{"id":520058,"date":"2017-09-18T11:04:48","date_gmt":"2017-09-18T10:04:48","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=520058\/"},"modified":"2017-09-18T11:04:48","modified_gmt":"2017-09-18T10:04:48","slug":"lantropologa-impariamo-dalle-culture-rispettano-la-natura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2017\/09\/lantropologa-impariamo-dalle-culture-rispettano-la-natura\/","title":{"rendered":"L&#8217;antropologa: \u00abImpariamo dalle culture che rispettano la natura\u00bb"},"content":{"rendered":"<div class=\"subTitle\">\n<p><span style=\"color: #800000;\"><em>Come si pu\u00f2 vivere cambiando paradigma e modificando il nostro quotidiano per mettere un freno al consumismo e allo sfruttamento di risorse che ci sta condannando a morte? Pu\u00f2 essere utile guardare ad altre culture che hanno mantenuto un legame pi\u00f9 strettocon la natura? Ne parliamo con Federica Giunta, antropologa ambientale.<\/em><\/span><\/p>\n<div class=\"entry-content\">\n<p>Nelle societ\u00e0 capitaliste sembra aumentare sempre di pi\u00f9 la distanza tra l\u2019uomo e l\u2019ambiente che lo circonda. Le societ\u00e0 sembrano muoversi, andare avanti o \u201ccorrere\u201d, come si dice quando ci si esalta perorando la causa della necessit\u00e0 della crescita,\u00a0 indifferenti o ignare della distanza tra il consumo sempre maggiore e le risorse che quel consumo dovrebbero sostenere. Per molti, considerati i pi\u00f9 sensibili al problema, \u00e8 fondamentale e urgente uno <strong>sviluppo sostenibile.<\/strong> Tuttavia, c\u2019\u00e8 chi crede che questo sia solo una bella favola che qualcuno continua a raccontarci e che uno sviluppo davvero sostenibile non esista perch\u00e9 basato su un fondamentale squilibrio tra chi di quello sviluppo gode e chi lo deve, molto lontano da noi, sostenere. A carissimo prezzo. Le questioni che si aprono e le domande che si pongono in questo ambito sono moltissime e complesse.<\/p>\n<p>Ne parliamo con <strong>Federica Giunta<\/strong>, antropologa culturale, specializzata in Antropologia ambientale e attivista per i diritti umani e della natura. Ha svolto ricerche in Asia, Africa e, attualmente in America Latina dove studia e supporta comunit\u00e0 indigene e rurali in lotta per la salvaguardia socio-territoriale. \u00c8 membro dell\u2019organizzazione ecuadoriana Cl\u00ednica Ambiental-Acci\u00f3n Ecologica e attualmente impegnata alla frontiera fra Turchia e Siria in un progetto di sensibilizzazione ambientale in un centro di accoglienza per profughi afgani e siriani.<\/p>\n<p><strong>Di che cosa si occupa un&#8217;antropologa ambientale?<\/strong><\/p>\n<p>Un\u2019antropologa ambientale studia le relazioni fra gli esseri umani e l\u2019ambiente che li circonda, cercando di interpretare le dinamiche che sostengono questa relazione e di comparare le differenti tecniche adattative dei membri di una determinata societ\u00e0 all\u2019ambiente. Personalmente ho sempre provato a lavorare in contesti rurali ed indigeni cos\u00ec da rendere visibile, attraverso le mie ricerche e le mie lotte sociali, quella differenza fondamentale fra le societ\u00e0 dove gli esseri umani ancora vivono in forte interdipendenza con il territorio che li accoglie e quelle in cui dinamiche capitaliste e di sfruttamento hanno allontanato questi due mondi. Gli interessi di un\u2019antropologa ambientale possono comprendere questioni legate alla giustizia e all&#8217;accessibilit\u00e0 delle varie comunit\u00e0 alle risorse naturali e alla gestione dei beni comuni. Si tiene, inoltre, sempre presente la valutazione di nuove forme di stratificazione e disuguaglianza legate alla mercificazione e a vari aspetti dell&#8217;economia liberista, sviluppando nuovi modi di pensare alle interdipendenze. Si dettagliano, infine, le traiettorie storiche (tra cui il colonialismo, il capitalismo, l\u2019imperialismo) che modellano le opinioni contemporanee a livello locale e globale.<\/p>\n<p><strong>Quando \u00e8 nata l&#8217;antropologia ambientale?