{"id":575380,"date":"2017-12-22T11:31:12","date_gmt":"2017-12-22T11:31:12","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=575380\/"},"modified":"2017-12-22T11:31:12","modified_gmt":"2017-12-22T11:31:12","slug":"arcipelago-dei-commons","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2017\/12\/arcipelago-dei-commons\/","title":{"rendered":"L\u2019arcipelago dei commons"},"content":{"rendered":"<p>Intervista di Gianluca Carmosino a Massimo De Angelis*<\/p>\n<p>In ogni angolo del mondo emergono pratiche che aprono spazi di imprevedibilit\u00e0: nuove forme di aggregazione politica rifiutano, in modi differenti, il dogma del profitto, sottraggono al mercato tempo, relazioni e saperi, per porre le fondamenta di un autentico e variegato movimento. \u00c8 quello che alcuni chiamano arcipelago dei commons, a cui Massimo De Angelis ha dedicato il suo ultimo libro,\u00a0<em>Omnia sunt communia<\/em>\u00a0(2017), pubblicato in diversi paesi. Secondo Peter Linebaugh, uno dei pi\u00f9 autorevoli storici dei beni comuni, si tratta di un testo \u201cprofondo e sorprendente\u201d che ha imposto De Angelis \u201ccome\u00a0<a href=\"https:\/\/comune-info.net\/2017\/05\/communia-2\/\"><strong>una voce importante nella discussione mondiale sui commons<\/strong><\/a>\u201d. Di seguito, una conversazione con Massimo De Angelis, apparsa nel\u00a0<a href=\"https:\/\/www.dirittiglobali.it\/15-rapporto-sui-diritti-globali-2017\/\"><strong>15\u00b0 Rapporto sui Diritti globali<\/strong><\/a>\u00a0\u201cApocalisse umanitaria\u201d (<a href=\"http:\/\/www.ediesseonline.it\/catalogo\/rapporti\/rapporto-diritti-globali-2017\"><strong>Ediesse<\/strong><\/a>).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Omnia sunt communia, cio\u00e8 \u201ctutti i beni in comune\u201d, \u00e8 un\u2019espressione biblica che oltre a descrivere una pratica di vita degli oppressi nel periodo dell\u2019Impero Romano, \u00e8 anche lo slogan della rivolta contadina dell\u2019Europa centrale del XVI\u00b0 secolo, ed \u00e8 ora il titolo del tuo<a href=\"http:\/\/press.uchicago.edu\/ucp\/books\/book\/distributed\/O\/bo26260770.html\">\u00a0ultimo libro<\/a>. L\u2019intento della tua ricerca, nella quale racconti ad esempio la lotta dell\u2019acqua di Cochabamba, le cliniche sanitarie auto-organizzate in Grecia, movimenti come Occupy e 15M, \u00e8 di mostrare l\u2019emersione di un universo di nuove e differenti forze sociali che tentano di cambiare il mondo in profondit\u00e0?<\/strong><\/p>\n<p>Si certo, anche questo, ma non solo.<strong>\u00a0I movimenti che ho descritto sono solo la punta di un iceberg<\/strong>\u00a0di questo processo sociale della produzione dei commons che ha radici profonde nella storia e in tutte le culture, e che sopravvive anche oggi nella vita quotidiana di miliardi di persone, nonostante la ferocia del capitale neoliberale. La novit\u00e0 di oggi non \u00e8 nell\u2019emersione di questi movimenti, che comunque mostrano caratteristiche innovative rispetto al contesto dove si trovano, ma nel fatto che siamo in grado di ragionare su questa grande variet\u00e0 di movimenti a livello mondiale e trarne ci\u00f2 che hanno in comune nonostante le loro forme diverse. Il mio libro ha quindi lo scopo da una parte di riconoscere la diversit\u00e0 di queste forme del fare in comune nonostante la loro opacit\u00e0 dietro lo spettacolo mediatico, e dall\u2019altra la ricchezza e la forza sociale che riusciremmo a mettere in campo se queste realt\u00e0 riuscissero a coordinarsi sempre di pi\u00f9, ad aprire una realt\u00e0 ricompositiva e rivendicativa. Ci\u00f2 avviene quando i commons, generalmente immersi nella loro quotidianit\u00e0, si trasformano in movimenti dei commons.