{"id":54871,"date":"2013-06-04T08:27:27","date_gmt":"2013-06-04T07:27:27","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pressenza.com\/?p=54871"},"modified":"2013-06-04T17:12:21","modified_gmt":"2013-06-04T16:12:21","slug":"syrian-dust","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2013\/06\/syrian-dust\/","title":{"rendered":"Syrian dust"},"content":{"rendered":"<p>ad Antonio Cassese, che avrebbe cercato giustizia<\/p>\n<p>Ha il suono di un aereo che arriva, e tutti, \u00e8 un istante, si guardano, le parole che si spengono in bocca: ma \u00e8 solo un cancello che scorre e si chiude. Un&#8217;accetta che spacca la legna \u00e8 una raffica di kalashnikov, il passo di un tacco femminile il colpo secco di un cecchino. Sembriamo normali, ad Aleppo. E invece la paura \u00e8 un cancro che ci sta consumando dentro.<br \/>\nA otto mesi dall&#8217;inizio della battaglia, una sola cosa non \u00e8 cambiata, qui: i caccia di Assad sono cos\u00ec imprecisi che non bombardano mai le linee del fronte &#8211; rischierebbero di centrare non i ri-belli, ma i lealisti. E se prima l&#8217;obiettivo pi\u00f9 gettonato era l&#8217;ospedale al-Shifa, ora che dei suoi muri non resta che polvere, dei suoi medici un fiore e una foto in cornice, il luogo pi\u00f9 pericoloso sono le file per il pane e gli aiuti umanitari. Non sono che donne e bambini, stamattina. In duecento, si contendono una manciata di scatole con un po&#8217; di olio, riso ceci. Zucchero. Hanno dita, orecchie che mancano, gli occhi rossi e sgualciti, addosso, tra gli aculei di vento di questo scampolo d&#8217;in-verno, stravolti e smagriti, una maglia sdrucita e poco altro, le ossa che scolpiscono la pelle come un bassorilievo. Le madri ti vedono, straniera, e tentano di lasciarti il figlio in braccio, ti dicono: bring him with you, save him. Salvalo. Portalo via.<br \/>\nE&#8217; alla fame, Aleppo, travolta da un&#8217;epidemia di tifo, per strada si vende di tutto, sembra ognuno abbia rovesciato a terra il salotto di casa, teiere, televisori telefoni, tovaglie, interruttori della luce, qualsiasi cosa &#8211; pi\u00f9 esattamente: pezzi di qualsiasi cosa: perch\u00e9 Aleppo non \u00e8 che macerie, poi, uno ti vende il passeggino, un altro le ruote. Ibtisam Ramdan ha 25 anni, abita con i suoi tre figli e la tubercolosi in un trancio di fognatura sotto l&#8217;argine del fiume, la porta che \u00e8 una grata di pollaio, il focolare un bidoncino di vernice, e questi tre bambini, nel buio umido di un angolo rancido, che piangono e tossiscono, tossiscono cos\u00ec forte e piangono cos\u00ec disperati che rantolano &#8211; su un ritaglio di cartone, tra i vermi, un residuo di riso: non hanno neppure dei piatti: e comun-que qui intorno, al momento, non c&#8217;\u00e8 niente di commestibile. E come loro decine d&#8217;altri: tutto l&#8217;ar-gine del fiume \u00e8 faglie e tuguri, non sono baracche, non sono grotte, non sono che pezzi di cose, lamiere, assi di legno, teli di plastica &#8211; cumuli, cumuli di pezzi di cose, a un certo punto, sempli-cemente, ti ci ritrovi dentro, tra donne, bambini, anziani mutilati e muti, queste bocche senza denti, passi a un centimetro e neppure ti guardano, anneriti dal carbone delle stufe, i piedi nel fango. Non hanno che l&#8217;acqua piovana, la pelle tempestata di infezioni, persino i gatti, qui, sono malati, mentre un aereo, improvviso, ti ringhia in testa, provi a scostare un&#8217;anta, e trovi un uomo che sta morendo di leucemia, provi a scostarne un&#8217;altra, e trovi un uomo che sta scuoiando un to-po, un&#8217;altra, ancora, e solo questa ragazza, immobile, e come assente, addosso, inequivoca, l&#8217;orma dello stupro &#8211; provi a fare una domanda, e il tuo interprete che crolla in pianto e ti dice scusa, ma non ho pi\u00f9 parole, non ho pi\u00f9 parole per tutto questo.