{"id":34280,"date":"2013-01-21T07:42:22","date_gmt":"2013-01-21T07:42:22","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pressenza.com\/?p=34280"},"modified":"2013-01-21T07:42:22","modified_gmt":"2013-01-21T07:42:22","slug":"mafia-stato-la-trattativa-continua-ora","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2013\/01\/mafia-stato-la-trattativa-continua-ora\/","title":{"rendered":"Mafia-Stato la trattativa continua ora"},"content":{"rendered":"<p><em>Trattative per evitare attentati, trattative per difendere il potere politico, trattative per instaurarne uno nuovo. Difficile, in tutti questi anni, distinguere fra chi \u2013 fra gli uomini dello Stato \u2013 tratt\u00f2 \u201ca fin di bene\u201d e chi per fini eversivi. Comunque le trattative ci furono \u2013 e questo ormai non lo nega pi\u00f9 nessuno \u2013 e uno dei principali \u201cambasciatori\u201d fu il boss dei boss messinese, Rosario Cattafi. Che adesso sta continuando a \u201ctrattare\u201d, riempiendo cartelle su cartelle&#8230;<\/em><\/p>\n<p>Un immenso cratere in autostrada, allo svincolo per Capaci. Il gran botto in via d\u2019Amelio, carcasse d\u2019auto e corpi straziati. Poi le bombe e le stragi a Roma, Firenze, Milano. L\u2019offensiva mafiosa, la sapiente direzione strategica delle centrali del terrore. E la trattativa degli apparati infedeli dello Stato. Sino alla capitolazione: la seconda repubblica di matrice neoliberista, i nuovi interlocutori politici all\u2019ombra del biscione, il colpo di spugna sul carcere duro per boss e gregari. Vent\u2019anni di segreti e veleni, una tragedia infinita su cui indagano senza sosta tre Procure. Per inchiodare i mandanti dal volto coperto, esecutori e protettori, spie e doppiogiochisti. Nonostante i <em>non ricordo<\/em> di ex ministri e presidenti.<\/p>\n<p>Sui presunti registi e intermediari della trattativa tra Stato e Antistato girano nomi eccellenti. Alcuni sono deceduti e non potranno fornire chiarimenti n\u00e9 difendersi. I Pm di Palermo nutrono forti sospetti sull\u2019allora capo della polizia Vincenzo Parisi. E sull\u2019alto dirigente del Sisde, il servizio segreto civile, Bruno Contrada. Nella <em>black list<\/em> c\u2019\u00e8 pure l\u2019ex capo dei Ros dei Carabinieri e direttore del Sisde, Mario Mori. O l\u2019ex ministro Calogero Mannino che, secondo gli inquirenti, avrebbe esercitato \u201cindebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione del 41bis\u201d. E nel novembre \u201993, fu deciso di non rinnovare il carcere duro a 326 mafiosi, 45 dei quali ai vertici di Cosa nostra, \u2018ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita.<\/p>\n<p>Gli inquirenti ipotizzano che tra i <em>consiglieri<\/em> dell\u2019ammorbidimento del regime detentivo nei confronti della criminalit\u00e0 organizzata c\u2019era l\u2019allora vicecapo del Dipartimento dell\u2019amministrazione penitenziaria (Dap) <strong>Francesco Di Maggio, il magistrato <em>tutto d\u2019un pezzo<\/em> scomparso prematuramente nel 1996, noto per l\u2019inchiesta sulla scalata criminale di Angelo Epaminonda \u201cil Tebano\u201d, il re delle bische e della droga di Milano, convertito in collaboratore di giustizia. Dopo un breve e travagliato periodo all\u2019Alto commissariato antimafia, Di Maggio aveva preferito trasferirsi <\/strong>a Vienna per fare da consulente giuridico dell\u2019agenzia antidroga delle Nazioni Unite. Poi, nel \u201993, inaspettatamente, veniva chiamato a Roma per assumere l\u2019incarico di supervisore delle carceri italiane. Ci\u00f2 ha insospettito i Pm palermitani: senza alcuna competenza specifica per quel ruolo, Di Maggio non <strong>era magistrato di corte d\u2019appello, <\/strong>titolo richiesto dalla legge. Per aggirare l\u2019ostacolo fu nominato consigliere di Stato. Chi e perch\u00e9 lo volle alla guida del Dap? \u201cL\u2019ho scelto io\u201d, ha spiegato Conso. \u201cEra una persona che andava un po\u2019 in televisione, quindi era combattivo, attivo, era un esternatore e mi era parso molto efficace\u201d. Di diverso parere l\u2019allora capo del dipartimento dell\u2019amministrazione penitenziaria, Adalberto Capriotti. \u201cEbbi l\u2019impressione che a Conso, a sua volta, Di Maggio gli fu imposto\u201d, ha raccontato. E i rapporti tra il guardasigilli e il magistrato erano tutt\u2019altro che idilliaci. \u201cUna volta ho assistito a una violentissima lite tra i due\u201d, ha aggiunto. \u201cMi misi di mezzo perch\u00e9 Di Maggio, oltre a dargli del tu, insultava Conso e io non potevo permetterlo\u2026\u201d.