{"id":66118,"date":"2013-08-26T11:31:29","date_gmt":"2013-08-26T10:31:29","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pressenza.com\/?p=66118"},"modified":"2013-08-28T23:07:49","modified_gmt":"2013-08-28T22:07:49","slug":"il-modello-kosovo-un-motivo-in-piu-per-contrastare-i-piani-di-guerra-in-siria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2013\/08\/il-modello-kosovo-un-motivo-in-piu-per-contrastare-i-piani-di-guerra-in-siria\/","title":{"rendered":"Il \u201cmodello Kosovo\u201d: un motivo in pi\u00f9 per contrastare i piani di guerra in Siria"},"content":{"rendered":"<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\">La recente evocazione del \u201cmodello Kosovo\u201d da parte degli Stati Uniti come \u201cmodello\u201d per una sempre pi\u00f9 incombente campagna di guerra contro la Siria non intende concretizzare semplicemente una \u201copzione militare\u201d (come la gran parte degli analisti tende a ritenere) bens\u00ec vuole rappresentare un vero e proprio \u201cdisegno strategico\u201d: quello di una aggressione militare, fondata sugli interessi nazionali e la propensione imperialistica del sistema statunitense e mirata ad un \u201ccambio di regime\u201d in Siria, nell&#8217;ottica di un nuovo \u201cMedio Oriente\u201d da plasmare ad uso e consumo degli interessi e della presenza strategica degli Stati Uniti e dei loro alleati nell&#8217;area. Ritenere il \u201cmodello Kosovo\u201d semplicemente alla stregua di una opzione militare tra le tante a disposizione degli Stati Uniti significa infatti negare alla guerra del Kosovo quel carattere, al tempo stesso <\/span><span style=\"font-size: small;\"><i>paradigmatico <\/i><\/span><span style=\"font-size: small;\">e <\/span><span style=\"font-size: small;\"><i>costituente<\/i><\/span><span style=\"font-size: small;\">, da essa assunto anche nei piani del Dipartimento di Stato e della NATO. <\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\">La complessit\u00e0 della guerra del Kosovo, con il suo lungo dopo-guerra, pu\u00f2 essere riassunta in almeno tre fattori: <\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\">a) il carattere \u201ccostituente\u201d della campagna militare dell&#8217;Alleanza Atlantica per il ridisegno dello scenario regionale, l&#8217;assestamento della competizione strategica con Russia e Cina e l&#8217;insediamento di un vero e proprio protettorato strategico (di ordine politico e militare come dimostra l&#8217;installazione della base di Camp Bondsteel) nel cuore dell&#8217;Europa e della UE, a crocevia di ragioni geopolitiche e di interessi economici, <\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\">b) la mortificazione del ruolo dell&#8217;ONU, tenuta ai margini del processo decisionale di legittimazione internazionale dell&#8217;iniziativa militare, chiamata di conseguenza ad intervenire solo ex-post, con una sorta di legittimazione spuria ed un rinnovato impegno nella ricostruzione civile di ordine non militare (UNMIK), <\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\">c) la conferma del carattere etno-politico delle cosiddette <\/span><span style=\"font-size: small;\"><i>nuove guerre<\/i><\/span><span style=\"font-size: small;\"> (M. Kaldor) con tutto ci\u00f2 che questo significa <\/span><span style=\"font-size: small;\">in termini di strumentalizzazione politica della questione <\/span><span style=\"font-size: small;\">etnica e religiosa<\/span><span style=\"font-size: small;\">, frammentazione delle composizioni multi-nazionali e multi-confessionali, <\/span><span style=\"font-size: small;\">successo dell&#8217;aberrante principio di \u201cStato della Nazione\u201d<\/span><span style=\"font-size: small;\">. <\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\">Raffrontare questi fattori con gli elementi presenti sulla odierna scena siriana pu\u00f2 fornire qualche utile indicazione per orientarsi