{"id":39049,"date":"2013-02-18T15:47:35","date_gmt":"2013-02-18T15:47:35","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pressenza.com\/?p=39049"},"modified":"2013-02-19T07:52:40","modified_gmt":"2013-02-19T07:52:40","slug":"difesa-popolare-nonviolenta-i-soldati-della-pace","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2013\/02\/difesa-popolare-nonviolenta-i-soldati-della-pace\/","title":{"rendered":"Difesa Popolare Nonviolenta: i &#8220;soldati della pace&#8221;"},"content":{"rendered":"<p><em>Quando diciamo che non vogliamo gli F-35 stiamo dicendo anche che aspiriamo ad un altro modello di difesa; non desideriamo semplicemente l&#8217;applicazione dell&#8217;articolo 11 della Costituzione, stiamo pensando ad un nuovo mondo. I nonviolenti lavorano da tempo a queste nuove immagini e soluzioni. Nel tema specifico della difesa, un grande lavoro, poco conosciuto, \u00e8 stato fatto nell&#8217;ambito di quella che viene chiamata la \u201cDifesa Popolare Nonviolenta\u201d. Ne parliamo con Gianmarco Pisa, segretario dell&#8217;<a href=\"http:\/\/www.reteccp.org\/\">IPRI<\/a> (Rete dei Corpi Civili di Pace).<\/em><\/p>\n<p><strong>Cosa si intende per Difesa Popolare Nonviolenta (DPN)?<\/strong><br \/>\nSi tende a fare una certa confusione tra i termini in uso presso il movimento per la pace e per la nonviolenza per designare pratiche di difesa alternative a quella di tipo militare: \u00e8 cos\u00ec che locuzioni come \u201cdifesa civile\u201d, \u201cdifesa sociale\u201d e \u201cdifesa popolare\u201d, in particolare \u201cnonviolenta\u201d, finiscono talvolta per sfiorarsi, quando non per sovrapporsi. In effetti, soprattutto nella riflessione dei teorici che le hanno designate, tali denominazioni non sono coincidenti. Se la \u201cdifesa civile\u201d rappresenta una modalit\u00e0 (e, pi\u00f9 complessivamente, un \u201cmodello\u201d) di difesa del territorio con mezzi e strumenti civili e, di conseguenza, alternativa alla difesa militare, la \u201cdifesa popolare nonviolenta\u201d costituisce un \u201cdi pi\u00f9\u201d, trattandosi di una modalit\u00e0 e, quindi, \u201cun modello\u201d, di difesa alternativo a quello militare, realizzato con strumenti civili, con un forte grado di consapevolezza, di adesione e di partecipazione a livello popolare e con l\u2019adozione di metodi e pratiche ispirate alla nonviolenza, in specie gandhiana.<br \/>\n<strong>Quando \u00e8 cominciato il lavoro teorico e pratico sulla DPN? E a che punto \u00e8?<\/strong><br \/>\nNel suo ancoraggio alla lezione gandhiana, troviamo alcuni dei motivi di fondo della ricerca e dell\u2019azione sulla Difesa Popolare Nonviolenta. Antesignano dei moderni Corpi Civili di Pace, lo Shanti Sena (\u201cEsercito di Pace\u201d) rappresenta, nella visione gandhiana, l\u2019applicazione del Satyagraha all\u2019interno della dinamica di conflitto e, per estensione, l\u2019intervento nonviolento, realizzato da civili, preparati e disposti al sacrificio personale, per l\u2019interposizione nel conflitto e la cessazione della violenza. Lo Shanti Sena era quindi concepito come uno strumento di mobilitazione popolare, un autentico movimento di rivendicazione di massa, animato da veri \u201csoldati della nonviolenza\u201d, in grado di agire per il miglioramento delle condizioni sociali della popolazione. Prendendo in prestito le parole di Narayan Desai, \u00able Shanti Sena, fin dall\u2019inizio della loro storia, si sono occupate dei conflitti tra le comunit\u00e0. Gandhi afferm\u00f2 che andava organizzata un\u2019unit\u00e0 di Shanti Sena per risolvere i problemi, inizialmente politici, poi anche religiosi, che si andavano creando\u2026 A quel tempo, fu chiesto alle persone nonviolente di organizzarsi tra di loro e di interporsi in situazioni di violenza\u00bb. Ne viene fuori il profilo di un\u2019organizzazione popolare nonviolenta flessibile, adattabile e moderna, capace di fare dell\u2019interposizione nonviolenta in situazioni di conflitto inter-comunitario il proprio compito saliente e di abbinare all\u2019efficacia dell\u2019intervento la capacit\u00e0 di allerta preventiva.