<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019antropologia ambientale \u00e8 nata negli anni settanta, subito dopo la formazione di movimenti ambientalisti, di protesta e di sensibilizzazione rispetto a tematiche legate alla salvaguardia ambientale. Con l&#8217;aumento dei movimenti ambientali e dei paradigmi ecologici del XX secolo, anche gli antropologi hanno adottato nuove prospettive. Infatti l\u2019antropologia ambientale \u00e8 nata in concomitanza con un\u2019altra disciplina, l\u2019antropologia della crisi, nel momento in cui ci si \u00e8 resi conto che la crisi dovuta alla contaminazione e alle pratiche di sfruttamento estremo della natura coinvolgeva anche la vita delle societ\u00e0 in qualsiasi latitudine. Antropologia della crisi e antropologia ambientale sono nate insieme e sono relazionate in modo stretto perch\u00e9 nel momento in cui una struttura culturale affronta una criticit\u00e0 ambientale deve affrontare una serie di crisi sistemiche interconnesse. Questo ha fatto nascere il desiderio e la necessit\u00e0 di capire quelle dinamiche.<\/p>\n<p><strong>Antropologia della crisi?<\/strong><\/p>\n<p>S\u00ec, si chiama esattamente cos\u00ec. Il prodursi di una crisi determina, infatti, un momento di perturbazione che tende a determinare un\u2019incertezza strutturale, come pu\u00f2 essere quello di una formazione sociale o di una dinamica eco-sistemica. Ed \u00e8 per questo che questa disciplina si trova in stretta relazione con l&#8217;antropologia ambientale: dal momento in cui una societ\u00e0: si trova ad affrontare una criticit\u00e0 ambientale deve confrontarsi anche con una serie di problemi correlati, come lacerazioni del tessuto sociale e contaminazioni delle risorse naturali.<\/p>\n<p><strong>Pu\u00f2 farci un esempio?<\/strong><\/p>\n<p>Prendiamo l&#8217;estrattivismo come pratica umana che coinvolge con pesanti ripercussioni la dimensione territoriale. Creare un sistema estrattivo non significa solamente l\u2019azione meccanica di estrazione, che possa essere petrolifera o mineraria. Estrarre significa creare una geografia, ambientale ed umana, che va a cambiare il territorio che ci circonda attraverso la creazione di strade di collegamento in zone naturali spesso incontaminate; creare immigrazione di lavoratori e tecnici che provengono dall&#8217;altra parte del mondo (per esempio cinesi o nordamericani in Sudamerica); significa introdurre non solo qualcosa di alieno in un contesto culturale e ambientale, che in un mondo globalizzato \u00e8 sempre pi\u00f9 usuale, ma sfruttare ed abusare di un sistema naturale e sociale senza consulta previa o attenzione verso le realt\u00e0 locali. Le azioni che si attuano sul territorio determinano danni anche in ambito culturale e le problematiche e crisi ambientali hanno effetti nocivi sempre di pi\u00f9 sugli aspetti della formazione e interazione sociale. Da qui nasce l&#8217;antropologia ambientale.<\/p>\n<p><strong>Lei dice che l&#8217;antropologia dell&#8217;ambiente e quella dell&#8217;ambientalismo sono due cose diverse. Qual \u00e8 la differenza?<\/strong><\/p>\n<p>La differenza \u00e8 che l&#8217;antropologia dell&#8217;ambiente \u00e8 lo studio delle interazioni fra esseri umani e ambiente circostante, mentre quella dell\u2019ambientalismo, nata negli anni Sessanta, si basa sull\u2019analisi delle formazioni sociali di protesta contro contaminazioni ambientali e di movimenti critici nei confronti di un sistema economico che ha iniziato a creare \u201ccrisi ambientali\u201d. <strong>Kay Milton<\/strong>, una delle pi\u00f9 importanti antropologhe ad aver analizzato l\u2019ambientalismo, si chiede come mai gli esseri umani si possano dividere fra chi si batte in difesa dell&#8217;ambiente e chi non si cura di questo, sfruttandolo e contaminandolo. Nonostante non si riesca ad arrivare a nessuna conclusione, in alcune parti la Milton parla di un approccio emozionale alle questioni ambientali, basandosi su studi che parlano di una romanticizzazione della natura, anche se secondo me potrebbe essere un errore, portare qualcosa di politico sul piano dell&#8217;emozionalit\u00e0 personale.<\/p>\n<p><strong>Che cosa si intende per cultura?