<\/p>\n<p><strong>Viviamo immersi in un sistema che impone relazioni sociali fondate sull\u2019ansia di accumulare, cio\u00e8 sul dominio e sul profitto. Quell\u2019ansia ha, tra le sue molte conseguenze, quella di occultare i diversi modi di vivere diffusi, nonostante tutto, ovunque e da tempo. Ha senso tentare di riconoscerli cominciando da quelle che tessono, giorno dopo giorno, nuove esperienze comunitarie in spazi periferici poco visibili, cio\u00e8 nei quartieri delle metropoli europee o nordamericane come nei deserti africani e negli altipiani asiatici o andini?<\/strong><\/p>\n<p>Il senso del riconoscere queste realt\u00e0 di riproduzione della vita oltre il capitale, \u00e8 quello di cercare i presupposti sociali per\u00a0<strong>andare oltre il capitalismo<\/strong>. Queste realt\u00e0 ci sembrano spesso piccole e insignificanti rispetto alle mastodontiche e spesso deliranti costruzioni del lavoro asservito al capitale. Ma se si guarda attentamente la cosa, questo \u00e8 solo un problema di diffusione e di scala, e la diffusione e la scala \u00e8 una questione evolutiva e politica. La prima \u00e8 molto semplice, ed \u00e8 che essa dipende dalle forze sociali che queste realt\u00e0 riescono a costruire nel tempo e dal loro rapporto con il sistema stato e il sistema capitale. Non siamo in grado di predire questa evoluzione. Gli scienziati che guardano ai possibili scenari del futuro riconoscono la possibilit\u00e0 che ci sia un evoluzione verso una societ\u00e0 fatta di zone autosufficienti collegate tra loro, con una possibile ma non inevitabile amministrazione o coordinamento centrale fondamentalmente molto pi\u00f9 democratica di quella che sia oggi, dove i grossi problemi di oggi sono se non risolti, almeno in via di risoluzione. Tuttavia questa \u201cecotopia\u201d \u00e8 solo una delle possibilit\u00e0. Gli altri scenari sono molto pi\u00f9 inquietanti. Uno \u00e8 un capitalismo che continua imperterrito il suo istinto all\u2019accumulazione senza limiti, sfondando di gran lunga il limite ecologico, e dando vita a un mondo di muri sempre pi\u00f9 alti e spessi tra i molto pochi che hanno tanto e la stragrande maggioranza che ne soffrono le conseguenze. Un altro e la visione di un sempre pi\u00f9 potente e sempre meno democratico governo che gestisce l\u2019economia capitalista al limite della capacit\u00e0 ecologica del pianeta. Io non credo che questo modello n\u00e9 sia possibile n\u00e9 sia desiderabile, e credo quindi che l\u2019unica alternativa al primo modello sia la povert\u00e0 di massa e la rovina del pianeta. Lo scienziato Steve Hawking d\u2019altra parte ha predetto che in duecento anni il pianeta sar\u00e0 abbandonato in rovina, e non credo che dieci miliardi di persone riusciranno tutte a trovare rifugio.<\/p>\n<p>Dunque noi oggi abbiamo una grande questione politica di fronte. Questa ha due aspetti fondamentali. In primo luogo, il valore di queste attivit\u00e0 e modi di produrre alternative \u00e8 che esse ci permettono di<strong>\u00a0sottrarre parte della nostra riproduzione alla gestione del capitale<\/strong>, e quindi a deciderne i contenuti e le forme. Per esempio, un\u2019economia solidale del grano e della farina, ci permette di valorizzare tipi di grani antichi a basso contenuto di glutine, politicizzare il prezzo del pane, mettere in questione i metodi di panificazione, costruire forme collettive eque di produzione e distribuzione, porre la questione ecologica al centro del nostro fare in comune, e perfino distribuire il lavoro.