{"id":6595,"date":"2011-08-29T00:00:00","date_gmt":"2011-08-29T00:00:00","guid":{"rendered":""},"modified":"2011-09-02T13:24:12","modified_gmt":"2011-09-02T13:24:12","slug":"resistenza-nonviolenta-in-palestina","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2011\/08\/resistenza-nonviolenta-in-palestina\/","title":{"rendered":"Resistenza nonviolenta in Palestina"},"content":{"rendered":"<p><i>Ali, presentaci brevemente la tua storia. <\/i><\/p>\n<p>Mi chiamo Ali Abu Awwad e provengo da una famiglia di rifugiati del \u201848. Si tratta di una famiglia molto impegnata politicamente, mia madre \u00e8 stata in prigione per molti anni. Io ho seguito presto i suoi passi e mi sono messo nella resistenza contro l&#8217;occupazione israeliana. Sono stato arrestato nella prima Intifada e ho passato quattro anni in prigione. Nel 2000, un colono israeliano mi fer\u00ec gravemente. Mentre mi curavano in Arabia Saudita ho saputo della morte di mio fratello Yousef. Era stato fermato a un posto di blocco, e un soldato israeliano gli aveva sparato a bruciapelo. <\/p>\n<p>La cosa peggiore nel mio paese \u00e8 che il dolore inflitto non finisce con l&#8217;assassinio, ma continua in mille dettagli della vita giornaliera sotto l&#8217;occupazione israeliana. Molte volte il dolore e la disperazione ti lasciano senza alcuna scelta, ma alla fin fine posso dire che chi ha ammazzato mio fratello non ha potuto strappare la mia umanit\u00e0, n\u00e9 impadronirsi del controllo della mia mente. Mia madre \u00e8 stata la prima persona della famiglia a entrare a far parte del Circolo di Genitori, il secondo sono stato io. Il Circolo di Genitori \u00e8 un&#8217;organizzazione che riunisce oltre seicento famiglie israeliane e palestinesi che trasformano il dolore per la perdita di una persona cara in azioni per la riconciliazione. Attualmente sono responsabile dei progetti dell&#8217;organizzazione. Dopo un percorso molto lungo e duro, ora credo che il dialogo sia la strada per arrivare alla verit\u00e0 e alla pace\u2026 ma non qualsiasi tipo di dialogo. <\/p>\n<p><i>Cosa vuoi dire?<\/i> <\/p>\n<p>Da otto o nove anni vivo praticamente dentro la mia valigia. Sono stato in moltissimi posti del mondo. Ho sentito i politici parlare di pace e dialogo alle Nazioni Unite o alla Camera dei Lords. Hanno la parola facile. Per me, al contrario, il dialogo passa in primo luogo dal sedersi su una sedia molto scomoda dalla quale guardare il mondo. Si tratta di rimanere l\u00ec e provare quello che sta provando l&#8217;altro, non per sentire compassione per lui, ma semplicemente per capire quello di cui ha bisogno nella sua vita per vivere, per crescere, per pensare, per comportarsi come un essere umano. <\/p>\n<p><i>E su che tipo di sedia bisogna sedersi per capire quello che succede in Palestina? <\/i><\/p>\n<p>Bisogna chiedersi alcune cose: che cosa senti quando hai dieci anni e vai a trovare tua madre in galera, ma non puoi abbracciarla? Che cosa significa crescere da rifugiato? Che cosa senti quando prendi a sassate un nemico armato fino ai denti? Che cosa ho sentito quando, durante interrogatorii e torture,  mi hanno detto che avevano tagliato a zero i capelli a mia madre, l\u2019avevano rasata a zero, perch\u00e9 aveva una qualche malattia? Che cosa senti quando per tutta la vita ti viene chiesto di essere un eroe, quando ci si aspetta che tu sia un leader a 17 anni? Sono alcune domande prese della mia storia, ma la mia storia \u00e8 perfettamente comune in Palestina. Quando ci sediamo in una di quelle sedie scomode, allora il dialogo pu\u00f2 dar risultati perch\u00e9 diventa immediatamente un dialogo pratico. <\/p>\n<p><i>Mi piacerebbe capire che esperienze e riflessioni ti hanno portato fino al Circolo dei Genitori e, in generale, alle tue posizioni attuali.