<br \/>\nE&#8217; cos\u00ec alla fame, Aleppo, cos\u00ec sfinita che i missili di Assad colpiscono, e si rimane ad abitare tra le macerie. Come a Ard al-Hamra, 117 morti &#8211; di cui 17 ancora qui, sparsi sotto di te. I vivi ti sbu-cano da scale, soffitti collassati, uno a uno, da pavimenti sgretolati, mozziconi di pilastri, un tap-peto che pende da un ventilatore: non hanno che quello che hanno addosso, nel telefono di Fouad Zytoon, 36 anni, la foto di una testa scagliata su una mensola, \u00e8 sua figlia. Insistono per raccon-tarti tutto nei dettagli, vuoi i nomi delle vittime?, ti chiedono, ho l&#8217;elenco completo, e tu ti vergo-gni a dirlo, ma no, non hai bisogno dei nomi, \u00e8 sufficiente il numero, e poi \u00e8 tardi, e Aleppo \u00e8 mille storie e questo \u00e8 solo un rigo del tuo articolo, \u00e8 tardi, davvero, e poi sei stanco, e impolvera-to, e sei terrorizzato da questo aereo, sulla tua testa, che continua a girare, e girare e girare, il pi-lota che sta scegliendo chi bombardare, che forse sta scegliendo te e no: hai bisogno solo del nu-mero, grazie \u00e8 sufficiente, 117, di cui 17 mai recuperati &#8211; e il ragazzo, a bruciapelo, che ti guar-da, ti dice: hai visto? non resta pi\u00f9 niente, delle nostre vite, neppure un nome.<br \/>\nSembra normale, Aleppo. E i giornalisti sono andati via. Tra le macerie \u00e8 cresciuta l&#8217;erba, tanto la guerra \u00e8 diventata carne di questa citt\u00e0, i tassisti ti vedono con la Nikon al collo, e ti fermano, co-me fossi un turista, ti chiedono: ti accompagno al fronte? &#8211; ma poi incroci una bambina, e ti fa il saluto militare: poi incroci uno spazzino, per strada, un elettricista che ripara un&#8217;antenna, e come una sferzata di frusta, all&#8217;improvviso, il corpo che cade: abbattuti: un cecchino. Poi all&#8217;ingresso dell&#8217;ospedale, mentre l&#8217;aereo scompare, riappare plana, torna in quota, all&#8217;ingresso dell&#8217;ospedale sono stesi i cadaveri senza carta di identit\u00e0, la gente passa, solleva appena il lenzuolo, si accerta non sia un fratello, un cugino. Poi entri in un campo giochi, mentre forse sta scegliendo te, e tra le altalene c&#8217;\u00e8 un sacco a pelo, mentre forse tocca a te, e dentro il sacco a pelo un ragazzo violaceo, un foro alla tempia, poi entri in un portone, e i muri che sono uno schizzo di sangue, mentre sono i minuti pi\u00f9 spietati, ti guardi intorno, e ovunque, sfiancate dall&#8217;artiglieria, queste case che sono un piano abitato un piano dilaniato, un triciclo carbonizzato appeso a mezz&#8217;aria, nel vento, nel-l&#8217;attesa dondolano una lampada una tenda, fossili di vite comuni. Perch\u00e9 sembra normale, Aleppo: poi entri in una scuola, un&#8217;aula, e ai mortai, i bambini che neppure si girano: solo a una grandi-nata di proiettili cominciano a discutere: \u00e8 una doshka, dice Ahmed, 6 anni, no \u00e8 un kalashnikov a canna corta, dice Omar, 6 anni anche lui, senti?, \u00e8 pi\u00f9 leggero di un draganov &#8211; mentre forse tocca a te, adesso, e non ti rimane che stringerti a te stesso, insieme a tutto quello che non hai detto, nella tua vita, le volte in cui non sei stato capace di amare, le volte che non sei stato capace di osare, le parole che ti sono rimaste impigliate tra le dita le volte che adesso \u00e8 tardi, invece, \u00e8 tardi per tutto, e la vita di una bellezza feroce: adesso che forse tocca a te.