{"id":51646,"date":"2013-05-12T21:36:36","date_gmt":"2013-05-12T20:36:36","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pressenza.com\/?p=51646"},"modified":"2013-05-13T08:48:30","modified_gmt":"2013-05-13T07:48:30","slug":"dalla-crisi-economica-a-una-societa-libertaria-senza-emarginazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2013\/05\/dalla-crisi-economica-a-una-societa-libertaria-senza-emarginazione\/","title":{"rendered":"Dalla crisi economica a una societ\u00e0 libertaria senza emarginazione"},"content":{"rendered":"<p>Nel 2000 l\u2019America Latina era devastata dalle politiche neoliberiste. La precedente caduta del socialismo reale aveva portato a proclamare \u201cla fine della storia\u201d e il definitivo trionfo del capitalismo, che con grande durezza globalizzava il mondo sotto il suo segno. In una sola decade di euforia neoliberista, il continente ha notevolmente ridotto gli indicatori di benessere ed equit\u00e0 sociale. Quindi le popolazioni hanno cominciato a ribellarsi contro queste politiche, e grazie a un progressivo consolidamento delle loro democrazie, hanno potuto manifestare il loro scontento per mezzo del voto.<\/p>\n<p>Fu cos\u00ec che, a partire dall\u2019anno 2000, poco a poco le popolazioni di vari paesi dell\u2019America Latina hanno delegato il potere a governi che non appoggiavano le politiche neoliberiste e che si proponevano di recuperare il ruolo dello Stato nell\u2019economia, cercando una miglior distribuzione del reddito. Le caratteristiche di ogni paese hanno fatto s\u00ec che questi cambiamenti nella politica assumessero le proprie sfumature: in alcuni casi si parl\u00f2 di riforme, in altri di rivoluzione, in altri di progressismo. Si potrebbe anche parlare di populismi, o di socialdemocrazia, o di politiche neokeynesiane; magari ci fu un po\u2019 di tutto, ma quel che \u00e8 certo \u00e8 che venne recuperato il ruolo dello Stato nell\u2019economia, e questo \u00e8 stato fondamentale. Nonostante ci\u00f2, dobbiamo dirlo, anche nei casi di riforme pi\u00f9 profonde non si \u00e8 riusciti a modificare sostanzialmente la struttura distributiva del capitalismo. Solo in alcuni casi si \u00e8 tentato di compensare le ingiustizie del mercato aumentando la spesa pubblica in funzione della societ\u00e0, e in altri si \u00e8 anche cercato di potenziare l\u2019industria nazionale. Tutto questo processo, sebbene abbia significato un grande avanzamento rispetto alla situazione precedente, sta ora giungendo a un limite, a un piano dal quale sar\u00e0 difficile continuare ad avanzare se non si affrontano trasformazioni strutturali pi\u00f9 profonde.<\/p>\n<p>Mentre negli ultimi anni in America Latina accadeva questo, il Giappone continuava la sua lunga stagnazione (dopo lo scoppio della sua bolla immobiliare), mentre la Cina cresceva a ritmi senza precedenti fino a ubicarsi, nel 2008, come seconda potenza economica. Una crescita basata fondamentalmente sulla produzione ed esportazione di prodotti, che hanno portato questo paese a diventare il primo esportatore a livello mondiale e il secondo importatore (per lo pi\u00f9 di materie prime, cosa che ha beneficiato l\u2019America Latina). Le eccedenze della bilancia commerciale cinese hanno avuto la loro contropartita nell\u2019indebitamento di buona parte del primo mondo, specialmente gli Stati Uniti, che a loro volta, in un\u2019economia globalizzata, hanno scelto di trasferire le proprie fabbriche in una Cina con mano d\u2019opera a basso costo, per cui buona parte delle esportazioni cinesi sono state in realt\u00e0 esportazioni delle multinazionali che avevano radicato l\u00ec le fabbriche.