<\/i> <\/p>\n<p>Quel processo ha molti momenti. Per esempio, il primo contatto con la resistenza nonviolenta fu quando stavo in prigione, dopo la prima Intifada. Io facevo parte della commissione che coordinava allora un gruppo di cinquemila prigionieri politici palestinesi. Decidemmo di fare un sciopero di fame. A base di solo acqua e sale, dur\u00f2 diciassette giorni. L\u2019unica cosa che chiedevamo erano migliori condizioni, neanche la nostra libert\u00e0. E le abbiamo ottenute. Quella dimostrazione della forza della resistenza nonviolenta mi ha segnato profondamente. <\/p>\n<p>Un altro episodio \u00e8 avvenuto qualche tempo dopo. Dopo tre anni in prigione, lottando e protestando, sono riuscito a vedere mia madre che era in una prigione femminile. Mi hanno portato dalla mia prigione alla sua. Lei stava dall&#8217;altro lato del vetro ed abbiamo cominciato a parlare, senza lacrime. Non so, quando vivi questa vita in qualche modo incominci un poco a trasformarti in una macchina, suppongo. Ma chi non poteva smettere di piangere erano i due ufficiali della polizia israeliana che ci custodivano. Io conoscevo gli israeliani come forza occupante, militari, nemici, ma non ne avevao mai visto uno piangere. Cosicch\u00e9 attraverso quel gesto ho potuto assaporare il sapore della riconciliazione. <\/p>\n<p>Molte volte abbiamo questi conflitti interni, quando non sappiamo molto bene quello che ci succede. Ma in politica bisogna sempre essere molto sicuri di quello che fai. Le cose devono essere chiare e bench\u00e9 non lo siano, bisogna dire che lo sono. Aggiungere umanit\u00e0 alla politica, quello s\u00ec che \u00e8 un lavoro duro. Questa \u00e8 la nostra posizione. <\/p>\n<p><i>Come hai vissuto gli Accordi di Oslo?<\/i><\/p>\n<p>La mia famiglia ed io ci aspettavamo qualcosa di importante da quel processo. Ci aspettavamo n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno di cambiare la nostra identit\u00e0: trasformarci da rivoluzionari ad cittadini di un nostro Stato. Personalmente, aspiravo ad uscire di prigione, ritornare a casa mia in Cisgiordania e vivere in modo normale una vita con i valori della pace. Ma quando mi liberarono insieme ad altri quattromila detenuti politici palestinesi, mi obbligarono a vivere a Gerico per altri due anni, senza poter  tornare a casa. L&#8217;Accordo di Pace cominci\u00f2 a deludermi. Ed imparai qualcosa di importante che poi ha avuto molto a che fare con la mia decisione di entrare nel Circolo: una cosa \u00e8 un accordo di pace ed un&#8217;altra molto diversa \u00e8 la costruzione della pace. Quell\u2019Accordo di Pace era soprattutto pace di fronte ai media, pace solo sulla carta, senza costruzione della pace. <\/p>\n<p><i>Che cosa hai fatto tornando a casa? <\/i><\/p>\n<p>Non riuscivo a collegarmi con la situazione reale. Mi domandavo di continuo: voglio continuare ad essere un rivoluzionario, un lottatore? Ma durante il periodo dell&#8217;Accordo ho potuto verificare il significato e il valore dell&#8217;assenza di violenza, avevo speranza che qualcosa potesse cambiare nella mia vita. Cosicch\u00e9 decisi di impegnarmi pi\u00f9 direttamente nel processo di pace e diventai un ufficiale della sicurezza palestinese. Non fu per niente facile. L&#8217;Autorit\u00e0 palestinese non era un&#8217;autentica autorit\u00e0, c&#8217;era sopra un\u2019altra autorit\u00e0: l&#8217;occupazione israeliana. In realt\u00e0 non potevamo controllare praticamente niente. Il comando israeliano umiliava l&#8217;Autorit\u00e0 palestinese in continuazione. E quando c\u2019era un attentato suicida ci facevamo molte domande: di chi \u00e8 la responsabilit\u00e0? Dell&#8217;Autorit\u00e0 palestinese? Del Parlamento o dell&#8217;esercito israeliano, di chi? Allora mi resi conto che se non c&#8217;\u00e8 partecipazione, se non includi la riconciliazione, l&#8217;empatia, la conoscenza e la comprensione, se non aggiungi tutto questo alla soluzione politica dei problemi politici, il processo di pace \u00e8 debole e le speranze svaniscono molto rapidamente. <\/p>\n<p>Nel 2000 incominci\u00f2 la seconda Intifada, con un&#8217;impronta chiaramente militante. Due mesi dopo fui ferito da un colono israeliano. E mentre ero in cura in Arabia Saudita mi hanno comunicato la morte di mio fratello ad un posto di blocco. Un soldato gli ha sparato una pallottola in testa a settanta centimetri di distanza. Yousef aveva 32 anni. <\/p>\n<p><i>Come hai accolto la sua morte?