<\/strong><\/p>\n<p>In questo mondo dominato da dinamiche di globalizzazione, migrazioni e crisi \u00e8 difficile dare una definizione. Se si pensa all\u2019antropologia questa \u00e8 una disciplina che nasce dalla constatazione che la specie umana \u00e8 una specie sociale, che si basa cio\u00e8 sulle relazioni che intercorrono fra individui e sulla loro creazione di strutture sociali e fatti sociali, che persistono o mutano. La cultura potrebbe definirsi come un sistema di credenze e valori condivisi, comportamenti e oggetti materiali che i membri di una societ\u00e0 utilizzano per affrontare il proprio mondo e per affrontare il rapporto interpersonale, e che vengono trasmessi da generazione in generazione attraverso la trasmissione e l&#8217;apprendimento.<\/p>\n<p><strong>Possiamo dire che \u00e8 tutto ci\u00f2 che non \u00e8 natura?<\/strong><\/p>\n<p>Non direi, proprio perch\u00e9 secondo me \u00e8 errato creare una divisione cos\u00ec netta fra i concetti di natura e cultura, che in realt\u00e0, proprio per superare le numerose crisi ambientali che stiamo vivendo, dovrebbero essere riavvicinati e messi in dialogo fra di essi. \u00c8 infatti l\u2019ambiente naturale che determina le caratteristiche proprie di una determinata cultura, le sue dinamiche di adattamento e distribuzione, le sue forme di parentela e le sue cosmogonie. Dall\u2019altro lato la cultura formatasi, per l\u2019antropologia ecologica, \u00e8 stata vista conseguentemente come mezzo di adattamento ambientale delle popolazioni umane. Sulla base di una tale teoria, gli antropologi ecologici si sono concentrati su come gli aspetti del comportamento culturale mantengano equilibrio o &#8220;homeostasi&#8221; nei rapporti tra un gruppo locale e le sue risorse ambientali e promuovano cos\u00ec la sua sopravvivenza a lungo termine.<\/p>\n<p><strong>Quando \u00e8 iniziato il distacco tra uomo e natura? Qual \u00e8 la differenza tra l&#8217;uomo e gli altri animali?<\/strong><\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 la descrizione quantitativa e biologica che parla di pollice opponibile, postura eretta, la struttura del cranio, ecc. C&#8217;\u00e8 per\u00f2 una teoria interessante. L&#8217;uomo, sarebbe un animale biologicamente incompleto, come riferisce l\u2019antropologo tedesco Arnold Il Gehlen, tesi supportata per esempio anche da Remotti e Speranza. Le sue caratteristiche non sono adeguate a livello fisico e istintuale e non gli permettono di sopravvivere in contesti territoriali apparentemente avversi alla sua permanenza. La creazione di strumenti \u201cculturali\u201d ha permesso quindi all\u2019uomo di adattarsi: \u00e8 infatti l&#8217;unica specie che troviamo a tutte le latitudini. La sua inadeguatezza fisica \u00e8 stata compensata dalla capacit\u00e0 di creare cultura, cio\u00e8 tutti quegli elementi prodotti artificialmente come il linguaggio, gli utensili, la conoscenza tecnica, le tradizioni, le istituzioni, etc. atti a modificare a proprio vantaggio le condizioni d&#8217;esistenza. Molti antropologi danno questa interpretazione. La maggior parte degli animali sono intelligenti, probabilmente anche pi\u00f9 degli esseri umani, ma in maniera differente. Si pensi al linguaggio, per esempio.<\/p>\n<p><strong>Per\u00f2 anche gli altri animali comunicano.<\/strong><\/p>\n<p>S\u00ec, ma si tratta di un suono. L&#8217;uomo ha creato un linguaggio articolato e che pu\u00f2 essere simbolico. Se articolo qualcosa, costruisco e posso ricordare ed \u00e8 da questo momento che posso iniziare a mettere insieme immagini, simboli, fatti, a ricordarli e a dar loro una struttura. L\u2019essere umano \u00e8 l&#8217;unico che si autopercepisca e racconti una storia che \u00e8 frutto di una memoria personale che poi, in una formazione culturale, diviene collettiva. E&#8217; capace di percepire un io e di conseguenza un ego, un individualismo e un egocentrismo che porta poi a desiderare per s\u00e9. Forse proprio da qui questa tendenza di allontanarsi dal naturale, esacerbata nella modernit\u00e0 dal momento in cui la dipendenza dalle risorse naturali non \u00e8 pi\u00f9 cos\u00ec diretta.<\/p>\n<p><strong>Se l&#8217;uomo \u00e8 cos\u00ec intelligente come mai non riesce a percepire i pericoli cui sta andando incontro?