{"id":683647,"date":"2018-07-28T08:18:16","date_gmt":"2018-07-28T07:18:16","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=683647"},"modified":"2018-07-28T11:35:29","modified_gmt":"2018-07-28T10:35:29","slug":"vi-racconto-la-giornata-dei-martiri-bambini-reportage-da-gaza-est","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2018\/07\/vi-racconto-la-giornata-dei-martiri-bambini-reportage-da-gaza-est\/","title":{"rendered":"Vi racconto la giornata dei martiri bambini. Reportage da Gaza est"},"content":{"rendered":"<p>Sono le 3 del pomeriggio. Il sole anche oggi brucia la pelle e fa stringere gli occhi. Qui a Malaqa a quest\u2019ora siamo ancora pochissimi e nessuno \u00e8 vicino alla rete. Si sentono tre, quattro, cinque colpi secchi. Vengono dalla parte israeliana. Ma non c\u2019\u00e8 ancora nessuno, che fanno i killer? Scaldano i fucili?<\/p>\n<p>Roger, il ragazzo che mi accompagna, uno degli skater pi\u00f9 bravi di Gaza e, quando pu\u00f2, anche studente di italiano, mi dice che oggi sar\u00e0 una giornata molto rischiosa anche se ci saranno molti bambini perch\u00e9 il tema della Grande marcia oggi \u00e8 l\u2019omaggio ai martiri bambini che Israele ha ucciso in questi mesi. Tutti i venerd\u00ec mi dicono che \u00e8 molto pericoloso e lo so. Staremo attenti. Come sempre del resto. Oggi non vorrei rilasciare interviste ma farne. Comincio proprio con Roger chiedendogli \u201cMa tu perch\u00e9 sei qui?\u201d la sua risposta \u00e8 precisa, formata da tre frasi \u201cPer condividere con gli altri il mio desiderio di libert\u00e0\u201d poi gira la testa verso il confine e aggiunge \u201cla mia libert\u00e0 \u00e8 oltre la rete, dove c\u2019\u00e8 la nostra terra che abbiamo il diritto di recuperare\u201d. Bene, in tre frasi ha citato la risoluzione Onu 194 e la necessit\u00e0 di rompere l\u2019assedio, praticamente gli obiettivi per cui \u00e8 nata la grande marcia del ritorno.<\/p>\n<p>Intanto i cecchini seguitano a sparare. L\u2019orecchio ormai \u00e8 abituato e sa distinguere il rumore dei colpi sparati dalle jeep da quello dei fucili degli snipers. Forse veramente si stanno allenando al tirassegno perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 motivo di sparare, le migliaia di persone arriveranno dopo.<\/p>\n<p>A fine giornata si conteranno lungo tutto il confine due morti e circa 160 feriti. I martiri sono Ghazi Abu Mustafa, un uomo di 43 anni che camminava sulle stampelle, perch\u00e9 gi\u00e0 ferito in precedenza da questi soldati, e che voleva avvicinarsi alla recinzione. Sua moglie, un\u2019infermiera che partecipava alla marcia occupandosi dei feriti lo aveva dissuaso, ma deve essere stato un boccone molto ghiotto per il killer con la divisa dello Stato ebraico che lo ha mirato alla testa. Succedeva pi\u00f9 a sud, al border di Khan Younis e la notizia \u00e8 arrivata tramite gli altoparlanti proprio mentre a Malaqa un cecchino colpiva un ragazzo a pochi metri dalla rete e i soccorsi correvano verso di lui caricandolo in ambulanza. Poi, pi\u00f9 tardi, arrivava la notizia del secondo martire, quasi un bambino, al border di Rafah, Madj Ramzi Al Sarri, quattordici anni. I cecchini hanno sparato alla testa anche a lui.<\/p>\n<p>I cecchini israeliani possono farlo, nessuno li accuser\u00e0 per questo. Insieme al bambino e all\u2019uomo uccisi vengono scarnificati piano piano i principi base della moderna democrazia, ma il mondo sembra non accorgersene e seguita a tenere regolari rapporti con questo Stato di Israele, ormai per sua propria legge Stato Ebraico, quindi etnico-religioso, rendendo impunito ogni crimine che oltre a massacrare il popolo palestinese ferisce, portando gradualmente al suo annichilimento, il Diritto internazionale.