<\/i><\/p>\n<p>Malissimo. Yousef era per me un fratello, un amico, un padre, una madre. Si \u00e8 sempre occupato di me, mi proteggeva. Io sapevo cosa significa perdere la fede, perdere la ragione. Sapevo cosa significa perdere il sonno, perdere la speranza. Ma non sapevo cosa significasse perdere qualcuno che fa parte della tua vita, della tua esistenza. Mio fratello \u00e8 stato assassinato, non perch\u00e9 partecipasse a qualche attivit\u00e0 politica, n\u00e9 perch\u00e9 fosse un delinquente, bens\u00ec semplicemente per essere un palestinese. Per quel motivo l&#8217;hanno ammazzato. Per caso essere palestinese \u00e8 un delitto, una colpa? <\/p>\n<p>Yousef era per me come tutto un pianeta, per questo nulla pu\u00f2 sostituirlo. Se Yousef valeva tutto un pianeta, se valeva come tutti gli israeliani messi insieme, quanti ne dovevo ammazzare per sentirmi meglio? Quanto odio doveva avvelenare il mio corpo ed il corpo del nemico per potere alleviare il mio dolore? Mi rinchiusi in me stesso, non volevo parlare con nessuno, semplicemente non volevo vivere. Qualunque cosa facessi, niente me lo avrebbe restituito. N\u00e9 la pace, n\u00e9 la violenza, n\u00e9 la nonviolenza, niente. Yousef, per\u00f2, aveva lasciato anche un figlio, una figlia e una moglie. E ridare senso alla mia vita consisteva nell\u2019aiutarli nella loro dopo la morte del padre. Ma in quel momento, pieno di ira come ero, non volevo vedere l&#8217;altro lato, n\u00e9 parlarci. <\/p>\n<p><i>Cosa  \u00e8 successo poi?<\/i><\/p>\n<p>\u00c9 successo che il fondatore del Circolo, Yitzhak Frankenthal, ha voluto conoscere la mia famiglia. Lo chiese a mio fratello che lo disse a mia madre, e lei  rispose: &#8220;Bene, gli diamo il benvenuto\u201d. Rimasi sbalordito. Ho visto sempre molti israeliani in casa, conoscevo i loro comportamenti, i loro visi, gli aveva messo etichette, ma non aveva mai visto tanto da vicino il loro dolore, le loro lacrime. Allora mi resi conto che se quelle persone che avevano pagato un prezzo cos\u00ec alto al conflitto erano capaci di venire a casa mia, darmi appoggio ed empatia, e capire i miei diritti e le mie ragioni, allora chiunque in Israele poteva farlo. E allo stesso modo, come io mi sono unito al Circolo dei Genitori, chiunque in Palestina pu\u00f2 farlo. Cos\u00ec \u00e8 incominciata la mia strada nel Circolo dei Genitori, una fase della mia storia. <\/p>\n<p><i>Che cosa significa per te la riconciliazione?<\/i> <\/p>\n<p>In primo luogo, credo che la riconciliazione sia una grande sfida personale. Perch\u00e9 lottare contro il nemico \u00e8 una risposta facile, ma \u00e8 molto pi\u00f9 difficile lottare contro se stessi. Resistere al sentimento di vendetta, al desiderio di lanciare il veleno che ti hanno messo nel corpo contro un altro corpo, questo \u00e8 molto duro. Riconciliarsi presuppone riconnettersi con la vita dopo il crimine. Essere capace di aprire di nuovo gli occhi e dire apertamente che ci\u00f2 che \u00e8 stato fatto contro di te non ti ha affondato. <\/p>\n<p>Ma non \u00e8 per niente facile smettere di sentirsi vittima, e questa \u00e8 una delle ragioni per le quali continua il conflitto. Essere vittima significa che uno non agisce, ma reagisce. Uno perde la sua capacit\u00e0 di azione, perde la strategia, perde il controllo, perch\u00e9 l\u2019unica cosa che lo controlla \u00e8 il sentimento di essere vittima. In questo conflitto entrambi le parti si sentono vittime e questo spiega perch\u00e9 si perpetua il comportamento aggressivo. \u00c9 una gara a chi \u00e8 pi\u00f9 vittima. E le vittime diventano spesso carnefici. Gli israeliani hanno la questione della storia, il riferimento all&#8217;Olocausto, per dimostrare che sono vittime. Ed i palestinesi possono brandire mille elementi della loro vita giornaliera: i posti di blocco, il muro, gli insediamenti, ecc. <\/p>\n<p>Anche io mi sentivo una vittima ed aspettavo risposte esterne. Tutto dipendeva dagli altri: le soluzioni, i giudizi, le punizioni, ecc. Ma c\u2019\u00e8 stato un momento decisivo in cui ho cominciato a cercare risposte per me stesso ed in me stesso. Allora ho smesso di sentirmi una vittima. Quel processo \u00e8 passato attraverso la conoscenza, quando dall&#8217;altro lato si \u00e8 fatto un passo. Non so se ci sono chiavi per la riconciliazione. Neanche so molto bene che cosa mi \u00e8 successo quando ho deciso di cambiare rotta verso la riconciliazione. Non so che cosa mi sia successo, ma so quello che voglio. La domanda chiave \u00e8: per quale motivo voglio riconciliarmi? <\/p>\n<p><i>E qual \u00e8 la tua risposta a questa domanda?