dell\u2019URSS. A Tbilisi \u00e8 invece ampiamente pubblicizzata una mostra sull\u2019occupazione sovietica della Georgia. Impostazioni\u00a0 differenti\u00a0 che non si limitano all\u2019ambito culturale, ma che riflettono differenti modi di giudicare e raccontare il proprio passato diffusi tra la popolazione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dopo l\u2019Azerbaigian continua in Georgia la missione su diritti umani. Impressioni e racconti (prima parte). 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