{"id":548309,"date":"2017-10-30T15:52:51","date_gmt":"2017-10-30T15:52:51","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=548309\/"},"modified":"2017-10-30T16:00:37","modified_gmt":"2017-10-30T16:00:37","slug":"le-ragioni-politiche-opporsi-al-fiscal-compact","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2017\/10\/le-ragioni-politiche-opporsi-al-fiscal-compact\/","title":{"rendered":"Le ragioni politiche per opporsi al Fiscal Compact"},"content":{"rendered":"<p>\u00c8 una vera sciagura che le decisioni politiche ed economiche che maggiormente influenzano la nostra vita, siano cos\u00ec incrostate di tecnicismi da indurre i cittadini a disinteressarsene.\u00a0 Una di queste \u00e8 il fiscal compact, un tema che gi\u00e0 dal titolo invita alla fuga. Ma la sua attuazione \u00e8 cos\u00ec gravida di conseguenze che sarebbe un suicidio non occuparsene.<\/p>\n<p>Spesso le cose sono complicate perch\u00e9 si presentano come matasse intricate che pi\u00f9 provi a pi\u00f9 dipanarle pi\u00f9 si annodano. Ma se riusciamo a trovare il capo e cominciamo a srotolarle, allora tutto si fa pi\u00f9 chiaro. Rispetto al fiscal compact cominciamo col dire che si tratta di un accordo fra stati europei siglato nel 2012. Traducibile come \u201cpatto di bilancio\u201d ha per oggetto il contenimento del debito pubblico. In particolare prevede due impegni da parte di ogni stato firmatario: il pareggio di bilancio, per non fare altro debito, e l\u2019alleggerimento di quello accumulato attraverso un piano di rientro ventennale per riportarlo al di sotto del 60% del prodotto interno lordo. Oggi si torna a parlare di quell\u2019accordo perch\u00e9 si vuole cambiare la sua natura giuridica. Essendo nato pi\u00f9 con lo scopo di rassicurare il mondo degli affari che quello di essere messo immediatamente in pratica, il suo grado di ufficialit\u00e0 pu\u00f2 essere paragonato a quello di una scrittura privata che non produce effetti sanzionatori in caso di inadempienza. Nell\u2019accordo, per\u00f2, c\u2019\u00e8 una clausola che prevede di trasformarlo, entro cinque anni, in un vero e proprio trattato regolamentato dalle norme dell\u2019Unione Europea. Un cambiamento di stato giuridico che lo farebbe passare da impegno generico a regola ferrea perch\u00e9 i trattati europei sono supervisionati dalla Commissione Europea che fa scattare sanzioni in caso di inadempienza. I cinque anni stanno per scadere e prevedendo che qualche stato (esempio Germania) possa chiedere\u00a0 il cambio di stato giuridico, si \u00e8 acceso un dibattito su cosa sia meglio fare: assistere passivamente all\u2019evoluzione degli eventi o cercare di impedire ulteriori passaggi?<\/p>\n<p>Il fronte dei progressisti non \u00e8 unito. Paradossalmente alcuni difendono il fiscal compact in nome delle generazioni future. L\u2019argomentazione \u00e8 che ogni nuovo debito di oggi si trasforma in nuovi pesi domani, non tanto per il capitale da restituire, quanto per gli interessi da pagare che rappresentano una vera e propria emorragia collettiva a vantaggio dell\u2019arricchimento di pochi. Di qui la difesa del pareggio di bilancio. Ma il rischio \u00e8 che la difesa dei figli si trasformi in un colpo mortale dei padri. Gi\u00e0 oggi, che eppure accettiamo di sforare il bilancio, facciamo macelleria sociale per raggranellare i soldi da destinare agli interessi. Si calcola che dal 1992 ad oggi abbiamo dirottato 750 miliardi di gettito fiscale dai servizi a vantaggio dei cittadini al pagamento degli interessi, tuttavia senza riuscire mai a coprirli nella loro interezza. Per coprire l\u2019intera spesa, abbiamo aperto tutti gli anni nuovo debito, quando di 30, quando di 50 o di 60 miliardi di euro. Se dunque volessimo legarci indissolubilmente al pareggio di bilancio, il taglio ai servizi a vantaggio dei cittadini sarebbe molto pi\u00f9 alto. Per non parlare del progetto di riportare il cumulo del debito pubblico sotto al 60% del Pil in venti anni. Oggi il nostro debito pubblico ammonta a 2200 miliardi pari al 135% del Pil. Riportarlo al di sotto del 60% significherebbe dimezzarlo in venti anni. In altre parole dovremmo accantonare ogni anno 50 miliardi che andrebbero ad aggiungersi ai 60-80 miliardi di interessi per una cifra superiore ai 100 miliardi all\u2019anno da destinare al servizio del debito. Neanche un paese come la Germania potrebbe farcela!