{"id":325556,"date":"2016-06-03T20:34:05","date_gmt":"2016-06-03T19:34:05","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pressenza.com\/it\/?p=325556"},"modified":"2016-06-03T20:34:05","modified_gmt":"2016-06-03T19:34:05","slug":"luoghi-della-memoria-la-pace","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2016\/06\/luoghi-della-memoria-la-pace\/","title":{"rendered":"Luoghi della Memoria per la Pace"},"content":{"rendered":"<p>Il lavoro collettivo sviluppato dagli studenti del Liceo Classico \u201cGalluppi\u201d di Catanzaro, a monte della conferenza dedicata al volume sui temi della \u201cmemoria\u201d e della \u201cpace\u201d dal titolo <i>La Pagina in Comune <\/i>(Ad Est dell&#8217;Equatore, Napoli, 2015), nell&#8217;ambito della XIV edizione della Fiera del Libro Gutenberg (quest&#8217;anno dedicata a \u201cDemoni e Meraviglie\u201d), \u00e8 stato un lavoro strutturato e prezioso. Un lavoro cos\u00ec ben sviluppato e riccamente articolato da avere cambiato i connotati della conferenza stessa, che si \u00e8 sempre pi\u00f9 allontanata dal <i>clich\u00e9<\/i> della relazione dell&#8217;autore e domande del pubblico, per diventare piuttosto un <i>forum<\/i> di confronto e di co-elaborazione, con gli studenti che hanno illustrato le loro riflessioni e condiviso la loro lettura del testo, e l&#8217;autore che ha poi offerto una serie di approfondimenti e di rimandi su alcuni punti specifici dell&#8217;opera.<\/p>\n<p>L&#8217;opera in questione \u00e8 un lavoro abbastanza singolare: <i>La Pagina in Comune<\/i>, infatti, non \u00e8 solo un testo, piuttosto sintetico e denso, intorno al nesso \u201cmemoria\u201d e \u201cpace\u201d che, a partire da alcuni luoghi della memoria, materiali (come i luoghi monumentali presenti a Prishtina ed a Mitrovica, in Kosovo, o come i luoghi della socialit\u00e0 condivisa come la Kulla e, nelle case tradizionali, la Oda albanese, nella quale si radunano i familiari e gli ospiti e si esibiscono i valori del dialogo, del rispetto e dell&#8217;onore, della dignit\u00e0 e dell&#8217;ospitalit\u00e0, che pure continuano a giocare un ruolo importante nella regione) o immateriali (come, tra gli altri, i contenuti di valore racchiusi in alcuni codici tradizionali, come nel caso del Kanun albanese, ed in alcune pratiche rituali, come nella celebrazione serbo-ortodossa della \u201cslava\u201d, il santo della casa), ricostruisce il senso emergente di questi luoghi e il sedimento di \u201ccultura\u201d e di \u201cmemoria\u201d in esso racchiuso, che pu\u00f2 svolgere un ruolo importante nella ricostruzione dei legami sociali e, in definitiva, della \u201cpace positiva\u201d.<\/p>\n<p><i>La Pagina in Comune<\/i> \u00e8 anche il documento di una ricerca-azione intorno alla percezione del post-conflitto kosovaro, nella quale non si sono solo indagati i motivi storici e sociali che hanno reso tali giacimenti culturali cos\u00ec interessanti ai fini del lavoro di pace, ma si sono anche effettuate delle indagini su un campione di 120 persone, soprattutto giovani, intorno alla loro percezione del conflitto, alle motivazioni del perdurante post-conflitto, con tutto il suo portato di divisione e separazione, di rottura dei legami sociali e debolezza della garanzia dei diritti, e alle condizioni di una possibile ricomposizione sociale (che gli studenti hanno prontamente individuato, recuperando il contenuto delle risposte dei giovani kosovari, nelle quali si punta l&#8217;attenzione sulla fragilit\u00e0 economica, la disoccupazione diffusa e la mancanza di prospettive, sulla carenza di occasioni di incontro, condivisione e reciprocit\u00e0 inter-etnica e multi-culturale, sulla inadeguatezza delle \u00e9lite locali, spesso, in Kosovo, compromesse con la guerra e il portato di una lunga, dolorosa, stagione di violenza).<\/p>\n<p>Coordinati dalla dirigente del Liceo, Elena De Filippis, orientati nel loro itinerario di ricerca dalla docente, Claudia Pulice, i giovani interlocutori, protagonisti della rassegna, hanno sviluppato, nel loro percorso, tutti i nodi salienti della narrazione da loro affrontata, se di narrazione, in senso generale, si pu\u00f2 parlare, non trattandosi di ricostruzione narrativa o di finzione letteraria, bens\u00ec di saggistica, di uno studio, cio\u00e8, a partire dalla ricerca-azione poc&#8217;anzi segnalata, intorno alle possibilit\u00e0 offerte dal lavoro di pace a sfondo culturale in un contesto post-conflitto come l&#8217;odierno Kosovo, nel cuore dei Balcani. In prima battuta, l&#8217;interesse dei partecipanti si \u00e8 rivolto ai presupposti della ricerca, incardinata