nel ginepraio medio-orientale, sullo sfondo della competizione strategica con la Russia, l&#8217;Iran, e, soprattutto, la Cina, nella regione, e con la disgregazione di Stati che, a prescindere dalla loro corrispondenza agli <\/span><span style=\"font-size: small;\"><i>standard<\/i><\/span><span style=\"font-size: small;\">, peraltro in vulgata <\/span><span style=\"font-size: small;\"><i>occidentale<\/i><\/span><span style=\"font-size: small;\">, di \u201clibert\u00e0\u201d e \u201cdemocrazia\u201d, rappresentano degli ostacoli o avversari <\/span><span style=\"font-size: small;\">al progetto neo-imperialistico degli Stati Uniti e dei loro alleati <\/span><span style=\"font-size: small;\">in quello scacchiere.<\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\">La guerra del Kosovo, datata 1998-1999, vede nella primavera del 1998 il momento di avvio di una pi\u00f9 ampia repressione della popolazione albanese da parte della polizia jugoslava, innescata dall&#8217;intensificarsi della guerriglia separatista e dell&#8217;attivit\u00e0 terroristica dell&#8217;U\u00c7K (<\/span><span style=\"font-size: small;\"><i>Ushtria \u00c7lirimtare e Kosov\u00ebs<\/i><\/span><span style=\"font-size: small;\">), la formazione para-militare albanese-kosovara che si opponeva militarmente al governo legittimo nella regione. Nel corso dell&#8217;autunno del 1998 si contano gi\u00e0, secondo stime dell&#8217;Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, oltre 200.000 profughi, sebbene risalga proprio all&#8217;autunno del 1998 la proposta di mediazione conseguita nella negoziazione di alto livello tra R. Holbrooke (inviato degli Stati Uniti) e S. Milosevic (presidente della Jugoslavia), la quale prevedeva il sostanziale ritiro di buona parte delle forze armate jugo-slave dalla zona e <\/span><span style=\"font-size: small;\">l&#8217;ampia smilitarizzazione dell&#8217;UCK che avrebbe dovuto cessare le proprie attivit\u00e0 terroristiche<\/span><span style=\"font-size: small;\">, sotto il controllo di una missione di osservazione, monitoraggio e verifica internazionale da parte dell&#8217;OSCE.<\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\">La proposta di mediazione cadde nel vuoto per l&#8217;assenza di ogni progresso in ordine alla smilitarizzazione e per la prosecuzione delle attivit\u00e0 della guerriglia armata nel cuore della regione; nel Gennaio 1999, la mediazione pot\u00e9 dirsi completamente fallita e la situazione peggior\u00f2 drammaticamente, a causa della spirale ritorsiva tra la guerriglia albanese-kosovara e la repressione da parte delle milizie jugoslave, fino allo stallo di ogni colloquio diplomatico e all&#8217;esaurimento della missione stessa dell&#8217;OSCE. Poco dopo, nel mese di Febbraio 1999, fallirono anche i negoziati intrapresi a Rambouillet tra una delegazione albanese e una delegazione jugoslava, sotto la pressione degli Stati Membri del c.d. \u201cGruppo di Contatto\u201d (vale a dire Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia, Francia, Germania e Italia). La proposta di accordo venne infatti respinta sia dalla delegazione albanese-kosovara (perch\u00e9 non sanciva esplicitamente la futura indipendenza del Kosovo), sia dalla delegazione jugoslava (perch\u00e9 prevedeva il dispiegamento sul territorio jugoslavo di una forza militare della NATO <\/span><span style=\"font-size: small;\">con libert\u00e0 assoluta di movimento e di azione <\/span><span style=\"font-size: small;\">contro il principio medesimo di sovranit\u00e0). <\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\">Nel giro di poche settimane, nel Marzo 1999, la guerriglia albanese-kosovara, convinta dalle pressioni, rassicurazioni e raccomandazioni statunitensi, dichiarava di accettare la proposta di Rambouillet<\/span><span style=\"font-size: small;\">, lasciando cos\u00ec la parte jugoslava sola nel rifiuto della