{"id":470488,"date":"2017-05-25T20:53:28","date_gmt":"2017-05-25T19:53:28","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=470488\/"},"modified":"2017-05-25T20:53:28","modified_gmt":"2017-05-25T19:53:28","slug":"memoria-cultura-pace","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2017\/05\/memoria-cultura-pace\/","title":{"rendered":"Tra memoria, cultura e pace"},"content":{"rendered":"<p><strong>A proposito dei potenziali culturali nella trasformazione del conflitto<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019evento di presentazione, presso il Centro Studi Sereno Regis lo scorso 19 maggio, del volume di ricerca-azione \u201cOrdalie. Memorie e Memoriali per la Pace e la Convivenza\u201d (Edizioni Ad Est dell\u2019Equatore, Napoli, 2017), ha costituito, alla presenza di un pubblico attento e qualificato, un\u2019occasione preziosa per intavolare un confronto aperto, non vincolato ai temi del volume, sensibile a suggestioni di impegno civico e di costruzione della pace. Ovviamente, tale confronto, se da una parte non poteva prescindere da alcuni dei presupposti stessi della ricerca-azione (dal profilo progettuale alla metodologia scelta \u201csul campo\u201d), dall\u2019altra non ha perso l\u2019occasione di interrogarsi anche su alcuni retroterra storici, culturali e filosofici, senza i quali un percorso di autentica comprensione e di efficace intervento, nella materia, spigolosa e controversa, dell\u2019impegno per la trasformazione in un contesto di conflitto, risulterebbe, a ben vedere, inerte o astratto.<\/p>\n<p>La prima delle relazioni introduttive (quella di Paolo Candelari del MIR) ha avviato una riflessione promettente, anche nel senso di individuare le coordinate spazio-temporali di riferimento, in grado di \u201csituare\u201d, nel tempo e nello spazio, questa disamina: \u00abUna gente che libera tutta O fia serva tra l\u2019Alpe ed il mare; Una d\u2019arme, di lingua, d\u2019altare, Di memorie, di sangue e di cor\u00bb, scrive il Manzoni nella celebre \u00abode patriottica\u00bb del <em>Marzo 1821<\/em>, dove viene condensata una intera <em>idea di nazione<\/em>, incarnata in una \u00abunit\u00e0 di intenti\u00bb, animata da <em>luoghi<\/em> civili e culturali (le \u201cmemorie\u201d, la \u201clingua\u201d), e, soprattutto, bellici (l\u2019\u201carme\u201d), di fede religiosa (\u201cd\u2019altare\u201d) e di passione nazionale (\u201cdi sangue e di cor\u201d). Ci\u00f2 consegna una idea di nazione radicata nel sentire comune, in base alla quale la nazione \u00e8, essenzialmente, \u00abunit\u00e0 di popolo\u00bb a partire dalla lingua comune, dal territorio condiviso, compattamente difeso sulla punta della spada contro l\u2019invasore, e dalla unica fede religiosa.<\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2, evidentemente, non parla solo a noi, ma ad un intero sviluppo storico e sociale, almeno dalla\u00a0 formazione sul suolo europeo dei grandi stati nazionali e a maggior ragione a seguire la Pace di Westfalia del 1648; ma parla, in modo particolare, anche in questo caso focalizzando una data storica come quella del Congresso di Berlino del 1878, ai Balcani, contesto multi-etnico e multi-nazionale per eccellenza che, come ricorda l\u2019altra delle relazioni introduttive (quella di Gianni D\u2019Elia, dell\u2019IPRI &#8211; Rete CCP), \u00e8 stato, al tempo stesso, territorio di guerra e laboratorio di pace, nell\u2019un senso perch\u00e9 terreno di saturazione del conflitto etnico fino ad assurgere a <em>paradigma<\/em> della guerra etno-politica del nostro tempo, e nell\u2019altro perch\u00e9 contesto di attivazione di iniziative e sperimentazioni di societ\u00e0 civile, anche e soprattutto italiana, che, nel corso degli anni Ottanta e Novanta, si sono cimentate nell\u2019interposizione nonviolenta e nella promozione della pace.<\/p>\n<p>\u00c8 bene passare in rassegna, di tutte queste sperimentazioni, almeno quelle richiamate anche nel corso della riflessione torinese: ad esempio, la marcia per la pace e per porre fine alla guerra in Bosnia che \u00e8 poi passata alla storia come la \u201cMarcia dei Cinquecento\u201d, la quale, ispirata da un appello lanciato da don Tonino Bello nel 1992 e promossa da numerose realt\u00e0 della societ\u00e0 civile di pace del nostro Paese, <em>in primis<\/em> i Beati Costruttori di Pace, part\u00ec poi da Ancona il 6 dicembre 1992 alla volta di Sarajevo, gi\u00e0 sotto assedio (lo sarebbe rimasta per quattro inverni consecutivi, pi\u00f9 di 1400 giorni, l\u2019assedio pi\u00f9 lungo della storia recente), per \u201crompere l\u2019assedio\u201d, nella prospettiva del 10 dicembre, anniversario della promulgazione, avvenuta nel 1948, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e Giornata Internazionale dei Diritti Umani, che si celebra all\u2019insegna delle \u201cquattro libert\u00e0\u201d: la libert\u00e0 di parola e di culto, la libert\u00e0 dal bisogno e dalla paura.