{"id":545303,"date":"2017-10-25T11:32:36","date_gmt":"2017-10-25T10:32:36","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=545303\/"},"modified":"2017-10-25T11:32:36","modified_gmt":"2017-10-25T10:32:36","slug":"la-crescita-del-potere-delle-multinazionali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2017\/10\/la-crescita-del-potere-delle-multinazionali\/","title":{"rendered":"La crescita del potere delle multinazionali"},"content":{"rendered":"<p>Se compilassimo una lista delle prime 100 realt\u00e0 economiche, includendovi i governi in base ai loro introiti fiscali e le multinazionali in base ai loro fatturati, scopriremmo che 66 sono multinazionali. La prima comparirebbe al 10\u00b0 posto e sarebbe Wal-Mart con un fatturato di 485 miliardi di dollari, somma superiore alle entrate governative di paesi come Spagna, Australia, Russia, India. Lo rende noto il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, tramite il dossier Top 200 dedicato alle prime 200 multinazionali (http:\/\/www.cnms.it\/attachments\/article\/184\/top200-2017.pdf.)<\/p>\n<p>In totale, le multinazionali, o meglio i gruppi multinazionali, visto che si tratta di raggruppamenti di imprese afferenti ad una stessa societ\u00e0 capofila, sono 320 mila per un numero complessivo di oltre un milione di filiali. Tutte insieme fatturano 132 mila miliardi di dollari e generano profitti lordi per 17mila miliardi. E se in certi settori, come i velivoli, il petrolio, l\u2019auto, l\u2019acciaio, sono i protagonisti esclusivi, non meno importante \u00e8 il loro peso sull\u2019economia mondiale considerato che contribuiscono al 35-40% del prodotto lordo mondiale e che alimentano l\u201980% del commercio internazionale. Solo in ambito occupazionale i loro numeri si fanno pi\u00f9 timidi dal momento che impiegano solo 300 milioni di persone pari al 15% dell\u2019intera mano d\u2019opera salariata mondiale.<\/p>\n<p>Le Nazioni Unite definiscono multinazionale qualsiasi gruppo con filiali estere. Ma al di l\u00e0 di questa caratteristica, ognuna differisce dall\u2019altra non solo per attivit\u00e0, ma anche per dimensioni. Al pari dei mammiferi che comprendono sia i topolini che gli elefanti, anche le multinazionali comprendono gruppi che fatturano qualche manciata di milioni di euro e altri che realizzano centinaia di miliardi. Tant\u2019\u00e8 che i primi 200 gruppi realizzano, da soli, il 14% di tutto il fatturato delle multinazionali. E se un tempo le capogruppo battevano quasi esclusivamente bandiera europea, statunitense o giapponese, oggi battono sempre di pi\u00f9 bandiera cinese. Rimanendo alle prime 200, in cima alla lista troviamo ancora gli Stati Uniti con 63 capogruppo, ma al secondo posto incontriamo la Cina con 41 capogruppo. Con la differenza che mentre quelle cinesi sono tali di nome e di fatto perch\u00e9 sono per la maggior parte di propriet\u00e0 governativa, tutte le altre hanno una doppia personalit\u00e0: con una patria ben precisa da un punto di vista giuridico, ma apolidi da un punto di vista proprietario perch\u00e9 i loro azionisti sono banche e fondi di investimento di ogni paese del mondo. Tanto per confermare, ancora una volta, che il potere finale \u00e8 della finanza, considerato che 25 gruppi finanziari controllano il 30% del capitale complessivo di 43mila gruppi multinazionali.