<\/p>\n<p>In tutto questo processo la ricchezza continuava a concentrarsi. Secondo l\u2019ultimo studio dell\u2019ONU-WIDER, il 2% delle persone pi\u00f9 ricche del mondo possiede pi\u00f9 della met\u00e0 della ricchezza globale, mentre il 10% ne possiede l\u201985%. Questi dati non fanno che illustrare la ben nota meccanica di accumulazione capitalistica. Tuttavia, il fatto che i potenti dei principali paesi si siano ulteriormente arricchiti non ha significato che le loro popolazioni abbiano proporzionalmente migliorato i loro redditi, dato che lo spostamento di numerose multinazionali verso paesi con mano d\u2019opera a basso corso ha provocato la caduta dei redditi da salario. Ma dato che il capitalismo, per poter continuare a funzionare, ha bisogno di mantenere e accrescere i livelli di consumo, ha dovuto compensare la perdita di potere d\u2019acquisto dei salari con il credito al consumo, e quindi i livelli di indebitamento sono aumentati e hanno alimentato bolle che poi sono esplose negli Stati Uniti e in Europa, trascinando il mondo in una delle sue peggiori crisi economiche.<\/p>\n<p>Queste crisi hanno anche evidenziato un\u2019altra contraddizione del sistema, riferita alle democrazie formali, nelle quali i funzionari eletti dalla gente favoriscono il potere economico ai danni delle loro popolazioni. Questo ha portato ad una grave crisi politica in numerosi paesi, con l\u2019emergere di movimenti sociali che mettono in discussione il potere e l\u2019ipocrisia della democrazia formale. Anche se per il momento, e nonostante il disagio sociale, il problema permane senza soluzione e rimangono al potere governi che, di fronte alla crisi economica, priorizzano gli interessi della banca a scapito del benessere della propria gente.<\/p>\n<p><b>Le radici profonde della crisi mondiale<\/b><\/p>\n<p>E\u2019 normale sentir parlare o leggere delle cause di questa crisi mondiale, iniziata alla fine del 2007 con epicentro negli Stati Uniti, che ancora non si sono ripresi, e che ora tiene sulle spine tutta Europa. Si parla molto delle bolle speculative, dell\u2019irresponsabilit\u00e0 dei banchieri e di molti governi, e una delle principali discussioni \u00e8 se si uscir\u00e0 dalla crisi attraverso l\u2019ortodossia degli aggiustamenti o attraverso le politiche che promuovono la crescita. Ma raramente si sente mettere in discussione proprio il sistema capitalista. Nel migliore dei casi si dice che la speculazione finanziaria che ha generato la bolla e prodotto la crisi \u00e8 uno svio o una malformazione del sistema capitalista, bench\u00e8, a nostro parere, tale speculazione finanziaria non sia che un sottoprodotto di questo stesso sistema. Perch\u00e9 \u00e8 proprio la matrice distributiva del capitalismo che porta all\u2019accumulazione della ricchezza nelle mani di pochi, alla conseguente generazione di eccedenze finanziarie che cercano una rendita maggiore di quella del sistema produttivo, alimentando cos\u00ec la speculazione finanziaria, dalla quale deriva l\u2019accumulazione di potere nella Banca. Un potere che negli ultimi decenni \u00e8 andato disciplinando il potere politico, ottenendo che i governi prendessero decisioni che tendevano esattamente all\u2019accelerazione del processo di concentrazione della ricchezza, in un circolo vizioso che ha accelerato il crollo. Potere che negli ultimi tempi nemmeno si nasconde, e che si fa evidente,\u00a0 se solo osserviamo le risorse destinate dai governi al salvataggio delle banche, o quando vediamo chi sono quelli che realmente prendono le decisioni di fronte alla crisi europea.<\/p>\n<p>Questo capitalismo, che dopo la seconda guerra mondiale sembrava riconsiderare la matrice distributiva, alimentando le politiche keynesiane e lo stato di benessere, a partire dagli anni Ottanta approfitt\u00f2 delle debolezze dei modelli statali per far risorgere la sua vera natura predatrice attraverso il neoliberismo. Come gi\u00e0 detto, attraverso il processo di globalizzazione le multinazionali andarono spostando le diverse fasi produttive verso paesi a basso costo di mano d\u2019opera ed elevata flessibilit\u00e0 nel mercato del lavoro. La distribuzione del reddito a favore del guadagno d\u2019impresa e a detrimento dei salari ha aumentato il divario, e il modo che si \u00e8 trovato per mantenere i livelli di consumo delle popolazioni \u00e8 stato il credito; questo ha prodotto il crescente indebitamento delle persone, delle imprese e dei governi, e il conseguente arricchimento della Banca.