<\/strong><\/p>\n<p>Il punto non \u00e8 che l\u2019uomo \u00e8 \u201ccos\u00ec\u201d intelligente. Il punto \u00e8 che ha un tipo di intelligenza differente dagli altri animali (quindi differenza qualitativa e non quantitativa). Nella societ\u00e0 in cui viviamo noi credo si sia esacerbata la dinamica di individualismo ed egocentrismo che non permette di valutare una visione d\u2019insieme che quindi ci collochi in un territorio, in un contesto \u201cmondo\u201d. Questo crea una forte inconsapevolezza rispetto a quanto le nostre azioni influenzino l\u2019ambiente a livello macroscopico e a quanto la salvaguardia della natura possa essere di beneficio ad ognuno di noi, come parte di una collettivit\u00e0. Infatti, nel momento in cui ci siamo affidati ad una logica capitalista in cui la natura viene depredata, siamo arrivati ad una alienazione totale non solo come esseri umani ma anche nei confronti della natura.<\/p>\n<p><strong>Che cos&#8217;\u00e8 l&#8217;intelligenza?<\/strong><\/p>\n<p>Il discorso sarebbe lunghissimo ma molto in breve \u00e8 la capacit\u00e0 di adattamento dell\u2019essere umano. Nonostante questo, se riportiamo questa capacit\u00e0 ad un discorso contemporaneo e critico nei confronti del sistema capitalista, credo che stia diventando sempre pi\u00f9 difficile per noi sostenere i cambiamenti (erroneamente chiamati sviluppo!) di cui siamo responsabili. Pensiamo alle malattie alle epidemie, ad esempio la malaria o il colera o l\u2019aids, sempre pi\u00f9 connesse con dinamiche contemporanee ed acutizzati da un deterioramento socio-ambientale. La nostra \u201cintelligenza\u201d dovrebbe quindi suggerirci di politicizzare la lotta alle varie crisi ambientali, smettendola di relegarla solamente ad una questione individuale.<\/p>\n<p><strong>Le popolazioni indigene e incontattate vivono in equilibrio col territorio?<\/strong><\/p>\n<p>Nella maggior parte dei casi s\u00ec, dal momento in cui la loro vita dipende strettamente dal contesto territoriale e delle risorse che la natura pu\u00f2 offrire loro per vivere. Nel contesto ecuadoriano in cui ho lavorato quest\u2019anno si ha ancora la presenza di popolazioni indigene incontattate. Sfortunatamente devono ridisegnare costantemente i loro confini dal momento in cui sono costretti a sfuggire a dinamiche di sfruttamento capitalista delle risorse naturali, sia questo il petrolio, il legname o il caucci\u00f9. In questi casi delicati non bisogna romanticizzare troppo la visione delle popolazioni indigene, anzi bisogna rivendicare con loro un loro territorio e la dignit\u00e0 della loro espressione culturale. Non condivido molto l&#8217;ecologia emozionale e per questo credo che sia molto importante la conservazione. E&#8217;, tuttavia, necessario fare attenzione a trasformarla in segregazione (per esempio attraverso la costruzione di parchi naturali dove far vivere le comunit\u00e0 indigene). Ho conosciuto popolazioni che ancora non fanno uso del denaro e non fanno parte dell&#8217;economia neoliberista. Queste popolazioni sono riuscite a mantenere un approccio egalitario nei confronti della natura, anche attraverso conoscenze ancestrali che permettono loro di \u201cpreservarsi\u201d: per esempio la visione e l&#8217;uso dell&#8217;acqua o dei beni comuni. I loro miti sono strettamente correlati con la natura: l&#8217;acqua per esempio \u00e8 spesso associata ad una delle divinit\u00e0 pi\u00f9 importanti di molti pantheon di differenti comunit\u00e0, perch\u00e9 si \u00e8 consapevoli della sua vitale importanza e che non si pu\u00f2 contare su strumenti meccanici o scientifici per depurarla o ricrearla: si deve solo ascoltare e salvaguardare. Credo cos\u00ec che un problema delle societ\u00e0 capitaliste sia proprio che la distanza tra consumo e risorse sia sempre pi\u00f9 grande.<\/p>\n<p><strong>Raccontare e fare testimonianza sui limiti delle risorse \u00e8 utile? Molti negano che esse possano finire. Gli ambientalisti sono destinati ad essere le &#8220;Cassandre&#8221; della situazione?