<\/p>\n<p>Una volta Louis Brandeis, membro della Suprema Corte degli Stati Uniti dal 1916 al 1939, disse che possiamo avere la democrazia o la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, ma non possiamo avere entrambe le cose. E la realt\u00e0 sembra dargli ragione. Democrazia significa comando di popolo, ma indagini pi\u00f9 accurate ci dicono che parlamenti e governi ricevono forti pressioni da parte del mondo delle imprese affinch\u00e9 siano varati provvedimenti a loro graditi. Spesso con successo. L\u2019attivit\u00e0 di pressione \u00e8 definita <em>lobby<\/em>, termine inglese che indica i locali antistanti le sale di riunione di parlamentari e ministri, spazi di attraversamento che in passato venivano utilizzati dai difensori di interessi particolari per avvicinare i politici e convincerli a sostenere le loro cause.<\/p>\n<p>Oggi l\u2019attivit\u00e0 di lobby non \u00e8 pi\u00f9 improvvisata, ma talmente organizzata da essere istituzionalizzata. Sia negli Stati Uniti che nell\u2019Unione Europea \u00e8 stato istituito un registro dei lobbisti nel quale debbono iscriversi tutte quelle realt\u00e0 che intendono svolgere attivit\u00e0 di lobby, potendo godere di una serie di vantaggi come l\u2019accesso ai palazzi istituzionali e la possibilit\u00e0 di relazionarsi con parlamentari e funzionari. Si stima che a Bruxelles lavorino pi\u00f9 di 25 mila lobbisti per una spesa complessiva di un miliardo e mezzo di euro incanalata in forme di rappresentanza di varia natura. Le imprese pi\u00f9 grandi, ovviamente, dispongono di propri apparati come mostrano Exxon e Shell che nel 2016 hanno speso entrambe 5 milioni di euro, senza dimenticare Microsoft, Deutsche Bank, Dow, Google, Total, tutte sopra i 3 milioni di euro. Ma oltre che tramite i propri uffici, le imprese svolgono attivit\u00e0 di lobby anche tramite associazioni di categoria e agenzie specializzate. Fra le prime possiamo citare CEFIC, associazione europea dell\u2019industria della chimica con 48 lobbisti e 12 milioni di spesa nel 2016; EFPIA, associazione europea dell\u2019industria farmaceutica con 15 lobbisti e 5 milioni e mezzo di spesa; Business Europe, associazione degli industriali a livello europeo con 30 lobbisti e 4,25 milioni di spesa; ISDA, associazione internazionale per i derivati finanziari con 5 lobbisti e 2,7 milioni di spesa. Fra le agenzie, invece, possiamo citare studi legali come Fleishman-Hillard, Burson-Martsteller, Interel European Affairs, tutti con spese per lobby di livello milionario.<\/p>\n<p>Purtroppo il sistema delle lobby non \u00e8 l\u2019unica via che permette alle imprese di esercitare potere sulla politica. L\u2019altro canale, forse ancora pi\u00f9 potente, \u00e8 quello dei finanziamenti. Da quando la gente si \u00e8 allontanata dalla politica, trasformandola in un affare privato di pochi professionisti che hanno bisogno di una montagna di soldi per farsi conoscere e convincere gli elettori della bont\u00e0 del proprio programma come se fosse un prodotto da vendere, il ruolo delle imprese \u00e8 diventato cruciale perch\u00e9 i soldi ce li hanno loro. Il paese che meglio mette in evidenza l\u2019avanzare dell\u2019impresacrazia sono gli Stati Uniti che almeno hanno il merito della trasparenza. Dai dati forniti da Open secrets si apprende che la somma messa in campo dalle imprese statunitensi per condizionare la politica, nel 2016 ha raggiunto i 2,4 miliardi di dollari, di cui 351 milioni per contributi diretti ai partiti.<\/p>\n<p>Il comando del popolo sta cedendo terreno al comando del denaro. L\u2019unico modo per ripristinare la democrazia \u00e8 il ritorno della partecipazione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Se compilassimo una lista delle prime 100 realt\u00e0 economiche, includendovi i governi in base ai loro introiti fiscali e le multinazionali in base ai loro fatturati, scopriremmo che 66 sono multinazionali. 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