all&#8217;interno della progettazione di cooperazione internazionale svolta dagli operatori di pace, che sviluppano un itinerario progettuale nel senso di costruire reciproche competenze, quali operatori professionali impegnati nelle situazioni di conflitto e post-conflitto, con compiti di prevenzione della violenza e di moderazione della escalazione, ma anche di individuazione delle cause della violenza e di potenziamento dei fattori di pace locali. Ovviamente, per progetti che si sviluppano su piccola scala, che non coinvolgono imponenti strutture e non impegnano ingenti finanziamenti, non \u00e8 possibile stimolare tutti i fattori locali di pace, tra i quali peraltro, senza dubbio, vanno annoverati i potenziali dello sviluppo economico e di un ambiente favorevole ad un lavoro dignitoso per tutti i kosovari.<\/p>\n<p>\u00c8 possibile tuttavia, muovendosi sul terreno culturale, interrogare altri fattori, che appunto, sedimentando il terreno complesso della memoria e della cultura, possono segnalare tanto i potenziali di rischio e di minaccia alla condivisione e alla coesistenza, quanto i potenziali della relazione e della reciprocit\u00e0. Il retaggio della storia di convivenza incorporato nella Jugoslavia Socialista e, per diversi aspetti, l&#8217;esperienza di un socialismo con caratteri di apertura e di autogestione, caso singolare nella storia dei paesi di \u201csocialismo realizzato\u201d dell&#8217;Europa centro-orientale; la lunga narrazione della \u201cfratellanza ed unit\u00e0\u201d ed il carattere nonviolento originario dello stesso movimento nazionale dell&#8217;auto-determinazione kosovara; le caratteristiche del tessuto locale, insieme con il ruolo sociale dell&#8217;accoglienza, dell&#8217;ospitalit\u00e0 e del perdono che pure permangono, con tutto il loro portato di ambiguit\u00e0 e di ambivalenza, nelle strutture profonde delle comunit\u00e0 locali, sono alcuni di questi fattori, che provano ad esprimere le condizioni di aderenza dell&#8217;iniziativa al contesto (nella sua dimensione storica, sociale, culturale) ed a rappresentare le condizioni di fattibilit\u00e0 per una azione votata al \u201cculture-oriented peace-building\u201d, che interroga i giacimenti culturali per la costruzione della pace positiva.<\/p>\n<p>Questo percorso, lungo la falsariga della narrazione racchiusa nel volume, si \u00e8 svolto all&#8217;interno di percorsi pubblici di attivazione: dapprima, con il progetto P.U.L.S.A.R. (<i>Project on Understanding and Linkages to Serbs and Albanians Reconcile<\/i>), con il sostegno della Tavola Valdese, quindi, nella fase attuale, con il progetto PRO.ME.T.E.O. (<i>Productive Memories to Trigger and Enhance Opportunities<\/i>), con il sostegno del Comune di Napoli, che pure aveva, anni prima, sostenuto, con il progetto dei \u201cCorpi Civili di Pace in Kosovo\u201d, la prima sperimentazione di un ente locale esplicitamente dedicata ai Corpi Civili di Pace in zona di conflitto. Innestare il concetto del \u201cculture-oriented peace-building\u201d all&#8217;interno dello spazio di azione proprio dei Corpi Civili di Pace significa, in Kosovo, anzitutto riflettere sulla sua ricchezza sociale, culturale, comunitaria: su un Kosovo, sorprendentemente, molto pi\u00f9 come luogo di bellezze o di scoperte, attraversato da un singolare dinamismo giovanile e associativo e ricco di giacimenti memoriali, che come luogo di guerra e di divisione, costantemente schiacciato nel mortificante clich\u00e9 di un \u201ceterno dopoguerra\u201d o del \u201cbuco nero\u201d d&#8217;Europa.<\/p>\n<p>Non a caso, un ulteriore aspetto che, nella loro ricerca, gli studenti hanno sollevato \u00e8 stato quello dei \u201cluoghi della memoria\u201d, facendo riferimento, come indicato anche nel volume, alla ricerca seminale di Pierre Nora e dei suoi <i>Les Lieux de M\u00e9moire <\/i>(1984-1992), con cui si \u00e8 dato impulso ad un filone di ricerca particolarmente vivo e stimolante. Il luogo della memoria resta associato, infatti, alla \u201cmemoria collettiva\u201d, secondo due ipotesi di ricerca: da un lato, i luoghi della memoria (che possono essere, peraltro, materiali o immateriali, luoghi fisici o figurati) come \u201cistanze\u201d in cui si condensano stratificazioni di memoria (intesa come memoria collettiva) profonde, dotate cio\u00e8 di una \u201ceccedenza semantica\u201d, il cui valore trascende il senso in s\u00e9 del luogo e si arricchisce del valore aggiunto di un patrimonio riconosciuto; luoghi, cio\u00e8, che la comunit\u00e0 riconosce come salienti in quanto propri, perch\u00e9 vi si attribuiscono significati profondi o perch\u00e9 vi si sono svolti eventi importanti; dall&#8217;altro, la \u201cmemoria collettiva\u201d come patrimonio di acquisizioni in cui la comunit\u00e0 si riconosce ed in cui rinviene i giacimenti della propria identit\u00e0, a sua volta molteplice e cangiante, anche in relazione alle manipolazioni che le \u00e9lite esercitano sulle trame delle memorie come legittimazione di nuove narrazioni.