<\/p>\n<p>Il 29 ottobre 1993 Capriotti aveva sottoscritto una nota in cui si chiedeva a diverse autorit\u00e0 istituzionali un parere sull\u2019eventuale proroga del 41bis a oltre trecento detenuti. \u201cPer creare un clima positivo di distensione nelle carceri\u201d, spiegava il capo del Dap. La nota fu poi consegnata a Conso dall\u2019allora capo di gabinetto del ministero, Livia Pomodoro, odierna presidente del Tribunale di Milano. \u201cIl ministro mi diede la direttiva di attendere ulteriori aggiornamenti, che avrebbero dovuto essere forniti dal vicecapo Di Maggio\u201d, racconta Pomodoro. Nessuno per\u00f2 \u00e8 in grado di ricordare cosa poi veramente accadde e quale fu davvero il ruolo del magistrato richiamato da Vienna. Quello stesso Di Maggio che in un\u2019intervista in piena stagione terroristica si era dichiarato \u201cdecisamente a favore\u201d del carcere duro per i mafiosi. \u201cEra ritenuto un forcaiolo al Dap perch\u00e9 voleva mantenere il 41bis, ma riteneva che la sua linea fosse disattesa dal Ministero degli Interni\u201d, ha rivendicato il fratello, Salvatore Di Maggio, all\u2019udienza del processo che vede imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra dopo la mancata cattura del superboss Bernardo Provenzano nel 1995.<\/p>\n<p>A rendere pi\u00f9 fitto il mistero \u00e8 spuntato un vecchio verbale d\u2019interrogatorio dell\u2019ispettore della polizia penitenziaria, Nicola Cristella, che fa il punto sulle frequentazioni di allora di Francesco Di Maggio. Cristella avrebbe dichiarato che nell\u2019estate delle bombe del \u201993, il magistrato era solito cenare con il giornalista Guglielmo Sasinini, poi finito sotto inchiesta per i dossier illegali di Telecom, l\u2019immancabile generale-prefetto Mori e il colonnello dei carabinieri Umberto Bonaventura, morto nel 2002 per arresto cardiocircolatorio. Figlio del capocentro del Sifar a Palermo fra la fine degli anni \u201960 e l\u2019inizio degli anni \u201970, Bonaventura era stato prima membro dei nuclei antiterrorismo del generale Dalla Chiesa, poi capo della 1^ divisione del Sismi, il servizio segreto militare subentrato al Sifar. Cene sospette. Inopportune. Inquietanti. Quasi a confermare la relazione privilegiata tra Mario Mori e il giudice Di Maggio un\u2019annotazione nell\u2019agenda personale del militare, alla data del 27 luglio 1993, vigilia della notte in cui esplosero tre autobombe, la prima a Milano e le altre due a Roma, a San Giovanni in Laterano e davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro. \u201c<em>Per prob. detenuti mafiosi<\/em>\u201d c\u2019\u00e8 scritto in riferimento ad un appuntamento fissato quel giorno con Di Maggio. Stranamente, cinque mesi prima, la mattina del 27 febbraio, presso la Sezione Anticrimine di Roma, Mori aveva incontrato il magistrato (ancora consulente dell\u2019agenzia antidroga dell\u2019Onu) per discutere sull\u2019omicidio del giornalista de <em>La Sicilia<\/em> Beppe Alfano, assassinato dalla mafia l\u20198 gennaio 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto. E da quanto accertato dal Pm di Firenze, Gabriele Chelazzi, recentemente scomparso, Di Maggio e Mori s\u2019incontrarono nuovamente il successivo 22 ottobre, congiuntamente all\u2019allora colonnello Giampaolo Ganzer, poi comandante del Ros, condannato il 12 luglio 2010 dal Tribunale di Milano a quattordici anni di reclusione e 65 mila euro di multa per traffico di stupefacenti, falso e peculato.<\/p>\n<p>Come Alfano, anche Francesco Di Maggio era originario di Barcellona, il maggiore centro tirrenico della provincia di Messina. E barcellonesi sono pure alcuni dei padrini in odor di massoneria e servizi segreti entrati a pieno titolo nelle cronache nere italiane di quegli anni o certi strani garanti dell\u2019impunit\u00e0 e del depistaggio istituzionale. Mere coincidenze, forse. Ma a Barcellona convergono e s\u2019incrociano pi\u00f9 di un filo investigativo, troppi attori, programmi eversivi, esplosivi e telecomandi. La citt\u00e0 \u00e8 crocevia di poteri pi\u00f9 o meno occulti, laboratorio sperimentale per le alleanze della seconda repubblica, centro strategico di traffici di droga ed armi, eldorado delle ecomafie, ponte-cerniera tra organizzazioni criminali siciliane, \u2018ndrangheta, camorra ed estrema destra. Un paradiso dorato per i latitanti di primo livello, come Bernando Provenzano, Pietro Aglieri e Benedetto Santapaola.