<\/i> <\/p>\n<p>Per me, la riconciliazione \u00e8 uno strumento per raggiungere la pace in una situazione di conflitto. Possiamo firmare un accordo di pace tra due stati o due nazioni. Ma la riconciliazione significa difendere con le unghie e coi denti quell&#8217;accordo, e normalizzare le relazioni con l&#8217;altro. Mediante la riconciliazione, l&#8217;esistenza dell\u2019uno si trasforma nell&#8217;esistenza dell&#8217;altro, entrambe si collegano. Per questo credo nella riconciliazione durante il conflitto. E dopo avere raggiunto la pace, la riconciliazione dovrebbe trasformarsi in un obiettivo, non pi\u00f9 in uno strumento. L&#8217;obiettivo di essere buoni vicini, in una situazione nella quale esistono relazioni normali tra vicini normali. <\/p>\n<p>Se non ci riconciliamo, non \u00e8 perch\u00e9 non vogliamo la pace, o perch\u00e9 vogliamo rimanere trincerati  in un sentimento di vittimismo che  non pu\u00f2 mai essere gradevole.  Non ci riconciliamo perch\u00e9 non sappiamo come farlo, non sappiamo come sotterrare il nostro dolore e la nostra rabbia, non sappiamo come riprendere a vivere quando il crimine contro di noi \u00e8 continuo, come dare un viso umano al nemico che giorno per giorno ci disumanizza. Per\u00f2, finch\u00e9 facciamo cos\u00ec, non c&#8217;\u00e8 soluzione, restiamo paralizzati. Non stiamo parlando di amarci l\u2019un l\u2019altro n\u00e9 di cose spirituali del genere, ma di qualcosa di pi\u00f9 pratico che possa servire anche a livello politico.  Raggiungere la riconciliazione mentre il conflitto \u00e8 tuttora in corso non \u00e8 facile. Cos\u00ec come questo conflitto \u00e8 complicato, anche la soluzione sar\u00e0 complicata. <\/p>\n<p>Il soldato che uccise mio fratello voleva che io pagassi con la mente, che perdessi la ragione. Questo \u00e8 il vero problema. Perch\u00e9 se io non posso controllare i miei comportamenti, reagisco con violenza, e questo serve ai politici, ecco perch\u00e9 la riconciliazione \u00e8 cos\u00ec preziosa.<\/p>\n<p><i>Che relazione c\u2019\u00e8 tra riconciliazione e politica?<\/i><\/p>\n<p>Per me, la riconciliazione non \u00e8 solo un percorso personale tra due persone, ma anche tra due nazioni. Non si tratta di una soluzione personale grazie alla quale io mi sento meglio con me stesso. Non \u00e8 un trattamento psicologico, ma la gestione politica di problemi che sono politici. Per esempio, l\u2019assassinio di mio fratello \u00e8 stato un fatto politico. Se io partecipo al Circolo dei Genitori, se mi siedo con gli studenti israeliani per esporre la mia esperienza, \u00e8 perch\u00e9 sono convinto che tutto questo pu\u00f2 contribuire a una maggior libert\u00e0 per i palestinesi. Ecco perch\u00e9, nella mia idea della riconciliazione, la visione politica \u00e8 un elemento molto importante.<\/p>\n<p><i>Qual \u00e8 allora questa visione politica?<\/i><\/p>\n<p>La mia idea come palestinese \u00e8 di avere uno Stato palestinese. <\/p>\n<p>Questa \u00e8 la  mia visione, la mia idea. Il mio obiettivo \u00e8 che si ponga fine all\u2019occupazione israeliana, cosa che porter\u00e0 automaticamnete sicurezza per Israele. Il mio obiettivo \u00e8 ottenere uno Stato Palestinese, il che porter\u00e0 automaticamente il riconoscimento dello Stato di Israele. <\/p>\n<p>La riconciliazione durante il conflitto non funzioner\u00e0 senza una visione politica. Perch\u00e9 se esiste questa visione, se ce l\u2019ho ben chiara in mente, posso perorare pubblicamente il mio comportamento e le mie dichiarazioni di riconciliazione. La riconciliazione necessita di una visione politica ma anche di una strategia, come dire, una struttura di base che la sostenga. Perch\u00e9 quando i tuoi comportamenti fanno parte di una struttura e di una strategia, allora gli altri, le vittime, possono far parte del processo. Se non altro ci\u00f2 che \u00e8 personale diventa un comportamento pubblico, collettivo.