\u00a0<strong>Questa sottrazione contribuisce a liberare il nostro tempo dai ritmi e i valori del capitale, e aumenta il nostro grado di autonomia dai suoi ricatti<\/strong>. Non diventiamo quindi pi\u00f9 liberi di produrre ci\u00f2 che vogliamo nei modi che vogliamo, ma anche un po\u2019 pi\u00f9 risilienti nella nostra riproduzione, cio\u00e8 in grado di meglio contrastare le crisi che ci vengono imposte dal sistemo economico dominato dal capitale. Il secondo aspetto del problema politico \u00e8 quello affermativo. \u00c8 chiaro che la diffusione e la scala dei commons deve aumentare per far fronte alle grandi sfide del presente, e qui importante cominciare a pensare un percorso ricompositivo di queste realt\u00e0 che ne aumenti la forza rivendicativa e che riesca a comunicarne il valore propositivo ad altri settori della moltitudine. Un esempio nel presente \u00e8 la pressione fiscale sulle famiglie e le comunit\u00e0 che si autorganizzano per la loro riproduzione, che dovrebbero vedere una drastica diminuzione di tasse sui pochi redditi che riescono ad accedere o sull\u2019iva pagata per le merci che devono comunque acquistare per la loro riproduzione. Un altro esempio \u00e8 l\u2019accesso a terre o edifici in disuso spesso per fini speculativi o di semplice abbandono o demaniali, che varie comunit\u00e0 potrebbero usare per aumentare la diffusione dell\u2019economia solidale e dei commons. Un altro esempio \u00e8 la domanda crescente alla riterritorializzazione dei processi di riproduzione, a partire dal cibo a Km Zero all\u2019interno di economie solidali, ma anche la sanit\u00e0, l\u2019educazione e la cultura. Infine, un altro esempio, \u00e8 un\u00a0<strong>reddito sociale<\/strong>\u00a0che permette a tutti una minima sussistenza, e quindi un po\u2019 di respiro non solo per sopravvivere all\u2019interno del capitalismo, ma anche per poter meglio affrontare la transizione verso forme di vita e di riproduzione diversa insieme ad altri. Infatti, la domanda per un reddito sociale, non pu\u00f2 darsi solo allo scopo di finalit\u00e0 assistenziali all\u2019interno di un modello produttivista capitalistico. La nostra battaglia \u00e8 una battaglia sui valori del fare in comune e quindi delle modalit\u00e0 dello stare insieme agli altri e dagli obiettivi che ci poniamo collettivamente. Un reddito sociale deve essere visto come uno strumento tra tanti per la trasformazione del presente verso un altro modo di produrre e riprodurre le nostre vite.<\/p>\n<div id=\"attachment_384126\" class=\"wp-caption alignnone\">\n<div id=\"attachment_575405\" class=\"wp-caption alignnone\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-575405\" class=\"wp-image-575405 size-full\" src=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2017\/12\/Ocosingo_Chiapas.jpg\" alt=\"\" width=\"768\" height=\"540\" srcset=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2017\/12\/Ocosingo_Chiapas.jpg 768w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2017\/12\/Ocosingo_Chiapas-300x211.jpg 300w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2017\/12\/Ocosingo_Chiapas-720x506.jpg 720w\" sizes=\"auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px\" \/><p id=\"caption-attachment-575405\" class=\"wp-caption-text\">Ocosingo, Chiapas. 21 dicembre 2012<\/p><\/div>\n<\/div>\n<p><strong>Quali altre esperienze importanti, a proposito di \u201cbuone pratiche dal basso\u201d sui beni comuni, racconti nel libro?<\/strong><\/p>\n<p>Ho lavorato attivamente sul mio libro per dieci anni, ma ho cominciato molti anni prima ad essere incuriosito, sorpreso ed entusiasmato da forme alternative di produzione e riproduzione. Il mio primo incontro con spazi autogestiti \u00e8 stato durante gli anni settanta quando da adolescente studiavo e lottavo insieme ad altri studenti e lavoratori. Aule studenti e scuole occupate, manifestazioni in piazza, i racconti delle femministe sulle cliniche gestite da donne, centri sociali, radio libere. Tutta questa esplosione di libert\u00e0 collettiva, \u00e8 entrata nel mio Dna proprio quando aprivo gli occhi sul mondo e diventavo uomo. Dopo molti anni, il mio incontro con gli<strong>\u00a0zapatisti<\/strong>\u00a0nel primo encuentro per l\u2019umanit\u00e0 e contro il neoliberismo, ha rotto il torpore degli anni del riflusso, che in effetti non c\u2019\u00e8 mai stato nel sud del mondo, e ha ravvivato in me la speranza che un mondo radicalmente migliore sia non solo necessario ma anche possibile. Nel mio libro accenno solo a queste esperienze. Oltre a quelle che hai accennato, nel mio libro parlo delle forme di riappropriazione dell\u2019acqua che ho avuto modo di osservare all\u2019interno del grande movimento contro le privatizzazioni dell\u2019acqua ed energia in Sud Africa agli inizi del XXI secolo.