<br \/>\nFino a quando per strada, poi, concitato, un uomo arriva, annuncia: bombardato Sheik Said. E perch\u00e9 \u00e8 ruvido ammetterlo, ma &#8211; \u00e8 feroce: ma \u00e8 un sollievo infinito. Sheik Said: non tu. Un sollie-vo infinito. Sapere che qualcuno \u00e8 morto. E perch\u00e9 \u00e8 come se questa guerra ti avesse derubato non dell&#8217;umanit\u00e0, ma all&#8217;improvviso, e con ancora pi\u00f9 violenza: come se ti avesse lasciato nudo allo specchio, nudo in quello che davvero sei: perch\u00e9 conti solo tu, nella tua vita, sanguina ammetter-lo, ma questa guerra non ti ha derubato di niente, la tua umanit\u00e0, semplicemente, la tua diversit\u00e0, sanguina &#8211; ma non \u00e8 mai esistita: conti solo tu. E una vita cos\u00ec, che vita \u00e8?<\/p>\n<p>Sono andati via, i giornalisti &#8211; sembra normale, Aleppo. E il fronte, per\u00f2, \u00e8 ancora qui: capisci che ti \u00e8 vicino quando in direzione opposta alla tua, inizia la fila dei siriani in fuga. Decine di furgon-cini si stagliano contro un cielo che ribolle di esplosioni, carichi di tutto: e non \u00e8 esattamente l&#8217;immagine che associeresti alla parola &#8216;liberazione&#8217;. Ma perch\u00e9 avanza cos\u00ec, il fronte: citt\u00e0 a citt\u00e0, quartiere a quartiere: avanza come uno tsunami, dopo il suo passaggio non rimane niente, solo bambini che giocano a pallone nella polvere, mentre il regime bombarda tutto. Giocano come niente fosse. E d&#8217;altra parte: per rassicurare la popolazione, i ribelli si aggirano in jeep bardate di doshka: ma \u00e8 una mitragliatrice placebo, contro un caccia ha l&#8217;effetto della cerbottana. Come dice Wael: l&#8217;unica contraerea, qui, \u00e8 la pioggia. &#8220;L&#8217;unico rifugio \u00e8 la fortuna&#8221;. Ha 8 anni.<br \/>\nL&#8217;unit\u00e0 dell&#8217;Esercito Libero in cui siamo embedded \u00e8 composta da 13 uomini, di cui due in ciabatte &#8211; e gli altri non sempre hanno due scarpe uguali. Erano 17, in tre sono morti per recuperare il cadavere di un quarto che \u00e8 ancora l\u00ec, in fondo alla strada. Dietro l&#8217;angolo, un cecchino del regi-me. Siedono con un bicchiere di t\u00e8 in quello che un tempo deve essere stato un negozio, impe-gnati da un&#8217;ora in un&#8217;animata discussione di strategia per la presa di Damasco. Una donna, in-tanto, si affaccia guardinga: deve passare dall&#8217;altra parte. Ma nessuno se la fila: e dopo un po&#8217;, rassegnata, attraversa cos\u00ec, sola &#8211; mormorando in preghiera versetti del Corano. Eppure, lo rac-comanda anche Wikipedia: si chiama &#8216;fuoco di copertura&#8217;. Sono due dollari a proiettile, mi fulmi-na Fahdi: &#8220;ma sei matta?&#8221;, e torna a pianificare la presa di Damasco. I rinforzi, nel pomeriggio, saltano gi\u00f9 da una jeep sotto forma di Ayman Haj Jaeed, 18 anni. E&#8217; il suo secondo giorno al fron-te. Scrivi, mi dice: Assad \u00e8 agli sgoccioli &#8211; e attraversa di corsa la strada con il suo kalashnikov, sparando il pi\u00f9 possibile. Scrivi scrivi, mi urla di l\u00e0 dalla strada: ancora due mesi, e Aleppo sar\u00e0 libera. Solo che ha sparato a sinistra. E il cecchino era alla sua destra.