<\/p>\n<p><i>Questa impostazione politica appartiene ai politici?<\/i><\/p>\n<p>No, al contrario. Uno dei nostri maggiori problemi \u00e8 che i politici non hanno alcuna strategia per la pace in Oriente. Ecco perch\u00e9 da loro viene solo conflitto, e la costruzione della pace arriva da altrove. Non sono affatto sicuro che i politici si avvicinino ai tavoli dei negoziati con mente limpida e buone idee su come risolvere i problemi. Da questo derivano le rivalit\u00e0 politiche su chi avr\u00e0 i maggiori vantaggi. Ma nella trattativa per la pace non c&#8217;\u00e8 un vincitore. Entrambe le parti devono guadagnarci. Neanche la comunit\u00e0 internazionale possiede una strategia per la pace in Medio Oriente. Di fatto, in alcune azioni il nostro sangue viene strumentalizzato come fosse merce. Ma il sangue dei bambini israeliani e  palestinesi \u00e8 ben pi\u00f9 sacro delle esigenze politiche di chiunque. Il nostro sangue non \u00e8 in vendita.<\/p>\n<p><i>Si dice che il grande problema della riconciliazione \u00e8 che non si sa come gestire il dolore e la rabbia, cosa fare con l\u2019energia dell\u2019odio. Cosa ne pensi?<\/i><\/p>\n<p>Ci\u00f2 che porta le persone verso la violenza non \u00e8 l\u2019odio. Questo l\u2019ho sperimentato in prima persona. Il nostro stato normale non \u00e8 l\u2019odio. Ma quando si vive nel dolore, si \u00e8 spinti alla rabbia. La rabbia \u00e8 il linguaggio della sofferenza, non dell\u2019odio. \u00c9  importante rendersene conto. Si pu\u00f2 creare l\u2019occasione per fare un uso diverso della rabbia. Questa \u00e8 una delle chiavi della mia scommessa sulla resistenza nonviolenta. La resistenza nonviolenta \u00e8 il mezzo con il quale canalizzare efficamente la rabbia, e la rabbia ben canalizzata ci porta al successo. Vogliamo aver ragione, o vogliamo ottenere risultati, essere efficaci? Questa \u00e8 la domanda chiave. Vuoi che la tua rabbia ti porti da qualche parte, o vuoi solo sentirti bene per aver reagito, resistito, per esserti vendicato?<\/p>\n<p>La resistenza nonviolenta \u00e8 pi\u00f9 di una filosofia, \u00e8 una struttura, uno stile di vita, una identit\u00e0 politica. Quando si parla dell\u2019India, viene subito alla mente Ghandi, o la Marcia del Sale. Invece, qual\u2019\u00e8 la prima cosa che viene in mente se si parla di Gaza?  Hamas, la resistenza di Hamas. Un comportamento diventa identit\u00e0 politica. Che per\u00f2 possiamo cambiare: il movimento di nonviolenza che stiamo creando potrebbe diventare il nuovo volto della nazione.<\/p>\n<p><i>Cosa andrebbe fatto per ottenere questo cambiamento?<\/i><\/p>\n<p>Poco tempo fa mi sono incontrato con gente che vive nella zona di Jenin, nella striscia di Gaza. Mi sono seduto con sessanta guerriglieri che erano l\u00ec con le loro armi. Abbiamo parlato del processo di costruzione della pace. Sono pi\u00f9 di sessanta anni che lottiamo, e qual \u00e8 il risultato di tanta lotta? Pi\u00f9 muri, pi\u00f9 insediamenti, pi\u00f9 posti di controllo. Ho spiegato perch\u00e9 la resistenza nonviolenta potrebbe essere un cammino pi\u00f9 efficace verso la pace. Dopo quattro ore di conversazione, i guerriglieri mi dissero molto chiaramente che anni fa avevano firmato un accordo per deporre le armi, ma la cosa non funzion\u00f2 in quanto non ci fu alcun tipo di cambiamento nella loro vita quotidiana. Il problema principale per Israele \u00e8 la sicurezza: se non subiscono attacchi, gli israeliani vivono in pace. Lo stesso non accade ai palestinesi: un cessate il fuoco da parte di Israele non \u00e8 una soluzione per la Palestina. Perch\u00e9 l\u2019occupazione continua il suo corso, con i  muri, i posti di blocco, gli insediamenti. Negli ultimi anni si sono raggiunti vari accordi nella fascia di Gaza, ma con quali risultati? Che non ci sono cambiamenti a livello pratico. Cos\u00ec, quando il sentimento di disperazione affiorer\u00e0 di nuovo, il cessate il fuoco verr\u00e0 violato. Per convincere chi vive sotto l\u2019occupazione a non rispondere a qualsiasi attacco con la violenza, bisogna mostrare un percorso attivo, pratico ed efficace.