<\/p>\n<p>Una <em>Corleone del XXI secolo<\/em> dove campieri, ex vivaisti e piccoli allevatori semianalfabeti hanno imposto il proprio dominio agli eredi di una borghesia locale consociativa e parassitaria. Una colonia di cosche efferate, sanguinarie, predatrici. I vincitori e i perdenti di una guerra che negli anni \u201980 ha lasciato sul campo un centinaio di morti e una decina di <em>desaparecidos<\/em>. Omicidi brutali, corpi arsi vivi nei greti dei torrenti, minorenni torturati e sgozzati, arti mozzati. Il devastante saccheggio delle risorse di un territorio unico per bellezze e tradizioni; la capacit\u00e0 d\u2019infiltrazione in ogni livello delle istituzioni. Mafia finanziaria e imprenditrice, onnipresente nella gestione delle opere pubbliche e private, dai lavori ferroviari e autostradali sulla Messina-Palermo, alla discarica a cielo aperto di rifiuti di Mazzarr\u00e0 Sant\u2019Andrea, una delle pi\u00f9 grandi del Mezzogiorno d\u2019Italia, ai complessi turistici del golfo di Tindari e di Milazzo. E la bramosia d\u2019impossessarsi del padre di tutte le Grandi infrastrutture, il Ponte sullo Stretto.<\/p>\n<p>Per lungo tempo le fittissime rete di relazioni e contiguit\u00e0 trasversali si sono tessute all\u2019interno delle logge massoniche pi\u00f9 o meno spurie e nel \u201ccircolo culturale\u201d <em>Corda Fratres<\/em>, l\u2019officina che ha forgiato l\u2019\u00e9lite politica, sociale, economica e amministrativa locale. Della <em>F\u00e9d\u00e9ration Internazionale des Etudiants Corda Fratres Consulat de Barcellona<\/em> (questo il nome ufficiale) sono stati soci e dirigenti giudici, avvocati, insigni giuristi, poeti, scrittori, artisti, giornalisti, diplomatici, militari, liberi professionisti, parlamentari, sindaci, consiglieri provinciali e comunali. E un buon numero di frammassoni. Su 36 iscritti nel 1994 alla loggia<em> Fratelli Bandiera<\/em> del Grande Oriente d\u2019Italia, ben 14 erano soci <em>Corda Fratres<\/em>. Tra i cordafratrini \u201conorari\u201d pure due uomini di vertice dei Carabinieri, i generali Sergio Siracusa (gi\u00e0 direttore del Sismi ed ex comandante dell\u2019Arma) e Giuseppe Siracusano (tessera n. 1607 della P2), indicato dalla relazione di minoranza dell\u2019on. Massimo Teodori sulla superloggia atlantica come \u201cfedelissimo di Gelli da antica data\u201d. Stelle di prima grandezza del panorama politico-culturale nazionale i partecipanti ai convegni della <em>Corda<\/em>. Compreso il vicecapo Dap Francesco Di Maggio, relatore all\u2019incontro su <em>Principio di legalit\u00e0 e carcerazione preventiva<\/em>, anno 1994.<\/p>\n<p>Nel circolo di Barcellona pure certe presenze e frequentazioni perlomeno imbarazzanti. Come quella del mafioso Giuseppe Gullotti, condannato in via definitiva quale mandante dell\u2019omicidio di Beppe Alfano. Gullotti \u00e8 stato membro del direttivo di Corda Fratres nel 1989 e socio fino all\u2019autunno del 1993, quando fu \u201callontanato\u201d a seguito dei pesanti rilievi fatti dalla Commissione parlamentare antimafia in visita nella citt\u00e0 del Longano. \u201cVenne ordinato uomo d\u2019onore nel 1991, per intercessione del vecchio boss di San Mauro Castelverde, Giuseppe Farinella\u201d, ha raccontato Giovanni Brusca. \u201cSempre il Gullotti si sarebbe dovuto occupare di reperire l\u2019esplosivo necessario per l\u2019attentato che venne progettato tra il \u201992 e il \u201993 contro il leader del Partito socialista Claudio Martelli, attraverso l\u2019interessamento e la mediazione del clan di Nitto Santapaola\u201d. Deponendo al processo <em>Mare Nostrum<\/em> contro le cosche della provincia di Messina, lo stesso Brusca ha dichiarato che il telecomando da lui adoperato per la realizzazione della strage di Capaci, gli era stato materialmente