proposta, peraltro ampiamente viziata dall&#8217;aperta faziosit\u00e0 del tavolo di negoziazione e dal carattere-capestro delle clausole imposte. A tutto ci\u00f2 si somma, da parte dei comandi militari della Jugoslavia, la convinzione di riuscire a sconfiggere \u201csul campo\u201d la guerriglia dell&#8217;U\u00c7K nonostante l&#8217;ormai probabile intervento militare dell&#8217;Alleanza Atlantica, fino a prefigurare l&#8217;eventualit\u00e0 di una ipotetica spartizione della regione, <\/span><span style=\"font-size: small;\">per rivendicare l&#8217;acquisizione di un&#8217;area del Kosovo etnicamente omogenea<\/span><span style=\"font-size: small;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\">Nel giro di appena cinque giorni, dal 20 al 24 Marzo 1999, si svilupp\u00f2 una dura campagna repressiva tra quelle messe in atto sin dall&#8217;autunno precedente dalle forze jugoslave nella regione, al punto da causare, in un lasso di tempo cos\u00ec breve, ca. 15.000 profughi. Tale circostanza venne manipolata e strumentalizzata dai circuiti mediatici e politici \u201coccidentali\u201d al punto da farne il presupposto \u201coggettivo\u201d dell&#8217;aggressione. Lo stesso 24 Marzo 1999, <\/span><span style=\"font-size: small;\">i Paesi dell&#8217;Alleanza Atlantica cominciarono i bombardamenti su tutto il territorio della Serbia<\/span><span style=\"font-size: small;\">, ufficialmente in chiave dissuasiva, senza mandato di legalit\u00e0 da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dunque in conclamata, aperta e palese violazione della legalit\u00e0 e della giustizia internazionale. <\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\">La strategia seguita dall&#8217;Alleanza Atlantica mostra chiaramente come l&#8217;obiettivo immediato non fosse quello di evitare un&#8217;incombente tragedia umanitaria e proteggere la popolazione albanese-kosovara in pericolo, piuttosto quello di sconfiggere militarmente la Jugoslavia di Slobodan Milosevic, al fine di accelerarne la disgregazione e di consentire una rimozione del gruppo dirigente socialista, imponendo l&#8217;abbandono del Kosovo come contropartita della salvaguardia della Serbia, ovvero &#8211; se necessario &#8211; procedendo ad una vera e propria <\/span><span style=\"font-size: small;\"><i>debellatio <\/i><\/span><span style=\"font-size: small;\">del governo, del sistema e del principio stesso della Jugoslavia in quanto tali. Lo mostrano la scansione e l&#8217;intensit\u00e0 dei bombardamenti (al ritmo di centinaia di raid aerei giornalieri): vennero attaccati e distrutti, anche in tal caso in violazione della giustizia internazionale, obiettivi non-militari e infrastrutture civili, impianti industriali, raffinerie di petrolio, oleodotti, ponti, ferrovie e strade, sino al bombardamento di Belgrado (il precedente pi\u00f9 vicino era stato il bombardamento nazista, del 6 Aprile 1941) e di obiettivi quali la sede della televisione jugoslava e perfino il palazzo dell&#8217;ambasciata cinese in Serbia, per non parlare degli edifici governativi e delle centrali elettriche (<\/span><span style=\"font-size: small;\">inizialmente bombardate a ripetizione con \u201cbombe alla grafite\u201d<\/span><span style=\"font-size: small;\">).<\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\">La campagna militare, tuttavia, non raggiunse l&#8217;esito dichiarato: non \u00e8 servita alla rimozione dal potere di Slobodan Milosevic e non ha concorso in alcun modo alla protezione della popolazione albanese del Kosovo. Si assiste cos\u00ec al sorprendente &#8211; voluto &#8211; paradosso di una guerra, non combattuta direttamente dalle <\/span><span style=\"font-size: small;\"><i>presunte <\/i><\/span><span style=\"font-size: small;\">controparti, mediata dalla retro-azione di specifici interessi internazionali, fomentata dalle pressioni delle maggiori potenze imperialistiche, mirata a