<\/p>\n<p>I Balcani e, in particolare, il Kosovo, sono ricchi di \u201cluoghi della memoria\u201d e, al di l\u00e0 di questi, sono luogo in cui il rovesciamento e la manipolazione delle memorie collettive si sono esercitati con particolare intensit\u00e0, circostanza, quest&#8217;ultima, che li accomuna a diversi altri contesti di post-conflitto: qui la memoria dei \u201cvinti\u201d (tra cui le minoranze etniche e gli attivisti nonviolenti) \u00e8 stata sostituita da una memoria dei \u201cvincitori\u201d, fondata sul mito della guerriglia armata e della violenza separatista, dalle cui file peraltro proviene una parte consistente dell&#8217;attuale gruppo dirigente (si vedano, a titolo di esempio, i mausolei della guerriglia). Non che manchi un&#8217;altra tradizione, pi\u00f9 antica e, quindi, difficile da recuperare, ma non per questo meno vivace ed autentica: la tradizione dell&#8217;ospitalit\u00e0 e dell&#8217;inclusione che si concretizza in altri luoghi di rilievo, ulteriore aspetto, quest&#8217;ultimo, su cui gli studenti hanno focalizzato la propria attenzione, la Oda albanese (la sala delle riunioni e degli incontri degli uomini, al cui centro trovavano posto il braciere, uno o pi\u00f9 tappeti, gli oggetti simbolici e gli arredi domestici, spesso anche una \u201cqibla\u201d, ad indicare la direzione della Mecca), piuttosto che la Kulla sud-balcanica (i fortini, le residenze fortificate dotate di cortile, alte e tozze, dai muri spessi e solidamente fortificate, in un singolare sincretismo di edificio residenziale diffuso tra l&#8217;Albania, la Serbia meridionale, il Montenegro) o, per i serbi, l&#8217;importanza del Monastero, come centro della vita comunitaria.<\/p>\n<p>In una successiva relazione, gli studenti hanno messo a fuoco un ulteriore tema della ricerca che, peraltro, rimanda all&#8217;intervista a Mirjana Menkovi\u0107, direttrice del Museo Etnografico di Belgrado, secondo la quale si avverte molto pi\u00f9 l&#8217;esigenza, anzich\u00e9 di memoriali o epitomi celebrativi, di istituzioni culturali efficaci e di luoghi educativi adeguati, non solo ai fini della \u201ctrasmissione\u201d della memoria presso le giovani generazioni, ma anche nel senso della \u201crivitalizzazione\u201d delle memorie come base per una narrazione culturale ricca di senso e, almeno relativamente, immune dalle manipolazioni della propaganda. Se, infatti, la memoria collettiva \u00e8 una base identitaria forte, essa pu\u00f2 essere ripercorsa criticamente, come, ad esempio, \u00e8 possibile fare attraverso il Kanun, il codice consuetudinario albanese, che, pur essendo portato di tradizioni ancestrali e retaggi patriarcali, profondamente regressivi, tuttavia mette in luce ideali e valori dotati di una proiezione fortemente costruttiva, dalla dignit\u00e0, all&#8217;onore, alla promessa (la <i>besa<\/i>). Questi patrimoni immateriali, messi in luce nella ricerca e ricapitolati dagli studenti, mostrano, sovente, al di l\u00e0 dell&#8217;attinenza con le culture tradizionali e la vitalit\u00e0 sociale della regione, sfaccettature culturali particolarmente composite e ricche, come nella tradizione del Djurdjevdan (la festa di S. Giorgio, vera e propria \u201cfesta della primavera\u201d trans-culturale) \u00a0o nella tradizione della Slava (la celebrazione del santo della casa, una eredit\u00e0 pre-cristiana scaturita dal culto del dio, tra i vari dei, protettore della casa), oggi patrimonio mondiale immateriale UNESCO dell&#8217;umanit\u00e0.<\/p>\n<p>Anche qui si rinviene un passaggio trans-culturale ed anche questo aspetto \u00e8 stato sollevato dagli studenti: non mancando di dedicare un accenno all&#8217;odierna, drammatica ed epocale, vicenda delle migrazioni e degli esodi lungo la \u201crotta balcanica\u201d, lungo la quale si intrecciano e si confondono le epopee migratorie della povert\u00e0 e della guerra, e aprendo un ulteriore, esigente, sguardo in prospettiva sulla regione e l&#8217;Europa tutta.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il lavoro collettivo sviluppato dagli studenti del Liceo Classico \u201cGalluppi\u201d di Catanzaro, a monte della conferenza dedicata 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