<\/p>\n<p><i>Qual \u00e8 la forza della nonviolenza?<\/i><\/p>\n<p>La resistenza nonviolenta non attacca fisicamente, per\u00f2 si confronta con aspetti militari: armi, eserciti, carri armati. Tuttavia, la sua arma non \u00e8 n\u00e9 fisica n\u00e9 materiale, bens\u00ec morale. \u00c9  la propria umanit\u00e0. \u00c9  il diritto che si esercita e si mette in pratica. Se cerco di conquistare il diritto all\u2019indipendenza della Palestina per via militare sar\u00f2 sconfitto. Perch\u00e9 perderemo qualunque battaglia con Israele, che la cosa ci piaccia o no. E inoltre nessun tipo di rivoluzione conquista la libert\u00e0. In un conflitto armato noi palestinesi siamo perdenti su tutti i piani. Per contro, la resistenza nonviolenta \u00e8 a sua volta una strategia di lotta. E parlo di lotta perch\u00e9 questa \u00e8 una battaglia. Per esempio, ti metti davanti a un rullo compressore venuto a danneggiare e distruggere la tua casa. Uno sta cos\u00ec, disarmato, solo con il suo corpo. Ma non \u00e8 disarmato di fede e di morale. Bisogna avere un livello molto alto di fede per sviluppare questo tipo di comportamento. Israele ha un grande problema con la resistenza palestinese nonviolenta. I soldati israeliani diventano sempre pi\u00f9 violenti con i nostri attivisti. Vogliono che noi rispondiamo con violenza. Ma io so che se non lo faccio li smantello. Con la resistenza nonviolenta facciamo in modo che il sistema che abbiamo di fronte non funzioni.  Per spiegare come funziona la nonviolenza, racconto spesso questa storia.<br \/>\nSentiamo.<\/p>\n<p>Un giorno, io e un mio amico passavamo da un posto di blocco. Un soldato israeliano dall\u2019aspetto molto deciso si avvicin\u00f2 sorridendo. Io gli domandai: \u201cCom\u2019\u00e8 la vita in questo posto di blocco?\u201d Quel giorno pioveva e faceva molto freddo.  \u201cMi sembra che debba essere terribile stare in questo posto di blocco\u201d, continuai. Sorrise un po\u2019 di pi\u00f9 e disse: Perch\u00e9 dovrebbe? Qua comando io\u201d. Io gli risposi: \u201cPerch\u00e9 sta soffrendo, lo so\u201d. Si arrabbi\u00f2 moltissimo: \u201cNo, ti sbagli, sei tu che soffri\u201d: E io replicai tranquillo: \u201cNo, io sto in macchina, al caldo, con un amico. Lei sta sotto la pioggia, viene verso di me con la sua arma ed \u00e8 fiero di provocarmi dolore. Ma qui il debole \u00e8 lei. Io lascer\u00f2 questo posto di blocco mentre lei rimarr\u00e0 qui tutto il giorno\u201d.  Quel soldato si sent\u00ec molto a disagio quando gli dimostrai che non poteva trasformarmi in vittima, quando gli mostrai la debolezza del potere che gli veniva solo dal tenere un&#8217;arma. Allora cominci\u00f2 a parlarmi con un altro tono. Mi raccont\u00f2 che era nato in uno degli insediamenti, che la sua famiglia apparteneva all\u2019estrema destra religiosa e che non aveva mai parlato con un palestinese da pari a pari.<\/p>\n<p>Chi controllava la situazione, allora, chi aveva la vera autorit\u00e0? Non era lo stesso, dopo. \u00c9  solo un esempio, una storia. Per\u00f2 mostra bene come un comportamento nonviolento richiede moltissima forza, prima di tutto la forza di controllare l&#8217;ira. Se io sono quello che subisce una occupazione militare, chi \u00e8 in una posizione ingiusta ed equivoca \u00e8 l\u2019altro, non io. \u00c9 allora che dobbiamo chiederci se vogliamo solo aver ragione o anche essere efficaci. Perch\u00e9 attraverso queste azioni umane, lasciamo l\u2019altra parte senza scelta. La parte opposta pensa: \u201cPrendi un\u2019arma e sapr\u00f2 come trattarti\u201d. Ma finch\u00e9 non prendo un\u2019arma, non sanno come agire. Nella guerra fisica, puoi combattere, mentre quando poni la tua umanit\u00e0 come arma di fronte al nemico risvegli l\u2019essere umano che c\u2019\u00e8 in lui, perch\u00e9 tutto ci\u00f2 che ha di fronte \u00e8 un altro essere umano. Alla fine, io non avevo davanti a me l\u2019immagine di un nemico armato e aggressivo, ma invece quella di un essere umano con la sua storia. Se questo diventa un atteggiamento generalizzato, e questa resistenza nonviolenta si va sviluppando gi\u00e0 da ora nella striscia di Gaza come un atteggiamento pubblico e nazionale, allora certamente la soluzione arriver\u00e0 prestissimo.  <\/p>\n<p><i>Per quali motivi sei convinto che la resistenza nonviolenta possa essere cos\u00ec efficace?<\/i><\/p>\n<p>Perch\u00e9 toglie agli israeliani il pretesto della sicurezza. La sicurezza israeliana \u00e8 diventato il maggior nemico dei palestinesi. Perch\u00e9? Perch\u00e9 \u00e8 basata sull\u2019occupazione: non \u00e8 la difesa legittima di una nazione, ma invece un sistema nel quale i bambini palestinesi impiegano quattro ore per arrivare a scuola la mattina, una situazione nella quale le donne incinte muoiono ai posti di blocco. Questa non \u00e8 sicurezza, il muro non \u00e8 un meccanismo per la sicurezza. <\/p>\n<p>Prima di tutto, \u00e8 la rappresentazione psicologica della paura di Israele, una paura molto legata al suo passato storico. Questa \u00e8 la verit\u00e0. Se i sistemi militari dell&#8217;occupazione israeliana non funzionano allora possiamo trovare altre soluzioni. Ma finch\u00e9 esiste un solo suicida, questo sistema continuer\u00e0 ad essere potente, perch\u00e9 cos\u00ec ha un pretesto per continuare ad armarsi. Per questo io mi sento disperato quando avvengono azioni di violenza armata. La lotta contro \u201cl\u2019islamismo radicale\u201d \u00e8 il miglior pretesto di fronte alla comunit\u00e0 internazionale. E cos\u00ec nessuno presta attenzione al diritto legittimo alla resistenza da parte di una nazione occupata che vive una situazione di ingiustizia. La resistenza nonviolenta strappa loro questo pretesto. Quello di cui abbiamo bisogno \u00e8 un tipo di organizzazione, di struttura, che serva allo stesso tempo sia alla libert\u00e0 che alla sicurezza. Hamas ha una sua struttura, cos\u00ec come l\u2019occupazione ha la propria, e anche Avigdor Lieberman. <\/p>\n<p>Per\u00f2 l\u2019occupazione non \u00e8 utile alla sicurezza, e la violenza non \u00e8 utile alla libert\u00e0. Per questo il 95% dei palestinesi non prende parte alla resistenza violenta, nonostante viva sotto occupazione (eppure, si continua a considerarci terroristi!) Abbiamo bisogno di una struttura per la pace, una struttura per l\u2019umanit\u00e0 della resistenza nonviolenta. Resistenza nonviolenta non significa abbandonare il diritto a resistere all\u2019occupazione, ma il rifiuto di uccidere per questo diritto. L\u2019uccisione di un altro essere umano dovrebbe essere considerato un crimine, un delitto. Se due nazioni possono arrivare a queste conclusioni senza dare tanti pretesti ai massacri, potremmo riconciliarci e, chiss\u00e0, anche perdonarci.<\/p>\n<p><i>Quali sono secondo te i risultati e i contributi pi\u00f9 importanti del Circolo dei Genitori?<\/i><\/p>\n<p>Il miglior regalo che pu\u00f2 fare il Circolo \u00e8 mostrare che quelli che hanno pagato il prezzo pi\u00f9 alto al conflitto possono sedersi e parlare. Se loro possono farlo, allora pu\u00f2 farlo chiunque. <\/p>\n<p>Questo \u00e8 il maggior risultato, secondo me, perch\u00e9 sconfigge l\u2019auto-rigenerazione del conflitto. Raggiungere una soluzione politica del conflitto attraverso il Circolo non \u00e8 compito nostro. Nostro compito \u00e8 piuttosto suscitare una migliore comprensione tra i popoli, cosa che in pi\u00f9 pu\u00f2 contribuire al processo di negoziazione e alla ricerca di una soluzione politica. \u00c9  difficile essere umani quando si vive in una giungla. Per me, essere umano non significa sentire compassione o essere amabile verso gli altri. Essere umano vuol dire essere capaci di capire quali sono i bisogni degli altri per poter vivere come essere umani, sostenerli, e cos\u00ec essere parte della loro esistenza come essere umano.  