<\/p>\n<p>Questo peggioramento della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi, e l\u2019accrescimento del consumismo irrazionale attraverso il credito usuraio, non hanno fatto altro che alimentare le successive bolle, che esplodendo evidenziavano l\u2019irrealizzabilit\u00e0 del sistema, il quale tornava solamente a dissimularsi, in modo provvisorio, con una bolla pi\u00f9 grossa, finch\u00e8 non \u00e8 esplosa l\u2019ultima. Continuer\u00e0 cos\u00ec finch\u00e8 non si risolver\u00e0 l\u2019ultima radice del problema, che \u00e8 la matrice distributiva regressiva, intrinseca al sistema capitalista. Certamente le crisi non si risolveranno con aggiustamenti che impoveriscano maggiormente le popolazioni, ma nemmeno con le ricette keynesiane applicate dagli stati pi\u00f9 progressisti, perch\u00e9 saranno del tutto insufficienti a invertire la pendenza della dinamica capitalista, che concentra le risorse ogni volta di pi\u00f9.<\/p>\n<p><b>Il caso europeo<\/b><\/p>\n<p>La causa della crisi europea non sfugge alla logica del capitalismo globalizzato che abbiamo descritto, ma le particolarit\u00e0 di una comunit\u00e0 di vari paesi organizzati in base ai trattati di Maastricht e legati a una moneta comune hanno accentuato alcune delle cause e alcuni degli effetti.<\/p>\n<p>Per i capitali finanziari, l\u2019euro ha significato una sicurezza nel cambio che non aveva mai avuto prima, proteggendo gli investimenti finanziari dal rischio di svalutazioni in altri paesi del mondo, o nella stessa Europa prima della moneta comune. Questo ha fatto s\u00ec che in poco tempo la cosiddetta Integrazione Finanziaria si moltiplicasse, e i capitali fluissero dai paesi che generavano risparmi verso quelli che chiedevano credito. Buona parte dei capitali prestati sono usciti dalle banche tedesche e francesi, indebitando i greci, i portoghesi, gli spagnoli e gli italiani. Le imprese dei paesi con maggior produttivit\u00e0, come Germania e Francia, aumentavano le esportazioni con i paesi dell\u2019eurozona, mentre le loro banche finanziavano i loro compratori: un falso \u201ccircolo virtuoso\u201d di crescita ed espansione economica che ha generato un\u2019illusione di prosperit\u00e0 nella quale si \u00e8 cementata la bolla immobiliare, finch\u00e8 l\u2019impossibilit\u00e0 di affrontare i pagamenti dei debiti ha fatto esplodere la bolla. Un meccanismo che, sebbene sia proprio del capitalismo globalizzato, si \u00e8 potenziato in Europa per le asimmetrie tra i soci, che non avevano possibilit\u00e0 di svalutare la propria moneta per regolare il commercio estero.<\/p>\n<p>Le stesse ragioni che hanno favorito la crisi sono quelle che ne rendono difficile l\u2019uscita, portando a una situazione di stallo che minaccia di estendersi nel tempo. I paesi pi\u00f9 indebitati e con maggiori difficolt\u00e0 non hanno la possibilit\u00e0 di gestire la propria politica monetaria; non possono svalutare per diventare competitivi nella loro bilancia commerciale, n\u00e9 possono espandere la propria spesa per dinamizzare l\u2019economia. Al contrario, stanno portando avanti una politica di aggiustamenti brutali e recessivi, per cui la relazione tra i loro debiti e il PIL aumenta invece di diminuire, cadendo nel cosiddetto Paradosso dell\u2019Austerit\u00e0, in cui il risparmio per cancellare un debito produce una recessione che fa diminuire le entrate fiscali e con esse la capacit\u00e0 di risparmio. Il potere finanziario non \u00e8 solo stato il principale responsabile di questa crisi, ma continua a mantenere il potere reale nella gestione dell\u2019economia europea, e questo si traduce nelle politiche con le quali la Troika (BCE, FMI, UE) pretende di rispondere alla crisi. Si \u00e8 data priorit\u00e0 al salvataggio delle banche, destinando centinaia di migliaia di milioni di euro per preservare il sistema finanziario dal collasso, sia prestando alle proprie banche, sia prestando agli stati perch\u00e9 assistessero le banche, sia prestando agli stati perch\u00e9 non finissero in bancarotta bruciando le banche.