consegnato poco prima proprio da Gullotti. L\u2019assegnazione al barcellonese di tale incarico, secondo Brusca, sarebbe stata patrocinata dal mafioso Pietro Rampulla (originario di Mistretta), l\u2019artificiere del tragico attentato del 23 maggio \u201892 contro il giudice Falcone. \u201cAnch\u2019io avevo rapporti con Gullotti\u201d, ha raccontato nel giugno del 1999 il controverso collaboratore Luigi Sparacio, gi\u00e0 a capo della criminalit\u00e0 messinese. \u201cMi era stato presentato da Michelangelo Alfano come persona vicina a Cosa nostra, e in tale ambito fornii al predetto uno-due telecomandi da utilizzare per attentati e che erano stati per me realizzati su commissione, da un dipendente dell\u2019Arsenale militare di Messina\u2026\u201d.<\/p>\n<p>Nome ancora pi\u00f9 indigesto dell\u2019albo-soci di <em>Corda Frates<\/em>, quello di Rosario Pio Cattafi, professione avvocato, ritenuto <em>il capo dei capi<\/em> della mafia barcellonese. \u201cNumerosi collaboratori di giustizia, tra i quali spiccano Angelo Epaminonda e Maurizio Avola hanno indicato Cattafi come personaggio inserito in importanti operazioni finanziarie illecite e di numerosi traffici di armi, in cui sono emersi gli interessi di importanti organizzazioni mafiose quali, oltre alla cosca Santapaola, le famiglie Carollo, Fidanzati, Ciulla e Bono\u201d, hanno scritto i giudici di Messina nell\u2019ordinanza del luglio 2000 che ha imposto al Cattafi l\u2019obbligo di soggiorno nel Comune di Barcellona per la durata di cinque anni.<\/p>\n<p>Da giovanissimo egli aveva militato nelle file della destra eversiva rendendosi protagonista nell\u2019ambiente universitario messinese di alcuni pestaggi (unitamente all\u2019allora ordinovista Pietro Rampulla), risse aggravate, danneggiamento, detenzione illegale di armi. Trasferitosi in Lombardia a met\u00e0 degli anni \u201970, Cattafi fu sospettato di essere stato uno dei capi di una presunta associazione operante a Milano, responsabile del sequestro, nel gennaio 1975, dell\u2019imprenditore Giuseppe Agrati, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto miliardario. All\u2019organizzazione fu anche contestata la compartecipazione nei traffici di stupefacenti e nella gestione delle case da gioco per conto delle famiglie mafiose siciliane. Nel maggio 1984, i presunti appartenenti alla cellula in odor di mafia furono raggiunti da un mandato di cattura firmato dal Pm Francesco Di Maggio. Cattafi, residente in Svizzera, sfugg\u00ec all\u2019arresto. Pochi giorni dopo fu per\u00f2 l\u2019autorit\u00e0 giudiziaria locale ad ottenerne l\u2019arresto nell\u2019ambito di un\u2019inchiesta per traffico di stupefacenti. Cos\u00ec il 30 maggio dell\u201984 Di Maggio potette raggiungere Cattafi in cella a Bellinzona per un interrogatorio ancora top secret: i verbali furono infatti trattenuti dalle autorit\u00e0 elvetiche. Negli stessi mesi, Angelo Epaminonda rifer\u00ec ai magistrati (tra cui ancora Francesco Di Maggio) che nel 1983, il Cattafi, per conto del clan Santapaola, gli aveva inutilmente proposto di gestire in societ\u00e0 l\u2019attivit\u00e0 di cambio-assegni ai giocatori del casin\u00f2 di St. Vincent. Il fatto tuttavia non fu ritenuto rilevante e il barcellonese venne tenuto fuori dalle inchieste sulla penetrazione mafiosa a Milano.<\/p>\n<p>Di Maggio e Cattafi si sarebbero incrociati pure nel corso delle indagini sull\u2019efferato omicidio del Procuratore capo di Torino, Bruno Caccia. Lo ha raccontato al <em>Corriere della sera<\/em> (8 giugno 1995), l\u2019allora sostituto procuratore di Barcellona Olindo Canali, recentemente condannato in primo grado a due anni per falsa testimonianza commessa nel corso del processo contro le organizzazioni mafiose barcellonesi <em>Mare Nostrum<\/em>. \u201cFu Di Maggio ad arrestare Cattafi nell\u201985 per l\u2019inchiesta sull\u2019omicidio Caccia a Torino. Fu il giudice istruttore ad assolverlo, ma rimase dentro per un anno\u201d. Cattafi, in verit\u00e0, non venne arrestato a seguito dell\u2019assassinio del magistrato, ma fu interrogato in carcere dai pubblici ministeri milanesi titolari dell\u2019inchiesta. Anche Canali conosceva da lungo tempo Di Maggio. Con il magistrato barcellonese, egli aveva fatto un periodo di tirocinio da uditore a Milano. \u201cSempre Di Maggio, il cui padre era stato maresciallo dei Carabinieri a Pozzo di Gotto, m\u2019inform\u00f2, in generale, sulla situazione barcellonese prima di trasferirmi in Sicilia\u201d, ha spiegato Canali.