\u00a0<strong>Sulle Ande, sono rimasto colpito dalla pratica chiamata Minga, attraverso la quale comunit\u00e0 indigene si trovano insieme per affrontare in maniera conviviale la costruzione di case, per il lavori agricoli, o per la costruzione di scuole ed altri edifici per la collettivit\u00e0, per gestire un acquedotto autoprodotto<\/strong>. Come mi \u00e8 stato spesso spiegato, in ogni Minga si lavora insieme, dai pi\u00f9 anziani ai pi\u00f9 giovani, uomini e donne, ognuno secondo le proprie capacit\u00e0, in modo conviviale, e poi si banchetta e si fa festa, da dove ognuno trae ci\u00f2 che ha bisogno. Nelle Minghe organizzate per fare qualcosa di specifico, si discutono anche altre questioni, che danno il via all\u2019organizzazione di altre Minga e cos\u00ec via. Le Minga sono radicate anche nella nostra cultura occidentale, anche se noi le abbiamo dimenticate. Esse per\u00f2 si trovano ancora nelle economie solidali, nei piccoli centri, nel lavoro di riproduzione necessario per sostenere una lotta, o un centro sociale. Un altro esempio che mi ha colpito nel mio viaggio sulle Ande \u00e8 stato in Ecuador, quando ho visitato\u00a0<strong>Salinas<\/strong>, una cittadina a 3.500 metri di altezza, nella quale il 98 per cento dei suoi duemila abitanti e molti di pi\u00f9 nel suo hinterland rurale fa parte di una cooperativa, e le cooperative sono poi in comunicazione tra loro. C\u2019\u00e8 una radio, una fabbrica e un laboratorio di tessuti, coltivazione e trasformazione di funghi, di cioccolato, di formaggi, una pensione, una pizzeria e molto altro tutto in cooperativa autogestita, con assemblee di soci che regolarmente discutono le questioni. La cosa pi\u00f9 strabiliante \u00e8 che cinquanta anni fa a Salinas c\u2019era solo un padrone di una miniera di sale, e tutti lavoravano in condizioni miserabili per lui. Nel libro discuto anche degli aspetti problematici di questa esperienza, ma sicuramente si tratta di un caso notevole, soprattutto se si considera da dove sono partiti. Venendo vicino a noi in Italia, uno dei casi che mi ha pi\u00f9 colpito \u00e8 l\u2019esperienza di\u00a0<a href=\"http:\/\/www.campiaperti.org\/\"><strong>Campi Aperti<\/strong><\/a>\u00a0a Bologna, che fa parte della rete nazionale di Genuino Clandestino. Quello che mi ha colpito \u00e8 un triplice sforzo: quello di andare oltre la certificazione biologica ottenuta mediate pagamento e quindi prona alla corruzione e a favorire i produttori pi\u00f9 grandi. Con questa esperienza si vuole invece proporre una garanzia partecipata di genuinit\u00e0 dei prodotti, che mette insieme piccoli produttori e consumatori, li riunisce in assemblee per decidere i criteri di chi pu\u00f2 partecipare, gli standard dei prodotti e i prezzi. In molti casi, i consumatori possono partecipare nella produzione dei prodotto, come il caso della cooperativa di Arvaia dentro Campi Aperti. Questa \u00e8 un\u2019esperienza che inizia un cammino di sostenibilit\u00e0 alimentare e sfuma i contorni di chi \u00e8 produttore e chi \u00e8 consumatore, una distinzione fondamentale del sistema capitalistico.<\/p>\n<p><strong>Possiamo sostenere che si tratta, prima di tutto, di esperienze in cui gruppi di persone comuni smettono di delegare e scelgono di ribellarsi, cio\u00e8 non si rassegnano a interpretare la parte delle vittime, e creano un mondo nuovo tra le macerie di quello vecchio?