<\/p>\n<p>Naturalmente chi gestisce le finanze europee sa che con questi aggiustamenti recessivi la cosa pi\u00f9 probabile \u00e8 che in ogni caso vari paesi finiscano in bancarotta, ma nel frattempo guadagnano tempo affinch\u00e8 le loro banche si ricompongano e si rafforzino. Hanno fatto lo stesso con la crisi del debito estero in America Latina nella decade degli anni Ottanta: hanno rifinanziato debiti che erano impagabili, imponendo aggiustamenti che hanno condannato le popolazioni alla disoccupazione e alla miseria, privilegiando la stabilit\u00e0 delle proprie banche mentre i debiti continuavano a crescere.<\/p>\n<p>Quando parliamo delle trasformazioni di fondo che si devono effettuare nel sistema economico per metterlo al servizio della gente, parliamo anche della pressione che questa gente deve esercitare sui suoi governanti affinch\u00e8 realizzino questi cambiamenti. Me nel caso dell\u2019Europa bisognerebbe parlare di due istanze differenti, poich\u00e9 vi sono cambiamenti che hanno a che vedere con la politica economica comunitaria, fondamentalmente da parte della BCE, e altri che fanno riferimento alle politiche di ogni paese. Cosicch\u00e8 le popolazioni dovrebbero far pressione simultaneamente per il cambiamento delle politiche comunitarie e per il cambiamento delle politiche nazionali, che a loro volta dovrebbero variare a seconda che si riuscisse o meno a cambiare la politica comunitaria. In nessun modo si pu\u00f2 continuare con le politiche di aggiustamento che la popolazione sostiene. I licenziamenti, i tagli salariali e il congelamento dei salari e dei pensionamenti, e altre misure di austerit\u00e0 si sommano alla gi\u00e0 gravissima recessione provocata dalla crisi del settore privato, e all\u2019abbandono di migliaia di persone che stanno perdendo le loro case nelle mani delle banche creditrici.<\/p>\n<p>La crisi devono pagarla le banche, non si deve pagare il debito con la fame dei popoli. O la BCE d\u00e0 una svolta alla propria politica verso un\u2019espansione monetaria che dinamizzi l\u2019economia, e si fa carico della ristrutturazione dei debiti dei paesi, o i paesi interessati dovrebbero ripudiare il proprio debito, lasciare l\u2019euro e dinamizzare la propria economia con politiche monetarie autonome. In ognuno dei due casi, la dinamizzazione dell\u2019economia dovrebbe darsi sotto altri paradigmi di crescita affinch\u00e8 le crisi non si ripetano.<\/p>\n<p><b>I limiti del produttivismo e del consumismo<\/b><\/p>\n<p>Una delle contraddizioni in cui solitamente si cade nel tentare modelli alternativi al neoliberismo \u00e8 quella di restare intrappolati nella logica materialista del capitalismo stesso, credendo che una migliore distribuzione del reddito si ottenga solo sovvenzionando il consumo dei pi\u00f9 poveri, cosa che a sua volta moltiplicher\u00e0 i posti di lavoro. Sebbene questo nel breve periodo funzioni, il fatto di non trasformare la tendenza all\u2019accumulazione intrinseca al mercato capitalista fa s\u00ec che le risorse economiche riversate sulla popolazione siano canalizzate nel consumo di beni e servizi monopolizzati dalla stessa struttura produttiva che nelle ultime decadi \u00e8 andata concentrando i redditi, ha impoverito i salariati ed emarginato milioni di persone dal mercato lavorativo.<\/p>\n<p>Per chiarire con un esempio: se volessimo irrigare un terreno seminato con l\u2019obiettivo che ogni metro quadrato abbia lo stesso livello di umidit\u00e0, non baster\u00e0 che spargiamo acqua su tutta la superficie, perch\u00e9 se il terreno \u00e8 su un piano inclinato l\u2019acqua finir\u00e0 per accumularsi nelle zone pi\u00f9 basse. Allo stesso modo, quando uno Stato utilizza le proprie risorse per aumentare il consumo dei pi\u00f9 svantaggiati, ma non inverte la pendenza della matrice distributiva del mercato capitalista, le risorse tornano ogni volta pi\u00f9 rapidamente a chi concentra la ricchezza, e lo Stato ha bisogno ogni volta di pi\u00f9 risorse per continuare a \u201cirrigare\u201d, finch\u00e8 la pressione impositiva diventa impossibile da sostenere, o il processo inflazionario sterilizza gli sforzi ridistributivi.