<\/p>\n<p>Un oscuro passaggio sui rapporti tra Di Maggio e Cattafi fu riportato in quegli stessi anni in uno dei dossier anonimi fatti circolare ad arte per screditare la figura del giudice Antonio Di Pietro e finiti nelle mani del leader Psi Bettino Craxi, latitante ad Hammamet. \u201cCattafi &#8211; vi si legge &#8211; a Milano, dove aveva iniziato un\u2019attivit\u00e0 nel campo dei farmaceutici e sanitari, rivede e frequenta il giudice Francesco Di Maggio, che ha passato la sua giovinezza fra Milazzo e Barcellona, dove ha frequentato le scuole, compreso il liceo (il padre era appuntato dei carabinieri), e dove ha conosciuto Cattafi, di cui \u00e8 coetaneo. Di Maggio introduce Cattafi nell\u2019ambiente dei magistrati, dove pare Cattafi abbia conosciuto Di Pietro (allora sconosciuto) e la sua donna, poi divenuta sua moglie\u201d. Quella su Di Pietro era una bufala, quella su Di Maggio una mezza verit\u00e0. \u201cIl giudice Di Maggio l\u2019ho visto un paio di volte e sono stato anche inquisito e poi prosciolto per una vicenda relativa ad un conto corrente bancario con sede in Svizzera\u2026\u201d, ammetter\u00e0 lo stesso Cattafi in un\u2019intervista al settimanale <em>Centonove<\/em> a fine anni \u201890.<\/p>\n<p>Qualche mese fa, il controverso avvocato barcellonese \u00e8 stato arrestato perch\u00e9 ritenuto uno degli uomini di vertice delle organizzazioni mafiose siciliane. Da allora, ha riempito pagine e pagine di verbali fornendo in particolare tutt\u2019altra versione sui suoi rapporti con il giudice Di Maggio. Al centro, ancora una volta, la trattativa Stato-mafia negli anni delle stragi e delle bombe in mezza Italia. Il racconto di Cattafi parte da quando venne arrestato in Canton Ticino e fu sentito in carcere dal magistrato barcellonese. \u201cI pm di Milano Di Maggio e Davigo emisero un mandato di cattura nel quale ero accusato, fra l\u2019altro, di essere il cassiere della mafia\u201d, ha raccontato il boss. \u201cIl mandato fu notificato all\u2019Autorit\u00e0 svizzera ed io fui arrestato il 17 maggio 1984. All\u2019incirca nello stesso periodo, quando comunque gi\u00e0 Di Maggio si stava convincendo della mia estraneit\u00e0 alla vicenda del sequestro Agrati, costui mi chiese se ero disposto a rilasciare dichiarazioni sul conto di Salvatore Cuscun\u00e0 detto <em>Turi Buatta<\/em>, indicandolo come uomo di Santapaola. Ricordo che Epaminonda aveva fatto dichiarazioni contro il Cuscun\u00e0 sostenendo che costui faceva parte della famiglia Santapaola e che lui stesso aveva venduto al Cuscun\u00e0 alcuni chili di cocaina. Egli negava tutto ci\u00f2 ed affermava che Epaminonda lo accusava per malanimo nei suoi confronti. A questo punto intervennero le mie dichiarazioni rese al pm Di Maggio ed io confermai le frequentazioni fra Angelo Epaminonda e Cuscun\u00e0\u2026\u201d.<\/p>\n<p>Cattafi aggiunge che \u201cnegli anni \u201989 &#8211; \u201990\u201d, dopo essere tornato in libert\u00e0, ricevette la visita in casa a Milano di un carabiniere che gli chiese di raggiungere la caserma di via Moscova dove lo attendeva per un colloquio Francesco Di Maggio. Giunto in caserma, Cattafi incontr\u00f2 il giudice in compagnia del capitano dei carabinieri Morini. \u201cDi Maggio mi comunic\u00f2 che aveva ricevuto una nomina presso l\u2019Alto commissariato antimafia\u201d, ha raccontato. \u201cSempre in quel frangente, Di Maggio mi disse: <em>so che lei ha contatti con personaggi di vario genere, con imprenditori, se lei sa qualcosa sul riciclaggio di denaro, io sono qui<\/em>. Non posso definirmi un informatore di Di Maggio ma semplicemente una persona che era entrata in buoni rapporti con costui e che dunque era disposta a fornirgli informazioni nel caso in cui ne fossi venuto a conoscenza. Io garantii la mia disponibilit\u00e0 ed il dottor Di maggio mi disse: <em>da me troverete sempre un amico<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Cattafi afferma di non aver pi\u00f9 rivisto il magistrato sino al maggio del \u201893. \u201cDi