<\/p>\n<p>Molti dicono che eliminando la corruzione e le inefficienze, si potrebbero ottenere risparmi utili a ridurre il nostro debito senza colpire necessariamente le spese sociali. In teoria tutto \u00e8 possibile, in realt\u00e0 \u00e8 pi\u00f9 semplice e veloce risparmiare decretando il taglio degli assegni ai portatori di handicap che correggendo i malcostumi della macchina burocratica. Per cui non c\u2019\u00e8 niente di pi\u00f9 probabile che in nome del debito si continui a tagliare la previdenza sociale e i servizi pubblici. In ogni caso se proprio volessimo sondare tutte le possibilit\u00e0, ci sarebbe anche un altro modo per raggiungere il pareggio di bilancio senza toccare le spese sociali: \u00e8 il rifiuto di pagare gli interessi. Chi l\u2019ha detto che il peso del debito debba essere portato solo dai cittadini e non anche dai creditori? In fondo il tasso di interesse \u00e8 preteso in nome del rischio di poter perdere il capitale. Allora coerenza vuole che se il debitore non ce la fa, il creditore accetti di fare buon viso a cattiva sorte. Fra privati \u00e8 un\u2019abitudine consolidata negoziare la riduzione del debito e degli interessi, quando il debitore \u00e8 in difficolt\u00e0. Non si vede perch\u00e9 ci\u00f2 che \u00e8 consentito ai privati debba essere negato al pubblico.<\/p>\n<p>Se l\u2019obiettivo fosse il pareggio di bilancio tramite la decurtazione degli interessi, la proposta potrebbe farsi interessante. Ma con la classe politica che ci troviamo, dotarci di una simile regola sarebbe come consegnare un coltello al macellaio: speri che ci tagli il pane, in realt\u00e0 ci sgozza gli agnelli. E qui arriviamo al cuore del problema: per chi e per che cosa \u00e8 stato pensato il fiscal compact? Per trovare una risposta dovremmo esaminare le scelte compiute in Europa, e pi\u00f9 in generale in Occidente, negli ultimi quaranta anni. Dal 1980 l\u2019ala socialdemocratica, quella che cercava di piegare il capitalismo alle esigenze sociali, sta cedendo terreno al neoliberismo, che invece vuole il trionfo assoluto delle forze di mercato e della logica capitalista. Un caposaldo del neoliberismo \u00e8 l\u2019annientamento dello stato, come livellatore di ricchezza, come erogatore di servizi, come guida dell\u2019economia. In ambito fiscale si \u00e8 assistito all\u2019esplodere dei paradisi fiscali e alla riduzione delle tasse ai ricchi con conseguente aumento ai ceti pi\u00f9 poveri. Nell\u2019ambito dei servizi la parola d\u2019ordine \u00e8 stato privatizzazione, per cui acqua, trasporti, telefoni, sanit\u00e0 da sempre affidati al pubblico, sono stati trasferiti al mercato. E volendo sbarazzarsi definitivamente dello stato come soggetto\u00a0 che guida l\u2019economia, gli \u00e8 stata tolta sovranit\u00e0 monetaria, affinch\u00e9 non possa pi\u00f9 utilizzare la spesa pubblica come volano occupazionale e come timoniere della produzione. Perci\u00f2, quando negli anni ottanta si \u00e8 cominciato a ragionare attorno alla costruzione della nuova Unione Europea e all\u2019introduzione di una moneta comune, il modello preso a riferimento \u00e8 stato quello neoliberista che eleva il mercato a sovrano e degrada gli stati a suoi cortigiani. A soggetti, cio\u00e8, che da un punto di vista legislativo si limitano alla funzione di scrivani che sotto dettatura scrivono leggi funzionali al mercato e alle imprese, mentre da un punto di vista sono mucche da