<\/p>\n<p>Una testimonianza cruciale, non solo del nesso, simbolico e concreto allo stesso tempo, tra costruzione della pace e tutela dei diritti umani nel complesso delle loro articolazioni o \u201cgenerazioni\u201d (diritti civili e politici; diritti economico-sociali e culturali; diritti dei popoli e dell\u2019ambiente), ma anche della praticabilit\u00e0 concreta dell\u2019impegno civico, da parte delle espressioni della societ\u00e0 civile organizzata, ai fini della prevenzione della violenza, della interposizione disarmata e della deterrenza alla prosecuzione delle ostilit\u00e0, quando non nella ricostruzione della pace. Alcuni dei compiti dei corpi civili di pace, quale strumento di societ\u00e0 civile per la prevenzione dei conflitti armati e per il superamento positivo dei conflitti, vi sono ampiamente prefigurati.<\/p>\n<p>Convergendo verso quello \u00abscenario nello scenario\u00bb che \u00e8 lo specifico del Kosovo, non si pu\u00f2 non ricordare anche l\u2019esperienza della Ambasciata di Pace a Prishtina, il capoluogo kosovaro, progetto lanciato, su iniziativa di Alberto L\u2019Abate, dei Berretti Bianchi e di altri, sin dal 1994 (epoca del movimento nonviolento di auto-determinazione degli albanesi kosovari), che si sarebbe caratterizzato come \u00abuno strumento della societ\u00e0 civile e delle popolazioni [da cui] sole deve trarre le sue linee di lavoro e di finanziamento. \u00c8 tuttavia possibile e augurabile che alcune istituzioni locali, nazionali o internazionali, aiutino, di volta in volta e in varie forme, l\u2019attivit\u00e0 dell\u2019ambasciata di pace, senza, tuttavia, risultare mai determinanti. [\u2026] Per societ\u00e0 civile si intende [\u2026] fare riferimento a tutte quelle organizzazioni internazionali e non che operano sul nostro pianeta nei pi\u00f9 diversi settori del volontariato e che intendono oggi farsi carico di questo compito\u00bb.<\/p>\n<p>Una ambasciata, per esplicito intendimento dei proponenti, da concepirsi come \u00abautonoma da tutti i governi sia finanziariamente sia politicamente\u00bb in quanto strumento di \u201cdiplomazia dei popoli\u201d, e da strutturarsi attraverso compiti quali l\u2019apertura della comunicazione tra i popoli, il sostegno alle popolazioni, il sostegno alle organizzazioni locali di societ\u00e0 civile orientate alla pace, il monitoraggio e la denuncia delle violazioni dei diritti umani, un osservatorio permanente di pace e nonviolenza e uno strumento di prevenzione dei conflitti armati (il testo sulla <em>Ambasciata di Pace<\/em> fu pubblicato in \u201cGuerre &amp; Pace\u201d, n. 15, settembre 1994).<\/p>\n<p>In questo senso, il lavoro sui potenziali sociali e culturali, sia nel senso del consolidamento delle risorse della societ\u00e0 civile impegnate nella prevenzione della violenza e nella costruzione della pace, sia nel senso della individuazione di tutte quelle occasioni ed opportunit\u00e0 che, agendo sul piano sociale e culturale, possono contribuire alla costruzione di ponti, di occasioni di comunicazione e di spazi di convivenza tra i popoli, risulta decisivo per la costruzione della pace. Non a caso, questo ambito racchiude una sfera di impegno rilevante nell\u2019azione propria dei corpi civili di pace. Riprendendo l\u2019intuizione di Alex Langer, \u00abnel fare ci\u00f2 esso ha solo la forza del dialogo nonviolento, della convinzione e della fiducia da costruire o restaurare\u00bb.<\/p>\n<p>\u00abAgir\u00e0 portando messaggi da una comunit\u00e0 all\u2019altra. Faciliter\u00e0 il dialogo all\u2019interno della comunit\u00e0 [\u2026]. Prover\u00e0 a rimuovere l\u2019incomprensione, a promuovere i contatti nella locale societ\u00e0 civile. Negozier\u00e0 con le autorit\u00e0 locali e le personalit\u00e0 di spicco. Faciliter\u00e0 il ritorno dei rifugiati, cercher\u00e0 di evitare, con il dialogo, la distruzione delle case, il saccheggio e la persecuzione [\u2026]. Promuover\u00e0 l\u2019educazione e la comunicazione tra le comunit\u00e0. Combatter\u00e0 contro i pregiudizi e l\u2019odio. Incoragger\u00e0 il mutuo rispetto fra gli individui. Cercher\u00e0 di restaurare la cultura dell\u2019ascolto reciproco. E cosa pi\u00f9 importante: sfrutter\u00e0 al massimo le capacit\u00e0 di coloro che \u2026 non sono implicati nel conflitto (gli anziani, le donne, i bambini)\u00bb (documento per la creazione di un corpo civile di pace delle Nazioni Unite e dell\u2019Unione Europea, in \u201cAzione Nonviolenta\u201d, ottobre 1995).