{"id":651383,"date":"2018-06-04T15:05:39","date_gmt":"2018-06-04T14:05:39","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=651383"},"modified":"2018-06-04T15:05:39","modified_gmt":"2018-06-04T14:05:39","slug":"luomo-ne-va-la-natura-si-riprende-cio-suo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2018\/06\/luomo-ne-va-la-natura-si-riprende-cio-suo\/","title":{"rendered":"Se l&#8217;uomo se ne va, la natura si riprende ci\u00f2 che \u00e8 suo"},"content":{"rendered":"<div class=\"subTitle\">\n<p><span style=\"color: #800000;\"><em>Quando l&#8217;uomo abbandona un territorio e se ne va, la natura si riprende rapidamente ci\u00f2 che prima occupava. Lo spiega bene Roberta Kwok sulla rivista americana PNAS, Proceedings of the Academy of Science. Lo spiega altrettanto bene, ispirandosi alla Kwok, Pietro Greco.<\/em><\/span><\/p>\n<p>La riconquista. La natura si riprende rapidamente il territorio prima occupato e poi abbandonato dall\u2019uomo. Il primo ad accorgersene negli anni \u201980 del secolo scorso e a registrarlo con rigore scientifico fu, probabilmente, <strong>Ingo Kowarik<\/strong>, un ecologo urbano dell\u2019Universit\u00e0 tecnica di Berlino: le case abbandonate o distrutte e mai ricostruite dopo la Seconda guerra mondiale nella capitale tedesca erano state riconquistate dalla natura selvaggia e metamorfizzate in foresta. Un\u2019oasi urbana nata per caso, con erbe, arbusti, alberi nativi e non che costituivano un ecosistema inedito.<\/p>\n<p>Alle \u201coasi urbane accidentali\u201d la rivista <strong>PNAS, i Proceedings of the Academy of Science degli Stati Uniti<\/strong>, dedica un lungo e interessante articolo firmato da <strong>Roberta Kwok<\/strong>. Dove si documenta come di casi simili a Berlino, in giro per il mondo, ce ne sono a decine. Prendete Detroit, per esempio. La citt\u00e0 dell\u2019auto che nel 1950 contava 1,8 milioni di abitanti e oggi non supera le 675.000 unit\u00e0. Uno spopolamento di vasta portata, che ha lasciato senza abitanti interi quartieri e migliaia di abitazioni. Lo chiamano il deserto industriale. Ma sbagliano, perch\u00e9 non \u00e8 un deserto. Perch\u00e9 le aree abbandonate sono state riconquistate, appunto, da erbe e arbusti e piante che ospitano una quantit\u00e0 incredibile di insetti e uccelli e persino qualche animale pi\u00f9 grande.<\/p>\n<p>Qualcosa di analogo \u00e8 stato riscontrato a Baltimora da <strong>Christine Brodsky<\/strong>, una ecologa urbana della Pittsburgh State University del Kansas, che nel 2013 ha portato a termine uno studio sugli uccelli che popolano i quartieri disabitati della citt\u00e0 del Maryland che ha conosciuto uno spopolamento analogo a quello di Detroit. Ebbene, Christine Brodsky e il suo gruppo di lavoro hanno individuato in citt\u00e0 60 diverse specie di uccelli, alcuni dei quali, come i parula del nord e le capinere, che in genere preferiscono la foresta.<\/p>\n<p>Anche la Grande Parigi ha conosciuto il fenomeno dello spopolamento con conseguente abbandono delle abitazioni in alcuni quartieri. Le chiamano wasteland, territori dei rifiuti. Ma un gruppo di scienziati francesi, tra cui Audrey Muratet, un ecologo dell\u2019Agenzia regionale della Biodiversit\u00e0 dell\u2019Ile de France, ha documentato che non si tratta esattamente di deserti. In quei territori abbandonati dai cittadini comuni e frequentati solo da spacciatori e dai loro clienti \u00e8 ospitato il 58% della biodiversit\u00e0 botanica di Parigi. Ci sono pi\u00f9 specie l\u00ec che in tutti i parchi e i giardini ben ordinati della capitale francese.<\/p>\n<p>D\u2019altra parte anche nelle periferie pi\u00f9 degradate di molte citt\u00e0 italiane si registra un qualche fenomeno di riconquista se non di conquista ex novo: dai gabbiani ai pappagalli, molti cieli urbani sono frequentati da ospiti volanti sconosciuti fino a qualche tempo fa. Mentre non \u00e8 raro in alcune zone delle nostre citt\u00e0 imbattersi in volpi, cinghiali e in qualche serpentello.