<br \/>\nAncora oggi, il lavoro teorico e pratico sulla DPN, forte della lezione gandhiana e temprato dalle sperimentazioni, nel corso dei decenni successivi, messe in campo, in particolare, dalle PBI (Peace Brigades International), dalle NP (Nonviolent Peaceforce) e da varie altre strutture, trova nella nonviolenza il proprio ancoraggio teorico e morale e nella ricerca-azione una delle proprie condizioni di lavoro fondamentali. Non dimentichiamo che, quando si parla di \u201cdifesa popolare nonviolenta\u201d, si intende sia un \u201cconcetto\u201d di difesa del territorio basato sulla nonviolenza e alternativo al militare, sia una \u201cpratica\u201d di difesa dalla violenza e di prevenzione dei conflitti armati che va continuamente aggiornata ed approfondita, derivando dalle lezioni teoriche i contenuti di intervento e dalle pratiche di azione le acquisizioni da generalizzare. Questo spiega, da un lato, il riferimento alla metodologia della ricerca-azione, dall\u2019altro, il legame tra la Difesa Popolare Nonviolenta e le odierne sperimentazioni in termini di Interventi Civili di Pace e Corpi Civili di Pace. Nel corso degli anni Novanta, la Difesa Popolare Nonviolenta sembr\u00f2 trovare una sua nuova primavera, grazie soprattutto alle rivendicazioni dei movimenti popolari e alla ispirazione nonviolenta di parte importante di quei movimenti, per la pace e il disarmo, che avevano salutato nella fine della \u201cguerra fredda\u201d e dell\u2019\u201cequilibrio del terrore\u201d, l\u2019avvento di un \u201cmondo nuovo\u201d. In tempi pi\u00f9 recenti quello slancio si \u00e8 significativamente raffreddato, ma in Italia permangono esperienze significative, quali il Tavolo per gli Interventi Civili di Pace e, dal punto di viste delle strutture organizzate, l\u2019IPRI (Italian Peace Research Institute &#8211; Istituto Italiano di Ricerca per la Pace) &#8211; Rete CCP (Corpi Civili di Pace).<\/p>\n<p><strong>Che relazione c&#8217;\u00e8 tra DPN e i Paesi che, in varie forme, sono privi di esercito?<\/strong><br \/>\nEsistono diversi Paesi (intesi come Stati sovrani) che mantengono un proprio strumento di difesa, o attraverso corpi di polizia, o attraverso accordi di protezione militare con Stati o Organizzazioni terze, capace di fare a meno di vere e proprie \u201cforze armate\u201d. Ci\u00f2 non significa, d\u2019altro canto, che vi sia una vera e propria \u201crelazione\u201d tra queste forme di \u201cdemilitarizzazione\u201d dell\u2019apparato di sicurezza e ci\u00f2 che abbiamo sin qui definito come Difesa Popolare Nonviolenta. A differenza della \u201cdifesa civile\u201d, infatti, la Difesa Popolare Nonviolenta non rappresenta semplicemente una modalit\u00e0 di difesa senza armi e senza esercito, bens\u00ec una alternativa al consueto modello militare di difesa e di sicurezza, basato essenzialmente su tre connotati: il carattere eminentemente \u201cdifensivo\u201d della \u201cdifesa\u201d, l\u2019ancoraggio alla nonviolenza (come criterio, come metodo e come pratica) e l\u2019adesione, il radicamento e il coinvolgimento popolare. In base a ci\u00f2, \u00e8 essenzialmente in tre contesti nazionali che si ravvisa una relazione tra l\u2019assenza delle Forze Armate e la pratica della Difesa Nonviolenta: il Costarica (ha abolito l\u2019esercito nel 1949, si \u00e8 dichiarato neutrale dal 1983, si dota esclusivamente di forze di polizia per compiti di vigilanza, controllo e sicurezza, investe nello sviluppo umano e sociale e rappresenta uno degli Stati meno \u201cpoliticamente\u201d turbolenti del sub-continente, con una sostanziale assenza