<\/p>\n<p>A Malaqa \u00e8 andata meglio che a al sud. Si pensava a un morto ma era \u201csolo\u201d gravemente ferito. I colpi secchi hanno accompagnato l\u2019intero pomeriggio, intervallati da quelli pi\u00f9 gonfi e pi\u00f9 sordi sparati dalle jeep e provocando diversi feriti, sia per proiettili vivi che per inspirazione di tear gaz. I copertoni bruciati, il cui fumo nero e tossico ha sollecitato l\u2019attenzione ecologista di alcuni sionisti nostrani, hanno salvato anche oggi parecchie vite, ma le ambulanze hanno fatto comunque molti viaggi.<br \/>\nLe ambulanze! S\u00ec, una delle cose impressionanti di questa Grande marcia \u00e8 il numero delle ambulanze. Un numero altissimo perch\u00e9 \u00e8 dato per scontato che ci saranno ogni volta centinaia di feriti. Lo sanno le organizzazioni internazionali e sovranazionali, lo sanno e ne conoscono l\u2019essenza criminale ma sono impotenti. O conniventi.<\/p>\n<p>A Malaqa i tear gaz, oggi, sono arrivati da terra e dal cielo ed hanno colpito anche il personale di un\u2019ambulanza. La scena sembrava da film: l\u2019ambulanza corre nel budello sterrato che dal confine porta alla strada principale, \u00e8 il percorso normale. Ma si ferma e si buttano fuori, sdraiandosi a terra, gli operatori sanitari. Stanno male, hanno inspirato il gas tossico dei lacrimogeni israeliani. Arrivano le barelle di altre ambulanze che caricano i pi\u00f9 gravi e partono al volo verso l\u2019ospedale. Intanto in cielo si sono levati gli aquiloni. Alcuni hanno la fiammella in fondo alla coda. I ragazzi che ne manovrano il filo li lasceranno al vento quando saranno sulla rete dell\u2019assedio. Da quel momento andranno liberi e porteranno il loro messaggio attraverso quella fiammella. Forse bruceranno qualche stoppia e gli agricoltori chiederanno il rimborso alle assicurazioni dichiarando danni esagerati. Ormai le compagnie assicuratrici hanno scoperto il gioco, ma a Netanyahu \u00e8 pi\u00f9 utile far credere che siano stati gli aquiloni a bruciare ettari di campi. Se cos\u00ec fosse Gaza avrebbe un\u2019arma semplice e imbattibile e forse Israele sarebbe costretto, finalmente, a rispettare la legalit\u00e0 internazionale come mandano a dire proprio quegli aquiloni che vorrebbero tornare ad essere solo un gioco.<\/p>\n<p>Ma qui di voci straniere che rinforzino il messaggio degli aquiloni non ce ne sono, solo oggi finalmente ho visto un altro internazionale, rispondeva ai giornalisti palestinesi. Stampa e Tv era in grande abbondanza oggi. Ma tutta informazione interna. Per l\u2019estero \u00e8 routine e quindi non ci sono inviati. Quelli che ne parlano \u2013 a parte pochissime eccezioni &#8211; le notizie le ricevono normalmente dall\u2019IDF e non corrono rischi di carriera nel trasmetterle in quella versione.<\/p>\n<p>Oggi non voglio rilasciare interviste ma farne e mi dirigo verso un gruppo di donne. In realt\u00e0 sono stata catturata dall\u2019attenzione che loro mi hanno rivolto e vogliono farmi delle domande. In fondo \u00e8 normale, gli stranieri sono una rarit\u00e0. Faremo delle interviste incrociate. Una delle donne porta il niqab ed ha una gruccia alla quale si appoggia per camminare. E\u2019 stata ferita due settimane fa ma appena ha potuto \u00e8 tornata alla Great march. Si chiama Samia, Samia Jaber e non ha problemi