<\/strong><\/p>\n<p>Assolutamente s\u00ec. Anche se non sempre c\u2019\u00e8 consapevolezza della rebellione nelle persone che iniziano questo percorso. Credo comunque che qualunque commons, inserito com\u2019\u00e8 in un ambiente entro il quale anche il capitale e lo stato neoliberale operano, prima o poi dovr\u00e0 fare una scelta, tra la lotta per la loro sopravvivenza e sviluppo o la propria distruzione per mezzo della messa fuori legge, da qualche legge sulla salute pubblica, sulla libert\u00e0 di scambio dei semi autoprodotti, sull\u2019accesso a terre destinate alle grandi opere, sul divieto a prestare aiuto a migranti residenti sul territorio e cos\u00ec via. E la lotta acquista forza se \u00e8 preceduta o da adito a un processo ricompositivo di tutti i commons.<\/p>\n<div id=\"attachment_384125\" class=\"wp-caption aligncenter\">\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-575414 size-full\" src=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2017\/12\/No_tav_scritta_muro.jpg\" alt=\"\" width=\"768\" height=\"509\" srcset=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2017\/12\/No_tav_scritta_muro.jpg 768w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2017\/12\/No_tav_scritta_muro-300x199.jpg 300w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2017\/12\/No_tav_scritta_muro-720x477.jpg 720w\" sizes=\"auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px\" \/><\/p>\n<\/div>\n<p><strong>Quali sono oggi gli obiettivi principali dei movimenti dei commons? E come tentano di raggiungerli?<\/strong><\/p>\n<p><strong>Se si guarda bene, in ogni luogo dove c\u2019\u00e8 un movimento dei commons<\/strong>, c\u2019\u00e8 un aspetto della riproduzione a porre il terreno ricompositivo. Per esempio cos\u00ec come a Cochabamba fu l\u2019acqua, pi\u00f9 recentemente a Barcellona \u00e8 stata la lotta della casa ad essere un primo passo di una piattaforma pi\u00f9 ampia basata sui beni comuni. A Napoli \u00e8 stata la lotta ambientale mentre nella\u00a0<strong>val di Susa<\/strong>\u00a0\u00e8 stata la lotta contro il Tav. Con la lente di ingrandimento, si potrebbe continuare a vedere numerosi fenomeni pi\u00f9 piccoli e meno conosciuti che coinvolgono soltanto luoghi particolari.\u00a0<strong>Se si dovesse mettere insieme ci\u00f2 che sembra emergere da un arcipelago dei commons ci sono tre principali assi entro i quali si modulano gli obiettivi e le aspirazioni dei commons: Riproduzione immediata della vita (cibo, casa, terra, care, salute, educazione e cultura, ambiente); Solidariet\u00e0 e accoglienza; Giustizia sociale e redistribuzione della ricchezza sociale<\/strong>. Questi tre assi sono ovviamente tra loro collegati: c\u2019\u00e8 una relazione per esempio tra la questione ambientale (primo asse) e la questione della redistribuzione della ricchezza sociale (terzo asse), o tra la questione della riproduzione di immediata della vita e quella della solidariet\u00e0 e accoglienza, sebbene questa relazione non \u00e8 sempre lineare. Il modo nel quale generalmente si tenta di raggiungere questi obiettivi \u00e8 quello appunto dell\u2019impegno diretto, l\u2019azione diretta. Non hai lavoro o sei stufo di correre la corsa competitiva? Mettiti insieme ad altri, cerca della terra e apri una piccola fattoria sostenibile. Mi va benissimo. In questo modo hai raggiunto alcuni degli obiettivi del primo asse, e puoi anche metterti in gioco nel secondo asse. Il mondo comunque gira indipendentemente da te, e hai intaccato solo minimamente le questioni del terzo asse. Inoltre come gruppo sei ricattabile se non fai esattamente come ti chiede l\u2019Asl o il comune. Parlando con molti micro produttori, risulta sbagliata per esempio quella normativa che richiede a piccolissimi coltivatori e trasformatori alimentari di sottostare alle stesse norme di sicurezza e di igiene di grandi fabbriche. Questa normativa \u00e8 infatti assurda per i piccoli produttori: perch\u00e9 nel mio micro laboratorio devo avere un bagno, quando il bagno si trova in casa mia nella porta accanto? O perch\u00e9 non posso