<\/p>\n<p>Si potrebbe pensare che questo meccanismo in ogni caso produca crescita generale, e tutti ne escano avvantaggiati, cio\u00e8 i pi\u00f9 ricchi si arricchiscono di pi\u00f9, ma anche i pi\u00f9 poveri migliorano la propria situazione. Pu\u00f2 essere cos\u00ec nel breve termine, ma mano a mano che si raggiungono i limiti di crescita, le maggiori risorse nelle mani di coloro che hanno accumulato di pi\u00f9 spingono i prezzi al rialzo, e rapidamente la capacit\u00e0 di acquisto dei salariati retrocede. Questo accade perch\u00e9 la logica capitalista del produttivismo e del consumismo, sommata a una matrice distributiva regressiva, si scontra con gli stessi limiti del sistema.<\/p>\n<p>Molte volte abbiamo ascoltato la parola \u201csviluppo sostenibile\u201d: questo termine pu\u00f2 avere varie interpretazioni. Da quella pubblicazione del Club di Roma, \u201cI limiti della Crescita\u201d, nel 1972, molte cose si sono dette e sono accadute, alcune smentendo, altre confermando i futuribili enunciati a quei tempi. C\u2019\u00e8 chi parla della possibilit\u00e0 infinita di crescita, altri dicono che bisogna frenare la crescita, c\u2019\u00e8 chi dice che bisogna decrescere, e c\u2019\u00e8 anche chi pensa che nel mondo ci sia gente in eccesso.<\/p>\n<p>Ma la sostenibilit\u00e0 non passa soltanto dall\u2019equilibrio ambientale e dall\u2019attenzione alle risorse naturali; la sostenibilit\u00e0 deve anche essere sociale, economica e politica. E\u2019 chiaro che con l\u2019attuale matrice di produzione, di consumo e di distribuzione del reddito sar\u00e0 impossibile invertire la marginalit\u00e0 di miliardi di persone nel mondo.<\/p>\n<p>Oggi India e Cina stanno diventando i motori dell\u2019economia mondiale. Non si tratta di due paesi qualunque, perch\u00e9 entrambi superano i 2 miliardi e mezzo di abitanti, cio\u00e8 pi\u00f9 di un terzo della popolazione mondiale. Ebbene, perch\u00e9 questi paesi raggiungano nel loro sviluppo il PIL pro capite che oggi detengono l\u2019Europa e gli Stati Uniti, dovrebbero moltiplicare in media 8 volte il loro PIL attuale. Cio\u00e8, se l\u2019orizzonte fosse la societ\u00e0 consumista del cosiddetto primo mondo, sicuramente ci sarebbero problemi a crescere quanto necessario perch\u00e9 tutti i paesi acconsentano.<\/p>\n<p>Inoltre \u00e8 dimostrato che quanto pi\u00f9 si cresce, sebbene alcuni indici relazionati con la povert\u00e0 assoluta migliorino, tanto pi\u00f9 la breccia nella distribuzione del reddito aumenta. Questo significa che se pretendessimo di crescere con l\u2019attuale matrice distributiva del capitalismo finch\u00e8 tutta la popolazione mondiale raggiungesse gli standard minimi per una vita degna, la proiezione sarebbe anche maggiore. Per esempio, il PIL pro capite medio nel mondo \u00e8 di circa 10.600 dollani l\u2019anno (simile alla media del Brasile), circa 30 dollari al giorno. Ma sappiamo che quasi un terzo della popolazione mondiale vive con 2 dollari al giorno o meno. Con l\u2019attuale matrice distributiva bisognerebbe crescere di 15 volte perch\u00e9 i pi\u00f9 poveri arrivino al reddito medio attuale, e bisognerebbe crescere di 60 volte perch\u00e9 gli stessi arrivino alla media dei paesi del primo mondo.<\/p>\n<p>Evidentemente avremmo problemi di rifornimento, a meno che non conquistiamo l\u2019universo a breve termine.<\/p>\n<p>Certamente alcuni di quelli che pensano (bench\u00e8 non lo dicano) che il mondo ha gente in eccesso, scommetteranno su un\u2019autoregolazione maltusiana che decimi la popolazione e quindi si riequilibrino i mercati. Ma nessuno dice queste cose, perch\u00e9 sta male; ci\u00f2 che tutti dicono \u00e8 che bisogna crescere in modo sostenibile, senza pregiudicare l\u2019ambiente, e soddisfacendo le necessit\u00e0 di tutta la popolazione. D\u2019accordo, ma come?