mungere. Dopo averli spogliati di ogni forma di autonomia monetaria, la raccomandazione agli stati non \u00e8 stata quella di gestire le proprie finanze nell\u2019interesse dei cittadini, ma delle banche. E poich\u00e9 le banche vivono di prestiti, la richiesta ai governi non \u00e8 stata di astenersi dal fare debiti, ma di farne in maniera equilibrata in modo da non compromettere mai la propria reputazione di debitori affidabili. Non a caso il trattato di Maastricht decret\u00f2 che il deficit pubblico non deve oltrepassare il 3% mentre il debito complessivo deve stare al di sotto del 60% del Pil. Poi venne la crisi bancaria del 2009 e tutti gli stati vennero invitati a caricarsi di debiti per salvare le banche. L\u2019indebitamento complessivo dei paesi dell\u2019euro zona\u00a0 balz\u00f2 dal 60% nel 2006 all\u201983% del Pil nel 2010. Quello italiano pass\u00f2 addirittura al 120% e quello greco al 140% del Pil. Ormai persa la reputazione di debitori affidabili subentr\u00f2 la paura che gli investitori voltassero le spalle all\u2019Europa, o che la ponessero addirittura sotto attacco speculativo facendo traballare l\u2019euro. Nel 2011 i timori si fecero realt\u00e0: un attacco speculativo contro i titoli di stato italiani fece crollare il loro valore, obbligando il governo italiano a pagare tassi di interesse esorbitanti sui titoli di nuova emissione. I mercati andavano tranquillizzati, andavano rassicurati che i loro soldi non sarebbero andati perduti, l\u2019unico modo per farlo era l\u2019annuncio del pareggio di bilancio. La promessa, cio\u00e8, di mantenere le spese dentro le entrate in modo da non fare altro debito ed evitare di sovraccaricarsi cos\u00ec tanto da correre il rischio della bancarotta.<\/p>\n<p>A ci\u00f2 serv\u00ec il fiscal compact che perci\u00f2 si pu\u00f2 ritenere un documento politico prima ancora che finanziario. \u00c8 stato l\u2019atto attraverso il quale gli stati d\u2019Europa hanno confermato totale sottomissione ai mercati ed hanno dichiarato di porsi come obiettivo supremo la tutela dei creditori. Ed \u00e8 per questo suo significato politico che il fiscal compact va ostacolato. Dobbiamo impedirgli di assumere pi\u00f9 valore giuridico di quello che ha oggi, per non fornire alla Commissione Europea un altro strumento di controllo sui parlamenti nazionali in chiave mercantilista. Il fiscal compact va ostacolato come primo passo di un lungo percorso, sicuramente non facile, che dovremo mettere in atto per invertire il senso di marcia dell\u2019impostazione ideologica che oggi domina il mondo. Un nuovo percorso per affermare che l\u2019interesse collettivo non pu\u00f2 mai essere secondo a nessuno. Che il potere pubblico sta al di sopra di quello di mercato. Che i governi debbono tornare a poter gestire i propri bilanci in totale autonomia perch\u00e9 la sovranit\u00e0 appartiene al popolo. Che i governi debbono tornare a disporre di sovranit\u00e0 monetaria per poter guidare l\u2019economia nell\u2019ottica del bene comune. In conclusione sarebbe un modo per ridare vigore all\u2019articolo 41 della nostra Costituzione che senza mezzi termini non consente all\u2019iniziativa privata di \u201csvolgersi in contrasto con l&#8217;utilit\u00e0 sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libert\u00e0, alla dignit\u00e0 umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perch\u00e9 l&#8217;attivit\u00e0 economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.\u201d \u00c8 tempo di ritrovare le nostre radici sociali e repubblicane.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00c8 una vera sciagura che le decisioni politiche ed economiche che maggiormente influenzano la nostra vita, siano cos\u00ec incrostate di tecnicismi da indurre i cittadini a disinteressarsene.\u00a0 Una di queste \u00e8 il fiscal compact, un tema che gi\u00e0 dal 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