portare torte fatte in casa alla festa della scuola, ma devo andarle a comprare e mostrare la ricevuta? Queste semplici illustrazioni vogliono dire che l\u2019azione diretta dei singoli commons, \u00e8 un obiettivo necessario, ma sicuramente non sufficiente per la trasformazione radicale di questo mondo. E qui la mia domanda diventa retorica: riusciranno i commons a creare un percorso ricompositivo e rivendicativo attorno a tutti e tre gli assi, a diventare forza politica, anche se non necessariamente partitica? Io credo che questa ricomposizione su questi tre assi sia necessaria non solo al fine di migliorare le condizioni di vita dei commons e in generale di tutti, ma anche di porre le basi per una questione ancora pi\u00f9 grande, quella al centro dei dibattiti televisivi, e perfino incastonata nell\u2019articolo uno della Costituzione, e difesa dalla sinistra e sindacati: la questione del lavoro. Se questa questione si legge dal punto di vista dei commons, cio\u00e8 un punto di vista in cui la socialit\u00e0 che fa \u00e8 anche in controllo dei modi del fare, delle sue ragioni e valori, diventa spontaneo chiederci: quale lavoro e per che cosa? Quali sono i ritmi, i salari, e cosa si produce e perch\u00e9? Per arricchire chi, e a quali costi sociali e ambientali?<\/p>\n<p><strong>Perch\u00e9 i concetti di commons, commonwealth e commoning, nei loro aspetti teorici e soprattutto pratici, possono essere molto utili in questo momento storico?<\/strong><\/p>\n<p>Io concepisco i commons come sistemi sociali i cui elementi strutturali sono commonwealth \u2013 cioe- risorse materiali e immateriali messi in comune \u2013 e una pluralit\u00e0 di persone, di commoners, cio\u00e8 una comunit\u00e0, che insieme definisce le proprie relazioni al loro interno e nei confronti delle risorse in comune.<strong>\u00a0Il fine ultimo del commons non \u00e8 il profitto<\/strong>, ma la riproduzione di uno o pi\u00f9 aspetti della vita. Questo \u00e8 fatto attraverso il\u00a0<strong>commoning, cio\u00e8 il fare in comune\u00a0<\/strong>(leggi anche\u00a0<strong><a title=\"Mettiamo in comune\" href=\"https:\/\/comune-info.net\/2014\/06\/mettiamo-comune\/\">Mettiamo in comune<\/a><\/strong>\u00a0<span class=\"meta\">di John Holloway<\/span>), e attraverso il quale non si crea soltanto ricchezza (di cose, idee, culture, affetti e relazioni), ma anche decisioni, regole, confini dei commons e rapporti con altri commons. In quanto sistemi sociali,\u00a0<strong>riconoscere i commons vuol dire riconoscere tre cose. In primo luogo, l\u2019esistenza concreta di alternative, di altri modi di fare basati su altri valori che quelli del capitale. Il riconoscimento di questa esistenza concreta significa rompere con il pensiero unico, il cinismo e il disfattismo, e quindi aprire uno spiraglio di speranza. In secondo luogo, \u00e8 importante riconoscere che ogni commons, per quanto piccola sia la sua estensione sociale, \u00e8 una cellula entro la quale delle forze sociali sono mobilitate per obiettivi di riproduzione. Concepire i commons come forze sociali significa aprire un orizzonte entro i quali i commons possono aumentare la loro forza sociale, a porre strategicamente la questione della loro diffusione ed espansione<\/strong>.<\/p>\n<div id=\"attachment_384127\" class=\"wp-caption aligncenter\">\n<div id=\"attachment_575423\" class=\"wp-caption alignnone\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-575423\" class=\"wp-image-575423 size-full\" src=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2017\/12\/Minga_Salinas_Ecuador.jpg\" alt=\"\" width=\"653\" height=\"397\" srcset=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2017\/12\/Minga_Salinas_Ecuador.jpg 653w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2017\/12\/Minga_Salinas_Ecuador-300x182.