Quando ci consciamo reciprocamente, quando ognuno conosce le necessit\u00e0 vitali degli altri e si sente coinvolto, allora diventiamo parte della soluzione dei problemi. Nel Circolo abbiamo creato una tale fiducia che lascerei tranquillamente che Aaron (Barnea), israeliano, mi rappresentasse. In altre parole, porrei nelle sue mani il sangue di mio fratello, la storia della mia famiglia e la mia identit\u00e0 politica senza esitare. Questa fiducia \u00e8 un altro risultato importante del Circolo.<\/p>\n<p>Mi piacerebbe inoltre segnalare i risultati internazionali del circolo, basati sul mandare in tutto il mondo questo messaggio: Che si smetta di usarci, che si abbandoni l\u2019essere pro-questo e pro-quello e si sia pro-soluzione. Se si vuole sostenere Israele, si faccia in modo che abbandoni il prima possibile i territori occupati. Se si vuole appoggiare la Palestina, si sostenga la resistenza nonviolenta e la trasformazione delle condizioni di vita quotidiana dei palestinesi. Qua niente sta per sparire, l\u2019unica soluzione \u00e8 imparare tutti a convivere sulla stessa terra. Per questo chiedo che ci siano due stati e che la mia vita non sia gestita da un gruppo di matti. Voglio che Israele abbia frontiere politiche per riconoscerle. Voglio una situazione nella quale il mondo si renda conto che le armi non sono la risposta. <\/p>\n<p>Non so perch\u00e9 non possiamo condividere la vita in questa terra, e ci ostiniamo a condividere la morte dopo aver seppellito i nostri morti. L\u2019unica cosa di cui ho bisogno \u00e8 la mia libert\u00e0, non voglio buttare gente a mare o cose del genere.<\/p>\n<p>Per questo il nostro messaggio, le nostre voci unite si alzano, come voce di gente considerata in genere come vittime, per dire che non siamo merce al servizio dell\u2019azione politica di nessuno, che scegliamo di vivere, scegliamo la pace, e scegliamo di arrivare a una soluzione.  E se alla fine la soluzione sar\u00e0 la separazione, ne far\u00f2 parte. Se il muro ha l\u2019approvazione di entrambe le parti, appogger\u00f2 il muro Se la gente vuole il divorzio, bene, divorzieremo. Perch\u00e9 cos\u00ec potremo forse un giorno risposarci, ma non certo in questo tipo di matrimonio. Non in quello che abbiamo ora.<\/p>\n<p><i>Ti senti comunque in grado di immaginare un futuro di pace?<\/i><\/p>\n<p>Mai avrei immaginato che Arafat e Rabin si sarebbero stretti la mano, eppure \u00e8 successo. Mai avremmo immaginato che 140 famiglie palestinesi ed israeliane sarebbero andate insieme al Museo dell\u2019Olocausto, e il giorno dopo a visitare un villaggio in Palestina, eppure \u00e8 quello che il Circolo dei Genitori \u00e8 riuscito a fare. Non mi sarei mai immaginato di parlare con Aaron di un futuro di pace, n\u00e8 di pronunciare la parola \u201coccupazione\u201d in una scuola israeliana. Mai avrei pensato che Hamas si dicesse pronto a riconoscere le iniziative dei paesi arabi e chiedere loro di ottenere un cessate il fuoco. Le cose si stanno muovendo. Questo \u00e8 un processo allo stesso tempo emotivo e politico, personale e politico. Non possiamo risolvere tutto. I problemi non spariranno, neanche dopo la riconciliazione. Ci saranno sempre conflitti, identit\u00e0 e ideologie distinte, ma: si tratter\u00e0 di conflitti dove la gente muore, o dove semplicemente le persone discutono e non si piacciono molto?  Non c\u2019\u00e8 bisogno di adorarsi, basta che non ci ammazziamo. Questa \u00e8 la situazione che vorrei vedere tra palestinesi e israeliani: che anche nelle dispute e nei conflitti siamo inclusi valori nonviolenti.  <\/p>\n<p>Questa intervista \u00e8 apparsa nel numero 35 della rivista Hermes (novembre 2010). <\/p>\n<p>La pagina web del Circolo dei Genitori:<br \/>\n[http:\/\/www.theparentscircle.com\/](www.theparentscircle.com)<\/p>\n<p>Traduzione dallo spagnolo di Olivier Turquet e Giuseppina Vecchia per Pressenza.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dal blog &#8220;Fuera de lugar&#8221; (fuori luogo) di publico.es:<\/p>\n<p>Intervista a Ali Abu Awwad del Circolo dei Genitori (The Parents Circle) , di Amador Fern\u00e1ndez-Savater e Juan Guti\u00e9rrez. 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