ri-legittimare in termini di potenza la presenza USA e NATO nella regione e conclusa con uno stallo spettacolare che avrebbe portato, quale unico esito plausibile, l&#8217;alternativa secca tra la cancellazione della statualit\u00e0 Jugoslava e la liquidazione della comunit\u00e0 albanese del Kosovo. Quella che, prima della guerra, con il <\/span><span style=\"font-size: small;\"><i>finto <\/i><\/span><span style=\"font-size: small;\">negoziato di Rambouillet, si proponeva di avviare il processo dell&#8217;auto-determinazione, della separazione e dell&#8217;indipendenza del Kosovo, dopo la guerra, la tragedia umanitaria e i 78 giorni di cosiddetti \u201cbombardamenti umanitari\u201d, si traduceva negli Accordi di Kumanovo, che riconoscevano l\u2019integrit\u00e0 territoriale e la sovranit\u00e0 serba sul Kosovo pur garantendo a quest&#8217;ultimo una \u201campia e sostanziale\u201d autonomia, costituendo le basi per il mandato della missione ONU e di quella NATO. <\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\">Dopo l&#8217;accettazione della Jugoslavia del piano di pace elaborato dai Paesi del G8 e dell&#8217;incorporazione di tale piano di pace nella nota Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, i Paesi NATO misero ufficialmente fine ai bombardamenti il 10 Giugno 1999. La guerra \u00e8 costata come nessuna precedentemente combattuta in Europa, salvo quella di Bosnia, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ed a pagarne il prezzo, come sempre, i civili indifesi: 78 giorni di bombardamenti di crescente intensit\u00e0, che hanno pesantemente colpito sia il tessuto industriale sia le principali infrastrutture della Serbia (dal grande impianto automobilistico Zastava alle fabbriche di elettrodomestici, dalle raffinerie di petrolio alle autostrade, dai ponti sul Danubio, tutti distrutti tranne uno, agli aeroporti civili, alle strade e alle ferrovie), con stime che sono state peraltro tutte riviste in crescita. Secondo una valutazione del quotidiano \u201cBorba\u201d, i danni inferti ammontano a oltre 10 miliardi di dollari nella sola Belgrado, con 600 edifici danneggiati o distrutti, e oltre 100 miliardi di dollari nell&#8217;intero territorio della Serbia. Tanto per intenderci, due volte e mezzo l&#8217;interno prodotto interno lordo della Serbia (40 miliardi di dollari) del 2013. Infine, secondo valutazioni dell&#8217;Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ca. 280.000 profughi, tra serbi, montenegrini e Rom provenienti dal Kosovo, senza contare i danni del lungo dopo-guerra: imposizione della maggioranza etnica albanese sugli affari della vita pubblica del Kosovo, marginalizzazione delle minoranze, ghettizzazione dei serbi-kosovari nelle loro enclavi chiuse, distruzione dell&#8217;economia e della societ\u00e0 e disoccupazione stimata al 50% della popolazione. <\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\">Ecco, in breve, il piano strategico racchiuso all&#8217;interno dello sbandierato \u201cmodello Kosovo\u201d che si va pro-pagandando anche per l&#8217;odierna Siria: un progetto di disgregazione e devastazione, umana e materiale, in spregio del diritto e della giustizia, indifferente a qualsiasi autentica ragione \u201cdemocratica\u201d o \u201cumanitaria\u201d, alimentato da una virulenta strumentalizzazione dei fatti e da una spietata manipolazione dell&#8217;informazione, cui \u00e8 necessario opporsi con tutte le energie, a partire dalle forze democratiche, per la pace e contro la guerra.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La recente evocazione del \u201cmodello Kosovo\u201d da parte degli Stati Uniti come \u201cmodello\u201d per una sempre pi\u00f9 incombente campagna di guerra contro la Siria non intende concretizzare semplicemente una \u201copzione militare\u201d (come la gran parte degli analisti tende a 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