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 653px) 100vw, 653px\" \/><p id=\"caption-attachment-575423\" class=\"wp-caption-text\">Minga di Salinas (Ecuador), straordinaria esperienza comunitaria<\/p><\/div>\n<\/div>\n<p><strong>In un articolo pubblicato su\u00a0<a href=\"https:\/\/comune-info.net\/\">Comune<\/a>, dal titolo\u00a0<a href=\"https:\/\/comune-info.net\/2016\/04\/crisi-movimenti-e-commons\/\">Crisi, movimenti e commons<\/a>, tra l\u2019altro, scrivi: \u201cI commons non possono essere ridotti agli stereotipi delle teorie dei commons e non devono adattarsi perfettamente a qualsiasi modello proposto da versioni romantiche o radicali di ci\u00f2 che costituisce un sistema buono o socialmente giusto\u201d. Perch\u00e9 cercare un modello sarebbe un errore?<\/strong><\/p>\n<p>Non c\u2019\u00e8 nessun errore nel cercare un modello, almeno dal punto di vista di una singola soggettivit\u00e0, un individuo, un collettivo, un commons. In questa dimensione noi spesso facilitiamo il nostro lavoro presente applicando un modello che abbiamo ideato e abbiamo preso da altre esperienze, anche se molto spesso noi adattiamo questo modello alle esigenze e condizioni (sociali, politiche o ambientali) del nostro contesto. E nel momento stesso nel quale noi adattiamo il modello esso \u00e8 stato trasformato, molto spesso in modi che non erano stati anticipati. Inoltre, se guardiamo poi la cosa da un punto di vista evolutivo, di pi\u00f9 ampia scala temporale, notiamo che questo adattamento \u00e8 continuo, e che noi non possiamo anticipare oggi come sar\u00e0 il futuro, al massimo possiamo delineare qualche scenario. \u00c8 per questo che \u201ci commons non possono essere ridotti agli stereotipi delle teorie dei commons e non devono adattarsi perfettamente a qualsiasi modello\u201d, perch\u00e9 se facessimo cos\u00ec saremmo completamente rigidi di fronte alla<strong>\u00a0complessit\u00e0 della trasformazione<\/strong>, e quindi costruiremmo ghetti invece di una forma sociale che possa diffondersi ed evolvere.<\/p>\n<p><strong>Perch\u00e9 la critica al dogma della crescita economica \u00e8 parte importante della ricerca e delle lotte dei movimenti dei commons?<\/strong><\/p>\n<p>Perch\u00e9 la crescita economica \u00e8 fondamentalmente tre cose: estrazione crescente, devastazione ambientale crescente, sfruttamento \/ povert\u00e0 \/ alienazione \/ individualismo \/ solitudine \/ malessere crescente. Detto in altre parole, la ricerca della crescita economica continua ha bisogno di un\u2019estrazione di minerali, di uso di terra, e di acque crescente. Questo porta necessariamente all\u2019espropriazione crescente spesso violenta delle risorse delle comunit\u00e0 autorganizzate attorno al mondo, che usano queste risorse come bene comune. In questo senso,<strong>\u00a0i commons sono minacciati dalla crescita<\/strong>. La devastazione ambientale \u00e8 poi anche una conseguenza dell\u2019estrazione crescente, cos\u00ec come della produzione al fine del profitto che minimizza anche i costi ambientali ed esternalizza sulle comunit\u00e0 e ai commons i costi in salute ed esperienza di vita. Infine, la crescita economica ci vede sempre pi\u00f9 competere contro gli altri \u2013 la cui sussistenza non ci interessa. Ci vede competere quando cerchiamo lavoro, e quando lavoriamo, sia che siamo precari o abbiamo un lavoro fisso. La competizione si manifesta come una corsa continua per la semplice riproduzione delle nostre vite, ed \u00e8 attraverso questa corsa che si manifesta in ricerca costante di aumento di produttivit\u00e0, taglio di costi, tagli alle spese sociali, bisogno crescente di denaro, debito, distruzione ambientale\u2026 che il nostro sfruttamento \u00e8 possibile. La povert\u00e0 si manifesta poi sia nel modo nella quale spendiamo le nostre vite attaccate a questo meccanismo, o attraverso l\u2019accesso alle carenza quando siamo disoccupati, o quando ci viene espropriato tutto. La povert\u00e0 si produce attraverso la continua