<\/p>\n<p>Per caso propongono la cessazione della crescita o magari la decrescita? Suppongono che Cina, India e America Latina dovrebbero congelarsi nella situazione attuale, con pi\u00f9 di un miliardo di esseri umani sommersi dalla povert\u00e0? Naturalmente no, ma quindi come dovremmo fare? Fermiamo il mondo in questo momento, distribuiamo il PIL mondiale in parti uguali e ognuno sopravvive con i 30 dollari al giorno che gli corrispondono? Molti sarebbero d\u2019accordo\u2026 e molti preferirebbero qualche altra proposta nella quale non gli tocchi perdere.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 adesso tale ipotetica ridistribuzione egualitaria e immediata \u00e8 impraticabile, per non parlare delle difficolt\u00e0 politiche. Ma ci\u00f2 che invece dovrebbe essere possibile e imprescindibile \u00e8 andare correggendo da subito la matrice distributiva, affinch\u00e8 la futura crescita vada migliorando l\u2019equit\u00e0, e affinch\u00e8 non siano necessari tassi irraggiungibili di crescita per migliorare di qualche decimo il reddito degli emarginati.<\/p>\n<p>Insieme a questo bisognerebbe generare una riconversione in molte righe dell\u2019attuale PIL mondiale, soprattutto utilizzando le enormi risorse che oggi si investono in armamenti nella produzione di beni per soddisfare necessit\u00e0 umane. Allo stesso tempo bisognerebbe ricavare poco a poco risorse che oggi vanno verso il consumo di lusso o la speculazione finanziaria per investirle nella produzione di beni e servizi che migliorino la qualit\u00e0 della vita delle popolazioni.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che stiamo dicendo \u00e8 che non si tratta di frenare la crescita, ma di darle direzione verso le necessit\u00e0 dei pi\u00f9 poveri. Insieme a ci\u00f2 bisogner\u00e0 modificare la composizione di questa crescita perch\u00e9 sia razionalmente sostenibile. Per esempio, se si moltiplicasse per 10 la produzione mondiale di servizi per la salute e l\u2019educazione, la popolazione migliorerebbe notevolmente la propria qualit\u00e0 di vita, senza alcun ulteriore impatto ambientale, e senza consumare risorse naturali. Ora\u2026 se il mercato dice che bisogna moltiplicare per 10 la produzione di automobili\u2026 sicuramente alcune cose cominceranno a collassare. Se sfruttiamo razionalmente le terre fertili, le risorse marittime, e miglioriamo le tecnologie, sicuramente potremo alimentare tutta la popolazione mondiale, contraddicendo le profezie maltusiane del Club di Roma. Ma se il mercato dice che bisogna utilizzare le terre fertili per produrre biocombustibile, \u00a0affinch\u00e8 le strade possano riempirsi di auto, sicuramente ci saranno meno alimenti e molto pi\u00f9 costosi.<\/p>\n<p>Quello che si suggerisce \u00e8 una societ\u00e0 libertaria, nella quale nessuno subisca pressioni per adattarsi al modello consumista-produttivista come requisito per non restare emarginato, ma dove esista anche la\u00a0 libert\u00e0 perch\u00e8 chi preferisce produrre e consumare di pi\u00f9 possa farlo nella misura in cui non pregiudichi altri o l\u2019ambiente. Naturalmente perch\u00e9 ci\u00f2 avvenga bisogner\u00e0 prima disarticolare poco a poco questo sistema, mettendo in moto una vera reingegneria dell\u2019apparato produttivo. Tutto questo implica una strategia in passi progressivi, tanto lontana dallo sterile deambulare del riformismo quando dall\u2019inconcludente declamazione immediatista.