Maggio si trovava a Messina, mand\u00f2 un carabiniere nella casa di mia madre e mi fece sapere che mi aspettava al bar <em>Doddis<\/em>, ed \u00e8 l\u00ec che lo incontrai. Mi disse che era stato nominato vicedirettore del Dap. C\u2019erano state le stragi Falcone e Borsellino e da pochi giorni l\u2019attentato a Maurizio Costanzo. <em>Dobbiamo bloccarli questi porci<\/em>, mi disse. <em>Dobbiamo prendere la cosa in mano e portare avanti una trattativa<\/em>, il concetto era quello, ma non so se us\u00f2 questa parola\u201d. Di Maggio aveva individuato un potenziale interlocutore, Benedetto Santapaola, al tempo latitante, ritenendolo un capomafia \u201cpi\u00f9 malleabile\u201d. \u201cDi Maggio mi chiese se, attraverso il boss Salvatore Cuscun\u00e0 che avevo frequentato a Milano nell\u2019Autoparco di via Salomone, potevo cercare un contatto con Santapaola, che non ho mai conosciuto, per tentare di aprire un dialogo\u201d, ha aggiunto Cattafi. \u201cDovevo contattare l\u2019avvocato di Cuscun\u00e0 promettendogli <em>qualunque cosa<\/em>, tutti i benefici possibili per il suo cliente, pur di riuscire a parlare con Santapaola per riuscire a trovare nuove strade per disinnescare la violenza di Cosa nostra. Mi parl\u00f2 anche di dissociazione ma cos\u00ec\u2026\u201d. Stando a Cattafi, al faccia a faccia con il magistrato si aggiunsero in un secondo tempo anche i carabinieri del Ros. \u201cAl bar giunsero cinque-sei persone, alcune delle quali in divisa ed altre in borghese. Ricordo ancora che Di Maggio mi present\u00f2 nominativamente tutti i carabinieri presenti. Anzi aggiunse che per le eventuali esigenze avrei dovuto contattare due di essi (\u2026) Qualcuno di questi ufficiali era particolarmente spiritoso e raccontava barzellette. Non escludo che fra costoro ci fosse anche il generale Mori, ma onestamente non posso dirlo con certezza\u201d. Il racconto, in verit\u00e0, \u00e8 poco convincente. \u201cMa se Cattafi da decenni \u00e8 in rapporti con Santapaola perch\u00e9 rivolgersi a terzi per avere un tramite?\u201d, si domanda l\u2019avvocato Fabio Repici nell\u2019e-book \u201cLa peggio giovent\u00f9\u201d, pubblicato con il numero scorso de <em>I Siciliani giovani<\/em>. \u201cE perch\u00e9 poi incontrare il giudice a Messina quando Cattafi poteva incontrarlo pi\u00f9 comodamente in qualche ufficio romano?\u201d<\/p>\n<p>Lo stesso Santapaola fu arrestato a Mazzarrone, in provincia di Catania, il 18 maggio 1993, qualche giorno dopo il presunto incontro Cattafi-Di Maggio a Messina e dopo aver liberamente scorazzato \u201clatitante\u201d nel barcellonese almeno fino al 29 aprile di quell\u2019anno. Una prova certa della presenza di Santapaola nella citt\u00e0 del Longano \u00e8 emersa dalle intercettazioni telefoniche e ambientali avviate subito dopo l\u2019uccisione del giornalista Beppe Alfano. E come poi accertato dal Servizio anti-criminalit\u00e0 organizzata della Guardia di Finanza, tra il 30 aprile e il 2 maggio 1993, in un hotel della citt\u00e0 di Milazzo avevano preso alloggio il fratello di don Nitto, Giuseppe Santapaola, sua moglie, i quattro figli e il pregiudicato catanese Salvatore Di Mauro. Responsabile dell\u2019ufficio contabile di quell\u2019albergo era il barcellonese Stefano Piccolo, commercialista di fiducia di Rosario Cattafi. E la moglie, Ferdinanda Corica, ha ricoperto sino a tempo fa l\u2019incarico di rappresentante legale e socia della Dibeca Sas, la societ\u00e0 tuttofare della famiglia Cattafi oggi tra i beni posti sotto sequestro dalla DDA peloritana. Strane coincidenze. Davvero.<\/p>\n<p>Rosario Cattafi ha pure spiegato di avere avuto un altro contatto con Francesco Di Maggio nel carcere di Opera tra il 1994 e il 1995, dopo il suo arresto nell\u2019ambito dell\u2019inchiesta sui traffici di armi e droga nell\u2019Autoparco di Milano. \u201cMentre ero detenuto a Milano fui convocato nella stanza del direttore, dottore Fabozzi\u201d, riferisce Cattafi. \u201cUna volta che venni portato l\u00ec trovai il dottor Di Maggio. Costui mi comunic\u00f2 che presso il carcere di Opera era o forse sarebbe arrivato il palermitano Ugo Martello, che io non conoscevo. Di Maggio mi disse che si trattava di un personaggio importante appartenente alla mafia