riproduzione di gerarchie sociali, di chi ha sempre di pi\u00f9 e di chi ha sempre meno legata al meccanismo economico. Ma \u00e8 anche una corsa che ci aliena, ci separa ed estranea dagli altri, da quello che facciamo, dal nostro ambiente e dal senso che diamo alle nostre vite. Sentiamo questa forza a farci diventare sempre pi\u00f9 individualistici, a pensare alla nostra, non a quella degli altri, sopravvivenza, a costruire un\u2019armatura attorno a noi, che ci fa disprezzare gli altri, in primo luogo\u00a0<strong>rom e migranti<\/strong>. Ed \u00e8 una corsa che ci ammala, di stress, di cuore, di cancro, di ansie e paure.<\/p>\n<p><strong>Oggi pi\u00f9 di ieri i movimenti dei commons sembrano dover affrontare alcuni ostacoli enormi: la moltiplicazione delle forme di repressione dall\u2019alto, il raffinamento delle strategie di cooptazione dei commons da parte del capitale, infine, il rischio di scivolare nel comunitarismo identitario\u2026<\/strong><\/p>\n<p><strong>Le comunit\u00e0 indigene americane hanno affrontato ostacoli ancora pi\u00f9 grandi nel corso dei secoli: tentativi di genocidi, assorbimento religioso, cooptazione e espropriazione in massa di terre. Sono ancora li a lottare, e in forme e contenuti sempre nuovi<\/strong>, portando insieme le varie identit\u00e0 e superandole. Tutto ci\u00f2 \u00e8 spesso fonte di ispirazione per tutti noi in occidente. Negli ultimi decenni essi sono stati capaci di ricomporre le loro diversit\u00e0 e identit\u00e0 in una maniera eccezionale, dando vita a grandi movimenti e cambiando anche la costituzione di alcuni paesi. Doppiamo riscoprire le nostre radici indigene \u2013 cio\u00e8 di comunit\u00e0 che \u00e8 radicata nella terra e nell\u2019autoproduzione di cose, valori e culture \u2013 e poi creare ponti su questa base con altre comunit\u00e0.\u00a0<strong>Il capitale fa quello che deve fare, e non gli si pu\u00f2 chiedere di essere diverso da quello che \u00e8. Siamo noi che possiamo e dobbiamo chiedere a noi stessi di operare in altri modi, diversi da quelli che ci vengono spesso imposti<\/strong>. Il rischio della repressione crescente e della cooptazione si affronta producendo altri modi di fare, di alleanze con commons diversi, e costruendo su di essi la nostra lotte e la capacit\u00e0 di resistere, ma anche attraverso la propositivit\u00e0 di altri modelli e soluzioni, e attraverso una ricerca e denuncia continue, un atteggiamento di allerta. Il rischio del comunitarismo identitario lo si affronta cos\u00ec come si affrontano le divisioni all\u2019interno di una comunit\u00e0, attraverso la comunicazione, la sfida, la ricerca continua di una mediazione che il ben vivere li si possono solo creare insieme, con la collaborazione tra diverse comunit\u00e0, non attraverso una lotta fratricida.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>* Massimo De Angelis \u00e8 docente di Economia politica e sviluppo presso la University of East London. Vive tra l\u2019Appennino modenese e Londra.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Intervista di Gianluca Carmosino a Massimo De Angelis* In ogni angolo del mondo emergono pratiche che aprono spazi di imprevedibilit\u00e0: nuove forme di aggregazione politica rifiutano, in modi differenti, il dogma del profitto, sottraggono al mercato tempo, relazioni e saperi,&hellip;<\/p>\n","protected":false},"author":1436,"featured_media":575395,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[62,157,48],"tags":[42608,5498,42607,42604,9371,42605,42606],"class_list":["post-575380","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-economia","category-interviste","category-sud-america","tag-commoning","tag-commons-it","tag-commonwealth","tag-diritti-globali","tag-economia-solidale","tag-genuino-clandestino","tag-minga"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.1.1 - 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