<\/p>\n<p><b>Passi riformisti o passi rivoluzionari<\/b><\/p>\n<p>E\u2019 gi\u00e0 passato pi\u00f9 di un secolo dalla pubblicazione di \u201cRiforma o Rivoluzione\u201d, dove Rosa Luxemburg discuteva la capitolazione di alcuni socialdemocratici come Eduard Bernstein. Sicuramente tutta l\u2019esperienza accumulata da quell\u2019epoca ha portato molti a riformulare la propria visione sul capitalismo e sul socialismo, la concezione della lotta di classe e la fattibilit\u00e0 nella realizzazione di trasformazioni profonde nella democrazia. Ma dobbiamo dire che oggi pi\u00f9 che mai si prefigura la sfida di scoprire come avanzare verso trasformazioni strutturali del sistema economico. Forse quella frase di Rosa Luxemburg: \u201c\u2026 la lotta per le riforme sociali \u00e8 il mezzo, mentre la lotta per la rivoluzione sociale \u00e8 il fine\u2026\u201d, continua ad avere pieno vigore, indipendentemente da ci\u00f2 che chiamiamo riforme sociali, e da ci\u00f2 che chiamiamo rivoluzione nel XXI secolo.<\/p>\n<p>La caduta del socialismo reale non ha solo aperto la strada alla globalizzazione capitalista, ma ha anche intrappolato le societ\u00e0 nel labirinto senza uscita dei pragmatismi, dei relativismi e della rassegnazione, dichiarando obsolete le utopie e fuori moda gli ideali. Negli ultimi anni, le nuove generazioni hanno ricominciato a sognare utopie, qualcosa tanto semplice come un mondo in pace, pi\u00f9 giusto e con esseri umani felici, ma non \u00e8 tanto facile coincidere su un cammino per raggiungere questi obiettivi. L\u2019esperienza dimostra che non \u00e8 possibile imporre ricette presumibilmente scientifiche, n\u00e9 si pu\u00f2 forzare affinch\u00e8 la realt\u00e0 della gente si adegui alle teorie. Ma l\u2019esperienza dimostra anche che \u00e8 molto facile perdersi nel labirinto del possibilismo, quando si sceglie il cammino del riformismo, in cui gli illusori avanzamenti provvisori ci riportano al punto di partenza.<\/p>\n<p>Quando si tratta di costruire un cammino di vera trasformazione, siamo in molti a condividere il punto di partenza: non vogliamo un mondo in cui questo para-stato che \u00e8 il potere finanziario internazionale decide la direzione dell\u2019economia; non vogliamo un sistema economico che arricchisca alcuni ed emargina milioni, mosso dall\u2019avarizia e dal consumismo che stanno depredando il pianeta; non vogliamo dittature autoritarie, n\u00e9 tantomeno democrazie ipocrite guidate da politici complici di questo sistema.<\/p>\n<p>Siamo in molti anche a condividere il mondo cui aspiriamo: un mondo in pace, senza guerre n\u00e9 alcun tipo di violenza, un mondo nel quale l\u2019economia sia al servizio dell\u2019essere umano e non il contrario; un sistema economico che si sviluppi in equilibrio con l\u2019ecosistema, nel quale la ricchezza si distribuisca equamente e dove ogni essere umano abbia reali possibilit\u00e0 di avere una vita degna, senza essere emarginato, n\u00e9 sfruttato e senza alienarsi nella corsa materialista.<\/p>\n<p>Siamo in molti a coincidere in ci\u00f2 che non vogliamo e in ci\u00f2 cui aspiriamo, per\u00f2 non \u00e8 cos\u00ec semplice chiarirsi su quali sono i passi da seguire per andare da un posto all\u2019altro. E\u2019 chiaro che bisogner\u00e0 necessariamente fare un passo alla volta, non solo per le resistenze che incontreremo, ma anche perch\u00e9, bench\u00e8 tutti gli abitanti del pianeta siano d\u2019accordo su ci\u00f2 che si deve fare, il proposito di smontare un sistema e rimpiazzarlo con un altro implica necessariamente un processo metodico.<\/p>\n<p>Ma per sapere che i passi di questo processo non siano passi falsi che ci introducano nel labirinto del riformismo, bisogna proporsi obiettivi che al realizzarsi funzionino come gli ancoraggi di uno scalatore, partendo dai quali sia molto difficile retrocedere o cadere e che servano da appoggio per il passo successivo. L\u2019idea qui non \u00e8 quella di stilare un elenco (tutt&#8217;altro che completo) di questo tipo di passi, che necessariamente si devono costruire attraverso l\u2019esperienza collettiva. Sembra invece interessante dare qualche esempio che possa servire a differenziare ci\u00f2 che potremmo chiamare passi rivoluzionari da quelli che potrebbero essere passi riformisti.