{"id":612143,"date":"2018-03-18T11:11:51","date_gmt":"2018-03-18T11:11:51","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=612143"},"modified":"2018-03-18T11:11:51","modified_gmt":"2018-03-18T11:11:51","slug":"africa-le-radici-della-fame","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2018\/03\/africa-le-radici-della-fame\/","title":{"rendered":"Africa: le radici della fame"},"content":{"rendered":"<p>Secondo la Fao, dal 1990 al 2017 gli affamati nel mondo sono scesi da un miliardo a 815 milioni. Ma nello stesso periodo in Africa sono cresciuti da 182 a 243 milioni. Eppure l\u2019Africa \u00e8 il continente con la maggior concentrazione di terre coltivabili.<\/p>\n<p>Di solito gli analisti attribuiscono la fame in Africa alla crescita della popolazione, alle calamit\u00e0 naturali, ai conflitti armati. Ma dimenticano la responsabilit\u00e0 della politica internazionale che ha trasformato l\u2019Africa in un continente dipendente dalle importazioni di cibo, pertanto sottomesso alle bizzarrie del mercato internazionale che nell\u2019ultimo decennio ha registrato una tendenza al rialzo nel prezzo dei cereali. Negli anni \u201880 la crisi dei debiti sovrani forz\u00f2 molti paesi africani ad adottare i programmi di aggiustamento strutturale imposti dalle istituzioni di Bretton Woods (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale) che in ambito agricolo chiedevano di privilegiare la produzione di caff\u00e8, cacao, olio di palma ed altri prodotti per l\u2019esportazione, piuttosto che la produzione di alimenti a uso interno. La tesi del Fondo Monetario era che il cibo importato sarebbe costato meno di quello prodotto internamente, per cui i governi dovevano smettere di investire in agricoltura e soprattutto di assistere i contadini. Detto fatto le importazioni alimentari crebbero del 3,4% all\u2019anno, in gran parte cereali.<\/p>\n<p>Negli anni \u201980 in Africa gli investimenti pubblici in agricoltura erano paragonabili a quelli dell\u2019America Latina, ma poi c\u2019\u00e8 stata la divaricazione. Mentre in America Latina, fra il 1980 e il 2007, sono cresciuti due volte e mezzo, in Africa sono rimasti pressoch\u00e9 piatti. Quanto all\u2019Asia sono stati da tre a otto volte pi\u00f9 alti che in Africa. Il che ha reso l\u2019agricoltura africana non solo pi\u00f9 debole, ma anche pi\u00f9 vulnerabile difronte alle sfide dei cambiamenti climatici che si fanno sempre pi\u00f9 minacciosi. In altre parole l\u2019Africa \u00e8 stata ridotta al pari di Haiti dove la produzione agricola \u00e8 stata letteralmente distrutta dal cibo importato dall\u2019Europa e Stati Uniti che quando serve possono truccare i prezzi grazie ai contributi alle esportazioni messi a disposizione dai rispettivi governi. Lo afferm\u00f2 Bill Clinton, presidente degli Stati Uniti, dopo il terremoto del 2010.<\/p>\n<p>I sostenitori delle politiche di aggiustamento strutturale hanno sempre buttato acqua sul fuoco sostenendo che i contraccolpi provocati dalle maggiori importazioni e dal taglio degli investimenti pubblici sarebbero stati compensati dagli investimenti privati. Ma il neoliberismo, che veniva presentato come il salvatore dell\u2019umanit\u00e0, in realt\u00e0 si \u00e8 rivelato un incubo con effetti sociali drammatici. Nonostante il boom delle estrazioni minerarie avvenuto fra il 2002 e il 2014, met\u00e0 della popolazione africana vive ancora in povert\u00e0, il 35% addirittura in condizione di povert\u00e0 assoluta, ossia incapace di soddisfare perfino i bisogni fondamentali. Il rapporto della Banca Mondiale, <em>Poverty in a rising Africa<\/em>, mostra che fra il 1990 e il 2012 il numero di africani in povert\u00e0 estrema \u00e8 aumentato di 100 milioni fino a raggiungere la cifra odierna di 389 milioni.<\/p>\n<p>Per ammissione generale i poveri del mondo saranno sempre pi\u00f9 concentrati in Africa. Ci\u00f2 nonostante vasti tratti di terra arabile rimangono inutilizzati a causa dello scarso impegno pubblico in agricoltura. Ma la soluzione offerta dalle istituzioni finanziarie internazionali \u00e8 l\u2019apertura agli investimenti da parte delle multinazionali dell\u2019agroindustria. La Banca Mondiale segnala un interesse crescente per le terre agricole africane da parte delle imprese straniere, soprattutto dopo l\u2019impennata dei prezzi dei cereali avvenuta fra il 2007 e il 2008. Nel 2009 in tutto il mondo sono stati firmati accordi per la concessione di 56 milioni di ettari dei terra, un\u2019enormit\u00e0 rispetto agli anni precedenti quando le richieste difficilmente superavano i 4 milioni all\u2019anno. Il 70% dei contratti firmati riguarda l\u2019Africa dove il latifondo straniero cresce ovunque. Valga come esempio il caso Feronia, un\u2019impresa con base in Canada ma posseduta da istituzioni finanziarie afferenti a vari governi europei, che nella Repubblica Democratica del Congo possiede oltre 100mila ettari di piantagioni di palma da olio. O il caso Agro EcoEnergy, un\u2019impresa svedese che in Tanzania possiede 20mila ettari per la coltivazione di canna da zucchero destinata alla produzione di bioetanolo.<\/p>\n<p>I difensori del latifondo sostengono che gli investimenti stranieri hanno impatti locali positivi come la creazione di posti di lavoro e la costruzione di infrastrutture. Ma la riduzione di terre a disposizione delle popolazioni locali provoca ovunque conflitti e disuguaglianze crescenti. Difficilmente le comunit\u00e0 locali sono consultate prima di procedere alla concessione delle terre, mentre succede spesso che siano espropriate senza indennizzo e deportate con la forza altrove. Etiopia docet. Di sicuro non sar\u00e0 il land grabbing a salvare l\u2019Africa dalla povert\u00e0 e dalla fame, ma il lavoro svolto da tante ONG che cercano di accrescere la produttivit\u00e0 dei piccoli contadini attraverso un paziente lavoro di educazione e di promozione sociale. Del resto i poveri lo sanno: i soli su cui possono contare sono se stessi, per cui sapere, solidariet\u00e0 e vincoli comunitari sono le sole strade per uscire tutti insieme dalla miseria.<\/p>\n<p>Pubblicato su Avvenire il 18\/3\/18<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Secondo la Fao, dal 1990 al 2017 gli affamati nel mondo sono scesi da un miliardo a 815 milioni. 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