<\/strong><\/p>\n<p>Credo che faccia comodo etichettare gli ambientalisti come allarmisti o catastrofisti, soprattutto a chi si sente che agire non gli competa perch\u00e9 le ripercussioni sulla sua vita non sono poi cos\u00ec ingenti. Inoltre, pensiamo sempre di non avere la responsabilit\u00e0 diretta sul nostro ambiente o che le crisi ambientali siano lontane, ben oltre il nostro giardinetto (da vedere il movimento NIMBY). Questo \u00e8 vero soprattutto perch\u00e9 attraverso il colonialismo abbiamo obbligato altre nazioni e comunit\u00e0, ben lontane dall\u2019Italia, a farsi carico di processi estrattivi, trasformativi, produttivi e di smaltimento altamente contaminanti. Qui si pensa erroneamente che solo delegando i politici e relegando le responsabilit\u00e0 alle istituzioni si stia agendo a favore della salvaguardia del nostro territorio.<\/p>\n<p><strong>Lei \u00e8 ottimista o pessimista sul futuro che ci aspetta?<\/strong><\/p>\n<p>Personalmente penso che si vada incontro ad un collasso della struttura sociale esistente ma sono per natura un&#8217;ottimista e credo che possiamo ancora ristabilire dinamiche che riportino equilibrio nel rapporto fra essere umano e ambiente, soprattutto se ci si organizza attraverso una costruzione sociale di partecipazione attiva comunitaria. Dobbiamo svegliarci e muoverci adesso, smettere di lamentarci e fare qualcosa di concreto e coraggioso, senza rimandare le responsabilit\u00e0 ad altri.<\/p>\n<p><strong>Che cosa si deve fare, in concreto?<\/strong><\/p>\n<p>Smetterla di delegare ad altri ed agire.Vivo in America Latina e, probabilmente per le forti crisi ambientali causate per esempio dall\u2019estrattivismo, ho incontrato movimenti sociali pi\u00f9 attivi, singoli individui pi\u00f9 coinvolti, forse perch\u00e9 ancora impregnati di speranza, con una visione meno cinica della questione. La speranza porta ad agire, porta a sviluppare azioni concrete di intere comunit\u00e0, di movimenti dal basso che possono determinarsi e quindi riappropriarsi dei processi decisionali.<\/p>\n<p><strong>Cosa pensa dello sviluppo sostenibile?<\/strong><\/p>\n<p>Penso che non esista. E&#8217; un ossimoro. Il concetto stesso di sviluppo attuato da una societ\u00e0 capitalista e colonialista non pu\u00f2 dirsi sostenibile, se non per quella stessa societ\u00e0. Perch\u00e9 in fondo a discapito di chi lo stiamo effettuando? Per chi questo sviluppo risulta sostenibile? La nostra societ\u00e0 lo perpetua, per\u00f2 sono altre societ\u00e0 che realmente lo \u201csostengono\u201d, societ\u00e0 spesso discriminate e sfruttate proprio in nome dello sviluppo di qualcuno ben lontano da loro. Si dovrebbe rivedere la nostra proiezione del futuro non in maniera lineare ma circolare, dall&#8217;estrazione e trasformazione delle materie prime alla gestione degli scarti che queste producono. Ormai abbiamo capito che il solo sviluppo non \u00e8 sostenibile per nessuno: n\u00e9 per noi n\u00e9 per l&#8217;ambiente.<\/p>\n<p><strong>Si dice che il capitalismo sia il problema. E questo sembra un modo per chiamarsi fuori dalla questione, come se non dipendesse da noi.<\/strong><\/p>\n<p>Il problema non \u00e8 solamente il sistema capitalistico ma che tutti noi ormai lo attuiamo attraverso atteggiamenti e dinamiche capitaliste, adattando le nostre vite e i nostri bisogni a necessit\u00e0 innecessarie. Per me non pu\u00f2 esistere un ambientalista che non si definisca anche anticapitalista. E non basta pi\u00f9 solamente definirsi: si deve andare oltre l\u2019apparenza e rivoluzionare le nostre vite, i nostri circuiti sociali, il nostro sistema economico. \u00c8 importante infatti che l\u2019indignazione per le problematiche moderne (si pensi all\u2019immigrazione o al dilagante maschilismo) ci porti ad unirci e a creare la necessit\u00e0 di formare movimenti sociali che vadano oltre le nostre buone azioni quotidiane individuali ed individualiste.<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Come si pu\u00f2 vivere cambiando paradigma e modificando il nostro quotidiano per mettere un freno al consumismo e allo sfruttamento di risorse che ci sta condannando a morte? 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