a darmi il suo nome intero. Suo marito \u00e8 stato imprigionato dagli israeliani per 12 anni. Ha 7 figli e il pi\u00f9 grande, 13 anni, partecipa regolarmente alla marcia. Tutte le donne del gruppo mi danno il loro nome e mi raccontano qualcosa della loro storia. Etaf, Ilaf, Tagreed, Nabila, Ridah, Nashreeem, tutte sono passate per l\u2019ospedale in uno di questi 18 venerd\u00ec, ma tutte stanno qui. Sono \u201chard\u201d le donne di Gaza! Tutte vogliono foto ricordo, le facciamo. Mi chiedono di portare la loro voce in Italia. Ecco, lo sto facendo, anche se la mia non \u00e8 una voce molto alta. Mi dicono di mettere anche il loro nome, non hanno problemi ad essere pubblicate, vogliono solo che si sappia cosa significa vivere a Gaza e cosa significa chiedere la pace e avere come risposta l\u2019esercito pronto a uccidere. Tra loro c\u2019\u00e8 una donna pi\u00f9 avanti negli anni, una donna molto magra, con un viso ossuto e volitivo. Porta un cappello con la visiera parasole sopra l\u2019ijiab e parla, parla ininterrottamente e non lascia quasi il tempo a Roger di tradurre. E\u2019 Etaf e tutte la rispettano riconoscendola come \u201cl\u2019organizzatrice del caucci\u00f9\u201d, un vero boss che coordina l\u2019arrivo e la distribuzione dei copertoni che ormai possono essere chiamati salvavita dato che disorientano la mira dei cecchini. Chiedo loro quale futuro prevedono per la grande marcia. Le risposte sono comuni, \u201cla grande marcia non si pu\u00f2 fermare\u201d, ok, ma questo non \u00e8 il futuro. Mi rispondono ancora che non si fermeranno allora devo cambiare domanda, chiedo se sono affiliate a qualche fazione politica e ridono. Una di loro risponde che la politica che le interessa \u00e8 il recupero della libert\u00e0 dall\u2019assedio. Le altre annuiscono. In un\u2019altra intervista una giovane donna, quella che in realt\u00e0 mi avvicina per intervistarmi ma, appunto, \u00e8 una giornata di interviste incrociate, mi dice che lei \u00e8 di Giaffa. Avr\u00e0 al massimo 35 anni e quindi non \u00e8 possibile sia nata a Giaffa, ormai israeliana fin dal 1948. Ma la marcia del ritorno \u00e8 per il rispetto della Risoluzione 194, quella che appunto riconosce il diritto a tornare nelle case da cui sono stati cacciati i palestinesi nel \u201c48, e la sua famiglia \u00e8 stata cacciata da Giaffa. Quella \u00e8 la sua origine. Mi presenta le sue amiche, due giornaliste e una docente universitaria. Il loro inglese non \u00e8 migliore del mio ma ci si intende. Dove l\u2019inglese arranca usano l\u2019arabo e Roger traduce. Faccio anche a loro la stessa domanda che faccio a tutti: cosa vi aspettate dal futuro della grande marcia. Tutte e tutti mi sembra abbiano chiaro che con la grande marcia, sul breve periodo, non otterranno nulla. Eppure, e qui c\u2019\u00e8 un\u2019altra prova della straordinariet\u00e0 di questo popolo, eppure si fa. Si fa perch\u00e9 ci sono dei principi irrinunciabili. Si fa perch\u00e9 farla sedimenta il diritto a far riconoscere i propri diritti.<\/p>\n<p>\u201cSi fa perch\u00e9 i figli non abbiano da vergognarsi dei genitori\u201d mi dice Tagreed. Si fa perch\u00e9 a Gaza non si pu\u00f2 vivere cos\u00ec,\u201d <i>i nostri giovani vogliono scappare. Viviamo di sussidi. I nostri giovani hanno un livello di istruzione generalmente molto alto ma sono disoccupati perch\u00e9 l\u2019economia di Gaza \u00e8 morta<\/i>.\u201d Vogliamo la libert\u00e0, come aveva detto Etaf, \u201cla boss del caucci\u00f9\u201d con aria definitoria \u201c<i>o libert\u00e0 o morte<\/i>\u201d e Ridah aveva aggiunto \u201c<i>raggiungeremo una delle due<\/i>\u201d.