palermitana e che proveniva dal 41bis e che era stato collocato nel mio stesso carcere e nella mia stessa sezione. Di Maggio mi chiese di recare un preciso messaggio al Martello che doveva essere poi recapitato agli altri mafiosi palermitani. Il Martello, in sostanza, doveva riferire che si doveva portare avanti il discorso della <em>dissociazione<\/em> e che in cambio costoro avrebbero ricevuto dei vantaggi da parte delle Istituzioni. Di Maggio mi specific\u00f2 che in questo modo, ci sarebbe stato un atteggiamento di emulazione da parte dei mafiosi cosicch\u00e9 dopo le prime dissociazioni ben presto ne sarebbero arrivate tante altre. Di Maggio mi fece l\u2019esempio <em>del bastone e della carota<\/em> e mi disse che la <em>carota<\/em> sarebbe conseguita a questa eventuale dissociazione. Mi ribad\u00ec che io potevo promettere qualsiasi cosa\u2026\u201d. La lusinghiera proposta avrebbe per\u00f2 scatenato le proteste del pregiudicato. \u201cGli risposi male, rinfacciandogli che mi ero prestato a recare il messaggio a Cuscun\u00e0 come mi era stato richiesto e tuttavia mi trovavo in carcere ingiustamente\u2026 Di Maggio mi rispose: <em>per quella vicenda abbiamo risolto, abbiamo fatto tutto, tutto a posto<\/em>, senza specificarmi altro\u201d. Cattafi avrebbe incontrato Cuscun\u00e0 nel centro clinico del carcere milanese di san Vittore. \u201cPresso quello stesso centro, in un\u2019altra stanza posta sulla mia sinistra c\u2019era il Cuscun\u00e0. Costui mi tratt\u00f2 malissimo dal momento che lo avevo accusato nell\u2019ambito del procedimento <em>Autoparco<\/em>. Io cercai di calmarlo: <em>ti dico una cosa che forse pu\u00f2 aiutarti a farti uscire<\/em> e gli rifer\u00ec quello che mi aveva detto il Di Maggio: che se fossi riuscito a trovare un contatto con il Santapaola c\u2019era la disponibilit\u00e0 del giudice a fargli ottenere gli arresti domiciliari\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019allora direttore Aldo Fabozzi, odierno provveditore dell\u2019amministrazione penitenziaria della Lombardia, ha seccamente respinto sul settimanale <em>Panorama<\/em> le dichiarazioni del barcellonese: \u201cAll\u2019epoca non c\u2019era il regime del 41bis ad Opera e nella mia lunga esperienza professionale, mai ho permesso che un detenuto oltrepassasse la porta carraia\u201d. Fabozzi ha tuttavia ammesso di aver conosciuto <em>molto bene<\/em> il giudice Di Maggio. \u201cPosso garantire che era un magistrato serio, fra i migliori, con valori istituzionali ferrei e inossidabili, mai avrebbe trattato con la mafia, mai sceso a compressi o a semplici contatti con malavitosi. Queste dichiarazioni sono un affronto alla memoria di un magistrato per bene e alla sua intelligenza\u201d. Diversamente da come la pensava la pensava Loris D\u2019Ambrosio, il consigliere del Quirinale scomparso prematuramente qualche tempo fa. \u201cLa linea di Di Maggio era quella di consentire un agevole accesso nelle carceri ai suoi amici che in qualche modo collaboravano, come confidenti\u2026\u201d, si lasci\u00f2 sfuggire in un colloquio telefonico del 25 novembre 2011 con l\u2019ex ministro degli interni \u00a0Nicola Mancino che lamentava le modalit\u00e0 d\u2019indagine sulla \u201ctrattativa\u201d dei magistrati di Palermo.<\/p>\n<p>Come se non bastasse, il 28 settembre 2012 Rosario Cattafi ha raccontato ai Pm di Messina di aver avuto <em>rapporti telefonici<\/em> con il giudice Di Maggio anche quando era detenuto in isolamento nel carcere di Sollicciano. \u201cVenivo portato nella stanza del direttore Quattrone, costui chiamava al telefono il Ministero e mi passava il dottore Di Maggio. Il suo ufficio era al primo piano, di fronte all\u2019ingresso avvocati. Di Maggio anche in questo caso mi esort\u00f2 ad avere contatti con Cuscun\u00e0\u201d. Per la cronaca, il direttore Paolo Maria Quattrone \u00e8 morto suicida nel luglio del 2010 dopo essere stato rinviato a giudizio per abuso d\u2019ufficio, nell\u2019ambito di un\u2019inchiesta sui lavori di ammodernamento del carcere di Cosenza. A difenderne la memoria sono scesi in campo i familiari che in una lettera aperta hanno definito come <em>ridicole, oltraggiose e vergognose<\/em> le parole di Cattafi. \u201cIl dottor Quattrone \u00e8 sempre stato un leale e integerrimo uomo di Stato, di Giustizia e di Cultura\u201d, hanno spiegato. \u201cDalla \u2018ndrangheta ha ricevuto numerose intimidazioni e attentati. Il pi\u00f9 grave, una bomba esplosa nella sua camera da letto, quando dirigeva il carcere di Reggio Calabria. L\u2019allora capo del Dap, Nicol\u00f2 Amato, per salvargli la vita lo trasfer\u00ec a Sollicciano\u201d.