<br \/>\nSono contro il regime, i siriani, ma anche, sempre pi\u00f9, contro i ribelli. Accusati di avere trascinato Aleppo in una guerra che non erano pronti a combattere, con le loro scatolette di tonno convertite in granate: e adesso, accusati anche di saccheggi e estorsioni, e soprattutto, di avere consegnato il paese a Jabhat al-Nusra. Significa Fronte del Sostegno: sono gli uomini di al-Qaeda, sbarcati qui da Iraq, Cecenia Afghanistan. Marsiglia, Londra: dalle periferie, dalle discariche della globalizza-zione. Con la loro esperienza, e le loro armi sofisticate, stanno cambiando gli equilibri della guerra: ma anche gli equilibri della Siria, paese laico. A favore dell&#8217;Islam.<br \/>\nQuello che era il quartier generale dell&#8217;Esercito Libero \u00e8 ora il quartier generale di Jabhat al-Nusra. &#8220;Nelle aree liberate, il governo \u00e8 costituito da corti islamiche in cui qualcuno poggia un Corano sul tavolo e chiama giustizia la propria volont\u00e0&#8221;, spiega il leader delle manifestazioni del venerd\u00ec, Abu Maryam: perseguitato dal regime, pestato dai ribelli, processato dagli islamisti. &#8220;Non abbiamo perso solo la rivoluzione. Abbiamo perso la Siria&#8221;. Perch\u00e9 gli jihadisti, secondo le stime, non sono che una minoranza, il 5 percento: ma sono i pi\u00f9 addestrati, i pi\u00f9 organizzati: sono quelli che decidono. Nelle aree sotto il loro controllo, non \u00e8 raro imbattersi in lealisti trascinati per i ca-pelli, fradici di sangue. La pelle una mappa di torture. &#8220;Ma la Siria sar\u00e0 una democrazia&#8221;, ti assi-curano. Fino a quando non piove un mortaio, all&#8217;improvviso &#8211; &#8220;rispetteremo tutti&#8221;, un secondo un terzo: mi infilo nella prima porta che trovo. Solo che sono tutti uomini, dentro: e sotto l&#8217;elmetto, non ho il velo. Sar\u00e0 una Siria di liberi e uguali, ripetono: ma per ora, mi lasciano fuori.<\/p>\n<p>Ti fissano stralunati, gli abitanti di Aleppo, fermi a bordo strada come un presepe dell&#8217;Armaged-don. Perch\u00e9 poi passa un autobus verde, ed \u00e8 un istante: pensi: come quello dietro cui ci siamo nascosti, quella volta, cecchini ovunque, e quel bambino, era quasi arrivato, anche lui, quasi salvo &#8211; ma \u00e8 un istante: e tiri dritto. Solo che entri in una casa, poi, e a destra: un sottoscala. E come quello in cui quell&#8217;uomo, bombardavano, ti ricordi? e ti cedette il posto: perch\u00e9 potessi rimanere viva e raccontare al mondo. E all&#8217;angolo dello Shifa, poi, l\u00ec, quell&#8217;asfalto appena mosso: e ma per-ch\u00e9 c&#8217;erano due voragini, l\u00ec, due aerei, l\u00ec dove per poco non \u00e8 morto Alessio, l\u00ec dove per poco non \u00e8 morto Narciso e quel muro, davanti a te &#8211; ma perch\u00e9 c&#8217;era un cadavere, l\u00ec, e un mortaio che l&#8217;ha centrato in pieno, che l&#8217;ha disintegrato non lo senti? c&#8217;\u00e8 un cadavere nell&#8217;aria, e ogni angolo, ogni angolo, cammini, e provi a tirare dritto, ma ogni angolo, e ti sembra di impazzire, l&#8217;intera citt\u00e0, e come un monumento al civile ignoto mentre improvviso, un bambino: ti si aggrappa al braccio, Ho perso tutto! Ho perso tutto!, urla, e ti strattona, e urla, ti implora, Ho perso tutto!, l\u00ec dove gal-leggiava una mano, e ti sembra solo di precipitare, mentre tutto torna, e Aleppo, davanti a te, si fa un caleidoscopio dell&#8217;orrore, scompare riappare, Ho perso tutto! urla, e non va via, non va via, ti si aggrappa addosso, Ho perso tutto!, l\u00ec, ti ricordi?, l\u00ec dove galleggiava una testa, l\u00ec dove credevi fossero calcinacci ed erano cocci di cranio, l\u00ec l&#8217;ultima volta che hai visto Abdallah, la prima volta che hai detto ti amo.