<\/p>\n<p>Intanto i cecchini sparano, le ambulanze corrono, i gas si infittiscono. Ci avviciniamo un po\u2019 al border, restando sempre a non meno di cento metri. I ragazzini sono tanti, onorano i loro coetanei caduti ma in realt\u00e0 per loro \u00e8 quasi un gioco. Roger scruta sempre il cielo e a un certo punto dice che dobbiamo allontanarci e tornare nella zona delle tende. Mi dice una cosa incomprensibile sia in arabo, e questo \u00e8 abbastanza normale, che in inglese. Ho imparato, in questi tanti venerd\u00ec passati al border, a dare ascolto ai miei accompagnatori, tutti nel ruolo affettuoso di bodyguard. Ho fatto bene e l\u2019unico danno riportato \u00e8 stata qualche leggera inalazione di gas. Non riesco a capire cosa mi dice indicando il cielo, credo voglia mostrarmi un aquilone e invece ora lo vedo, \u00e8 un puntino lontano, sembra un ragno, \u00e8 un drone che si sta avvicinando. I droni possono portare la morte e comunque qui porteranno i gas lanciati dal cielo che si sommeranno a quelli delle jeep. Ora lo vedono anche gli altri. Tutti provano a capire dove si dirige per allontanarsi. Riesco a prendere qualche foto mentre lancia i gas. Torniamo alle tende.<\/p>\n<p>Sotto il grande tendone delle conferenze i bambini hanno le foto dei loro coetanei uccisi appese ai palloncini che lasceranno volare. Non portano fiammelle, non sono pericolosi. Portano una condanna morale ma i soldati dell\u2019IDF \u201crispettano gli ordini\u201d e quindi non si sentono condannabili, non conoscono n\u00e9 scrupolo, n\u00e9 rimorso. Sono la perfetta rappresentazione di cui Hanna Arendt ha dato magistrale spiegazione ne \u201cLa banalit\u00e0 del male\u201d. Comunque i palloncini volano con i loro ritratti appesi andando verso il cielo.<\/p>\n<p>Sul palco si alternano bambini e adulti e infine un bambino di una decina d\u2019anni considerato un enfant prodige per la sua voce canter\u00e0. Lo avevo conosciuto in un\u2019altra occasione, si chiama Mohammad e canta una canzone ritmata e coinvolgente. Chiedo a Roger cosa significhino alcune strofe che sembrano coinvolgere pi\u00f9 di altre. \u201cAl Gazaw alh soet\u201d mi scrive sul mio blocco. Mi dice che la traduzione non rende e mi aggiunge un\u2019altra frase. Nell\u2019insieme il significato sembra essere pi\u00f9 o meno questo: \u201c<i>Alziamo le nostre voci, i gazawi non hanno paura, solleviamo le nostre voci, non abbiamo paura di Israele<\/i>\u201d. Gi\u00e0, questo \u00e8 il clima che in tutti questi venerd\u00ec ho respirato lungo il border. A Rafah o a Khuza\u2019a o ad Abu Safia o a Malaqa o ad Al Bureji il clima sostanzialmente \u00e8 stato questo. Le parole iniziali di Roger alla mia domanda \u201cperch\u00e9 stai qui\u201d completano la canzone del bambino sul palco: \u201cper condividere col popolo il mio sogno di libert\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>Ancora due morti uccisi per pura crudelt\u00e0 ancora tanti feriti, ma la marcia continua. Sotto una sola bandiera: quella palestinese. Perch\u00e9, come canta il piccolo Mohammed, i gazawi non hanno paura.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sono le 3 del pomeriggio. Il sole anche oggi brucia la pelle e fa stringere gli occhi. Qui a Malaqa a quest\u2019ora siamo ancora pochissimi e nessuno \u00e8 vicino alla rete. Si sentono tre, quattro, cinque colpi secchi. 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