<\/p>\n<p>Potremmo continuare con gli esempi. Ci sono, in giro per il mondo, Italia compresa, aree industriali abbandonate, magari ancora con colline di carbone, che si stanno trasformando in vere e proprie paludi, ricche anche di batteri che metabolizzano nitrati. E, a mare, i fosfati. Pare che nel Golfo di California i batteri metabolizzino il 28% dei composti del fosforo, riducendo la fioritura di alghe che a sua volta sottrae ossigeno al mare.<\/p>\n<p>Spesso i batteri operano con un\u2019efficienza ancora superiore, che consente loro di superare il tasso di inquinamento. Ne consumano pi\u00f9 loro, di inquinanti, di quanto non ne riescano a produrre l\u2019uomo. Insomma, nelle aree dismesse crescono gli spazzini dell\u2019ambiente.<\/p>\n<p>Ma lasciamo da parte gli esempi specifici e veniamo ai dati complessivi. Tra il 1950 e il 2000, riporta ancora PNAS, oltre 350 citt\u00e0 in tutto il mondo hanno conosciuto un marcato fenomeno di spopolamento. In assoluta controtendenza, perch\u00e9 in questi anni il mondo ha conosciuto un inedito sviluppo urbano e ha visto, per la prima volta nella storia, la popolazione che vive in citt\u00e0 superare quella che vive in campagna. Nelle centinaia di citt\u00e0 spopolate, sono state abbandonate decine di migliaia di abitazioni e interi quartieri. Non si tratta di fatti marginali. In un recente rapporto si documenta come, ormai, il 17% del territorio urbano degli Stati Uniti \u2013 addirittura il 25% in alcune citt\u00e0 \u2013 sia in condizioni di assoluto abbandono.<\/p>\n<p>Un ecologo americano, <strong>Christopher Riley<\/strong>, ha provato a fare un po\u2019 di conti. E ha calcolato che i servizi naturali prodotti dalla natura selvaggia che sta riconquistando i territori urbani abbandonati dall\u2019uomo ammontano a 2.931 dollari per ettaro, contro i 1.320 degli ecosistemi urbani ordinati e degli 861 dollari delle aree di campagna. Il report su PNAS tende a sfatare anche un luogo comune, secondo cui l\u2019arrivo di specie aliene (piante o animali che siano) rappresentano di per s\u00e9 un fattore negativo per gli ecosistemi.<\/p>\n<p>Non sempre \u00e8 cos\u00ec. L\u2019arrivo nelle aree urbane di piante e animali provenienti da altre regioni e persino da altri continenti rappresenta quasi sempre un fattore di equilibrio. D\u2019altra parte si tratta di un ecosistema nuovo e nessuno \u00e8, per definizione, un alieno.<\/p>\n<p>Viva la riconquista, dunque? Beh, se vediamo il problema da un punto di vista squisitamente ecologico, s\u00ec: viva la riconquista. Ma ci sono anche correlati sociali. Nelle aree urbane abbandonate regna il degrado umano e cresce la delinquenza. E, in questo caso, trovare il miglior equilibrio non \u00e8 affatto semplice.<\/p>\n<p><strong>Chi \u00e8 Pietro Greco<\/strong><\/p>\n<p><strong>Pietro Greco<\/strong>, laureato in chimica, \u00e8 giornalista e scrittore. Collabora con numerose testate ed \u00e8 tra i conduttori di Radio3Scienza. Collabora anche con numerose universit\u00e0 nel settore della comunicazione della scienza e dello sviluppo sostenibile. E&#8217; socio fondatore della Citt\u00e0 della Scienza e membro del Consiglio scientifico di Ispra. Collabora con <a href=\"https:\/\/www.rivistamicron.it\/temi\/la-riconquista-delle-citta\/\">Micron, la rivista di Arpa Umbria<\/a>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando l&#8217;uomo abbandona un territorio e se ne va, la natura si riprende rapidamente ci\u00f2 che prima occupava. Lo spiega bene Roberta Kwok sulla rivista americana PNAS, Proceedings of the Academy of Science. 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