<\/p>\n<p>Nicol\u00f2 Amato ha ricoperto l\u2019incarico al Dap fino al 4 giugno 1993 quando fu sostituito da Adalberto Capriotti. Originario di Messina, animatore negli anni \u201950 dell\u2019associazione \u201cuniversitaria\u201d <em>Corda Fratres<\/em> insieme a Franco Antonio Cassata (odierno Procuratore generale della citt\u00e0 dello stretto) e Francesco Paolo Fulci (poi ambasciatore a Washington e alla Nato e, negli anni delle stragi mafiose, direttore del Cesis, il comitato esecutivo dei servizi segreti), Amato ha poi intrapreso l\u2019attivit\u00e0 di avvocato. Tra i suoi assistiti, secondo Massimo Ciancimino, il padre don Vito \u201csu consiglio del generale Mario Mori\u201d. Adesso Nicol\u00f2 Amato sostiene che fu proprio Francesco Di Maggio a non volere avuto il rinnovo del 41bis contro i mafiosi nel novembre del \u201993. \u201cAmato nulla ha saputo (o voluto o potuto) dire, per\u00f2, su un documento, da lui redatto nel marzo 1993, nel quale veniva sollecitata la messa in mora della normativa sul carcere duro per i mafiosi\u201d, rilevano l\u2019avvocato Fabio Repici e Marco Bertelli in una documentata inchiesta giornalistica. \u201cQuella nota dell\u2019ex capo del Dap faceva riferimento ad orientamenti gi\u00e0 emersi il 12 febbraio 1993, lo stesso giorno dell\u2019insediamento di Conso al posto di Martelli in via Arenula, nel corso di una seduta del comitato nazionale per l\u2019ordine e la sicurezza pubblica (\u2026) Nei verbali di quel comitato, risulta che fu lo stesso Nicol\u00f2 Amato a sollecitare un alleggerimento del 41bis\u201d. E i giochi in quei tragici giorni delle stragi si fanno ancora pi\u00f9 torbidi.<\/p>\n<p>Nelle carte della Procura palermitana sulla trattativa Stato-mafia si ripete, troppo spesso, il nome del senatore Marcello dell\u2019Utri, una condanna in appello per concorso esterno in associazione mafiosa annullata con rinvio dalla Cassazione. Dell\u2019Utri, per gli inquirenti, potrebbe essere stato uno dei maggiori \u201cintermediari\u201d con Cosa nostra che cercava d\u2019imporre gli obiettivi del <em>papello<\/em> minacciando altro sangue dopo Capaci e via d\u2019Amelio. Nel biennio 92-93, secondo alcuni collaboratori di giustizia, il manager di Publitalia sarebbe stato un visitatore abitudinario del messinese. Maurizio Avola ha riferito di avere accompagnato nel 1992 a Barcellona Pozzo di Gotto il boss Marcello D\u2019Agata per un appuntamento con Dell\u2019Utri. Nel corso di un interrogatorio davanti ai Pm di Catania e Caltanissetta, Avola ha pure accennato ad un incontro avvenuto &#8211; sempre a Barcellona &#8211; tra Marcello Dell\u2019Utri e i boss catanesi Aldo Ercolano, Nino Pulvirenti e Benedetto Santapaola.Gli inquirenti hanno accertato che nel periodo compreso tra il 1990 e il 1993, Marcello Dell\u2019Utri ha realizzato ben 58 viaggi aerei tra Roma e la Sicilia, di cui ben 34 da e per Catania nel solo 1992. Nella loro requisitoria al processo contro il braccio destro di Silvio Berlusconi, i pubblici ministeri di Palermo riportano che quando Santapaola era ospite dei clan barcellonesi, Rosario Cattafi si teneva in contatto con l\u2019utenza in uso a Giuseppe Gullotti. \u201cE non deve sfuggire che lo stesso Cattafi \u00e8 stato identificato come soggetto pi\u00f9 volte chiamato da persone appartenenti al circuito del Dell\u2019Utri, cio\u00e8 da persone entrate con lui in contatto telefonico od esistenti nelle sue agende\u201d, specificano i Pm. Sempre e ancora Cattafi. E l\u2019inferno di Barcellona PG.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Inchiesta pubblicata in <em>I Siciliani giovani<\/em>, n.11, gennaio 2013<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Trattative per evitare attentati, trattative per difendere il potere politico, trattative per instaurarne uno nuovo. 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