di colpi di stato militari nel corso degli ultimi decenni); le Isole Mauritius (l&#8217;unico Stato africano, secondo la Freedom House, dotato di sistema politico e istituzioni nazionali pienamente democratiche, mantiene, dal 1968, solo una forza di polizia); e Panama (ha abolito le forze armate nel 1990 e sancito tale istituzione con modifica costituzionale nel 1994). In generale, un sistema di sicurezza \u00e8 coerente con il mandato e il profilo della DPN nella misura in cui si fonda sulla centralit\u00e0 del principio della \u201csicurezza umana\u201d e si dota di compiti esclusivamente difensivi, ispirati alla nonviolenza, orientati alla difesa del territorio e alla prevenzione dei conflitti armati.<\/p>\n<p><strong>La DPN implica una diversa percezione del corpo sociale?<\/strong><br \/>\nLa Difesa Popolare Nonviolenta, in quanto attivazione di un principio di sicurezza collettiva basato sulla adesione, il coinvolgimento e la partecipazione attiva della cittadinanza, presuppone un vero e proprio \u201cprocesso di responsabilizzazione\u201d della societ\u00e0 civile: responsabilizzazione che, se da un lato serve ad alimentare la mobilitazione difensiva che, pi\u00f9 efficacemente della \u201cchiamata alle armi\u201d militare, pu\u00f2 concorrere alla difesa e alla tutela del territorio e della popolazione, dall\u2019altro rappresenta anche la condizione essenziale per una efficace politica preventiva. Vi \u00e8 qui una delle differenze di fondo, in relazione al protagonismo accordato al corpo sociale, tra la difesa militare e la difesa nonviolenta. La prima presuppone una societ\u00e0 civile che \u201cdelega\u201d, affidando un mandato alle tecniche, ai tecnici e all\u2019esercito professionale quale tutore dell\u2019ordine, attivatore della forza armata sia all\u2019interno sia all\u2019esterno dei confini nazionali ed artefice della \u201crepressione\u201d, pi\u00f9 che della \u201cprevenzione\u201d della violenza. In fondo, si tratta di ci\u00f2 cui siamo ampiamente abituati nelle nostre societ\u00e0.\u00a0 La seconda, invece, la difesa nonviolenta, si basa sulla responsabilit\u00e0 e la partecipazione, rifiuta la delega e la separazione dei corpi di difesa, dal momento che \u00e8 \u201cpopolare\u201d la stessa pratica della difesa e, di conseguenza, \u00e8 il corpo sociale in quanto tale a doversi, opportunamente addestrato e preparato con metodi e tecniche non militari e nonviolente, mobilitare per la difesa del territorio e della popolazione. Non si dimentichi, peraltro, che proprio gli Stati che riducono le spese per il \u201cmilitare\u201d, ri-orientando gli investimenti verso il \u201ccivile\u201d e il \u201csociale\u201d, sono anche quelli (si pensi, almeno, a Costarica, alla Svizzera ed al Venezuela) che riescono a conseguire performance migliori sia in termini di benessere sociale e di progresso civile, sia in termini di stabilit\u00e0 e sicurezza.<\/p>\n<p><strong>E&#8217; innegabile che, ancora oggi, le varie e numerose tecniche nonviolente siano patrimonio di minoranze: cosa si pu\u00f2 fare affinch\u00e9 diventino pratiche di massa?<\/strong><br \/>\nIl problema del carattere \u201celitario\u201d delle modalit\u00e0 e delle pratiche di difesa \u201calternativa\u201d \u00e8, allo stesso tempo, il problema del seguito \u201celitario\u201d della nonviolenza stessa, molto spesso adottata ed alimentata da minoranze con scarso o nullo seguito a livello popolare. \u00c8 certamente un problema di sistema: non si vede perch\u00e9 un certo mainstreaming dovrebbe avere interesse a diffondere modelli e storie di successo della nonviolenza e della difesa nonviolenta, quando il sistema stesso si basa su modelli e condotte che contraddicono in radice il perseguimento della nonviolenza e la prevenzione della violenza. Certo, senza aggiungere altro e senza interrogare anche le