<\/p>\n<p>E perch\u00e9 poi esausto, e ormai grigio di polvere, ti snodi tra gli ennesimi sacchi di sabbia per schi-vare l&#8217;ennesimo cecchino. Ma tra quanto arriviamo?, chiedi, i nervi in frantumi, \u00e8 ancora lonta-no? &#8211; ed \u00e8 solo allora che capisci questa guerra: quando in mezzo al nulla, Alaa ti dice: siamo gi\u00e0 arrivati.<br \/>\nPerch\u00e9 dell&#8217;antico souk di Aleppo, i quattromila metri quadrati pi\u00f9 incantevoli del Medio Oriente, la cartolina pi\u00f9 famosa della Siria, una vertigine di voci, e storie colori, uno straripare di vita, non \u00e8 rimasto che questo: macerie. I piedi che cammini e affondano fino alle caviglie, spunzoni con-torti di ferri arrugginiti, vetri, lamiere, le serrande sventrate e traforate dai proiettili. Polvere e pietre. Nient&#8217;altro. Ma veramente nient&#8217;altro. Ti guidano vicolo per vicolo, i ribelli, negozio a ne-gozio: questo \u00e8 il mercato del cotone, ti spiegano, questo il mercato degli orefici, a destra le spezie, l\u00ec in fondo l&#8217;argento. E invece non sono che macerie. Qui le spose vengono a comprare l&#8217;abito, e ti indicano un mozzicone di qualcosa, qui l&#8217;anello &#8211; verbi all&#8217;indicativo presente: e tu non vedi che niente. Qui dentro non \u00e8 rimasto neppure un topo.<br \/>\nIyad ha 32 anni e un&#8217;aria fragile incastonata tra i muscoli larghi, fa il falegname &#8211; &#8220;il mio labora-torio \u00e8 quello all&#8217;angolo&#8221;, ti dice, anche se all&#8217;angolo non c&#8217;\u00e8 che un soffitto franato, un moncone di muro, e anche se adesso fa il cecchino, due ore al giorno, ogni giorno, dorme qui, un materasso e una coperta di fianco a uno scheletro di porta, \u00e8 morto il fratello \u00e8 morto il padre, \u00e8 morto il suo migliore amico, sono morti tutti, \u00e8 morta sua figlia di due anni, nel cellulare la foto del cadavere nel sangue, e adesso fa il cecchino, semplicemente questo, due ore al giorno dietro uno scudo di sacchi di sabbia, guardi nel foro da cui spara e gli elmetti degli ultimi soldati che ha centrato sono ancora l\u00ec, in mezzo alla strada. Qualsiasi domanda, Iyad ha la stessa risposta. Ma cosa si prova, gli chiedi, la prima volta? e ti mostra il cadavere della figlia, mentre un uomo rantola, dentro il tuo mirino, cosa si pensa?, e ti mostra il cadavere della figlia, gli chiedi: ma quando tutto questo fini-r\u00e0, cosa farai? e che Siria sar\u00e0? e solo il cadavere della figlia, solo il sangue che cola &#8211; fino a quando ti dice: altro da sapere?, infila il telefono in tasca, e ricomincia a sparare.