<\/p>\n<p>Una lunga e innovativa suggestione, una cui eco si ritrova, peraltro, anche nella elaborazione pi\u00f9 recente, tra le altre, della Rete della Pace, quando, in una sua piattaforma tematica, ricorda che \u00abnell\u2019ottica di costruire alternative all\u2019uso della forza \u2026, sosteniamo l\u2019urgenza di organizzare interventi civili di pace in zone di conflitto, tramite corpi di volontari e operatori professionali. Questi sostengono, in qualit\u00e0 di terze parti, gli attori locali nella prevenzione e trasformazione dei conflitti. L\u2019obiettivo degli interventi \u00e8 la promozione di una <em>pace positiva<\/em>, come cessazione della violenza [e] come affermazione di diritti umani e benessere sociale. [\u2026] La scelta nonviolenta e la netta distinzione dai contingenti militari rendono credibile l\u2019indipendenza e la non-partigianeria dei CCP e consentono di declinare la costruzione della pace in una miriade di attivit\u00e0 \u2026\u00bb.<\/p>\n<p>Sebbene, dunque, le condizioni di progresso sociale costituiscano fattore decisivo ai fini della promozione della societ\u00e0 civile e del miglioramento dei rapporti sociali (cosa tanto pi\u00f9 vera in Kosovo, dove la disoccupazione \u00e8 ufficialmente intorno al 35%, quella giovanile stimata intorno al 50% e quella femminile intorno al 60% e lo stipendio medio mensile ufficialmente non superiore a 450 \u20ac), non di meno il terreno culturale pu\u00f2 risultare cruciale ai fini dello sviluppo di percorsi di reciproca comprensione e di pacifica convivenza. In effetti, il terreno stesso della convivenza, basato sul riconoscimento dei vissuti e delle memorie, su un\u2019apertura pluralistica all\u2019altro nella pienezza della sua umanit\u00e0 e su una piena appropriazione dei patrimoni sociali e culturali come patrimoni diffusi e universali, trova nel lavoro sulle culture e sulle memorie, in particolare in termini di \u201cmemorie collettive\u201d, una motivazione e un fondamento assai forti.<\/p>\n<p>D\u2019altro canto, le pratiche sociali attraverso cui un patrimonio di memoria si consolida in memoria collettiva non devono necessariamente essere vincolate dal loro potenziale ideologico, utile alla narrazione dominante, ma possono essere positivamente ri-attraversate come una occasione per una rilettura della storia in chiave pluralistica, come \u201cstoria di storie\u201d, o, se non altro, una trama capace di ascoltare anche \u201cla storia dell\u2019altro\u201d. Tali patrimoni di memoria, infatti, risultano tali proprio in forza del rilievo che la comunit\u00e0 vi attribuisce, esaltando quel \u201cdi pi\u00f9\u201d di senso in essi racchiuso (o perch\u00e9 costituiscono testimonianza di eventi salienti del passato o perch\u00e9 riconosciuti come particolarmente significativi anche ai fini di una sorta di soggettivazione identitaria) attraverso tipiche funzioni sociali di tipo relazionale, dai discorsi alle commemorazioni, dalle manifestazioni pubbliche alle celebrazioni rituali, dagli eventi e dalle parole che vi si continuano a produrre.<\/p>\n<p>Nella sua relazione, Enrico Peyretti pone l\u2019accento proprio su questo, con una riflessione densa di implicazioni: l\u2019universalismo culturale (ad esempio nel senso dell\u2019\u00abuomo planetario\u00bb richiamato da Ernesto Balducci, laddove \u00abtutte le identit\u00e0 [specifiche] perdono di senso per lasciare posto all\u2019unica identit\u00e0 [universale] che ciascuno \u00e8 in grado di dare a s\u00e9 stesso, al di fuori di ogni eredit\u00e0, semplicemente con l\u2019assumersi o con il rigettare le responsabilit\u00e0 del futuro del mondo\u00bb) inteso come <em>visione comune<\/em> e <em>visione trasversale<\/em>, allo stesso tempo, come base della pace e fondamento della convivenza. Vi \u00e8, in questo, un rimando assai intenso alla riflessione sulla memoria collettiva, a crocevia tra i patrimoni culturali e i luoghi della memoria, che sostanzia di s\u00e9 la stessa ricerca-azione: non una memoria \u201cdi\u201d tutti, ma una memoria \u201cper\u201d tutti, capace di maturare in sorgente di comprensione e di appropriazione e di fare del Kosovo un Kosovo <em>per tutti e tutte<\/em>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A proposito dei potenziali culturali nella trasformazione del conflitto &nbsp; L\u2019evento di presentazione, presso il Centro Studi Sereno Regis lo scorso 19 maggio, del volume di ricerca-azione \u201cOrdalie. 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