responsabilit\u00e0 del movimento per la nonviolenza e dei nonviolenti stessi, ricordare che il sistema dominante si basa sulla violenza e respinge ogni sforzo in direzione di una alternativa nonviolenta, rischia di tradursi in un alibi, comodo quanto si vuole, ma sterile e, in definitiva, frustrante. Il punto \u00e8 quello gi\u00e0 indicato da Alex Langer circa il che fare dei nonviolenti di fronte alle grandi tragedie della violenza del nostro tempo; lo stesso che, tra gli altri, Enrico Peyretti ha sintetizzato con queste parole: \u00abLa nonviolenza \u00e8 un impegno e una lotta libera dall\u2019ossessione e dall\u2019ideologia della vittoria, la quale \u00e8 consustanziale all\u2019ideologia della violenza, perch\u00e9 dovere e volere vincere ad ogni costo trascina a fare violenza. Questo far conto sull\u2019efficacia della nonviolenza, che sempre testimonia la pace, anche quando \u00e8 sconfitta (ma ha pure i suoi successi, e pi\u00f9 di quanti sono comunemente noti), non \u00e8 \u00abfondamentalismo pacifista\u00bb, non \u00e8 \u00abesaltazione a basso costo del martirio\u00bb, n\u00e9 \u00abl\u2019esporsi masochisticamente al danno della guerra\u00bb da parte di \u00abesaltatori del martirio\u00bb (quando invece figure di un simile auto-lesionismo sacrificale sono tipiche della mitologia violenta, fino alla figura tristemente attuale dell\u2019attentatore sui-omicida)\u00bb. Si veda, a proposito: Enrico Peyretti, Difesa senza Guerra. Bibliografia storica delle lotte non-armate e nonviolente, reperibile on-line su peacelink: <a href=\"http:\/\/www.peacelink.it\/storia\/a\/36008.html\">www.peacelink.it\/storia\/a\/36008.html<\/a>.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 diventino acquisizioni, prima, e pratiche, poi, a livello di massa, le metodologie e le attivazioni della Difesa Popolare Nonviolenta hanno solo due strade: la conoscenza e la formazione. Serve conoscere, ad esempio quanto l\u2019interposizione nonviolenta e la resistenza nonviolenta hanno saputo fare, nel corso delle epoche, per prevenire i conflitti armati, conseguire soluzioni pacifiche, e scalzare dittature e tirannidi. E serve formarsi alle tecniche dell\u2019azione diretta nonviolenta e della risoluzione nonviolenta dei conflitti, per acquisire strumenti concreti ed assumere uno sguardo alla trasformazione dei conflitti con mezzi e secondo fini nonviolenti. Lavorare per realizzare a Vicenza, citt\u00e0 pi\u00f9 militarizzata d\u2019Italia e laboratorio di formazione per gli eserciti di mezzo mondo, un Centro per la Prevenzione dei Conflitti e la Formazione dei Corpi Civili di Pace, e, in questa direzione, organizzare proprio a Vicenza (8-10 Marzo) un laboratorio residenziale di formazione superiore per CCP per la Difesa Popolare Nonviolenta, intende proprio andare in questa direzione. Sapendo che la strada non \u00e8 n\u00e9 breve n\u00e9 semplice ma che, se non la si inizia, non la si potr\u00e0 mai portare a compimento.<\/p>\n<p>Maggiori invo sul corso:<\/p>\n<p><span><a href=\"http:\/\/www.reteccp.org\/home.html\" target=\"_blank\">http:\/\/www.reteccp.org\/home.<wbr \/>html <\/a><br \/>\n<\/span> <span><br \/>\n<\/span> <span><a href=\"http:\/\/siamovicenza.blogspot.it\/\" target=\"_blank\">http:\/\/siamovicenza.blogspot.<wbr \/>it\u00a0<\/a><br \/>\n<\/span> <span><br \/>\n<\/span> <span><a href=\"http:\/\/www.comune.vicenza.it\/cittadino\/scheda.php\/42724,45919\" target=\"_blank\">http:\/\/www.comune.vicenza.it\/<wbr \/>cittadino\/scheda.php\/42724,<wbr \/>45919 <\/a><\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando diciamo che non vogliamo gli F-35 stiamo dicendo anche che aspiriamo ad un altro modello di difesa; non desideriamo semplicemente l&#8217;applicazione dell&#8217;articolo 11 della Costituzione, stiamo pensando ad un nuovo mondo. 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