<br \/>\nHanno diciassette, diciotto, vent&#8217;anni, e questi occhi trasparenti che puoi guardarci attraverso, e vederci le macerie alle loro spalle, per quanto sono vuoti. Combattono qui da otto mesi, l&#8217;orologio, a un muro, \u00e8 fermo alle 17.47, era il 25 settembre, e Aleppo un inferno, un&#8217;esplosione ogni pochi secondi quando la citt\u00e0 vecchia, dichiarata dall&#8217;Unesco patrimonio dell&#8217;umanit\u00e0, fu travolta dalle fiamme. Si aggirano tra le spoglie della tempesta in kalashnikov e maglietta, sotto gli anfibi le cal-ze dei Simpson: sono i nuovi padroni di Aleppo, ragazzini che hanno a stento un diploma, a stento un mestiere &#8211; e per\u00f2 hanno un kalashnikov, ora, ora hanno annusato il potere: e non torneranno a essere nessuno come ai tempi di Assad. Sono accampati qui con il loro fornellino da campeggio, il sacco a pelo, e come fosse il loro interrail, parlarci \u00e8 inutile, non ricavi mezza parola mezza emozione. Presidiano ogni angolo, ogni avanzo di muro, qui, ha il suo checkpoint, le sue guardie: pattugliano le strade di una citt\u00e0 immaginaria &#8211; &#8220;questo \u00e8 il sarto migliore di Aleppo&#8221;, e non \u00e8 che una catasta di lamiere taglienti sotto il tiro di un cecchino: perch\u00e9 quando ti imbatti in una nebbia di insetti, poi, tu che conosci Aleppo, ormai, lo sai: l\u00ec sotto ci sono resti umani.<br \/>\nE in uno squarcio di mortaio, a un certo punto, qualcosa di dorato ancora brilla. E&#8217; un lampada-rio. Abbassi la testa, curioso, sgusci tra i sacchi di sabbia &#8211; scivoli dentro: e ti ritrovi tra decine di copie del Corano infilzate dai proiettili: \u00e8 la vecchia moschea. E&#8217; quello che ne rimane.<br \/>\nI muri sfigurati dall&#8217;artiglieria, i candelabri divelti. Incisioni, decorazioni piallate via, le sfumature del rosso, sul tappeto, che sono ora sfumature di sangue. E da un pilastro all&#8217;altro, teli di plastica scura: i cecchini di Assad sono dall&#8217;altro lato del cortile. Perch\u00e9 \u00e8 una guerra del secolo scorso, la guerra di Aleppo, \u00e8 una guerra di trincea combattuta a colpi di fucili: ribelli e lealisti sono cos\u00ec vi-cini che si insultano mentre si sparano &#8211; al fronte, la prima volta non ci credi: con queste baio-nette che hai visto solo nei libri di storia, e pensavi non si usassero pi\u00f9 dai tempi di Napoleone, oggi che la guerra si fa con i droni: e invece qui si combatte metro a metro, con quella lama legata alla canna, e cariata di sangue, e perch\u00e9 \u00e8 davvero una battaglia strada a strada, corpo a corpo, i cani randagi, fuori, che si contendono un osso di tibia. Anche se non sono che pretoriani di un impero di morte, ormai, mentre ti salutano con il segno della vittoria come fossero davanti al Co-losseo per una foto ricordo, e invece non sono che davanti a minareti schiantati a terra, rovi di lamiere mentre fermano il fotografo: dicono: qui \u00e8 vietato entrare: \u00e8 l&#8217;area riservata alle donne, e invece non sono che resti carbonizzati di cose che neppure capisci che sono &#8211; mentre montano la guardia a un&#8217;allucinazione: ma tutto, qui, tra i fantasmi delle spose, \u00e8 pi\u00f9 sacro della vita.<br \/>\nSembrano strade, sono La strada di Cormac McCarthy. Neppure il muezzin, ormai, chiama pi\u00f9 alla preghiera: cerca donatori di sangue per i feriti dell&#8217;ultimo missile, piovuto mezz&#8217;ora fa. E solo una grandinata di kalashnikov, all&#8217;improvviso, ti risveglia &#8211; fuori si ricomincia a sparare. E&#8217; l&#8217;uni-co segno di vita &#8211; fuori, qualcuno muore. Qualcuno non \u00e8 ancora morto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>ad Antonio Cassese, che avrebbe cercato giustizia Ha il suono di un aereo che arriva, e tutti, \u00e8 un istante, si guardano, le parole che si spengono in bocca: ma \u00e8 solo un cancello che scorre e si chiude. 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