<\/p>\n<p>Per esempio, in materia di distribuzione dei redditi d\u2019mpresa, nel sistema capitalista la spinta verso l&#8217;aumento salariale \u00e8 generalmente l\u2019obiettivo pi\u00f9 frequente della lotta dei lavoratori. Sappiamo tuttavia che qualunque incremento nominale momentaneo non solo risulta sempre insignificante in confronto agli incrementi del guadagno d\u2019impresa, ma pu\u00f2 inoltre diluirsi rapidamente a causa degli aumenti dei prezzi. Se invece si lottasse per la partecipazione dei lavoratori negli utili dell\u2019impresa, ogni punto percentuale in pi\u00f9 a fronte di questo obiettivo significherebbe un miglioramento irreversibile dei redditi dei lavoratori.<\/p>\n<p>Un altro esempio, in materia di creazione di posti di lavoro: questo oggi dipende da qualcosa di tanto vago come \u201cla decisione dei mercati\u201d. In alcuni casi i governi cercano di attenuare la disoccupazione imponendo tasse per finanziare impieghi pubblici o sussidi; questo non solo favorisce la creazione di burocrazie statali dipendenti dal clientelismo politico, ma trova il proprio limite anche nel consumo delle risorse fiscali o nei processi inflazionari. Se invece lo strumento fiscale fosse utilizzato per fare pressione sulle imprese affinch\u00e8 destinino una quota crescente dei propri guadagni nel reinvestimento produttivo generatore di posti di lavoro, ogni punto percentuale di risparmio d\u2019impresa destinato alla creazione di posti di lavoro significherebbe anche un avanzamento irreversibile nella dinamica dell\u2019inclusione lavorativa e una proporzionale retrocessione della canalizzazione speculativa delle eccedenze.<\/p>\n<p>Dato che parliamo della speculazione finanziaria, sicuramente uno dei maggiori responsabili dell\u2019attuale crisi, bisognerebbe iniziare a legiferare perch\u00e9 ci siano regole che avanzino lentamente nell\u2019orientamento del risparmio di imprese e persone verso una Banca Statale senza interessi, che promuova lo sviluppo inclusivo. Ogni punto percentuale ottenuto nella canalizzazione di fondi verso la produzione, significher\u00e0 un avanzamento irreversibile nell\u2019indebolimento della speculazione finanziaria e nel rafforzamento dell\u2019economia produttiva.<\/p>\n<p>Sebbene il nostro tema sia l\u2019economia, non possiamo eludere l\u2019importanza che ha la trasformazione del sistema politico, se si vuole avere il potere per avanzare a fondo con le trasformazioni economiche. In questo senso, l\u2019avanzamento verso una Democrazia Reale, nella quale i cittadini abbiano ogni volta pi\u00f9 ingerenza nel prendere decisioni, richieder\u00e0 anche che si avanzi, passo dopo passo, in conquiste che vadano smontando le mafie dell\u2019attuale politica. In questo senso, ogni progresso vincolato all\u2019implementazione di consultazioni popolari, elezioni dirette, iniziative popolari, revoca di mandati e ogni tipo di partecipazione nelle decisioni, dovrebbe essere un bastione dal quale lavorare per la conquista successiva, finch\u00e8 il potere sia realmente nelle mani della popolazione.<\/p>\n<p>Si potrebbero dare molti altri esempi al riguardo, ma forse questi sono sufficienti a illustrare quello che potrebbe essere un cammino di lotta verso conquiste concrete, che non siano meri palliativi effimeri, ma veri avanzamenti, che irreversibilmente ci permettano la scalata verso il mondo cui aspiriamo.<\/p>\n<p>Se vogliamo costruire l\u2019edificio del mondo delle nostre utopie, bisogner\u00e0 farlo mettendo in piedi colonne e travi, mentre passo dopo passo aggiungiamo pi\u00f9 piani. Pertanto non baster\u00e0 che ogni settore lotti isolatamente per le proprie rivendicazioni, ottenendo benefici effimeri; bisogner\u00e0 pensare che ogni conquista sia il fondamento di una struttura sulla quale si monteranno i progressi successivi.<\/p>\n<p><em>Traduzione di Matilde Mirabella<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel 2000 l\u2019America Latina era devastata dalle politiche neoliberiste. 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